Shirley Horn: una grande del Jazz mondiale

Il 20 Ottobre del 2005, a Washington, U.S.A. Moriva la grande pianista e cantante Jazz Shirley Horn. Shirley Horn era un’acclamata cantante e pianista jazz americana nota per la sua voce emotiva e il suo sofisticato modo di suonare il pianoforte. Nata il 1 maggio 1934 a Washington, D.C., ha lasciato un segno indelebile nel mondo del jazz con le sue performance intime e ricche di sfumature e la sua capacità unica di fondere jazz vocale e strumentale. Shirley Horn ha dimostrato talento musicale fin dalla giovane età, imparando a suonare il piano a orecchio e esibendosi nella sua chiesa locale. Ha seguito un’educazione musicale formale presso la Howard University, dove ha studiato pianoforte classico. La sua formazione classica ha influenzato il suo approccio preciso e sensibile al jazz. La carriera di Horn iniziò sul serio negli anni ’50, esibendosi nei club di Washington, D.C. La sua grande occasione arrivò nel 1960 quando pubblicò il suo album di debutto, “Embers and Ashes”, che attirò l’attenzione del trombettista Miles Davis. La Davis rimase così colpita dal suo talento che la invitò ad aprire per lui al Village Vanguard di New York City, un sostegno significativo che elevò il suo profilo nella comunità jazz. Shirley Horn era rinomata per le sue ballate lente e contemplative e per la sua capacità di trasmettere emozioni profonde attraverso la sua musica. Il suo stile vocale era caratterizzato dal tono ricco e caldo e dal fraseggio sottile, spesso descritto come colloquiale e intimo. Come pianista, aveva un tocco delicato ed espressivo, spesso accompagnandosi in un modo che evidenziava l’interazione tra la sua voce e il pianoforte. Nel corso della sua carriera, Horn ha collaborato con molti grandi del jazz, tra cui Miles Davis, Quincy Jones e Wynton Marsalis. La sua influenza si estendeva oltre le sue registrazioni, poiché era nota per aver fatto da mentore a musicisti più giovani e per aver condiviso la sua profonda comprensione del jazz. Nonostante abbia dovuto affrontare problemi di salute più avanti nella vita, inclusa l’amputazione della gamba destra a causa di complicazioni dovute al diabete, Shirley Horn ha continuato a esibirsi e registrare. La sua resilienza e dedizione alla sua arte erano evidenti nei suoi album successivi, che continuarono a ricevere il plauso della critica. La sua eredità sopravvive attraverso le sue registrazioni e l’impatto che ha avuto sul genere jazz. È ricordata per la sua capacità unica di creare un’atmosfera intima nelle sue esibizioni, trascinando gli ascoltatori nelle profondità emotive di ogni canzone. Il contributo di Horn al jazz è celebrato non solo per le sue capacità tecniche ma anche per la sua profonda capacità di comunicare l’anima di una canzone, rendendola una delle figure più rispettate e amate nel mondo del jazz.

Jimi Hendrix: un mito oltre le generazioni

Il 18 Settembre del 1970, a Londra, in Inghilterra, a soli 28 anni moriva il grande chitarrista, compositore e vocalist Jimi Hendrix.
Johnny Allen Hendrix questo è il suo vero nome, (poi cambiato da suo padre in James Marshall) è nato il 27 novembre 1942 a Seattle, Washington. Ha avuto un’infanzia difficile, vivendo talvolta sotto la tutela di parenti o conoscenti. Ha imparato a suonare la chitarra da adolescente ed è cresciuto fino a diventare una leggenda del rock che ha entusiasmato il pubblico negli anni ’60 con il suo modo innovativo di suonare la chitarra elettrica.
Quando Hendrix aveva 16 anni, suo padre gli comprò la sua prima chitarra acustica e l’anno successivo la sua prima chitarra elettrica: una Supro Ozark per destrimani che i mancini naturali dovevano capovolgere per suonare. Poco dopo, iniziò ad esibirsi con la sua band, i Rocking Kings. Nel 1959 abbandonò la scuola superiore e svolse lavori saltuari pur continuando a seguire le sue aspirazioni musicali. Nel 1961, Hendrix seguì le orme di suo padre arruolandosi nell’esercito degli Stati Uniti. Dopo aver lasciato l’esercito, Hendrix iniziò a lavorare sotto il nome di Jimmy James come musicista di sessione, suonando come backup per artisti come Little Richard, B.B. King, Sam Cooke e gli Isley Brothers. Nel 1965 formò anche un gruppo tutto suo chiamato Jimmy James and the Blue Flames, che suonò concerti nel quartiere di Greenwich Village di New York City. A metà del 1966, Hendrix incontrò Chas Chandler, bassista del gruppo rock britannico The Animals, che firmò un accordo con Hendrix per diventare il suo manager. Chandler convinse Hendrix ad andare a Londra, dove unì le forze con il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell per formare la Jimi Hendrix Experience. Mentre si esibiva in Inghilterra, Hendrix si costruì un bel seguito tra i reali del rock del paese, con i Beatles, i Rolling Stones, gli Who ed Eric Clapton che divennero tutti grandi ammiratori del suo lavoro. Un critico della rivista musicale britannica Melody Maker ha detto che “aveva una grande presenza scenica” e a volte sembrava che suonasse “senza mani”. Pubblicato nel 1967, il primo singolo della Jimi Hendrix Experience, “Hey Joe”, ebbe un successo immediato in Gran Bretagna e fu presto seguito da successi come “Purple Haze” e “The Wind Cries Mary”. In tour per supportare il suo primo album, Are You Experienced? (1967), Hendrix ha deliziato il pubblico con le sue scandalose abilità nel suonare la chitarra e il suo suono innovativo e sperimentale. Nel giugno del 1967 conquistò anche gli appassionati di musica americani con la sua straordinaria esibizione al Monterey Pop Festival, che si concluse con Hendrix che diede fuoco alla sua chitarra. Una delle sue esibizioni più memorabili fu a Woodstock nel 1969, dove eseguì “The Star-Spangled Banner.
Hendrix morì per complicazioni legate alla droga, lasciando il segno nel mondo della musica rock e rimanendo popolare fino ai giorni nostri.

Billie Holiday

In ambito jazzistico esplose una irripetibile stagione che portò la voce femminile ai massimi livelli raggiunti dalla cultura della musica popolare del Novecento.
A partire fu Billie Holiday, che superò e rivoluzionò il modello Bessie Smith, la prima e forse insuperabile voce femminile del jazz.

La personalità di Billie Holiday ha inciso sul modo stesso di concepire il canto. Di sé diceva: «Io non mi sento una cantante. lo mi sento come se suonassi uno strumento a fiato. Cerco d’improvvisare come Lester Young, come Louis Armstrong, o qualcun altro che ammiro. Quello che esce fuori è ciò che sento.
Non mi va di cantare una canzone cosí com’è. Devo cambiarla alla mia maniera, è tutto quello che so
».

Questa semplice affermazione nasconde un effetto profondamente innovativo, parte della trasformazione generale dell’approccio al canto alla metà del secolo scorso, producendo un intenso, altamente coinvolgente, effetto di «verità» che trasforma ogni brano in un dialogo tra sé e l’ascoltatore. Nel caso di Billie Holiday l’immedesimazione con la canzone diventava bruciante, quasi eccessiva, al punto da rendere riduttiva la definizione di interprete.

Piú che interpretare, Billie Holiday «componeva» una propria versione della melodia, si appropriava interamente della canzone, restituendone una personalissima lettura, inimitabile perché densa di vita vissuta, con eccessi, disordine, passioni di un’esistenza a dir poco «difficile», costantemente trafitta da esaltazioni e tragedie.

Il timbro, dotato di una straordinaria tendenza al glissato che dava l’effetto di una caduta di note e lambiva il ritmo con elegante e consapevole distacco, era una languida e sempre sofferente carezza.

John Hiatt — The Open Road (2010)

Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road. Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville, The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione.

Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l’irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good GuitarCrossing Muddy WatersMaster of Disaster e questo The open Road.

Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po’ alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possibile “caduta” che, visto l’età, poteva diventare definitiva.

Le undici canzoni che compongono questo album esaltano le doti artistiche del musicista e mettono in evidenza le sue qualità brillanti e romantiche. Una manciata di loro: la title track The Open Road, Haulin’, Like a Freight Train, Homeland e Carry You Back Home, sono tra i brani più vibranti e belli dell’album, le restanti sei canzoni, pur non della stessa lunghezza sonora meritano comunque la sufficienza.

Ascolto dopo ascolto il disco entra nella sfera dei suoni che più affascinano le mie “corde” uditive e anche con la consapevolezza che non diventerà tra capolavori della sua discografia, alcune canzoni entreranno di sicuro tra la playlist dei suoi brani migliori.

The Hannah Barberas – Fantastic Tales of the Sea (2023)

Dopo la pubblicazione di due album e diversi EP, i fan di lunga data del quartetto del sud-est di Londra The Hannah Barberas sono pronti ad affrontare il mondo della creazione musicale senza problemi.
Con Fantastic Tales of the Sea gli Hannah non hanno cambiato completamente il loro sound musicale, infatti la voce soprattutto di Lucy Formoli li mantiene in quell’area sonora già presente nelle loro precedenti produzioni.
Tuttavia, il loro suono distintivo è stato arricchito in termini di intensità e vigore, risultando in un’energia aggiuntiva manifestata in una nuova ma altrettanto deliziosa indie-pop.
Fantastic Tales of the Sea è ancora perfettamente marchiato The Hannah Barberas con un valore aggiunto.

Ascolta l’album

Hüsker Dü — Warehouse: Songs And Stories (1987)

Prima dei R.E.M., dei Sonic Youth e dei Nirvana, un altro grande gruppo del circuito alternativo a stelle e strisce fu ingaggiato da una major, per provare a dimostrare che certo rock nato e maturato nei bassifondi poteva diventare un business: si trattava di un trio originario di Minneapolis, con un nome assurdo — “ti ricordi?” in svedese — e trascorsi di rilievo nell’ambito dall’hardcore più feroce e senza compromessi, la cui leadership era divisa tra due compositori e cantanti impegnati anche alla chitarra (Bob Mould) e alla batteria (Grant Hart). Finì nel peggiore dei modi, quel sodalizio che pure aveva fruttato sette album e mezzo, di cui due doppi, in appena sei anni: con furibondi litigi e tanta amarezza. E finì, ironia del destino, poco dopo l’uscita del capolavoro che ne rappresentò lo zenit qualitativo e che quindi, suo malgrado, interpretò il ruolo un po’ sinistro dell’epitaffio.

Secondo lavoro marchiato Warner, dopo il quasi altrettanto imperdibile Candy Apple Grey, questo doppio vinile esalta la (purtroppo) definitiva maturità di una band che, lasciatasi alle spalle la lancinante crudezza degli esordi (documentata al meglio dal non meno monumentale Zen Arcade del 1984), aveva imparato a conciliare vigore punk e squisita indole pop in un songwriting di eccelsa caratura: lo fa con venti eccezionali brani — doveroso citare almeno Ice Cold Ice, la cui furibonda incisività non riesce a nascondere marcate influenze Beatles, e il più malinconico Standing In The Rain — all’insegna di un suono scabro, sfilacciato, spigoloso e distorto, splendidamente vivo e profondo anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. Pur avendo firmato con una multinazionale, gli Hüsker Dù hanno rappresentato per la scena indie degli ’80 ciò che i Fugazi sono poi stati per quella del decennio successivo. un simbolo e un modello, attitudine oltre che musicale. E la dimostrazione inequivocabile che partendo da pochi accordi rabbiosi e suonati velocissimamente si poteva arrivare molto, molto lontano.

a2b di Junk Harmony (2023)

Questo disco nasce mettendo insieme dei brani registrati, archiviati e dimenticati nel disco rigido del computer di Junk Harmony… e che poi per fortuna sono stati ripresi!

Le canzoni sono spesso introspettive, ricercate e vulnerabili. Confessioni ansie e frustrazioni sono al centro della scena che Tom grazie alla sua maestria riesce a trasformare in belle ballate. Non manca una certa sperimentazione e un uso della “bassa” voce da rendere il tutto confezionato a dovere… altro che nel cestino del computer.

Ascolta l’album

Boomerang Town di Jaimee Harris (2023)

Boomerang Town della trentenne texana Jaimee Harris è un album molto riflessivo, emotivo e magistrale che annuncia con fermezza le sue doti vocali e come scrittrice. Album pensato da lungo tempo, contiene composizioni nate persino prima del suo esordio ufficiale, e accumula impressioni su vita personale, amicizie perdute, famiglia e società americana in tempi di conflitto e pandemia. Boomerang Town sembra fare tesoro di questo percorso con un ciclo di canzoni dalla forte coesione musicale e lirica.

Ascolta l’album

John Lee Hooker — The Healer (1989)

“L’album blues più venduto in assoluto per uno dei più grandi bluesman ancor oggi in circolazione”, recitava la pubblicità del disco a fine anni novanta, poco prima della morte avvenuta nel 2001 a ottantaquattro anni.

Il termine “blues” è probabilmente più abusato che usato in questo disco che, sinceramente ho ascoltato fino alla nausea, per la sua immediatezza, per la sua ascoltabilità ma non certamente per la sua sonorità marcatamente blues.

Con questo disco, la chitarra più corteggiata del rock insieme a Muddy Waters e anche l’unico a uscire e imporsi dal ghetto di Detroit, ritorna con un album sensazionale che riassume e condensa tutte le indicazioni e i significati della sua arte e del suo modo di intendere il blues.

Premiato con molti Grammy Awards, il primo brano omonimo del disco è “il miglior singolo del 1989”, il canto caldo e profondo di Hooker accompagnato dalla chitarra di Carlos Santana e dal suo gruppo, creano un mix esplosivo, musica caraibica arricchita dallo spirito del Mississipi. I brani che seguono presentano ancora duetti d’eccezione con Robert Cray, Canned Heat, Los Lobos, Charlie Musselwhite. Meritano una citazione a parte la sensuale I’m in the mood, in cui Hooker duetta con Bonnie Raitt, cantante e chitarrista straordinaria, l’intrigante Sally Mae con George Thorogood alla slide guitar ed infine il pezzo di chiusura No Substitute, dove un solitario Hooker evoca atmosfere che ci riportano indietro nel tempo, alla schiavitù, alla malinconia e alla sofferenza del popolo afro-americano costretto a vivere ai margini della società, ma in cerca di un riscatto attraverso l’espressione della propria cultura e della propria spiritualità.

Dentro queste superbe ballate ci sono sentimenti ed emozioni di uno stile che il tempo non potrà mai sbiadire. Questo è un album che unisce in modo molto naturale tradizione e sonorità moderne; tutto questo grazie anche al lavoro di Roy Rodger, sapiente produttore del disco che riesce a creare l’ennesimo capolavoro di John Lee Hooker.

John Hiatt — Same Old Man (2008)

Diciamolo… non mi convince molto questo “Same Old Man” ultimo disco di John Hiatt, songwriters tra i miei preferiti da sempre. Non riesce questo lavoro a far premere continuamente il tasto play del riproduttore musicale. Poco a che vedere con l’ultimo e buono “Master of Disaster”, niente con l’ottimo “Crossing Muddy Waters” o con “Slow Turning”, anni luce dal capolavoro “Bring the Family”.
L’unica cosa che ancora riesce a convincermi è la sua voce, grande e affascinante, nonostante gli anni ne consumino il timbro, rimane sempre unica e profonda. Ma la voce da sola a volte non basta a far apprezzare un disco o almeno non in questo caso.
Le undici canzoni che compongono l’album sono essenzialmente semplici, povere, acustiche, il suono è orientato verso il folk, il country e il blues, niente di particolarmente nuovo anzi, il disco suona da “già sentito”.

“E’ un disco tutto mio anche perchè si parla fondamentalmente di me; diciamo che non avevo nessuno con cui scambiare opinioni”

I testi sono rivolti al passato, è il titolo stesso che lo suggerisce, un passato però senza tante nostalgie, senza particolari malinconie, ma con buone dosi d’ironia e sarcasmo. Hiatt parla della sua vita che, certamente facile non è stata (soprattutto a causa delle morti familiari), racconta delle sue esperienze di uomo, di musicista, di artista.
Same Old Man è un album sufficiente, forse un po’ troppo abitudinario e un po’ stanco, non ci sono particolari scosse di cui Hiatt ci aveva abituato nei dischi precedenti.
L’opera è onesta ma manca d’ispirazione. Probabilmente il nostro Hiatt ha bisogno di scambiare opinioni con altri, meglio se musicisti, ha bisogno di attingere entusiasmo e questo lo può trovare solo cambiando le sue formule sonore, che ormai puzzano un po’ di stantio.