Nina Hagen

Nina Hagen, pseudonimo di Catharina Hagen, è una cantante, cantautrice e attrice tedesca nata a Berlino Est l’11 marzo 1955. Figlia dell’attrice e cantante Eva-Maria Hagen e dello sceneggiatore Hans Oliva-Hagen, Nina iniziò la sua carriera come cantante molto giovane, diventando famosa già a 17 anni con brani come “Du hast den Farbfilm vergessen” (“Hai dimenticato di prendere il rullino a colori”), una canzone ironica che prendeva in giro la vita nella Germania Est.
Dopo l’espulsione del suo patrigno e cantautore dissidente Wolf Biermann dalla Germania Est nel 1976, Nina lo seguì in Germania Ovest, trasferendosi poi a Londra dove si avvicinò al punk rock. Tornata in Germania, formò la Nina Hagen Band e pubblicò due album di successo, “Nina Hagen Band” (1978) e “Unbehagen” (1979), che aprirono la scena rock tedesca a nuovi stili come punk e new wave in lingua tedesca. Negli anni ’80 continuò la carriera solista con album di successo e divenne nota per le sue performance vocali teatrali e il suo stile eccentrico. Oltre alla musica, è anche attrice e attivista per i diritti umani e degli animali. Nina Hagen è considerata la “madrina del punk tedesco” per il suo contributo fondamentale al genere.

Hey Joe – Jimi Hendrix (1966)

Il brano “Hey Joe” ha una storia complessa e originariamente è stato scritto nel 1962 da Billy Roberts, un musicista della scena folk del Greenwich Village di New York. Prima di diventare famoso nella versione di Jimi Hendrix, “Hey Joe” fu inciso da diversi artisti e gruppi come i Leaves, i Byrds e i Love, ma nessuno riuscì a trasformarlo in un grande successo.
Jimi Hendrix, che aveva già esperienza come chitarrista con artisti come gli Isley Brothers e Little Richard, arrivò a Londra nel 1966 grazie a Chas Chandler, ex bassista degli Animals, che ne riconobbe subito il talento e lo mise in contatto con Mitch Mitchell e Noel Redding, formando la Jimi Hendrix Experience. Hendrix registrò “Hey Joe” trasformandola in una versione più lenta, con un forte spirito blues e un’atmosfera psichedelica.
Il singolo uscì nel dicembre 1966 e raggiunse la quarta posizione in classifica in Inghilterra nel febbraio 1967, lanciando Hendrix verso la fama. La canzone fu suonata da Hendrix al Festival di Monterey nel 1967, contribuendo a consolidare la sua leggenda. “Hey Joe” è diventata una “murder ballad” iconica, raccontando la storia di un uomo che uccide la sua donna infedele e tenta la fuga, tema che ha contribuito al suo fascino e alla sua rilevanza emotiva.
La canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti nel corso degli anni, spaziando dal rock al jazz, dimostrando la sua versatilità e la profondità della sua influenza nella musica popolare.

John Handy

John Richard Handy III (nato il 3 febbraio 1933 a Dallas, Texas) è un musicista jazz americano, noto principalmente per il sax contralto. È compositore, arrangiatore, polistrumentista e cantante, associato soprattutto al sassofono contralto. Ha guadagnato fama negli anni ’50 lavorando con Charles Mingus, partecipando a capolavori come “Mingus Ah Um” e “Blues & Roots”. Negli anni ’60 ha guidato diversi gruppi, incluso un quintetto il cui concerto al Monterey Jazz Festival del 1965 ha ricevuto nomination ai Grammy per “Spanish Lady” e “If Only We Knew”.
Handy ha studiato musica al San Francisco State College, ha servito nella guerra di Corea, e ha insegnato storia della musica e performance in varie università, tra cui Stanford e UC Berkeley. Tra i suoi lavori più importanti ci sono composizioni originali come “Spanish Lady” e “If Only We Knew” e opere come il “Concerto for Jazz Soloist and Orchestra”. Negli ultimi decenni ha guidato il gruppo “John Handy WITH CLASS”, una formazione innovativa che unisce jazz, blues, R&B, pop e musica modale creando un nuovo genere definito da lui “Clazzical Jazz”.
In sintesi, John Handy è un musicista jazz versatile e influente, con una lunga carriera sia come esecutore che come educatore, noto per il suo stile espressivo e composizioni premiate.

My Favorites Albums #5/100

John Hiatt – Bring The Family (1987)

[…] Bring the Family è un disco che parla di amore, verso le persone, verso la natura, verso il mondo. E’ un disco perfetto: dieci canzoni di grandissimo spessore che sanno regalare emozioni genuine e dirette. Ry Cooder suona splendidamente ed Hiatt canta come non aveva mai fatto in precedenza. Se amate il rock americano non potete certamente farvi scappare questo meraviglioso disco. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Ernie Henry

Ernie Henry è nato il 3 settembre del 1926 a Brooklyn in New York ed è morto il 29 dicembre del 1957 a New York. E’ stato un brillante sassofonista alto, il cui nome è spesso associato ai massimi vertici del bebop e dell’hard bop. All’età di 12 anni passa dal violino al sax alto, debuttando professionalmente nel 1947 con Tadd Dameron, al Famous Door di 52nd Street. Negli anni seguenti collabora con giganti del jazz come Fats Navarro, Max Roach, Dizzy Gillespie e nel 1950‑52 con Illinois Jacquet. Dopo un periodo di pausa, torna in grande stile nel 1956 con Thelonious Monk (Brilliant Corners) e ancora con Gillespie, Charles Mingus, Kenny Dorham, Wynton Kelly e altri.
Il suo suono univa l’influenza di Charlie Parker a una vena personale più “cruda” e aperta al modernismo, a tratti vicino all’avanguardia. Dopo un ritorno notevole, il suo stile venne ammirato da Eric Dolphy e si distinse soprattutto su Brilliant Corners, dove il suo solo su Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are è una performance memorabile.
Morì nel sonno a causa di un’overdose di eroina e problemi di salute, a soli 31 anni. Nonostante la carriera breve, la sua produzione musicale – tanto come sideman che come leader – è un patrimonio rilevante del jazz bebop e hard bop.

Charlie Haden

Anche il contrabbasso, soprattutto grazie alla magistrale lezione di Charles Mingus, ebbe nuovo impulso, soprattutto grazie al contributo del contrabbassista Charlie Haden, anche lui partito da Coleman e poi bandleader, a capo in certi periodi di un ampio gruppo di eccezionale intensità, una sorta di orchestra di solisti, un collettivo di forti personalità chiamato Liberation Music Orchestra. Con questo gruppo Haden ha inciso alcuni brani ispirati alla musica politica ispanoamericana che rimangono tra le migliori elaborazioni del rapporto tra musica e impegno politico. Haden è stata una delle figure centrali della «new thing», al fianco di Coleman e di Keith Jarrett, come leader della Liberation Music Orchestra e per le sue collaborazioni Ecm con Garbarek o Metheny, e ancora oggi è un solista ricercato e intenso.
Anche l’orchestra fu, dunque, un terreno fertile in quegli anni. E furono diverse, anche in questo caso, le direzioni da seguire. Il problema era quello di coniugare le nuove forme, per definizione refrattarie a strutture troppo rigide, con la disciplina e la scarsa flessibilità tipiche, almeno in apparenza, delle formazioni orchestrali. Una sfida alla quale non mancarono risposte di grande interesse.

Sunny Henry

Il 17 novembre del 1885 nella Magnolia Plantation, in Louisiana, nasce il trombonista Charles Henry, detto Sunny. Fu un trombonista di spicco nella tradizione delle brass bands di New Orleans. Attivo fin dagli anni 1900, suonò con formazioni come l’Eclipse Brass Band, Excelsior Brass Band, John Robichaux e la Works Progress Administration band. Negli anni ’40 divenne membro fisso dei Young Tuxedo Brass Band, poi Eureka Brass Band fino alla sua morte nel 1960. Riconosciuto come figura chiave di quel tradizionale sound new‑orleansiano.
Negli anni della depressione si esibisce regolarmente, come primo trombone, con la W.P.A. Brass Band diretta da Louis Dumaine. Durante la seconda guerra mondiale entra a far parte della Young Tuxedo Brass Band e, negli anni Cinquanta, della Eureka Brass Band con la quale registra dei dischi che hanno una notevole importanza almeno sotto il profilo storico dal momento che consentono di avere una attendibile idea del sound delle brass band primigenie di cui non esistono documenti discografici. Sunny muore a New Orleans il 7 gennaio 1960.

John Hiatt — Mystic Pinball (2012)

Sono trascorsi quasi quarant’anni dalla sua prima pubblicazione “Hangin’ Around the Observatory” targata 1974, in mezzo ci sono vent’uno dischi, alcuni memorabili come Bring the Family del 1987 e il successivo Slow Turning del 1988, altri ottimi come Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e The open Road, alcuni sufficienti, tra gli ultimi Same Old Mandel 2008. Ora, dopo la sua ultima prova Dirty Jeans and Mudslide Hymns dell’anno scorso, disco che non ho avuto il piacere di ascoltare, ritorna con questo Mystic Pinball ed è ancora buona musica.

Hiatt è un grande scrittore, le sue canzoni ne sono la testimonianza. La sua peculiarità è proprio quella di adattare il suono, le note alle parole dei testi che tanto facilmente e soprattutto bene gli riescono. Detto questo è chiaro che la musica non diventa primaria nel suo modo di comporre. Ha il grande dono di saper creare personaggi, di saper risaltare le loro debolezze, la loro disperazione e occasionalmente i loro momenti felici, e tutto questo riesce a farlo con un senso dell’umor assai marcato. Le sue canzoni sono fatte di parole e immagini contornate da musica e anche questo suo ultimo lavoro ne è il chiaro esempio.

In Mystic Pinball, Hiatt esplora i temi della quotidianità affettiva come l’amore, il tradimento, la perdita e la felicità. Temi che per un sessant’enne (compiuti il venti agosto scorso) possono risultare forse “fuori tempo” ma è la sua anima “giovanile” ad avere il sopravvento e probabilmente anche quella che lo fa rigenerare di volta in volta.

Dodici i brani presenti con ballate, chitarre e pianoforte tra i marcatori dell’album. Un disco nel suo genere senza particolari rivelazioni, senza nessun azzardo. Forse qualcuno si aspettava qualcosa di più, forse l’uscita dei suoi album andrebbe un po’ diradata, forse… va bene comunque.

I fans saranno contenti lo stesso, gli altri meno.

Mississippi John Hurt: un bluesman originale ma dimenticato

Il 3 Luglio del 1893, a Teoc, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande “bluesman” Mississippi John Hurt (vero nome John Smith Hurt). La sua data di nascita è comunque controversa e misteriosa, e talvolta viene indicata nell’8 marzo o nel 2 luglio. Ottavo di dieci fratelli, Hurt imparò come autodidatta a suonare la chitarra all’età di nove anni. Il primo strumento – di seconda mano – gli venne acquistato dalla madre per un dollaro e mezzo. Imparò ad amare la musica da William H. Carson, conosciuto alla St. James School di Avalon e trascorse buona parte dell’adolescenza suonando musica old time per amici ed avventori di danze campestri. Negli anni venti lavorò come bracciante di fattoria. Fu un cantante e chitarrista che coniugò il Blues con il Country, il Bluegrass, il Folk ed il Rock’n’Roll. Espresse uno stile personale particolare sia nel canto che nel suono della chitarra capace d’influenzare molti artisti americani del XX° secolo. Aveva creato un genere musicale che è stato riduttivamente archiviato sotto il nome blues ma che, al contrario, era molto più vasto e aperto, grazie a quei fondamentali scambi tra la musica nera e bianca nati tra i vari spettacoli itineranti o i vari medicine show che poi – se ci pensiamo bene – stanno alla base della musica americana. Iniziò a registrare dischi nel 1923, ma a causa della grande crisi del crollo della borsa degli anni 20, andò presto nel dimenticatoio, fino a quando, addirittura negli anni ’60, fu riscoperto, ne fu rivalutata l’originalità e la modernità e fu invitato a tenere concerti ovunque, dalle Università di vari Stati americani ad i grandi Festival come il “Newport Folk Festival” ed ebbe anche varie opportunità di visibilità in show televisivi. Purtroppo godette molto poco del suo nuovo successo in quanto morì per un infarto il 2 novembre 1966 a Grenada, nel Mississippi. Un’artista dall’animo gentile, dimenticato, che ha vissuto in grande semplicità e modestia e che è un dovere ricordare.

Herbie Hancock, un talento irrequieto

Herbie Hancock è uno dei musicisti jazz più influenti e innovativi di tutti i tempi, noto per la sua capacità di fondere diversi generi musicali e spingere i confini del jazz verso nuove direzioni. Nato a Chicago il 12 aprile 1940, Hancock è un pianista, tastierista, compositore e produttore che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica, sia come solista che come membro di band leggendarie.
Hancock iniziò a suonare il piano da bambino e presto dimostrò un talento straordinario. A 11 anni si esibì con la Chicago Symphony Orchestra, e da giovane studiò ingegneria elettrica e musica. La sua grande occasione arrivò nel 1963, quando si unì al Quintetto di Miles Davis, una delle formazioni più importanti nella storia del jazz. Insieme a Davis, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, Hancock contribuì a creare un nuovo linguaggio musicale che mescolava il jazz modale e l’improvvisazione con influenze elettroniche e sperimentali.
Parallelamente alla sua carriera con Davis, Hancock iniziò a pubblicare album solisti, molti dei quali sono diventati classici del jazz. Album come “Maiden Voyage” (1965) e “Speak Like a Child” (1968) misero in evidenza la sua sensibilità melodica e la sua creatività armonica. Negli anni ‘70, Hancock sperimentò ulteriormente, diventando uno dei pionieri del jazz fusion con album come “Head Hunters” (1973), un’opera che mescolava jazz, funk e musica elettronica. Il singolo “Chameleon” divenne una pietra miliare del genere e mostrò il suo uso innovativo dei sintetizzatori.
Durante gli anni ’80, Hancock continuò a esplorare nuovi suoni e stili. Il suo brano “Rockit” (1983) fu un successo globale e gli valse un Grammy Award. La canzone, con il suo uso rivoluzionario di scratch di DJ e suoni elettronici, portò il jazz verso la musica pop e hip-hop.
Hancock ha continuato a reinventarsi nel corso dei decenni, collaborando con artisti di tutti i generi musicali, dai grandi del jazz come Wayne Shorter e Joni Mitchell, ai musicisti contemporanei. Il suo album “River: The Joni Letters” del 2007 vinse il Grammy Award per l’Album dell’Anno, un riconoscimento raro per un’opera jazz.
Herbie Hancock non è solo un innovatore musicale, ma anche un influente ambasciatore della musica globale. Ha esplorato influenze provenienti da culture di tutto il mondo e ha sempre spinto verso un dialogo tra il jazz e altre forme musicali. La sua capacità di adattarsi e rimanere rilevante in diversi contesti musicali lo ha reso una figura unica nella storia della musica.