My Favorites Albums #11/100

Peter Gabriel – So (1986)

[…] Con So inizia il lavoro di recupero e di riattualizzazione delle sonorità etniche. Il suono d’Africa insegue il sogno di trovare una nuova “Heartland” fatta di suoni, di respiri, di anime che si inseguono.
Il sogno si avvererà in seguito con la sua personale label Real Word, progetto riuscito di promozione filantropica di vari talenti ma So rimane indubbiamente l’archetipo seminale. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Johnny Guarnieri

Johnny Guarnieri (nato il 23 marzo 1917) è stato un pianista jazz e stride americano nato a New York City. Considerato uno dei più talentuosi pianisti degli anni ‘40, Guarnieri era noto per la sua capacità di imitare da vicino artisti come Fats Waller, Count Basie e Art Tatum. Nato in una famiglia con una forte tradizione musicale (discendente dei celebri liutai Guarneri), iniziò a suonare il pianoforte all’età di 10 anni e debuttò professionalmente nel 1937 nell’orchestra di George Hall.
La sua carriera include importanti periodi nelle orchestre di Benny Goodman e Artie Shaw, con quest’ultimo dove suonò anche il clavicembalo, diventando uno dei primi musicisti jazz a usarlo in registrazioni. Negli anni ‘40 suonò come sideman con artisti di rilievo come Louis Armstrong, Coleman Hawkins e Lester Young e guidò il suo gruppo “Johnny Guarnieri Swing Men”. In seguito si dedicò anche all’insegnamento e alla registrazione su un’etichetta da lui fondata. Morì nel 1985 a Studio City, California, dopo una lunga carriera che lo rese un punto di riferimento nel jazz e nel pianismo stride.

Angel Gatti

Angel ‘Pocho’ Gatti (Buenos Aires, 28 gennaio 1930 – Parigi, 22 gennaio 2000) è stato un pianista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore argentino di jazz. Figlio di un violinista dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Colón di Buenos Aires, iniziò la sua carriera musicale come clarinettista nella Banda Sinfonica Municipale di Buenos Aires prima di dedicarsi al pianoforte.
Negli anni Quaranta si trasferì negli Stati Uniti, vivendo soprattutto a New York, dove studiò e collaborò con grandi nomi del jazz e della musica pop, come Frank Sinatra, Sarah Vaughan e Nat King Cole. Nel 1961 si trasferì in Italia, dove rimase circa dieci anni, partecipando a vari festival jazz e fondando nel 1968 la sua Grande Orchestra con alcuni dei migliori solisti italiani.
Gatti fu anche arrangiatore e direttore d’orchestra per molti importanti interpreti italiani, come Ornella Vanoni, Johnny Dorelli, Bruno Lauzi e Iva Zanicchi, e partecipò più volte al Festival di Sanremo. Negli anni ’70 tornò in Argentina, dove formò una nuova big band e partecipò a varie produzioni discografiche. Negli anni ’80 si stabilì in Svizzera, poi agli inizi degli anni ’90 si trasferì a Parigi, città in cui visse fino alla sua morte nel 2000.
La sua attività fu caratterizzata dalla direzione orchestrale e dall’arrangiamento, con importanti esperienze in Argentina, Italia e Francia, e lasciò una ricca eredità musicale nel mondo del jazz latino e europeo.

Hank Garland

Walter Louis Garland nato l’11 novembre del 1930 è noto professionalmente come Hank Garland. E’ stato un chitarrista e cantautore statunitense. Iniziò come musicista country, suonò il rock and roll quando divenne popolare negli anni ’50 e pubblicò un album jazz nel 1960. La sua carriera fu interrotta bruscamente quando un incidente d’auto nel 1961 lo lasciò incapace di esibirsi. Iniziò con la chitarra a soli 6 anni; a 16 era già impegnato a Nashville e a 18 pubblicò il successo “Sugarfoot Rag”, disco da oltre un milione di copie. Fu membro del celebre “A‑Team” di session-men di Nashville. Collaborò con artisti del calibro di Elvis Presley, Patsy Cline, Roy Orbison, Everly Brothers, Brenda Lee, e suonò l’intro di “Jingle Bell Rock”. Nei tardi anni ’50 e inizio ’60 si dedicò al jazz: incise Jazz Winds From a New Direction (1961) con Gary Burton, Joe Morello e altri, e si esibì al Newport Jazz Festival e in club come Birdland a New York. Era noto per la sua versatilità, passando agevolmente da country a rock, folk o jazz, con linee fluide e grande senso del swing.
Hank Garland è stato un gigante silenzioso della chitarra: capace di dominare sessioni country, influenzare la nascita del rock e poi innalzarsi nel jazz, con una tecnica brillante e uno stile unico. Il suo tragico incidente ha interrotto troppo presto una carriera straordinaria, ma il suo suono continua a ispirare chitarristi in ogni genere.

Andy Gibson

Albert “Andy” Gibson è nato il 6 novembre del 1913. E’ stato un trombettista, arrangiatore e compositore jazz statunitense. Iniziò con il violino, poi passò alla tromba e suonò in orchestre swing come quelle di Lew Redman, Zack Whyte, McKinney’s Cotton Pickers, Blanche Calloway, Willie Bryant e Lucky Millinder. Nel 1937 smise di suonare per diventare arrangiatore e compositore, lavorando con veri giganti come Duke Ellington, Count Basie, Cab Calloway, Charlie Barnet e Harry James. Durante la Seconda guerra mondiale guidò una sua big band nell’esercito statunitense (1942–45). Dopo il servizio militare lavorò nuovamente con Barnet e poi si orientò verso il rhythm & blues, diventando direttore musicale per King Records tra il 1955 e il 1960. Viene ricordato come uno dei più raffinati e meno celebrati arrangiatori dell’era dello swing. Morì prematuramente a 47 anni, a causa di un infarto, nella sua città di Cincinnati.

Thurman Green

Il 12 agosto 1940 a Longview, nel Texas, nasce il trombonista Thurman Gree, registrato all’anagrafe con il nome di Thurman Alexander Green.

Thurman Green è noto per il suo contributo alla scena jazz di Los Angeles. Ha lavorato con molti musicisti di fama, contribuendo sia come solista che come musicista d’ensemble.
Green ha collaborato con artisti di spicco come Horace Tapscott, Gerald Wilson, Ella Fitzgerald e Lionel Hampton. Era anche membro dell’Horace Tapscott’s Pan Afrikan Peoples Arkestra, una formazione nota per il suo impegno nel promuovere la cultura afroamericana attraverso il jazz.
Il suo stile al trombone era caratterizzato da un suono caldo e melodico, con un’approfondita comprensione dell’armonia jazz e una grande versatilità nell’interpretare diversi stili, dal bebop al free jazz.
Nonostante non abbia raggiunto un vasto riconoscimento commerciale, Thurman Green è molto rispettato dagli appassionati di jazz e dai musicisti per il suo talento e il suo contributo alla scena musicale.

Charlie Gaines

L’8 agosto 1900 nasce a Philadelphia, in Pennsylvania, il trombettista Charlie Gaines, conosciuto anche con il soprannome di Devil, diavolo.

Charlie Gaines (1900-1986) è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz degli anni ’20 e ‘30. Nato a Filadelfia, Gaines iniziò la sua carriera musicale suonando in orchestre locali prima di trasferirsi a New York, dove entrò a far parte di alcune delle big band più celebri dell’epoca.
Negli anni ‘20, Gaines suonò con la Earl Walton Orchestra e con la band di Fess Williams, contribuendo a definire il suono delle formazioni jazz dell’epoca. Era conosciuto per il suo tono caldo, il fraseggio elegante e l’abilità nell’improvvisazione, caratteristiche che lo resero un trombettista molto richiesto sia in studio di registrazione sia nelle esibizioni dal vivo.
Charlie Gaines ebbe anche una carriera come bandleader, guidando gruppi nei locali notturni di Filadelfia e New York. Oltre alla tromba, era anche cantante e compositore; uno dei suoi brani più noti è “Anticipation Blues”.
Sebbene non abbia raggiunto la fama internazionale di altri trombettisti del suo tempo, il contributo di Gaines è stato significativo per l’evoluzione del jazz tradizionale verso lo swing. La sua carriera musicale continuò per diversi decenni e il suo lavoro viene ricordato per il suo stile sofisticato e raffinato.

Biko – Peter Gabriel (1980)

Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid.
Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa.
Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano.
L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale.
“Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.

Benny Goodman: the “King of the Swing”

Benny Goodman  (30 maggio 1909 – 13 giugno 1986) è stato un clarinettista e bandleader americano, celebrato come “Re del Swing” per la sua influenza nello sviluppo e nella diffusione del jazz swing negli anni ’30 e ’40. Nato a Chicago, Goodman ha iniziato a suonare professionalmente a 12 anni, affinando le sue abilità tecniche e l’impegno per la perfezione. Il suo trio (1935–1938) e successivamente la sua big band (1935–1946) sono diventati icone, trasformando il jazz da un fenomeno di nicchia a un fenomeno culturale mainstream.
Goodman è stato pioniere nel jazz di alto livello, fondendo swing con un’eleganza orchestrale. La sua interpretazione di “Sing, Sing, Sing” (1937), registrata con la sua band, è diventata iconica, evidenziando la sua energia dinamica e la sua leadership. Ha anche aperto la strada alla fusione del jazz con la musica classica, suonando concerti con orchestre sinfoniche e promuovendo i compositori jazz.
Un aspetto significativo della sua carriera è stata la formazione della prima band jazz integrata, che includeva artisti come Teddy Wilson, Lionel Hampton e Gene Krupa. Questo atto progressista ha sfidato le norme di segregazione dell’epoca, contribuendo a cambiare le percezioni sociali della musica jazz.
Il suo concerto del 1938 al Carnegie Hall è stato uno dei primi concerti di jazz a registrare un sold-out, segnando un momento storico per il genere. Anche dopo aver smesso di suonare con la sua band, Goodman ha continuato a esibirsi e registrare fino alla morte, mantenendo il suo amore per la musica.

Vedi cara – Francesco Guccini (1970)

Le canzoni, nel 90 per cento dei casi, e in tutto il mondo, sono canzoni d’amore. Il che vuol dire che ogni situazione amorosa è stata raccontata, illustrata, interpretata, sviscerata, analizzata da autori in ogni dove e in ogni epoca. Le canzoni d’amore, quindi, possono avere milioni di forme diverse, essere appassionate e tristi, stupide e semplici, complesse e avvincenti, possono essere ballate in maniera lenta o scatenata, o ascoltate da soli al buio.
Ma tutte devono avere una caratteristica irrinunciabile, devono sembrare o essere, possibilmente, vere, perché noi ci si possa in quelle canzoni ritrovare, riconoscere, perché possano essere un modo per condividere una gioia, una passione, anche una difficoltà o una sofferenza. Francesco Guccini di canzoni d’amore non ne ha scritte tante in realtà, ma quando l’ha fatto la verità è stata sovrana assoluta. Del resto, è così in tutto il canzoniere di Francesco Guccini, uno dei più importanti autori della nostra storia musicale, è così perché anche quando la sua fantasia prende il sopravvento, anche quando le sue storie diventano fantatiche o addirittura misteriose, è difficile non lasciarsi rapire dal racconto e crederci. Guccini ci ha anche raccontato di sé, dei suoi amori, e lo ha fatto sempre in maniera particolare, non ovvia, evitando ovviamente la classica rima baciata “sole-cuore-amore”, ma provando a esplorare lati del sentimento amoroso che la nostra canzone ha illuminato poco. Come nel caso di Vedi cara. È un brano del 1970, presente in Due anni dopo, secondo album di Guccini, ed è scritto come se l’amata a cui la canzone è diretta se realmente davanti a lui, come se non si trattasse di una canzone ma di un discorso fatto a quella che all’epoca non era ancora moglie, Roberta Baccilieri, che sposerà l’anno seguente. È una canzone bellissima e strana, che non ha un vero ritornello ma ben ventidue strofe in cui il cantautore prova a spiegare le difficoltà che in quel momento attraversava.