Susan Meiselas

USA. New York CIty. 1978. Little Italy.

Nata a Baltimora, Maryland, USA, nel 1948, Susan Meiselas ottiene nel 1971 il suo Master in Pedagogia ad Harvard. Nello stesso anno diventa assistente di Frederick Wiseman per la realizzazione del documentario Basic Training. Negli anni 1972-1974 anima una serie di workshop per insegnanti e ragazzi nel quartiere di South Bronx, a New York. Con l’aiuto di borse di studio, soprattutto delle Art Commissions del Sud Carolina e Mississippi, realizza programmi educativi sulla fotografia nelle scuole delle aree rurali. La trasmissione di idee e griglie interpretative della realtà, storia orale e documentazione fotografica, sono gli argomenti intorno a cui ruotano i suoi diversi progetti. Nascono in questo modo Leam to See, realizzato come consulente per la Polaroid e A Photographic Genealogy.
Nel 1976 entra a Magnum Photos grazie al suo lavoro sulle “Carival Strippers”. In seguito parte per il Nicaragua dove arriva poco prima che le ostilità scoppino tra i sandinisti e la Guardia Nacional di Somoza. Con coraggio e partecipazione documenta le varie fasi dell’insurrezione e le sue immagini le valgono la Medaglia d’oro intitolata a Robert Capa per “‘incredibile coraggio e la documentazione”. L’America Centrale resterà per molti anni uno dei centri nevralgici della sua vita e del suo lavoro. Nel 1982 riceve il premio Leica of Excellence, come miglior fotogiornalista dell’anno. Nel 1992 ottiene il MacArthur Fellowship e nel 1994 il premio dell’Hasselblad Foundation.
Ha pubblicato sulle principali riviste internazionali e le sue foto sono state raccolte in una serie di mostre presentate in tutto il mondo. Ha firmato come autrice e come curatrice i volumi Leam to See (1975), Carnival Strippers (1976 – riedito recentemente), Nicaragua (1981), El Salvador: The Work of 30 Photographers (1983), Chile from Within (1981), Kurdistan. In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2002), Encounters with the Dani (2003). Ha co-diretto due film documentan: Living at Risk: The Story of a Nicaraguan Family (1986) e Pictures from a Revolution (1991) con Richard P. Rogers e Alfred Guzzetti.

Il SitoInternational Center of PhotographyMagnum Photos

Werner Bischof

Werner Bischof nasce a Zurigo il 26 aprile 1916. Inizialmente vuole diventare pittore ma, seguendo le indicazioni del padre che per lui voleva una formazione più tecnica, si iscrive alla mitica Scuola di Arti Applicate di Zurigo, dove studia anche fotografia e dove resterà “affascinato per le illimitate possibilità espressive del mezzo”. Si afferma rapidamente come fotografo e designer pubblicitario cominciando a pubblicare nel 1942, per la rivista Du, i suoi esperimenti sulla luce.
In collaborazione con Schweizer Spende, un’organizzazione svizzera d’aiuto alle popolazioni sinistrate, Bischof inizia nel 1945 un viaggio attraverso l’Europa che lo porterà dapprima in Germania, Francia e Olanda, poi in Italia, Grecia, Ungheria, Romania, Polonia, Finlandia e Inghilterra. Durante la permanenza in Italia conosce Rosellina Mande che sposerà nel 1949. Un anno più tardi nasce il primogenito Marco.
Nello stesso periodo lavora per il Picture Post, Illustrated, Epoca, The Observer e diventa membro di Magnum Photos.
È in India, nel 1951, quando riceve l’incarico per un servizio in Corea.
Vi si recherà tre volte, partendo da Tokyo, dove fissa la sua base operativa. Sarà proprio il Giappone a costituire per lui un’autentica rivelazione, come appare nel suo libro Giappone, pubblicato nel 1954.
Nel 1952 è in Indocina, dove lavora per Paris Match per cui deve scattare alcuni ritratti “eroici” delle truppe francesi. Assolverà l’incarico, ma le immagini più belle saranno quelle realizzate, fuori dal lavoro, in un piccolo villaggio chiamato Barau.
Di ritorno a Zurigo, sente ben presto la necessità di rimettersi in viaggio: il suo sogno ora è il Sudamerica. Nel settembre del 1953 è a New York, in cerca di finanziamenti per un viaggio in Perù: vuole “raggiungere le montagne, la giungla e le sue popolazioni sconosciute”. Il 16 maggio 1954 Bischof muore, insieme a due accompagnatori, precipitando con l’automobile in un burrone nelle Ande. Nove giorni dopo Rosellina darà alla luce il loro secondo figlio Daniel; lo stesso giorno in cui Robert Capa, calpestando una mina, muore in Indocina.

Il SitoGrandi FotografiMagnum Photos

Abbas

Nato fotografo, Abbas è un iraniano trapiantato a Parigi. Dal 1970 al 1978, pubblica sulle riviste internazionali le immagini dei confitti politici e sociali dei Paesi del Sud del mondo, tra cui il Biafra, il Bangladesh, il Vietnam, il Medio Oriente, il Cile, il Sudafrica con un notevole articolo sull’apartheid. Tra il 1978 e il 1980 copre la Rivoluzione iraniana e farà ritorno al suo Paese natale solo nel 1997, dopo diciassette anni di esilio volontario. Il suo libro Iran Diary 1971-2002 è un’interpretazione critica della storia dell’Iran attraverso le sue immagini e pagine del suo diario personale. Tra il 1983 e il 1986 si reca in Messico dove fotografa il Paese nello stesso modo in cui si scrive un romanzo. Una mostra e un libro, Return to Mexico, Journeys Beyond the Mask, con alcuni brani del suo diario di viaggio, lo aiutano a definire il proprio stile e linguaggio fotografico.
Dal 1987 al 1994, dallo Xinjiang al Maghreb, fotografa il mondo islamico in un momento di grande espansione. Spinto dal desiderio di comprendere le tensioni interne che tormentano le società musulmane, il suo libro Allah O Akoar, viaggio negli Islam del mondo illustra le contraddizioni di un’ideologia che s’ispira a un passato mitico e che aspira alla modernità e alla democrazia. Dal 1995 al 2000 percorre le terre del cristianesimo, proprio quando l’anno 2000 impone al calendario universale questa religione come simbolo del potere dell’Occidente. Il suo libro Voyage en Chrétientés e la sua mostra itinerante esplorano questa religione non solo come rituale, ma anche come fenomeno politico e spirituale. Dal 2000 al 2002 Abbas fotografa il paganesimo delle società tradizionali e quello che rinasce in una serie di nuove sette, definite dallo stesso Abbas come neo-pagane. Attualmente il fotografo lavora sul tema del confronto tra le religioni nelle loro componenti culturali più che dottrinali, che stanno lentamente sostituendo le ideologie politiche nei conflitti che coinvolgono sempre più nuove regioni del mondo.
Abbas è membro di Magnum Photos dal 1981.

Il Sito121 ClicksMagnum Photos

Harry Gruyaert

Nato ad Anversa, in Belgio, nel 1941, Harry Gruyaert si avvicina ben presto al mondo dell’immagine grazie al padre, insegnante di tecnica fotografica presso la Gevaert. Dopo gli studi all’École du Cinéma et de la Télévision di Bruxelles (1960-1963), lavora, nei primi anni Sessanta, come direttore della fotografia per la rete televisiva fiamminga. Nel 1965 scopre il Marocco, dove tornerà molto spesso nei successivi vent’anni.
Decide di diventare fotografo a tempo pieno e si avvicina al mondo della fotografia di moda (assignments per Elle e altre riviste). Comprende che non è la moda a interessarlo, ma i luoghi in cui le foto sono scattate: sempre più si dedica a una fotografia personale, di ricerca. A Londra, nel 1972, realizza il suo primo lavoro di ampio respiro, TV Shots: fotografie di uno schermo televisivo, realizzate all’interno di una camera da letto, che catturano immagini delle Olimpiadi di Monaco di Baviera o dei primi voli della navicella Apollo.
Si trasferisce a Parigi ma continua a viaggiare, e nel 1976 riceve l’importante premio Kodak della critica fotografica per le immagini sul Marocco. Allarga nel frattempo il proprio orizzonte con intensi reportage in Egitto, India, Vietnam, Medio Oriente, Yemen, Cina e Italia.
Continua anche a visitare il suo Paese e a fotografarlo (il frutto di questo lavoro verrà raccolto nel volume Made in Belgium, 2000).
Nel 1981 entra a far parte di Magnum Photos. Nel corso degli anni, accanto ai progetti più personali, affianca assignments per importanti riviste, come il National Geographic, lavori di corporate per numerose industrie (Renault, Audi, Ford, Elf, Iveco, Lavazza ecc.) o missioni fotografiche per istituzioni pubbliche (i reportage su Madrid, 1992, in Francia sulla baia della Somme, 1990, e a Digione, 1995).
Importanti mostre e volumi (Lumières blanches, 1986; Morocco, 1990; Made in Belgium, 2000; Rivages, 2003) raccolgono le sue foto. in ogni lavoro la ricerca è sempre costante e precisa, nel tentativo di catturare al meglio la sottigliezza della luce e la forza del colore.

Il Sito – Viaggio Fotografico – Magnum Photo

George Rodger

Nato nel 1908 a Hale, nel Cheshire, da una famiglia di origine scozzese, dopo gli studi (1921 – 25), George Rodger s’imbarca su un cargo della Marina Mercantile. Nel 1929 aveva compiuto varie volte il giro del mondo senza però aver mai visitato Londra. Dopo un periodo difficile negli Stati Uniti, durante la Depressione, lavora come fotografo per la BBC (1936 – 38), poi per l’agenzia Black Star, e le sue foto sono pubblicate su Tatler, Sketch, Bystander e Illustrated London News.
Il reportage del “Blitz” su Londra attira l’attenzione di Life e dal 1939 al 1945 diventa corrispondente di guerra per questa rivista. Documenta il fronte in Africa Occidentale, poi in Eritrea, Abissinia, Iran e Birmania. Raggiunge il Nordafrica, dove incontra Robert Capa, di cui diventa amico, poi segue lo sbarco in Italia, dalla Sicilia fino a Salerno.
Dopo aver documentato la liberazione della Francia, del Belgio e dell’Olanda, è il primo fotografo a entrare a Bergen-Belsen, nell’aprile del 1945. E un’esperienza traumatica e da quel momento Rodger deciderà di non voler più essere fotografo di guerra. Si licenzia e parte per un lungo viaggio in Africa e nel Medio Oriente, concentrandosi sempre più sugli animali, sui riti e la vita delle popolazioni africane.
Nel 1947 è uno dei membri fondatori di Magnum Photos. Durante un viaggio da Città del Capo al Cairo scatta immagini straordinarie della tribù Nuba Kordofan. Le foto appariranno prima sul National Geographic (1951), poi nel volume Village des Noubas (1955), accompagnate da un testo dello stesso Rodger. Dal 1941 al 1980 compie più di 15 spedizioni in Africa. Tra i suoi lavori: People Are People the World Over, Generation Children, un gruppo di progetti ispirati da Capa (1954), missioni per la Standard Oil e la Esso in Medio Oriente, Africa e Etiopia. I suoi reportage a colori sul Sahara, i Tuareg e la vita animale, con testi scritti dalla moglie, la giornalista Jinx Rodger, sono pubblicati dal National Geographic. Nel 1980 toma in Africa per l’ultima spedizione.
Muore nel 1995. Le sue foto, e gli scritti che spesso le accompagnano, sono state raccolte in tanti volumi e mostre itineranti.

Il Sito – MutualArt – Magnum Photo

Steve McCurry

Nato a Philadelphia nel 1950, Steve McCurry studia cinema e storia alla Pennsylvania State University. Inizialmente pensava di dedicarsi alla realizzazione di documentari, ma comincia ben presto a collaborare come fotografo con un giornale locale. Dopo tre anni decide di recarsi in India per qualche mese e comporre il suo primo vero portfolio con immagini di questo viaggio. Si fermerà invece due anni e, dopo la pubblicazione del suo primo lavoro importante sull’Afghanistan, collaborerà con alcune delle riviste più prestigiose: Time, Life, Newsweek, Geo e il National Geographic.
Membro di Magnum Photos dal 1985, McCurry ha ricevuto numerosi riconoscimenti di grande prestigio, come il Magazine Photographer of the Year, concesso dalla National Press Photographer Association nel 1984, e quattro diversi primi premi della World Press Photo nell’edizione dello stesso anno. Nel 1998 gli sono stati assegnati due premi Eisenstaed, rispettivamente per la famosa foto del bimbo coperto di polvere rossa durante un festival a Bombay e per il reportage sulla celebrazione del 50° Anniversario dell’Indipendenza in India. Sempre nel 1998 riceverà il premio Life’s Magazine World Photo e, successivamente, per due volte, l’Olivier Rebbot Memorial Award.
Oltre ai libri Portraits (1999) e South Southeast (2000), McCumy ha pubblicato anche The Imperial Way (1985), il reportage di un lunghissimo viaggio in treno nel subcontinente indiano con lo scrittore Paul Theroux, Monsoon (1988), documento straordinario di uno degli effetti climatici più devastanti del pianeta, Sanctuary (2002), una visione calma e contemplativa dei monasteri buddisti di Angkor Wat in Cambogia. The Path to Buddha, il suo ultimo libro (2003), è dedicato ai luoghi sacri del buddismo tibetano.
Il suo lavoro è stato esposto in numerosi Paesi del mondo ed è conservato in diverse collezioni pubbliche come quelle del Museo di Tokio, dell’Houston Museum of Modem Art, dell’International Center of Photography, della George Eastman House e del Philadelphia Museum of Art.

Il SitoGrandi Fotografi Magnum Photo

Ferdinando Scianna

Nato a Bagheria, in Sicilia, il 4 luglio 1943, Ferdinando Scianna inizia a fotografare negli anni Sessanta raccontando per immagini la cultura e le tradizioni della sua regione d’origine. Nel 1961 intraprende studi di Filosofia e Lettere presso l’Università di Palermo e, due anni dopo, conosce lo scrittore Leonardo Sciascia, inizio di un lungo e importante rapporto di amicizia e collaborazione. A soli ventun anni pubblica, con saggio di Sciascia, Feste religiose in Sicilia, che ottiene il prestigioso Premio Nadar.
Dopo essersi trasferito a Milano, comincia a lavorare per il settimanale L’Europeo come fotoreporter, inviato speciale, poi corrispondente da Parigi, dove vive per dieci anni. Ma Scianna non si limita a fotografare in funzione dei servizi giornalistici. Realizza ricerche personali e il suo lavoro verrà molto apprezzato da Henri Cartier-Bresson, che lo inviterà a entrare in Magnum Photos, della quale diviene membro nel 1982.
Fotografo tra i più versatili, dal 1987 in poi Ferdinando Scianna alterna il reportage in tutto il mondo con i lavori di moda e pubblicità, riscuotendo successo internazionale. Alla sua passione per la fotografia si affianca quella per la scrittura. Scianna svolge da anni un’importante attività critica e giornalistica e pubblica numerosi articoli sulla fotografia come mezzo espressivo e narrativo.
Tra i suoi libri più noti: I Siciliani (1977); L’istante e la Forma (1987); Città del Mondo (1988); Le forme del Caos (1989); Leonardo Sciascia (1989); Marpessa, un racconto (1993); Altrove, reportage di moda (1995); Dormire, forse sognare (1997); Quelli di Bagheria (2003); Bibliografia dell’Istante (2003). Alla produzione di libri si affianca quella espositiva, con mostre in prestigiosi musei e gallerie di tutto il mondo.

Il Sito Grandi FotografiMagnum Photo

Robert Capa

Robert Capa non era intenzionato a diventare un fotografo di guerra: furono le circostanze della sua vita a spingerlo. Nacque con il nome di Endre Friedmann in una famiglia ebrea di Budapest. Nel 1931, a 17 anni, fu costretto a lasciare il Paese per avere partecipato a manifestazioni contro il regime ungherese. Approda a Berlino dove troverà lavoro presso l’importante agenzia berlinese Dephot. Il direttore, Simon Guttmann, riconosce subito il suo talento e lo invia a fotografare Lev Trotskij durante una conferenza a Copenaghen.
Nel 1933, con Hitler al potere, Endre è di nuovo obbligato a partire.
Si installerà a Parigi con la speranza di guadagnarsi da vivere come fotoreporter. Ma nei primi tempi conosce la fame, la miseria e la xenofobia, mitigate solo dalle nuove amicizie. Tra questi Henri Cartier-Bresson e David Seymour – più conosciuto come “Chim” – con cui anni più tardi fonderà Magnum Photos. In questo periodo conosce anche una giovane profuga tedesca, Gerda Taro (nata Pohorylles), che diventerà sua compagna e manager. Insieme “inventano” un noto e prestigioso fotografo americano di nome Robert Capa.
Con le sue prime foto della guerra civile spagnola Endre dimostra di essere all’altezza della reputazione del celebre Robert Capa e ne assume ufficialmente il nome. Nel luglio del 1937 Gerda Taro muore in Spagna mentre fotografa la ritirata nella battaglia di Brunete.
Capa non superò mai completamente questa perdita. Negli anni successivi continuerà a fotografare i grandi conflitti: la resistenza cinese all’invasione giapponese del 1938, la seconda guerra mondiale in Europa (1941-1945), la prima guerra arabo-israeliana (1948) e la guerra d’Indocina (1954). Simbolo di tutti i fotogiornalisti che hanno rischiato la vita per la loro professione, Capa seppe comporre immagini di una dolcezza senza confronti, affreschi storici intrisi di umanità. Seppe trovare nei volti della gente quell’istante rivelatore che stempera la sofferenza in speranza.

Il Sito Grandi FotografiMagnum Photo

Henri Cartier-Bresson

“L’occhio del secolo”, o “sinonimo stesso della parola fotografia”, o ancora “l’obiettivo ben temperato”: tante definizioni hanno accompagnato Henri Cartier-Bresson e le sue immagini. E del resto, se mai è esistito uno sguardo in grado di cambiare per sempre la maniera di osservare la realtà e di pensare la fotografia, è senza dubbio quello di Henri Cartier-Bresson, il più grande tra i grandi fotografi.
Nato a Chanteloup, a pochi chilometri da Parigi, nel 1908, intraprende presto un cammino originale, fuori da ogni schema, e prima dei vent’anni lascia il liceo per dedicarsi alla pittura studiando con André Lhote. Frequenta i surrealisti: il giovane Henri li osserva, li studia e assorbe i loro insegnamenti. A 22 anni parte per la Costa d’Avorio, ma dopo un anno una febbre tropicale lo costringe a tornare in Francia dove, definitivamente, scopre la gioia di scattare fotografie. Compra una Leica, duttile e maneggevole e, in compagnia di André Peyre de Mandiargue, parte per un viaggio in Europa, tra Francia, Spagna, Italia, e poi in Messico. Lo sguardo, allenato dalla pittura e attratto dalla realtà che incontra, riesce a cogliere momenti di equilibrio raro, di perfetta composizione formale e insieme di grazia estrema. Sono gli anni delle “prime fotografie” (come verranno chiamate in una successiva mostra al MoMA di New York), un corpus visivo di incredibile forza e importanza: “dal 1932 al 1934 Henri Cartier-Bresson, grazie ad una straordinaria inventiva riuscì a dimostrare che un fotografo poteva manipolare il mondo con la stessa libertà con cui uno scultore modellava la creta, fingendo di non aver toccato nulla. Chi avrebbe mai pensato che la fotografia fosse in grado di sviluppare tali alchimie?

Il sitoGrandi Fotografi Magnum Photos

Elliott Erwitt

Elliott Erwitt nasce nel 1928 a Parigi da genitori russi. Frequenta nel 1934 le scuole elementari in Italia, dove i suoi genitori si sono trasferiti, ma nel 1939 la famiglia Erwitt decide di emigrare negli Stati Uniti. Nel 1942, a 13 anni, frequenta la Hollywood High School e, piu tardi, il Los Angeles City College. Dopo essersi trasferito a New York nel 1946, segue un corso di storia del cinema presso la New School for Social Research, barattando il costo delle lezioni con il proprio lavoro di custode presso la stessa scuola.
Nell’anno 1953, dopo il servizio militare, svolto in Europa come assistente fotografo presso l’US Army Signal Corps, Erwitt comincia a lavorare regolarmente con prestigiose testate come “Look”, “Life”, “Collier’s”, “Saturday Evening Post” e “Holiday”. Lo stesso anno entra alla Magnum Photos come fotografo associato e un anno dopo, nel 1954, ne diviene membro effettivo.
Dal 1970 all’attività fotografica si affianca quella cinematografica, che ben presto assorbe gran parte del suo tempo, con la realizzazione sia di filmati commerciali e di reportage, sia di film a soggetto.
Nel 1974, con Son of Bitch inizia la produzione di libri che, affiancata e sostenuta da mostre in gallerie e musei, registra opere tematiche (come On the Beach, del 1991 o Museum Watching del 1999) e lavori generali come il recente Snaps, realizzato nel 2001.

Il sitoGrandi FotografiMagnum Photos