Don Ellis

Don Ellis, nome completo: Donald Johnson Ellis, è nato il 25 luglio del 1934 a Los Angeles in California ed è morto il 17 dicembre 1978 a North Hollywood in California a 44 anni, per insufficienza cardiaca. E’ stato un innovatore assoluto nel mondo del jazz orchestrale e della sperimentazione ritmica. Trombettista, compositore e direttore d’orchestra, è noto per le sue complesse strutture metriche (es. 7/8, 9/4, 19/8…), per l’uso di strumenti elettronici e per una big band fuori dagli schemi tradizionali.
Don Ellis ha rivoluzionato la big band jazz per la metrica irregolare e politonalità (influenzato da musica indiana, greca, bulgara) per la strumentazione inusuale (aggiunse strumenti come sitar, violino elettrico, strumenti microtonali) per la tromba a quattro valvole (per suonare microtoni) e per l’elettronica (fu tra i primi jazzisti a usare effetti elettronici sulla tromba).
Compositore della colonna sonora del film “The French Connection” (1971), che vinse l’Oscar, la sua musica qui coniuga jazz, tensione poliziesca e avanguardia. Ha studiato con George Russell e Gunther Schuller, entrambi pionieri della Third Stream Music (fusione di jazz e musica classica contemporanea) e collaborò anche con Charles Mingus, Maynard Ferguson, e George Gruntz. Pioniere assoluto nel jazz sperimentale degli anni ’60 e ’70, ancora oggi viene studiato per le sue complesse soluzioni ritmiche e l’originalità della sua orchestrazione. Ha influenzato compositori come Frank Zappa, Maria Schneider, John Zorn e gruppi come i Snarky Puppy.

Charles Earland

Charles Earland soprannominato: “The Mighty Burner”, per la sua intensità sul palco è nato il 24 maggio del 1941 a Philadelphia in Pennsylvania ed è morto l’11 dicembre del 1999 a Kansas City nel Missouri. E’ stato un brillante organista jazz e soul-jazz, noto per il suo stile energico, groove potente e l’uso espressivo dell’organo Hammond B-3. È stato uno degli eredi più creativi della tradizione di Jimmy Smith, che ha saputo portare nel soul e nel funk degli anni ’70.
Inizia come sassofonista contralto, poi passa al tenore suonando con Jimmy McGriff e Grover Washington Jr. Passa all’organo alla fine degli anni ’50, e già nei ’60 si fa notare per uno stile pieno di soul, gospel e groove afroamericano. L’organo esplosivo che passa dallo swing profondo alle sonorità spesso funk. unisce jazz tradizionale, soul, funk, blues, gospel e a tratti psichedelia. Charles Earland fu dorato dal pubblico per la carica fisica delle sue performance dal vivo e resta uno dei più potenti e versatili organisti della storia del jazz moderno, amato tanto dal pubblico quanto dai musicisti.
“Black Talk” – un brano perfetto per capire cosa lo rendeva “The Mighty Burner”.

Kathleen Edwards – Billionaire (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Cantante acclamata, cantautrice e performer Kathleen Edwards torna con il suo attesissimo nuovo album, Billionaire. Ispirato al suo album di debutto, Failer, il nuovo album di dieci canzoni è ricco della nitidezza lirica e delle osservazioni inflessibili che contraddistinguono Edwards, ed è stato prodotto da Jason Isbell e Gena Johnson. Celebrata come una delle antesignane della moderna musica alt-country e americana, Edwards è amata da fan e colleghi musicisti, ed elogiata dal New York Times per il suo “tono buffo, attento e spietato, tutto suo. Nei suoi versi migliori, Edwards possiede il vernacolo colloquiale e l’eloquenza emotiva di una grande scrittrice di racconti”. Dal suo debutto nel 2003, Edwards ha pubblicato cinque album, tra cui “Total Freedom” del 2020, il suo primo dopo essersi allontanata dalla musica per quasi un decennio. Pubblicato con un successo travolgente e articoli pubblicati su The New Yorker, The New York Times, Rolling Stone e altre riviste, Pitchfork lo ha definito “una svolta creativa, scritta esclusivamente per il brivido della scoperta”, mentre Rolling Stone lo ha definito “devastantemente grandioso”.
Tra i primi in classifica del 2025.

Ascolta il disco

Keith Emerson: talento del “Progressive Rock”

L’11 marzo 2016, il mondo della musica ha perso uno dei suoi più brillanti talenti, il tastierista rock Keith Emerson. Nato nel 1944 a Todmorden, Inghilterra, Emerson divenne un’icona degli anni ’70, grazie al suo straordinario talento e alla sua capacità di innovare nel campo musicale.
Keith Emerson è stato un leggendario tastierista e compositore britannico, noto soprattutto per essere stato il leader e co-fondatore della band Emerson, Lake & Palmer (ELP), uno dei gruppi più influenti del rock progressivo degli anni ‘70. Emerson è considerato uno dei più grandi innovatori nell’uso delle tastiere, in particolare del sintetizzatore, e ha avuto un impatto significativo nella fusione tra musica classica, jazz e rock.
Prima di fondare ELP, Emerson divenne famoso con la band The Nice, dove iniziò a esplorare l’integrazione di elementi classici nella musica rock. Questo approccio, unito alla sua tecnica straordinaria e al suo carisma sul palco, lo rese rapidamente una figura di spicco nella scena rock britannica. Le sue esibizioni dal vivo erano spesso spettacolari, con Emerson che suonava l’organo Hammond in maniera selvaggia, inclusi momenti in cui lo “assaltava” con coltelli per mantenere le note prolungate.
Con ELP, Keith Emerson portò il rock sinfonico a nuovi livelli, grazie alla sua capacità di adattare opere classiche e jazz in composizioni moderne. Alcune delle opere più iconiche del gruppo, come “Tarkus” (1971), “Pictures at an Exhibition” (1971, basato su Mussorgsky) e “Karn Evil 9” (1973), mostrano la maestria di Emerson come compositore e interprete. La sua abilità nell’uso del Moog synthesizer, uno strumento relativamente nuovo all’epoca, ridefinì le possibilità sonore della musica rock, influenzando generazioni di musicisti.
La sua vita fu segnata da una costante ricerca di nuove sonorità e dalla voglia di spingersi oltre i limiti tecnici e musicali, ma anche da alcune difficoltà personali, soprattutto negli ultimi anni. Emerson morì nel 2016 a 71 anni, lasciando un’eredità immensa nel mondo della musica. Oggi è ricordato come uno dei pionieri del rock progressivo e come un innovatore che ha cambiato per sempre il modo di intendere e suonare le tastiere nella musica moderna.

Bill Evans: da “Star” del Jazz al baratro delle droghe

Il 16 Agosto del 1929, a Plainfield, nel New Jersey (U.S.A.) nasceva il grande pianista e compositore Jazz Bill Evans, che creò un nuovo stile pianistico influenzando molti pianisti delle generazioni successive. L’uso di un’armonia totalmente diversa, che ha lasciato il segno, la reinterpretazione personale di molti brani jazz standard, dei block chords, quasi “cantando” le linee melodiche, hanno influenzato molti dei pianisti jazz successivi e hanno riformato l’armonia jazz; è stato considerato il maggior esponente del jazz dopo la seconda guerra mondiale. Fece parte del sestetto di Miles Davis con il quale nel 1959 registrò il primo album Kind of Blue. Molte delle sue composizioni, come Waltz for Debby, sono divenute degli standard e sono state registrate da molti altri artisti. Evans ricevette ben trentuno Grammy Awards e altri sette premi, e la sua popolarità lo portò a esser incluso nella Jazz Hall of Fame. Dopo l’esperienza con Miles Davis mise su una propria formazione, con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, che divenne un trio tra i più noti nella storia del Jazz. Anche a causa dello sconcerto psicologico provato dopo la morte di LaFaro, avvenuta nel 1961 a causa di un incidente stradale, Bill Evans cadde nel giro della droga e si isolò per sei mesi. Nel 1963, con la registrazione di “Conversations With Myself”, venne utilizzato per la prima volta l’”overdubbing”, cioè la sovrapposizione delle improvvisazioni o elle tracce. Nel 1966 iniziò a suonare con il contrabbassista Eddie Gomes, felice collaborazione che durò 11 anni. Grande successo ebbero gli album “”Bill Evans at the Montreaux Jazz Festival”, “Alone” e “The Bill Evans Album”, ma il suicidio della fidanzata Ellaine, nel 1973 e quello del fratello Harry, nel 1979, fecero sprofondare Bill Evans nell’eroina e nella cocaina, con gravi conseguenze fisiche, economiche, nei rapporti umani e nella creatività artistica, portandolo alla morte nel 1980, a 51 anni, al Mount Sinai Hospital di New York. Durante la carriera ricevette 31 nominations al “Grammy Awards”, vincendone 7. Alcune sue composizioni, come “Waltz For Debby” sono divenute dei classici “standard” ed il suo nome è inserito nella “Jazz Hall of Fame”.

David Honeyboy Edwards: l’ultimo grande rappresentante del “Delta Blues”

Il 28 Giugno del 1915 a Shaw, nel Mississippi U.S.A., nasceva il grande bluesman David Honeyboy Edwards, che viene considerato l’ultimo grande rappresentante del cosiddetto “Delta Blues”. Edwards inizio la sua carriera di cantante e chitarrista a soli quattordici anni accompagnando dal vivo Wolf e Walter: il debutto vero e proprio come solista, pochi anni più tardi, avvenne nei club di Memphis. Trasferendosi a Greenwood, entrò in contatto con molti musicisti Blues, tra i quali il mitico Robert Johnson che – secondo la leggenda – era presente la notte della morte, avvenuta dopo l’ingestione di un bicchiere di whisky avvelenato, dell’icona delle dodici battute. Ebbe la sua prima occasione di registrazione discografica nel 1942, da parte di Alan Lomax, per conto della “Library of Congress”, come esempio del tipico “Blues rurale del Delta”. Pur avendo registrato dischi per case discografiche importanti come la “Chess” di Chicago e la “Sun” di Memphis, per decine di anni non riscosse successo, e diverse incisioni non videro la pubblicazione. Solo in tarda età, negli anni ’80 e ’90 venne “riscoperto”, apprezzato e portato al successo, pubblicando finalmente anche le sue primissime incisioni. Nel 2004 fu invitato a partecipare a Dallas ad un irripetibile concerto con gli ultimi grandi del “Delta Blues”, insieme a Pinetop Perkins, Henry Townsend e Robert Lockwood. Nel 2009 fu invitato alla “Biennale Musica” di Venezia, nella rassegna “La musica del novecento” e nel 2011, a 96 anni, riuscì a fare anche la sua ultima tournée negli Stati Uniti, per poi spengersi il 29 agosto per un attacco di cuore a Chicago.

Steve Earle — I’ll Never Get Out of This World Alive (2011)

Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.

In base al suddetto teorema, ‘I’ll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!

Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I’ll Never Get… un disco godibile e affascinante.

Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli.

Eagles – Desperado (1973)

A diciotto mesi dal loro omonimo disco d’esordio, le aquile pubblicano quello che li coronerà come uno dei gruppi più importanti della scena rock degli anni ’70. Nonostante le vendite lasceranno a desiderare, Desperado risulterà tra i dischi più belli dell’anno. Il quasi perfetto connubio tra country e rock sarà il motivo principale che li farà conoscere definitivamente al mondo intero.

Desperado è un concept album, le armonie, la produzione, i testi e la musicalità sono impeccabili, tali da rendere il disco avvincente e suggestivo, che si ascolta tutto d’un fiato.

Doolin Dalton è il brano d’apertura, con l’armonica in primo piano suona come un epitaffio: soldi, donna, whiskey. Twenty One è un piacevolissimo bluegrass sorretto dal dobro che si fa seguire da un rock quasi hard, Out Of Control, con chitarre distorte e Chuck Berry come ispiratore. Tequila Sunrise è uno dei momenti più belli con la Fender con lo string bender in evidenza. Desperado la title track, con la sua aria quasi gospel e l’arrangiamento orchestrale, è semplicemente splendida. Sarà uno dei pezzi del gruppo più covered in assoluto. Certain Kind Of Fool è un’altro dei brani chiave del disco, ottimo come Outlaw Man del cantautore David Blue, ballata elettrica che crea una sorta di atmosfera drammatica con le sue chitarre. Saturday Night è un altro motivo dolcissimo, l’innocenza giovanile passa presto. Ancora più significativo è Bitter Creck che sembra non lasciar speranza al fuorilegge per i quali prevede rovina certa, semplice e complesso, pacato e irrequieto. Doolin Dalton reprise chiude in bellezza l’album.

Gli Eagles hanno dato immagine e suono al sogno americano, incarnando e facendo proprio il mito californiano e lo spirito del rock & roll. Il loro segreto è la scelta di un sound efficace ed attuale, l’impiego di molte chitarre spesso complementari alle parole e la proposizione di testi densi di ispirazione e lirismo, sempre comprensibili anche quando metaforici. E proprio grazie a questo che Desperado, a cinquant’anni dalla sua uscita è ancora ricordato per le sue ballate mozzafiato.

Eight Feet Tall di Eight Feet Tall (2023)

Gran parte della musica tradizionale irlandese è musica da ballo. I brani, per lo più sonori, vengono eseguiti come danze in contesti o momenti specifici. Questo album vede la danza e la musica non solo come complementari, ma fondamentalmente come unica cosa.
Sebbene questa collaborazione rimanga profondamente tradizionale, gli arrangiamenti evidenziano i suoni della danza come elemento percussivo e armonico insieme a archi, violini e voce. Si sentirà ballare in ogni canzone, si ascolterà poliritmi completamente tradizionali.
Più che un esercizio intellettuale, è un’esperienza ‘fisica’.

Ascolta l’album

Roky Erickson with Okkervil River — True Love Cast All Evil (2010)

Prosegue bene quest’annata musicale con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”.

Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album.

Il disco è un’autobiografia in musica. Il male, la tristezza, la morte ma anche l’amore, la speranza la spiritualità sono i temi di cui parlano i testi delle sue canzoni. Dodici brani estremamente coraggiosi dove il nostro sessantatreenne cantautore mette a nudo tutta la sua vita. La sua voce intensa è profonda crea un’emozione senza pari. Il primo e l’ultimo brano del disco e non a caso, sono stati registrati durante la sua reclusione in manicomio. Nel mezzo le altre dieci canzoni, non tutte sono inedite ma sono state composte nella sua lunga carriera. Le sonorità, principalmente country e folk, sono armoniosamente costruite dagli Okkervil River i quali danno un tocco avvolgente ed incisivo.

E’ palpabile l’ottimismo che affiora in questo disco, un sentimento che ha sempre sostenuto Erickson durante la sua non certamente facile vita, fatta di orrore, incubi ed elettroshock. Lo si sente nelle ballate intense e cariche di sentimento.