Bob Dylan

Bob Dylan, giovane folksinger di origini ebraiche, al Greenwich Village aveva mosso i primi passi in un ambiente regolato dai precetti beatnik. La nuova sensibilità giovanile si formò su questa nuova coscienza, e ovviamente non poteva essere esaurita dalla divertente, ma fatua e artificiale, vitalità della musica pop a cavallo tra i due decenni. Dylan fu la risposta a nuovi bisogni. Se la «Beat generation» aveva sparso nel corso degli anni Cinquanta i semi dell’aperta contestazione alla società americana, sino all’arrivo di Dylan la musica dei giovani americani era rimasta al di fuori di quella dinamica, non riuscendo ad affrancarsi del tutto dalla funzione di intrattenimento in cui era relegata.
Nei primi anni Sessanta il panorama discografico americano era dominato da artisti patinati e inoffensivi, ben lontani dalla potenza trasgressiva dell’esprimere stelle del rock’n’rol. Anche l’esplosione del beat inglese non fece altro che popolare le classifiche di gruppi le cui canzoni erano, dal punto di vista del contenuto, ancora lontane da una piena consapevolezza.
Bisognava ripartire da qualcosa di più autentico e la soluzione fu il cosiddetto folk revival, il recupero della semplicità e della schiettezza attraverso la musica di Woody Guthrie e Pete Seeger, ai cui valori sociali si ricollegavano gli stessi beatniks. Ma il «folk revival» sarebbe rimasto un fenomeno decisamente contenuto senza la geniale e strabordante figura di Bob Dylan. Dylan si limitò a riprendere la struttura della canzone folk, toccando solo fuggevolmente il repertorio dei vecchi folksingers; al posto delle antiche ballate sovrappose le proprie canzoni, caratterizzate da testi altamente poetici, a volte personali, più spesso popolati di metafore bibliche e toni apocalittici con cui attaccava l’edonistica società americana contrapponendole un’America perduta, fatta di sincerità, genuinità e organica comunione tra Uomo e Terra. Dylan si accompagnava solo con la chitarra e l’armonica a bocca e cantava con voce nasale, priva di abbellimenti stilistici. Una «povertà» scenica che aveva lo scopo di lasciare che il pubblico si concentrasse esclusivamente sui testi, ma non solo. Lo stile, oltre il valore testuale, era di per sé un significato, esprimeva una scelta senza ritorno verso il totale abbandono di ogni compromesso commerciale. Questa incontaminata purezza produsse un effetto irresistibile sulla confusa nebulosa del nuovo movimento generazionale che ancora stava cercando il volto di un eroe perfetto e senza macchia. Dylan rispondeva in modo quasi messianico a questi requisiti. Era il profeta che il Nuovo vangelo attendeva.
Le sue canzoni, rapidamente evolute dal lessico tradizionale folk, chiedevano con forza di essere ascoltate, non danzate; apparivano brutalmente sincere e per di pù avevano il merito di cogliere perfettamente quel brivido di cambiamento che si stava diffondendo tra i giovani: Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-Changin’, Masters of War, sono le pietre miliari di questa rivoluzione, la cui enorme popolarità ebbe l’effetto di spingere l’intero corpo della musica pop a parlare un’altra lingua. Dylan operò, praticamente da solo, uno spostamento culturale clamoroso, introducendo la critica sociale tipicamente beat nel linguaggio giovanile della musica. Dopo Dylan, tutta la musica da classifica del periodo apparve agli occhi di un’intera generazione come un enorme cumulo di spazzatura.
Robert Zimmerman era nato a Duluth e cresciuto a Hibbing, in Minnesota, ascoltando la musica degli anni Cinquanta e sognando di entrare a far parte della band di Little Richard. Dopo aver letto la biografia di Woody Guthrie, Bound for Glory, il giovane cantautore scelse di trasferirsi a New York, fece visita al leggendario folksinger e cambiò legalmente il suo nome in Bob Dylan, con il quale iniziò a esibirsi nei circuiti folk. Fu John Hammond a «scoprirlo» e a metterlo sotto contratto per la Columbia, nel 1962. In quell’anno incise il suo primo album, fatto sostanzialmente di cover, ma fu nell’anno successivo, il 1963, con The Freewheelin’ Bob Dylan, che esplose il fenomeno. I suoi brani dimostrarono al mondo come la canzone potesse toccare argomenti importanti, sovvertire definitivamente le regole del bel canto e vivere ben al di là del puro e semplice intrattenimento. Se il rock’n’roll e il folk avevano dato all’America la base musicale, si potrebbe dire che Dylan offrí le parole, o meglio, un modo nuovo di far parlare la musica. C’era stato chi, prima di lui, al Village, aveva cominciato a riscrivere il folk secondo canoni nuovi, come Dave Van Ronk e «Rambling» Jack Elliott, ma Dylan si accostava alla musica tradizionale, all’eredità di Woody Guthrie e al lavoro di Pete Seeger, con una disposizione completamente nuova, figlia del rock’n’roll, fortemente comunicativa, intrisa di coscienza artistica, illimitatamente ambiziosa.

Lucio Dalla: cantautore ispirato con formazione Jazz

Il 4 marzo è una data significativa nella storia della musica italiana, poiché segna la nascita di Lucio Dalla, avvenuta nel 1943 a Bologna. Dalla, che aveva radici musicali nel jazz, era un abile polistrumentista, capace di suonare il pianoforte, il sax e il clarinetto con notevole maestria. La sua carriera prese avvio all’interno della “Rheno Dixieland Band”, dove condivise il palco con Pupi Avati, futuro regista, e con la quale ottenne il primo premio al Festival Europeo del Jazz di Antibes. La sua eccellenza nel suonare il clarinetto gli aprì le porte per collaborazioni con icone del jazz mondiale quali Chet Baker, Bud Powell, Charles Mingus e Eric Dolphy.
Dalla aveva una personalità eclettica ed era noto per la sua creatività incessante. Collaborò con altri grandi artisti italiani come Francesco De Gregori, con cui realizzò l’album “Banana Republic” (1979), e scrisse musica per vari generi, passando dal pop alla musica lirica.
La sua morte, avvenuta improvvisamente nel 2012, poco prima del suo 69º compleanno, sconvolse il mondo della musica italiana. Tuttavia, il suo lascito musicale rimane immortale, e il suo lavoro continua a ispirare nuove generazioni di artisti e appassionati. Lucio Dalla è considerato uno dei pilastri della musica italiana, un poeta della canzone che ha saputo raccontare l’Italia e le sue emozioni con profondità e leggerezza allo stesso tempo.

Francesco De Gregori — Rimmel (1975)

Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.

Skateaway – Dire Straits (1980)

Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).

Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.

In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.

Ducks Ltd – Harms Way (2024)

Dal 2021, il duo di Toronto Ducks Ltd grazie al contagioso jangle-rock del loro disco di debutto Modern Fiction hanno rapidamente conquistato un vasto pubblico di ascolto.
Questa seconda uscita Harm’s Way, riprende da dove Modern Fiction si era interrotto ed espande e perfeziona sottilmente il modello Ducks per chitarre e successioni melodiche.

Harm’s Way è il suono di una band che sta emergendo da sola, ancora più sicura perché sintonizzata sulla propria arte, immune dalla ripetizione e grazie alla vastità del loro buon realismo. Si sono guadagnati questo disco e queste tracce grazie alla loro attenzione nel riproporre i riff con la voce profonda di McGreevy e le chitarre di Lewis.
I Ducks Ltd sono attualmente i migliori di Toronto per il genere jangle-pop!

Ascolta l’album

Nick Drake, una voce bella e profonda

l 25 novembre 1974 nel suo appartamento di Parigi muore il cantautore Nick Drake. Ha ventisei anni e la sera prima ha ingerito una dose eccessiva di Tryptizol, l’antidepressivo che da tempo è divenuto un fedele compagno nella lotta contro la depressione. Suicidio o fatalità? Nessuno potrà mai dare una risposta certa a questa domanda.

Nick Drake è noto per il suo stile delicato e malinconico, che mescolava folk, jazz e blues. Nato il 19 giugno 1948 a Rangoon, Birmania (ora Yangon, Myanmar), e cresciuto in Inghilterra, Drake ha prodotto tre album durante la sua breve carriera: Five Leaves Left (1969), Bryter Layter (1970) e Pink Moon (1972).

Nonostante la bellezza delle sue canzoni, caratterizzate da una voce sussurrata e da arpeggi di chitarra acustica, Nick Drake non ebbe successo commerciale durante la sua vita. La sua musica fu riscoperta solo molti anni dopo la sua morte.

Drake è diventato una figura di culto nel mondo della musica, ammirato per la sua integrità artistica e la sua capacità di esprimere la malinconia in modo così sincero e toccante. La sua influenza è evidente in molti artisti contemporanei, e le sue canzoni continuano a essere celebrate per la loro bellezza e profondità emotiva.

Miles Davis: ricercatore ed innovatore del Jazz

Il 28 Settembre del 1991, a Santa Monica, in California, U.S.A., moriva il grande trombettista Jazz Miles Davis. Figlio di un prospero chirurgo dentale e di un insegnante di musica, Miles Davis vero nome Miles Dewey Davis III è cresciuto in una famiglia solidale della classe media. Davis sviluppò rapidamente un talento nel suonare la tromba sotto la tutela privata di Elwood Buchanan, un amico di suo padre che dirigeva una scuola di musica. Buchanan enfatizzava il suonare la tromba senza vibrato, il che era contrario allo stile comune usato da trombettisti come Louis Armstrong e che avrebbe influenzato e aiutato a sviluppare lo stile di Miles Davis. Quando aveva 17 anni, Davis fu invitato da Dizzy Gillespie e Charlie Parker a unirsi a loro sul palco quando i famosi musicisti si resero conto che avevano bisogno di un trombettista per sostituire un compagno di band malato.
Nel 1945, Davis decise, con il permesso di suo padre, di abbandonare la Juilliard e diventare un musicista jazz a tempo pieno. All’epoca membro del Charlie Parker Quintet, Davis fece la sua prima registrazione come bandleader nel 1946 con il Miles Davis Sextet. Tra il 1945 e il 1948 Davis e Parker registrarono ininterrottamente. Fu durante questo periodo che Davis lavorò allo sviluppo dello stile di improvvisazione che definì il suo modo di suonare la tromba. All’inizio degli anni ’50, Davis divenne dipendente dall’eroina. Sebbene fosse ancora in grado di registrare, fu un periodo difficile per il musicista e le sue esibizioni erano casuali. Davis superò la sua dipendenza nel 1954, più o meno nello stesso periodo in cui la sua esibizione di “‘Round Midnight” al Newport Jazz Festival gli valse un contratto discografico con la Columbia Records. Lì creò anche una band permanente, composta da John Coltrane , Paul Chambers e Red Garland. Davis continuò ad avere successo per tutti gli anni ’60. La sua band si è trasformata nel tempo, in gran parte grazie ai nuovi membri della band e ai cambiamenti di stile. I vari membri della sua band diventarono alcuni dei musicisti più influenti dell’era jazz fusion. Questi includevano Wayne Shorter e Joe Zawinul (Weather Report), Chick Corea (Return to Forever) e John McLaughlin e Billy Cobham (Mahavishnu Orchestra). Lo sviluppo della fusione jazz è stato influenzato da artisti come Jimi Hendrix e Sly and the Family Stone, riflettendo la “fusione” di jazz e rock. L’album Bitches Brew , registrato poche settimane dopo il Woodstock Music Festival del 1969, pose le basi per il successivo movimento jazz fusion. Davis si reinventò ancora una volta nel 1986 con l’uscita di Tutu. Incorporando sintetizzatori, loop di batteria e campioni, l’album fu ben accolto e valse a Davis un altro Grammy Award.
Davis morì di polmonite e insufficienza respiratoria, morendo all’età di 65 anni.

Eric Dolphy: Un Maestro del Jazz d’Avanguardia

Il 20 Giugno del 1928, a Los Angeles, in California, U.S.A., nasceva il grande polistrumentista e compositore Jazz Eric Dolphy, figura fra le più misteriose e affascinanti di tutta la storia del jazz. Straordinario polistrumentista, maestro nell’uso del sassofono contralto, del flauto e del clarinetto basso, Dolphy è cresciuto a Los Angeles in un periodo in cui lo spazio di libera espressione per i jazzisti afroamericani stava rapidamente riducendosi; per questo la sua influenza sugli sviluppi del jazz ha potuto pienamente esprimersi solo dopo il suo trasferimento a New York, dal 1960, dove visse anche importanti collaborazioni con grandi del Jazz mondiale come Charlie Mingus., Max Roach, John Lewis, John Coltrane e Freddie Hubbard. Negli anni 60 fu consacrato come uno dei più grandi solisti del mondo, registrando alcuni dischi considerati capolavori assoluti del jazz di ogni tempo. Morì a Berlino ovest a 36 anni, nel 1964, durante un concerto, per un malore legato a gravi problemi di diabete, insufficienza renale e crisi cardiaca. Viene considerato uno tra i più grandi flautisti e sassofonisti Jazz del 900, oltre ad essere considerato anche un vero pioniere jazzistico del clarinetto basso.

La jungle music di Bo Diddley

Il 2 giugno 2008 muore ad Archer in Florida, Bo Diddley considerato, insieme a Fats Domino e Chuck Berry, uno dei padri del rock and roll.  Bo Diddley è riconosciuto come uno dei primi e più influenti chitarristi e musicisti rock. Era nato a Pike County, Mississippi, il 20 dicembre 1928. Il suo nome di nascita era Otha Ellas Bates. Nel 1934 sua madre lo mandò a vivere con sua cugina, Guisse McDaniel a Chicago. Successivamente Otha cambiò il suo nome in Ellas McDaniel Diddley. All’età di dieci anni si interessò molto alla musica. Ha iniziato a studiare violino e chitarra alla Foster High School. Bo era molto attivo da adolescente e prendeva anche lezioni di boxe. Ha suonato il violino per l’Ebenezer Baptist Church Orchestra. Diddley suonava canzoni agli angoli delle strade con il suo amico Jerome Green, e Diddley lavorava nell’edilizia per soldi extra. Nell’ottobre del 1954 Bo aveva un gruppo. Si era comprato una chitarra elettrica e la carriera di Bo era iniziata. Si unì a Jerome Green per registrare due di quelli che divennero i successi di Diddley. I due successi furono pubblicati su Checker e salirono alle stelle fino al numero due delle classifiche nazionali R e B. Bo Diddley è apparso anche nei programmi televisivi di Ed Sullivan. I primi dischi di Bo dimostrarono che era molto più avanti dei suoi tempi nel suonare la chitarra. Dopo aver incontrato Billy “Boy” Arnold ed essere stato rilasciato dalla Chess Records, Bo ha cambiato il suo intero metodo di gioco. Bo Diddley ebbe una serie di successi durante i primi anni ’60. Dopo aver perso il favore negli Stati Uniti, divenne popolare in Inghilterra. Anni dopo, la sua influenza sulla scena rock britannica continuò quando fu invitato ad esibirsi con i Clash. Bo Diddley ha avuto molti riconoscimenti come musicista. Nel 1987 è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. Il successo di Diddley segnò l’inizio della mania del rock ‘n’ roll. Non solo i neri, ma anche i bianchi trovavano piacere nella sua musica. Diddley era sia un potente cantante che un innovatore che visse nel sud della California per molti anni. .Sono un tipo normale”, ha detto. “Ma devo essere diverso in quello che faccio… Perché è questo che mi mantiene nel mondo della musica.” Oggi, secondo Cort Chilldon di Gainesville, Florida, Bo Diddley vive ad Archer, in Florida. Dice: “Hai ragione sul fatto che sia un ragazzo normale. È molto semplice e odia un trattamento speciale. Penso che sia questo il motivo per cui vive dove vive.”

Miles Davis

Nel periodo che va dagli anni Cinquanta al decennio successivo, il jazz attraversò una stagione di straordinaria e dirompente creatività, scandita da alcune personalità di eccezionale valore, musicisti in grado di portare a definitiva maturazione il potenziale della musica afroamericana, musicisti capaci di produrre non solo uno stile, ma una vera e propria «visione» del mondo. Primo fra tutti Miles Davis.
Davis (trombettista, compositore, arrangiatore) è stato un maestro oscuro e regale, un artista dal segno inconfondibile e penetrante. Nei quasi cinquant’anni della sua carriera ha saputo illustrare, con l’evoluzione del suo suono (prima ispirato apprendista del be-bop, poi ombra sottile del cool, poi guru del jazz modale, leader del piú famoso quintetto del jazz moderno, voce misteriosa e notturna e infine trasgressivo contaminatore), il passare delle epoche e degli stili. Ha quasi sempre anticipato il modificarsi delle sensibilità, senza mai adeguarsi alle correnti, piuttosto inventandone, costringendo gli altri a seguire e percorrere le strade da lui indicate. Modernizzatore, organizzatore di talenti e di creatività, Davis ha dilatato la lezione del jazz attraversando le trame culturali del secolo, trasportando la cultura afroamericana al centro esatto del tempo, rappresentato da un’altera e aristocratica purezza, facendo diventare «jazz» qualsiasi materiale sonoro e al tempo stesso costringendo il jazz a una costante ridefinizione dei propri confini.
Nella sua musica scorre il racconto dell’America nera: il ghetto, la violenza, ma anche la fama e la ricchezza, le donne e la droga, l’arte e il malessere, la ribellione e l’apatia di un popolo, il dandismo raffinato e soprattutto la definitiva e non compromissiva emancipazione artistica del suono jazzistico. Miles e come Muhammad Ali, come i discorsi di Martin Luther King, i guanti neri delle Pantere nere di Malcolm X, o la chitarra di Jimi Hendrix, icone di una cultura che negli anni è uscita dai confini fisici e razziali degli Stati Uniti d’America, producendo una sfuggente universalità nella quale si sono riconosciuti uomini di ogni provenienza e intere legioni di musicisti, che non solo hanno fatto tesoro del suo inimitabile stile ma che ne hanno innanzitutto imparato la straordinaria lezione creativa. Davis ha praticato una costante mobilità, evitando che la sua musica si immobilizzasse, diventasse essa stessa «storia».
Nato ad Alton, nell’Illinois, il 26 maggio del 1926 e scomparso il 28 settembre del 1991, Davis è entrato nella leggenda del jazz come trombettista, ma la sua influenza sulla musica contemporanea è dovuta anche al suo lavoro di ispiratore, di bandleader e di compositore. La sua ossessione era la costante mobilità del segno musicale. Mai ripetere e mai sprecare una nota, sembrava sottintendere in ogni performance, e questa naturale vocazione gli ha permesso di attraversare stili e periodi imponendo nuove regole, posizionato sempre all’avanguardia, attento alle possibili nuove strade offerte di volta in volta dagli sviluppi della tecnologia e della creatività. «Quando sento i musicisti di jazz di oggi che suonano le stesse cose di tanti anni fa, mi sento triste per loro. Voglio dire, è come andare a letto con una persona vecchia che puzza anche di vecchio… io amo le sfide, le cose nuove, mi dànno energia», diceva senza mezzi termini Davis, dipingendo la sua ansia del nuovo come una irrinunciabile necessità.