Il 1° Luglio del 1935, a Tunica, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande armonicista e vocalist Blues James Cotton. Iniziò a suonare l’armonica a bocca molto presto e fu allievo di Sonny Boy Williamson II, musicista con il quale iniziò anche ad esibirsi in tour. Per 12 anni armonicista di Muddy Waters, il suono potentissimo e una presenza sul palco unica e irripetibile rendono James Cotton uno degli armonicisti più apprezzati al mondo e sicuramente uno dei più ispiranti. Nel 1966 formò la propria Blues band, iniziando lunghe tournèe in tutti gli Stati Uniti, e raggiungendo presto il successo. Negli anni ’70 ed ’80 venne riconosciuto come il miglior armonicista Blues in attività, molto apprezzato anche come vocalist ed entertainer, partecipò ai più grandi Festival Blues americani ed europei e vinse anche alcumi “Grammy Awards” sia come compositore, che come armonicista e show man. Oltre al sound acustico, davvero inarrivabile, James Cotton ha anche una gamma di fraseggi interessanti e dotati di una personalitè straordinaria è soprattutto quando suona sincope mozzafiato o frasi incalzanti dove ogni nota è dotata di un attacco stellare. Soprattutto come band-leader, James Cotton è la dimostrazione pratica di che cosa riesca a fare un ottimo suono acustico: Cotton infatti si esibisce quasi sempre usando un microfono da voce collegato direttamente all’impianto, anziché passare per l’amplificatore. Di lui restano una ventina di dischi come leader ed una cinquantina di dischi nei quali è ospite di altri grandi musicisti. Morì ad Austin, nel Texas, nel 2017.
Un monumento: tre dischi, trentasei titoli, due ore e un quarto abbondanti di musica. Ogni musica immaginabile dentro il perimetro del rock e nelle zone ad esso limitrofe e oltre ancora: reggae innanzitutto e poi funky, disco, soul, jazz, calipso, gospel, country. E rockbilly e ombre o poco più, di quel punk deragliante da cui i Clash erano partiti nel 1977 per approdare due anni dopo all’enciclopedismo di London Calling, riassunto magistrale in due LP di un quarto di secolo di rock’n’roll. Quest’ultimo triplo segnò il passo successivo, e quale passo, un balzo in avanti mozzafiato che lasciò a bocca aperta, il respiro affannoso, per la meraviglia e l’ammirazione. Sandinista è un’opera di fusione superba, un lavoro in cui il rock si rivitalizza risalendo alle sue radici più ataviche, confrontandosi e amalgamandosi con le musiche terzomondiste.
Un monumento, si è detto, e come tutti i monumenti forse un po’ ingombrante. Avrebbe giovato una maggiore concisione fossero stati due i dischi (il terzo parte alla grande ma poi si perde per strada, è dispersivo e sostanzialmente superfluo) e sarebbe stato il capolavoro degli anni Ottanta. Resta comunque uno degli album più grandi della storia della musica rock.
Una delle qualità che preferisco in una canzone è la capacità di evocare senza sforzo una scena nella testa dell’ascoltatore. Il brano inizia con un lento sviluppo di maracas e chitarra e crea uno sfondo ispanico che pian piano si estende oltre il semplice ritornello “Ole ole ole ole” con sezioni di fiati brillanti a guidare bene la canzone. In questo brano si evocano le mani di Victor Jara, esponente della Nuova Canciòn Chilena, militante del Partido Comunista de Chile (lo stesso di Pablo Neruda) e sostenitore di Salvador Allende, ucciso dagli uomini del generale Pinochet dopo terribili torture.
John Coltrane scomparve prematuramente nel luglio del 1967, all’età di quarantuno anni, rinnovando una parabola di sfrenata creatività e autodistruzione che ricordava il genio dissoluto di Charlie Parker. Fu anche uno degli ultimi jazzisti a interpretare in modo idealistico, romantico, l’avventura della ricerca musicale. Al pari di Davis, ma seguendo una strada più vincolata all’evoluzione del rapporto musicista-improvvisazione, la sua carriera è un condensato della storia del jazz moderno, secondo una evoluzione lineare che l’ha portato gradualmente dalle prime acquisizioni tradizionali, legate allo stile hard bop, fino a vette di sublime e inarrivabile libertà creativa. Arrivò sulle scene tutto sommato in sordina, alla metà degli anni Cinquanta, entrando a far parte come sax tenore del gruppo di Miles Davis, dopo un lungo apprendistato nel ryhthm’n’blues, nel be-bop, e nel mainstream jazz. Quando il gruppo si sciolse, nel 1957, andò a lavorare con Thelonious Monk, e con il grande pianista iniziò a definire alcuni dei tratti più caratteristici del proprio stile. Nel 1958 tornò con Davis e insieme a lui si avventurò nei territori dell’improvvisazione modale. Nel 1960, alla fine dell’esperienza con Davis, Coltrane pubblicò Giant Steps, un disco che in qualche modo rivelava definitivamente la sua grandezza anche attraverso la varietà delle strade annunciate. Soprattutto è evidente la singolare capacità, tipica del mondo di Coltrane, di unire una prodigiosa e spesso cerebrale tecnica strumentale a una forte passione emotiva e spirituale, come fu ancora più evidente quando Coltrane trovò un ineguagliabile equilibrio formando il celeberrimo quartetto con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria, con il quale realizzò uno dei massimi capolavori della cultura jazzistica, ovvero My Favorite Things. Nel brano, che dura tredici minuti, si avverte un bilanciamento sospeso, quasi magico, tra la struttura fortemente armonica del pezzo (uno standard classico) e le nuove esperienze modali che Coltrane aveva mutuato sia dal lavoro con Miles Davis sia dalla fascinazione verso le musiche dell’Oriente. Suona infatti il sax soprano, fino ad allora poco usato nel jazz e imposta il pezzo proprio come una struttura meditativa o ancora di più, come un’esaltante esperienza spirituale. La momentanea stabilità offerta dal quartetto permise a Coltrane di allargare spettacolarmente i confini del jazz., senza perdere un evidente legame con le radici. In questa sfrenata corsa creativa, Coltrane adottò una chiave spirituale che in qualche modo lo ha collocato in un luogo diverso ma complementare a quello che invece era il «polo laico» di questa ricerca, ben rappresentato, per motivi diversi, da Ornette Coleman e da Miles Davis. «Penso che la cosa principale che un musicista vorrebbe fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è la musica per me: una delle maniere di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello». Dal 1964 in poi l’aspetto spirituale della sua musica fu espresso attraverso A Love Supreme e Ascension, due capolavori assoluti in cui la mobilità «ascensionale» era costante e che riflettevano la crescente ossessione coltraniana per la ricerca. Coltrane praticava la sperimentazione come se un fuoco inestinguibile lo portasse a muoversi sempre in avanti, senza sosta. E fu proprio questa corsa febbrile e inarrestabile – non a caso il suo soprannome era «Trane» – a consumare velocemente la sua esistenza, un po’ come era successo molti anni prima a Charlie Parker e a Bud Powell, o, per rimanere negli anni Sessanta, a personaggi come Jimi Hendrix. Coltrane potrebbe essere considerato ancora oggi un maestro, soprattutto nel metodo, nella sua filosofia della ricerca musicale come avventura continua, come instancabile riprogettazione di scenari in movimento.
I primi due album dei Nucleus, “Elastc rock” e “ We’ll talk about itlather”, conservavano una formazione fissa, che veniva ripetuta anche nel terzo, “Solar Plexus”, con la differenza che nuovi musicisti venivano aggregati alla formazione originaria. Dopo lo sfaldamento degli originari Nucleus, dovuto soprattutto al progressivo passaggio di alcuni membri ai Soft Machine, Ian Carr si è deciso a concepire i Nucleus come un insieme intercambiabile, vivo e pulsante, di musicisti. Da questa concezione nasceva l’album “Belladonna”, interessante ma offuscato da molti momenti ancora incerti, troppo frenato rispetto alle possibilità degli eccezionali musicisti che vi partecipavano. Con questo “Labyrinth” l’arte di Ian Carr torna a rinascere in tutto il suo splendore, in tutte le sue principali caratteristiche, che sono l’estrema raffinatezza degli arrangiamenti, la particolare potenza espressiva e la grandiosità delle parti strumentali corali, e un jazz d’avanguardia che non dimentica però la lezione tradizionalista dello swing, del ricco sound da grande orchestra. L’album non fornisce alcuna indicazione sulle condizioni della registrazione, ma possiamo presumere che si tratti di una esecuzione dal vivo: stupisce la particolare limpidezza del suono, mentre i sussulti, gli spasmi, le impennate, la dolcezza, la gioia pulsante e onnipresente del fluire sonoro inducono l’ascoltatore a un sentimento di esultanza. Ian Carr alla tromba si è ormai lasciato alle spalle le ultime scorie di imitazione davisiana, e le sue tessiture spesso acute e spezzate, costituiscono il perno conduttore per tutta una eccezionale schiera di strumentisti: dal bassista Roy Babbington (Soft Machine), al tastierista Dave McRae (Matching Mole), al sassofonista Brian Smith (unico superstite degli originari Nucleus), al trombettista Kenny Wheeler, al pianista GordonBeck, alla cantante Norma Winstone e altri ancora. Una sostanziosa parte della crema del nuovo jazz inglese riunita per un disco eccezionale: Labyrinth è una lunga suite ispirata alla mitologia del Minotauro dell’antica Grecia, come dimostrano i suggestivi titoli dei sei movimenti che la compongono: Origins, Bull-Dance, Ariane, Arena, Exultation e Naxos. Ian Carr con questo stupendo album, dimostra veramente la veridicità e la rivoluzionarietà del suo modo di concepire i Nucleus: un insieme estremamente variabile di musicisti che ruotano intorno alla sua figura, una formazione in continua mutazione che rispetti e rappresenti egregiamente l’estrema fluidità che caratterizza tutto l’ambiente del nuovo “jazz” inglese.
Split Screen EP è una pubblicazione separata dai progetti discografici di Daniel Selig (Walk Home Drunk) e Manon Raupp (Comité balnéaire) che non solo hanno in comune il suonare nella leggendaria eterea jangle band dei Docks, ma condividono anche la stessa propensione alle tecniche di produzione lo-fi (Genere di musica rock divenuto popolare negli anni Novanta grazie a registrazioni di bassa qualità, che ne sottolineavano la distanza rispetto alle sonorità artificiose prodotte dalle moderne tecnologie). Da un lato, Walk Home Drunk offre un ritmo costante e una voce avvolgente ti accompagnano le canzone con linee di chitarra che esplodono. Dall’altro lato, Comite Balneaire crea un suono denso che sembra quasi post-punk.
David Crosby non ci ha abituato a frequenti uscite discografiche, a oltre quarant’anni da If I Could Only Remember My Name del ’71, in mezzo ci sono stati solo due dischi: Oh Yes I Can del ’89 e Thousand Roads del ’93. Se è facile pensare che questo sia il suo commiato musicale le canzoni non lo sono affatto. Undici brani quasi tutti a sua firma, l’aiuto del figlio Raymond, di Mark Knopfer e di Wynton Marsalis, danno un tocco di notevole presenza ad alcuni pezzi dell’album.
Quello che fa “grande” Croz è il suo “spiazzare” che, ancora una volta, è parte integrante della sua vita. David Crosby abituato a continue cadute e continue rinascite non poteva anche questa volta sorprendere critica e fan. L’album infatti, non era previsto e se poteva sembrare come un’operazione commerciale il risultato è invece tutt’altro. “…avevo ancora delle cose da dire” è la sua affermazione all’uscita del disco, e “per fortuna” aggiungiamo noi.
Crosby ancora una volta riesce a sceneggiare storie, confessare brividi profondi, narrare difficili rapporti con la vita, preparare balsami di guarigione. Croz è un disco ricco di fascino e dal suono elegante. La voce è intensa, le canzoni suscitano suggestioni e piccole magie. L’uomo riesce (ancora una volta) a stupire, a colorare il mondo con le tempere del vero artista, con i colori che accendono la fantasia, di azzurri profondi.
I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino.
“Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans.
Da tempo Clapton nutriva una passione speciale per JJ Cale. Almeno dal periodo di “After midnight”, che egli aveva portato in classifica nel ’70.
Ed è proprio dall’ascolto della musica di quello schivo e solitario eroe dell’Oklahoma che egli si decide a dare una sterzata alla sua produzione incidendo “461 Ocean Boulevard”.
Lo stile diventa leggermente più commerciale, ma mantiene sempre il feeling del blues, pur facendo a meno — talvolta — della sua struttura.
Il gruppo che accompagna Clapton è collaudato e sa riservare al leader gli spazi necessari per le luminose invenzioni “della solista”. L’essenziale di “Slowhand” è dato da ballate molto molto lente, da canzoni ritmate sullo stile pigro di JJ Cale e da una buona dose di blues senza parlare delle aperture al County.
Tutto è semplice e lineare; tutto è avvolto da un sottile velo di melanconia; da meritare ascolti ripetuti anche a distanza di anni dalla pubblicazione.
The Good Son, l’album che contiene The Weeping Song è sicuramente meno devastante, musicalmente, dei suoi capitoli precedenti. Solare no, diciamo che Cave avanza timido verso l’umanità. Se prima non si curava e sbatteva le porte provocando un fragore assordante, con The Good Song apre le porte con moderazione, equilibrio e sobrietà. Dalla tasca fuoriescono i soliti pennarelli neri per imbrattare pareti di stanze illuminate. Il ritornello si può cantare in coro, prima di capire che dietro quel canto dolente si nasconde il punto di non ritorno.
Il vegano Declan Patrick McManus in arte Elvis Costello è senza dubbio il personaggio chiave del pop britannico. Colui che ha restaurato la melodia a colpi di elettricità. Imperial Bedroom è l’album che più di altri sintetizza la peculiarità della sua scrittura. La sua camera da letto mentale è quanto di meglio il pop costelliano possa offrire. Le canzoni sono complesse, situate in atmosfere easy-jazz, tra pianto e ironia in un scenario avvolgente, non casuale, dove i brani sono un concentrato di dettagli sonori. L’album è zeppo di punte di diamante che definisce nitidamente il suo sforzo creativo e la sua volontà di riconsegnare alla melodia una dignità spesso e volentieri calpestata da regole di mercato. I testi sono tutto meno che banali e consolatori. Costello è uno dei pochi che si rendono conto che il pop non è un fenomeno limitato e introduce delle innovazioni di tipo strutturale e melodico. D’altronde il suo impeccabile gusto estetico ed emotivo non è altro che la regola dei corsi e ricorsi storici. E’ il rincorrersi di una musica tanto mutevole da formare, alla fine, una regola per lo sviluppo storico musicale del pop stesso. Il disco, va ricordato, venne accolto dalla critica in maniera entusiastica mentre a livello commerciale si rivelò un flop ma poco contò per Elvis più attento alla forma d’arte che alle vendite. Grande songwriter.