Fix You – Coldplay (2005)

I Coldplay, senza grandi possibilità di equivoco, sono stati, anzi sono, una delle più grandi band di tutti i tempi. Lo sono per la straordinaria capacità di fare musica in technicolor, cosa che sembra in sé contraddittoria, visto che la musica è inafferrabile e immateriale, visto che la musica non si vede e quindi, in sé, colori non ne ha. Ma loro, Chris Martin, Will Champion, Guy Berryman e Jonny Buckland, sono riusciti a fare qualcosa di più, perché i colori nella musica della band si vedono, si avvertono, ascoltando la loro musica siamo in grado di percepirli. Questo perché i Coldplay, come dimostrano ogni volta con i loro concerti, sono in grado di portare il pubblico, con la loro musica, a una condizione di assoluta e inarrivabile gioia, cosa che molti altri non riescono a fare davvero. Hanno avuto successo, spesso, nel tentativo di far uscire il pop dalle secche della perdizione commerciale di questi ultimi anni, musica senza prospettiva, priva di una visione, incapace di immaginare mondi che non siano quello del “qui e ora” e farci sognare, farci sperare, farci sorridere, farci contenti, insomma.
Ma prima di creare la musica a colori hanno attraversato oscurità, malinconia, tristezza, dubbi, paure e le hanno trasformate in canzoni altrettanto belle, toccando come pochi altri le corde dell’emozione. E usando la musica come un balsamo. Sì, un balsamo, canzoni che possono mettere qualche piccola dose di pace nel nostro cuore e nella nostra anima. Canzoni come Fix You.
Il brano ha già qualche anno sulle spalle, pubblicato nel 2005 in un album intitolato X&Y, che per molti versi chiude una lunga stagione nella storia della band, seguita poi proprio da quella della musica in technicolor. Qui invece siamo nel mondo dei sentimenti più puri, amicizia e amore, Chris Martin racconta il desiderio, la voglia, il bisogno di essere d’aiuto per chi ne ha bisogno.
Fix You è la canzone di chi ha bisogno di calore per la propria anima, di chi pensa che aiutare gli altri sia la cosa migliore da fare nella vita, di chi vuole essere pronto ad “aggiustare” qualcuno che si è rotto, nel cuore, nell’anima. È la canzone di chi vuole essere accanto a qualcuno che ama, a qualcuno a cui vuole bene, rendendosi disponibile. Ma Fix You funziona anche se si è da soli, in un momento di tristezza o di malinconia, funziona sempre, “aggiusta” da sola le cose che sembrano rotte dentro di noi. È un balsamo, come dicevamo all’inizio. Un balsamo leggerissimo, che mette in sintonia anima e cuore. (Grazie a Ernesto Assante)

Elmer Crumbley

Il 1° agosto 1908 a Kingfisher, nell’Oklahoma, nasce il trombonista e qualche volta cantante Elmer Crumbley.

Elmer Crumbley è stato un trombonista jazz americano noto per il suo contributo alla musica swing e jazz orchestrale. Ha iniziato la sua carriera musicale negli anni ‘20, suonando con varie big band e orchestre di jazz dell’epoca.
Crumbley è stato particolarmente noto per il suo lavoro con la band di Jimmie Lunceford, una delle orchestre più celebri dell’era dello swing. Durante la sua carriera, ha anche collaborato con artisti come Count Basie e Erskine Hawkins. Il suo stile di trombone era caratterizzato da un suono caldo, potente e preciso, che si adattava perfettamente agli arrangiamenti orchestrali del periodo.
Anche se non è uno dei nomi più noti del jazz mainstream, il suo contributo è stato significativo per l’evoluzione del trombone nel contesto orchestrale jazz. Ha continuato a suonare e ad esibirsi fino agli anni ‘70, lasciando un’impronta duratura nella comunità jazzistica.

Mary Chapin Carpenter – Personal History (2025)

Recensioni 2025

Come i migliori poeti e cantastorie, Mary Chapin Carpenter tesse ampie reti di bellezza, desiderio e profondità emotiva. In ogni canzone del suo nuovo album, Personal History, medita su capitoli della sua vita e ci invita a percorrere con lei questo viaggio labirintico, condividendo la saggezza inesauribile che trae dai piccoli momenti della vita.
In Personal History, Mary Chapin Carpenter intreccia canzoni con filamenti lirici e strati di strumentazione cinematografica, avvolgendoci in una ricca maestosità ritmica. Potrebbe essere il suo miglior album finora, ed è certamente uno dei migliori dell’anno finora.

Ascolta il disco

The Chieftains & Ry Cooder — San Patricio (2010)

Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi.
Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt.
Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino.
La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo.
Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia.
Quasi un capolavoro.

The Clash – London Calling (1979)

Il revisionismo del punk. La reazione contro la reazione. London Calling rimette in discussione tutta la furiosa e scomposta ondata di ribellione del punk, dando spessore ad un sound dalle palesi difficoltà-limite. Lo stereotipo del punk con i suoi quattro accordi ripetitivi e spaccatimpani tutto urli, sputi e spilloni era già finito, in quanto più che un vero genere musicale era semplicemente un modo di sentire la musica. I Clash, che tra l’altro nel marasma erano tra i pochi a saper veramente suonare, si staccano da questo ordine di idee nichilistiche senza limiti ideologici umani e fisici e arrivano ad una dimensione artisticamente più valida.

I Clash diventano la faccia politicizzata dell’ondata punk. La scelta di compiere il prezzo imposto ai propri album: London Calling, doppio, esce a 5 sterline, lo stesso prezzo di un album singolo; l’anno dopo, Sandinista, triplo, uscirà a 5,99 è in realtà, la scelta più rivoluzionaria. Fino al 1982, la band non guadagnerà praticamente niente e rimane di fatto ostaggio della casa discografica… Ma è appunto lo stile che conta, e London Calling lo dimostra. Della furia del punk rimane poco. La rabbia non si arresta e non può essere arrestata, ma il messaggio ora viene per mezzo di un rock-soul elettrico e supertirato di qualità sofisticata. Inoltre i Clash sono anche gli unici sopravvissuti a penetrare nel vivo i problemi morali della società, ribellandosi ad essa e gridando giustizia, mentre l’industria discografica aveva operato un’abile divisione del movimento circoscrivendolo ad un pittoresco fatto di costume da consumare preferibilmente il sabato sera. Questo è un lavoro di grande rock and roll a 24 carati dal riff bruciante e dalla vigorosa componente “funk-oide”. London Calling rimane il rifugio granitico dagli invadenti e tecnologici colpi dell’after-punk. Un classico nato tale, una rarità assoluta nell’emisfero musicale. 

John Coltrane – A Love Supreme (1965)

La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante. Se prima coltivava passivamente la sua condizione di maledetto compiacendosi di questa immagine negativa ma affascinante, ora egli sente che il suo straordinario talento sta sprofondando negli abissi della sua sregolatezza. Così A Love Supreme diventa il tentativo estremo di esorcizzare la sua esistenza alla ricerca dell’Amore come motore del mondo individuando nell’uomo il soggetto-agente di questo sentimento a cui spetta il compito della salvezza. L’Africa ed il misticismo indiano sono le componenti di questa illuminazione e il suo sax percorre sentieri intrecciati da visioni cosmiche, da forme free mai raggiunte prima diventando la comunicazione della coscienza svincolata finalmente dal materialismo


Ornette Coleman

Coleman fu un sassofonista sui generis. Quando apparve sulla scena, alla fine degli anni Cinquanta, fu oggetto di diffidenza, persino di scherno, se non altro perché si presentava sul palco con un sassofono di plastica, cosa che per un jazzista sembrava poco meno che un insulto. Ispirato dal lavoro di Charlie Parker, Coleman iniziò a suonare il sax alto a quattordici anni e poi il tenore, mettendosi alla prova con formazioni rhythm’n’blues come quelle di Red Connors e Pee Wee Crayton, ma il suo stile originale e la ricerca di nuove sonorità lo portarono in rotta di collisione sia con i leader sia con il pubblico. Fu a Los Angeles che Coleman trovò i giusti compagni d’avventura, musicisti che come lui volevano sperimentare il nuovo. Conobbe Don Cherry, Charles Moffett, Ed Blackwell, Charlie Haden, Billy Higgins, ma fu solo nel 1958 che mise a fuoco le proprie idee e organizzò un gruppo stabile di musicisti per suonare la propria musica. Suonò quindi con Paul Bley, si iscrisse con Cherry alla Lenox School of jazz e, insieme al suo gruppo, nel 1959 approdò finalmente a New York, al Five Spot.
Dopo alcune prove di incisione in formazione ridotta, spigolose e geniali improvvisazioni che lasciavano intuire un lessico totalmente rinnovato, Coleman ritenne che fosse giunto il momento adatto per dare vita a un esperimento fondamentale. Siamo nel 1960, data ovviamente non solo fatidica, ma anche simbolica riguardo al cambiamento d’epoca. Coleman riuní in studio un’anomala formazione di otto musicisti, strutturata come un doppio quartetto, con due batteristi, due contrabbassisti e quattro fiati, tra cui il grandissimo Eric Dolphy, e propose come indicazione di lavoro la libera improvvisazione di tutti i musicisti, legati da una non restrittiva fluttuazione ritmica in qualche modo riconoscibile. Il resto era affidato all’estro del momento, senza temi prefissati. Ne venne fuori una interminabile session di quaranta minuti, che occupava senza soluzione di continuità ambedue le facciate del disco, simile a uno «stream of consciousness», con un evidente e provocatorio senso di libertà totale. In copertina Coleman decise di mettere un quadro di Jackson Pollock, trovando affinità di linguaggio con l’astrattismo informale della pittura contemporanea. Curiosamente, poco tempo prima, Bill Evans, nel commentare le sessions di Kind of Blue, altro disco in qualche modo elevato a rango di manifesto, aveva paragonato il metodo di improvvisazione a quello dei pittori tradizionali giapponesi. Il disco fece scalpore, rimase oggetto di discussione per anni nel mondo del jazz, una specie di spartiacque che provocò per la prima volta, in maniera così dichiarata, una profonda spaccatura tra gli appassionati e tra gli studiosi. Non c’erano mezzi termini. O lo si accettava o lo si rifiutava con vigore.

Nick Cave & The Bad Seeds — The Good Son (1990)

Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”.
La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990.
Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità.
La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una.
Foi Na Cruz — Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note di accompagnamento. Bellissima partenza.
The Good Son — Cori soul burrascosi, intervallati da distensioni di chitarre spiegate, per conferire estrema profondità, il basso ossessivo sembra estratto da una outtake di “From Here To Eternity” per via della sua carica emotiva ascendente. Un finale da lacrime.
The Weeping Son — Camminando lentamente e forse mestamente, a testa alta, orgogliosi della nostra sofferenza in un pomeriggio di fine inverno, le campane risuonano nell’aria scandendo il ritmo che scorre, non si può più tornare indietro e non resta che la disperazione, consapevole, suo malgrado testimone di uno spaccato di vita. Meravigliosa.
Sorrow Child — Forse il momento più bello, più significativo dell’intero lavoro, dove Cave esprime con perentoria capacità di immedesimazione la tristezza adolescenziale, fatta di lacrime e lamenti. Alta espressione di arte intesa in senso musicale. Unica.
Ship Song — Arduo trasportare l’animo trascinandolo per mano, Ship Song è in grado di farlo, con la voce da amico prima e da imbonitore poi; l’hammond in sottofondo è una caratteristica che conferisce maestosità all’evento. Bellissima.
The Hammer Song — Prosegue il viaggio nelle diverse interpretazioni di canzoni; il basso ridondante descrive una fuga attraverso gli alberi di una fitta radura; si procede con passi svelti guardandosi le spalle; via fino al fiume, sotto la pioggia, il momento è arrivato… Epica.
Lament — Ancora poesia e lacrime, anche stavolta però come nelle precedenti meste ballate, Nick Cave ci invita a guardare un po’ in là, ad asciugare gli occhi, l’aria e la luce cominciano a renderlo un tantino più ottimista. Visionaria.
The Witness Song — Un disimpegno, serio, alla sua maniera, energia condensata in pochi strumenti avvolgenti, nel modo più lirico possibile, senza tralasciare la drammaticità degli eventi. Essenziale.
Lucy — L’amore posseduto, desiderato e disperato fatto di pena e sofferenza; non ci resta che richiamarlo alla memoria, il “reprise” finale del pezzo con il piano di Roland Wolf, è un soave finale da mini-opera con harmo e piano in evidenza. Ottimo finale.

Ian Curtis, il fragile cuore dei Joy Division

Il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour statunitense della sua band, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, si impicca nella sua abitazione di Manchester. La crisi del suo matrimonio e, soprattutto, i primi chiari ed evidenti sintomi di un’epilessia progressiva hanno minato la sua voglia di vivere.
La sua eredità è legata alla sua lotta contro la depressione e l’epilessia, che ha influenzato profondamente il suo lavoro e la sua vita personale. La sua scrittura era metaforica e intimista, trattando temi come l’isolamento, la malattia e la morte. La sua voce divenne un simbolo dell’angoscia e dell’angoscia della generazione.
All’età di 23 anni, si suicidò legandosi delle corde attorno al collo. La sua morte colpì profondamente la band, che, con la sopravvivenza del bassista Peter Hook, dei fratelli Sumner e Gillespie, si trasformò in New Order.
Ian Curtis rimane un’icona dell’angoscia artistica e un simbolo di come la bellezza possa emergere dall’oscurità.

Clash: quando iniziò l’avventura

Il 18 marzo 1977 la CBS pubblica il primo singolo di una band sconosciuta. Il gruppo si chiama Clash (Scontro) e il disco è White riot (rivolta bianca).
I Clash sono stati una delle band più influenti della storia del punk e del rock, noti per la loro musica ribelle, il loro impegno politico e la loro capacità di mescolare generi diversi.
Nati a Londra nel 1976, erano parte della prima ondata punk britannica, insieme a Sex Pistols e Buzzcocks.

La formazione classica comprendeva:
Joe Strummer (voce e chitarra ritmica)
Mick Jones (chitarra solista e voce)
Paul Simonon (basso e voce)
Topper Headon (batteria, dal 1977)

A differenza di molte band punk dell’epoca, i Clash non si limitarono alla furia e alla velocità del genere, ma sperimentarono con reggae, dub, rockabilly, funk e rap, rendendo il loro suono unico.

Album fondamentali:
1. The Clash (1977) – Grezzo, aggressivo e pieno di inni ribelli (“White Riot”, “London’s Burning”).
2. Give ’Em Enough Rope (1978) – Più rifinito, con influenze hard rock.
3. London Calling (1979) – Capolavoro assoluto, un doppio album che mescola punk, reggae, rock e jazz, con brani come “London Calling”, “Train in Vain” e “Rudie Can’t Fail”.
4. Sandinista! (1980) – Ambizioso triplo album con sperimentazioni in ogni genere possibile.
5. Combat Rock (1982) – Contiene i loro maggiori successi commerciali: “Should I Stay or Should I Go”, “Rock the Casbah”.
6. Cut the Crap (1985) – Ultimo album, senza Mick Jones, poco amato dai fan.

I Clash non erano solo una band, ma un movimento: la loro musica parlava di politica, ingiustizia sociale e ribellione.
Si sciolsero nel 1986, con tensioni interne e l’allontanamento di Jones e Headon.
Joe Strummer morì nel 2002, ma il loro impatto sul rock e sulla cultura musicale resta enorme.