Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)
[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Conrad Yeatis “Sonny” Clark (Herminie, Pennsylvania, 21 luglio 1931 – New York, 13 gennaio 1963) è stato un pianista e compositore statunitense di jazz, tra i protagonisti più significativi dell’hard bop. Fu profondamente influenzato da Bud Powell e sviluppò uno stile personale, a tratti percussivo e nervoso, che lo rese molto richiesto come musicista di supporto e leader. Clark iniziò a studiare pianoforte a 4 anni e si trasferì in California dove collaborò con musicisti come Wardell Gray, Oscar Pettiford e Buddy DeFranco, con cui fece tour in Europa. Nel 1957 si trasferì a New York, divenendo uno dei pianisti più richiesti nelle sessioni Blue Note, accompagnando artisti come John Coltrane, Dexter Gordon, Jackie McLean, Hank Mobley, Lee Morgan e molti altri. Tra gli album più famosi come leader ci sono “Dial ‘S’ for Sonny” (1957), “Sonny’s Crib” (1957), “Cool Struttin’” (1958) e “Leapin’ and Lopin’” (1962). Purtroppo, la sua carriera fu breve a causa di problemi di tossicodipendenza e morì a soli 31 anni nel 1963, probabilmente per overdose. Clark è ricordato come uno dei pianisti più originali e influenti del jazz moderno, capace di coniugare tecnica e sensibilità compositiva in modo straordinario.
Ernie Caceres, il cui nome completo era Ernesto Caceres (nato il 22 novembre 1911 a Rockport, Texas, e morto il 10 gennaio 1971), è stato un sassofonista e clarinettista jazz americano noto soprattutto per la sua versatilità e per aver suonato con alcune delle più grandi orchestre dell’epoca swing. Iniziò la sua carriera professionale nel 1928 suonando in gruppi locali in Texas. Successivamente si trasferì a Detroit e New York con il fratello Emilio, anche lui musicista, lavorando come session musician. Nel 1937, le loro apparizioni nella serie radiofonica di Benny Goodman “Camel Caravan” li resero delle star del jazz. Caceres suonò con band leader famosi come Bobby Hackett, Jack Teagarden, e soprattutto nell’orchestra di Glenn Miller dal 1940 al 1942, partecipando anche a film come “Sun Valley Serenade” (1941) e “Orchestra Wives” (1942). Dopo la sua esperienza con Miller, suonò con Benny Goodman, Woody Herman e Tommy Dorsey. Negli anni ’40 e ’50 lavorò regolarmente come musicista freelance, guidò il proprio quartetto e partecipò a molte registrazioni. Fu anche un volto noto in televisione, esibendosi con la Garry Moore Orchestra. Negli anni ’60 continuò a lavorare con il Billy Butterfield Band e tornò in Texas dove suonò con il fratello Emilio fino alla sua morte per cancro nel 1971. Ernie Caceres era conosciuto per suonare clarinetto, sassofono alto e baritono, oltre alla chitarra, mostrando una grande abilità strumentale e un contributo significativo alla scena jazz americana durante l’era dello swing.
La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante. Un capolavoro assoluto di tutto l’universo musicale. [continua…] Ascolta il disco
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
[…] La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Non so se sia il suo disco più bello, certamente è quello a cui sono più legato. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Don Cherry, un candido, geniale folletto della nuova musica, partito dai quartetti di Coleman e poi spintosi in solitudine alla ricerca di contaminazioni spirituali e musicali con temi e filosofie dell’Oriente. Don Cherry era un musicista dal disarmante sorriso, una figura dolce e poetica, di spontanea e naturale vitalità. Era antiaccademico, non conosceva bene la notazione musicale, cercava piuttosto l’utopia della libertà assoluta, paragonabile a quella di un bambino che gioca con le note e i suoni fino a ricreare ogni volta daccapo una musica organica e innocente, di fragile ma spesso vertiginosa bellezza. Era un autodidatta, ma come cornettista acidulo, dotato di un lirismo bruciante alla Bix Beiderbecke, è stato fino a oggi il più audace fra i trombettisti che hanno cercato di emanciparsi dai cliché dell’inflazionato be-bop. Come cantante cordiale e melodico, legato a un folk multietnico che spaziava dall’Africa all’Oriente, Cherry evocava certi timbri vocali alla Bob Marley, pur senza cantare reggae. Poi col piano, le percussioni, il doussn’ gouni e altri strumenti etnici pescati un po’ ovunque, sapeva sempre cogliere segrete vibrazioni della musica, senza essere mai pittoresco. Nella sua carriera ci sono diversi periodi felici. Anzitutto la stagione piú jazzistica, sulla West Coast degli anni Cinquanta, prima come allievo-girovago di figure mitiche come Wardell Gray e Dexter Gordon. Poi, finalmente, la straordinaria rivoluzione del free a fianco di Ornette Coleman e, a partire dal 1957, un’epoca fervida di capolavori come Tomorrow Is a Question, The Shape of Jazz to Come, Change of a Century o il disco-manifesto Free Jazz. Altre eccitanti tappe discografiche: The Avant-garde, con John Coltrane, Evidence, con Steve Lacy, Our Man in Jazz, con Sonny Rollins, i tre bellissimi dischi Blue Note a suo nome con Gato Barbieri e Pharoah Sanders, i duetti con Eddie Blackwell della serie Mu, l’opera jazz Escalator over the Hill di Carla Bley, il primo capitolo della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, i dischi con Dollar Brand e con l’Organic Music Theatre, fino ai vagabondaggi europei degli anni Settanta, da nomade con famiglia al seguito. Dalla base svedese in una vecchia scuola abbandonata, con la moglie lappone Moki, il figlioletto Eagle Eye (diventato oggi un cantautore rock di successo) e l’adorata figliastra Neneh (non ancora la brillante vocalista soul-rap Neneh Cherry di oggi), Don si spostava col suo spettacolo colorato, ricco di stimoli sonori e visivi, da universo multirazziale senza confini. Ma l’utopia del polistrumentista meticcio s’infranse gradualmente col ritorno in America, alla fine degli anni Settanta.
I Coldplay, senza grandi possibilità di equivoco, sono stati, anzi sono, una delle più grandi band di tutti i tempi. Lo sono per la straordinaria capacità di fare musica in technicolor, cosa che sembra in sé contraddittoria, visto che la musica è inafferrabile e immateriale, visto che la musica non si vede e quindi, in sé, colori non ne ha. Ma loro, Chris Martin, Will Champion, Guy Berryman e Jonny Buckland, sono riusciti a fare qualcosa di più, perché i colori nella musica della band si vedono, si avvertono, ascoltando la loro musica siamo in grado di percepirli. Questo perché i Coldplay, come dimostrano ogni volta con i loro concerti, sono in grado di portare il pubblico, con la loro musica, a una condizione di assoluta e inarrivabile gioia, cosa che molti altri non riescono a fare davvero. Hanno avuto successo, spesso, nel tentativo di far uscire il pop dalle secche della perdizione commerciale di questi ultimi anni, musica senza prospettiva, priva di una visione, incapace di immaginare mondi che non siano quello del “qui e ora” e farci sognare, farci sperare, farci sorridere, farci contenti, insomma. Ma prima di creare la musica a colori hanno attraversato oscurità, malinconia, tristezza, dubbi, paure e le hanno trasformate in canzoni altrettanto belle, toccando come pochi altri le corde dell’emozione. E usando la musica come un balsamo. Sì, un balsamo, canzoni che possono mettere qualche piccola dose di pace nel nostro cuore e nella nostra anima. Canzoni come Fix You. Il brano ha già qualche anno sulle spalle, pubblicato nel 2005 in un album intitolato X&Y, che per molti versi chiude una lunga stagione nella storia della band, seguita poi proprio da quella della musica in technicolor. Qui invece siamo nel mondo dei sentimenti più puri, amicizia e amore, Chris Martin racconta il desiderio, la voglia, il bisogno di essere d’aiuto per chi ne ha bisogno. Fix You è la canzone di chi ha bisogno di calore per la propria anima, di chi pensa che aiutare gli altri sia la cosa migliore da fare nella vita, di chi vuole essere pronto ad “aggiustare” qualcuno che si è rotto, nel cuore, nell’anima. È la canzone di chi vuole essere accanto a qualcuno che ama, a qualcuno a cui vuole bene, rendendosi disponibile. Ma Fix You funziona anche se si è da soli, in un momento di tristezza o di malinconia, funziona sempre, “aggiusta” da sola le cose che sembrano rotte dentro di noi. È un balsamo, come dicevamo all’inizio. Un balsamo leggerissimo, che mette in sintonia anima e cuore. (Grazie a Ernesto Assante)
Il 1° agosto 1908 a Kingfisher, nell’Oklahoma, nasce il trombonista e qualche volta cantante Elmer Crumbley.
Elmer Crumbley è stato un trombonista jazz americano noto per il suo contributo alla musica swing e jazz orchestrale. Ha iniziato la sua carriera musicale negli anni ‘20, suonando con varie big band e orchestre di jazz dell’epoca. Crumbley è stato particolarmente noto per il suo lavoro con la band di Jimmie Lunceford, una delle orchestre più celebri dell’era dello swing. Durante la sua carriera, ha anche collaborato con artisti come Count Basie e Erskine Hawkins. Il suo stile di trombone era caratterizzato da un suono caldo, potente e preciso, che si adattava perfettamente agli arrangiamenti orchestrali del periodo. Anche se non è uno dei nomi più noti del jazz mainstream, il suo contributo è stato significativo per l’evoluzione del trombone nel contesto orchestrale jazz. Ha continuato a suonare e ad esibirsi fino agli anni ‘70, lasciando un’impronta duratura nella comunità jazzistica.
Come i migliori poeti e cantastorie, Mary Chapin Carpenter tesse ampie reti di bellezza, desiderio e profondità emotiva. In ogni canzone del suo nuovo album, Personal History, medita su capitoli della sua vita e ci invita a percorrere con lei questo viaggio labirintico, condividendo la saggezza inesauribile che trae dai piccoli momenti della vita. In Personal History, Mary Chapin Carpenter intreccia canzoni con filamenti lirici e strati di strumentazione cinematografica, avvolgendoci in una ricca maestosità ritmica. Potrebbe essere il suo miglior album finora, ed è certamente uno dei migliori dell’anno finora.
Per quanto riguarda la musica popolare, dal 1996 anno di uscita di quel meraviglioso disco che porta il nome di “Buena vista social club” niente è stato pubblicato di così bello e guarda caso anche in quel disco c’era la presenza di Cooder. In realtà non è un caso, nessuno meglio di lui sa raccogliere le radici storico musicali di un popolo. In questo disco il risultato è doppio visto che il suo collaboratore Paddy Moloney (leader dei Chieftains) è altresì un musicista sempre alla ricerca di perle sonore appartenenti al suo popolo d’Irlanda. Due mondi quindi, quello di Ry Cooder e una musica di base messicana e quello dei Chieftains con le loro ballate irlandesi, uniti per raccontare una storia che porta il nome di San Patricio, una guerra avvenuta nel 1846 tra messicani e americani alla quale parteciparono molti irlandesi. Il disco, che i due musicisti poco più che sessantenni hanno inciso, comprende diciannove brani. Tutte le canzoni sono ricche di sonorità folk, una fusione di strumenti acustici irlandesi (tin-whistle, uilleann pipes, violino) e strumenti acustici tradizionali messicani (cuatro, cajon, fisarmonica, bajo sexto, ecc). Cooder ha inserito anche un vasto assortimento di bande messicane e altri artisti, tra cui Lila Downs, Chavela Vargas, Los Tigres del Norte, Los Folkloristas e Linda Ronstadt. Cantato in spagnolo e inglese, le sessioni sono state registrate in Messico, Spagna, Los Angeles, New York e Dublino. La grandezza dell’album, oltre sicuramente all’aspetto musicale, sta nei lati comuni delle due culture. Il disco pone delle domande sulla conservazione sonora dei due popoli che in questo caso sono unite da un “fattore” storico che poche versioni ufficiali mettono in evidenza. Ancora una volta il grande Cooder, come ha fatto già in passato con altri album, fa una ricerca musicale e il risultato diventa un archivio storico e sociale dove le “note musicali” diventano la testimonianza di un popolo. Le canzoni di San Patricio sono cantate con pura passione, senza artifici tecnico strumentali, dalle ballate irlandesi cariche di melodia popolare e sentimento alle canzoni messicane calde e profonde. Musiche ricche entrambi di semplicità e spontaneità che vengono tramandate da generazioni rimanendo inalterate nello spirito, nella bellezza e nella loro storia. Quasi un capolavoro.