Biko – Peter Gabriel (1980)

Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid.
Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa.
Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano.
L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale.
“Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.

Summertime in England – Van Morrison (1980)

Immaginate una musica che sembra scaturire naturalmente da strumenti e dalla voce umana, una fusione unica di melodie, poesia, soul, rock, tradizione celtica e jazz: questa è la musica di Van Morrison. Le parole non possono veramente catturare ciò che “Van the Man” ha creato nella sua carriera. Un esempio brillante è “Summertime in England”, un pezzo lungo oltre 15 minuti che, ascoltato, trasporta in una dimensione senza tempo. Durante l’esecuzione, Morrison canta con pura passione, chiudendo gli occhi e cambiando continuamente le parole, creando un dialogo dinamico con la band.
Questo brano, presente nell’album “Common One” del 1980, è stato registrato in due take, nella sua origine come poema dedicato a William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. In esso, Morrison unisce immagini e riferimenti alla sua vita e all’amore in un flusso di coscienza avvolgente. Con la band che lo accompagna, lui improvvisa, giocando con le parole mentre gli strumenti si intrecciano attorno alla sua voce. Alla fine, ci invita a percepire il silenzio. “Summertime in England” è più di una canzone; è un capolavoro che merita 15 minuti del vostro tempo. Morrison, lontano dalle mode, rimane tra gli artisti più completi e affascinanti della musica del secolo scorso, con una voce e una passione uniche, destinate a durare nel tempo.

Come Together – The Beatles (1969)

Timothy Leary era un professore di psicologia ad Harvard e iniziò a fare esperimenti con l’acido lisergico, LSD, nel 1960. Dopo aver abbandonato l’università, sviluppò una teoria della liberazione umana attraverso l’esperienza psichedelica e predicava l’uso dell’LSD in tutto il mondo. Nel 1966 l’LSD venne messo fuorilegge, gli esperimenti di Leary furono bloccati e lui arrestato, in realtà, per possesso di marijuana. Per poter continuare la sua esperienza con le droghe, Leary fondò addirittura una religione, il cui rito prevedeva, invece dell’ostia consacrata della comunione cristiana, l’assunzione di LSD, cercando quindi di far valere la libertà religiosa garantita dalla costituzione americana. Ma non riuscì a convincere i giudici, finendo nuovamente in prigione.
Quando uscì, continuò la sua predicazione psichedelica; anzi, nel 1969, decise di candidarsi per la carica di governatore della California correndo contro Ronald Reagan. Chiese a John Lennon di scrivere una canzone per sostenere la sua campagna elettorale il cui slogan era “Come together, join the party!”. Lennon inizialmente accettò e provò a scrivere il brano. I primi tentativi li fece durante il famoso “bed-in” in Canada, dove Leary andò a trovare lui e Yoko Ono in luna di miele, ma quello che venne fuori non era esattamente un brano adatto a sostenere una campagna elettorale.
Ma divenne Come Together, uno dei brani più famosi dell’intera storia dei Beatles, la canzone che apriva l’ultimo album realizzato dalla band, il leggendario Abbey Road.
La canzone, oltre a essere pubblicata su Abbey Road, uscì anche come singolo, un singolo clamoroso, uscito insieme a Something, firmata da George Harrison. Fu il primo singolo della band ad avere brani già presenti in un album; i Beatles fino ad allora avevano destinato ai singoli solo brani che non erano sugli LP.
Come Together è un gioiello, suonata dai quattro Beatles al meglio delle loro capacità, prodotta da George Martin con la consueta maestria, un perfetto esempio di come, alla fine della loro straordinaria avventura, i favolosi quattro fossero ancora una perfetta macchina creativa, originale, unica e ancor oggi irripetibile.

Ella Fitzgerald Sings Cream’s “Sunshine of Your Love” (1969)

Nel 1969, Ella Fitzgerald pubblicò Sunshine of Your Love, un album dal vivo registrato al Venetian Room del The Fairmont San Francisco. Registrato dal produttore musicale Norman Granz, l’album conteneva canzoni pop contemporanee che mostravano la capacità di Fitzgerald di trascendere gli standard jazz. Prendiamo, ad esempio, una versione di Hey Jude dei Beatles e Sunshine of Your Love dei Cream. Qui sotto si puo’ ascoltare come suonava l’originale (registrato nel 1967) nelle mani di Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton, e poi sperimentare la versione inaspettata di Ella qui sopra. È una bella giustapposizione.

Vedi cara – Francesco Guccini (1970)

Le canzoni, nel 90 per cento dei casi, e in tutto il mondo, sono canzoni d’amore. Il che vuol dire che ogni situazione amorosa è stata raccontata, illustrata, interpretata, sviscerata, analizzata da autori in ogni dove e in ogni epoca. Le canzoni d’amore, quindi, possono avere milioni di forme diverse, essere appassionate e tristi, stupide e semplici, complesse e avvincenti, possono essere ballate in maniera lenta o scatenata, o ascoltate da soli al buio.
Ma tutte devono avere una caratteristica irrinunciabile, devono sembrare o essere, possibilmente, vere, perché noi ci si possa in quelle canzoni ritrovare, riconoscere, perché possano essere un modo per condividere una gioia, una passione, anche una difficoltà o una sofferenza. Francesco Guccini di canzoni d’amore non ne ha scritte tante in realtà, ma quando l’ha fatto la verità è stata sovrana assoluta. Del resto, è così in tutto il canzoniere di Francesco Guccini, uno dei più importanti autori della nostra storia musicale, è così perché anche quando la sua fantasia prende il sopravvento, anche quando le sue storie diventano fantatiche o addirittura misteriose, è difficile non lasciarsi rapire dal racconto e crederci. Guccini ci ha anche raccontato di sé, dei suoi amori, e lo ha fatto sempre in maniera particolare, non ovvia, evitando ovviamente la classica rima baciata “sole-cuore-amore”, ma provando a esplorare lati del sentimento amoroso che la nostra canzone ha illuminato poco. Come nel caso di Vedi cara. È un brano del 1970, presente in Due anni dopo, secondo album di Guccini, ed è scritto come se l’amata a cui la canzone è diretta se realmente davanti a lui, come se non si trattasse di una canzone ma di un discorso fatto a quella che all’epoca non era ancora moglie, Roberta Baccilieri, che sposerà l’anno seguente. È una canzone bellissima e strana, che non ha un vero ritornello ma ben ventidue strofe in cui il cantautore prova a spiegare le difficoltà che in quel momento attraversava.

A Hard Rain’s A-Gonna Fall – Bob Dylan (1963)

Che le canzoni non vengano insegnate a scuola come le poesie, come la grande letteratura è un tema che andrebbe portato all’attenzione collettiva. Dagli ultimi dieci anni del Novecento a oggi l’importanza letteraria della canzone è assolutamente indiscutibile, talmente indiscutibile che Bob Dylan ha vinto un premio Nobel per questo. Ma nei libri di testo, nei manuali, l’assenza non solo delle opere di Dylan, ma anche di quelle di Paul Simon, Leonard Cohen, Joni Mitchell, John Lennon tanto per citare solo i più famosi, è un segno di una carenza di attenzione da parte del mondo della cultura che ormai è imperdonabile. Un brano come A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan, ad esempio, nelle antologie letterarie scolastiche ci starebbe a pennello. La canzone è stata pubblicata nel 1963 nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan, scritta durante l’estate del ‘62 e, come dicono molti critici, è un perfetto esempio di fusione tra arte popolare e colta, tra poesia e folk, tra avanguardia e canzone. È un brano in cui si ritrova la semplicità delle ballate acustiche della tradizione americana e la complessità della poesia di Ginsberg e Ferlinghetti, l’impegno politico e l’amore, la visionarietà e il sentimento.

We Gotta Get Out This Place – Animals (1965)

“We Gotta Get Out of This Place” è una canzone famosa dei The Animals, pubblicata nel 1965. È uno dei brani più iconici del gruppo britannico, con un testo che parla di desiderio di fuga e di ricerca di una vita migliore, temi che risuonarono particolarmente tra i giovani negli anni ‘60, soprattutto con l’eco della guerra del Vietnam.
La canzone fu scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, due prolifici compositori americani, e fu interpretata con grande intensità da Eric Burdon, il frontman degli Animals. Il brano è noto per il suo riff di basso distintivo, suonato da Chas Chandler, e il suo tono cupo e ribelle.
Sebbene il testo faccia riferimento a una situazione generica di insoddisfazione e desiderio di fuga, la canzone divenne un inno per i soldati americani durante la guerra del Vietnam, che si identificarono con il suo messaggio di evasione. L’energia emotiva della performance degli Animals ha reso questo pezzo memorabile e duraturo, tanto da essere considerato uno dei grandi classici del rock degli anni ’60.

A Quick One, While He’s Away – The Who (1966)

Siamo nel 1966, e l’ambizione del rock sta diventando sempre più grande. Gli artisti principali, i Beatles, Dylan, gli Stones, i Kinks tanto per citarne alcuni, cominciano a stare stretti nel formato della canzone pop di tre minuti. A Quick One, While He’s Away racconta la storia di una ragazza che resta sola perché il suo uomo è partito da quasi un anno e si consola, per meglio dire trova rimedio, con un engine driver, un macchinista di passaggio. Quando il fidanzato ritorna, lei gli confessa il tradimento e lui alla fine la perdona. Non è tanto la storia na essere interessante, quanto la struttura del brano, che vede tutti e quattro i componenti della band mettere in scena un’opera con personaggi diversi e con un unico tema. A Quick One, While He’s Away è un brano di svolta, è il primo vero tentativo degli Who di uscire dall’universo mod e puntare dritti al centro, al cuore del rock. È soprattutto un brano che indica una strada, dice al mondo che il rock si può usare per uscire dai cliché, che il rock non ha limiti e confini se non quelli della creatività degli artisti. Per gli Who sarà un cambiamento fondamentale, per il rock uno dei mattoni che porterà dritti al progressive e a cambiare la storia della musica popolare.

What I Am – Edie Brickell (1988)

Siamo nel 1988, Edie Brickell ha 22 anni e non è ancora famosa. Ha accantonato il suo vecchio sogno di bambina – diventare quarterback dei Dallas Cowboys, strana ambizione, decisamente maschile, che lei coltiva forse perché sapeva che i suoi genitori volevano un figlio maschio. Ha accettato di fare una piccola parte nel film Nato il quattro luglio, che uscirà nel 1989, in una scena girata al The Hop di Fort Worth, in Texas, un posto che aveva visto esibirsi Bob Dylan e Janis Joplin e che avrebbe chiuso i battenti pochi mesi dopo. Edie Brickell sente però che il suo futuro non è nel cinema. Lei ama la musica e sta cominciando a raccogliere le prime soddisfazioni con il suo gruppo i New Bohemians.

Heroes – David Bowie (1977)

Il brano è costruito attorno ai suoni elettronici creati da Eno, ma l’elemento chiave della musica è, in realtà, la chitarra di Robert Fripp. Eno aveva realizzato nelle settimane precedenti una struttura elettronica costruita su strati sonori diversi e in qualche modo continui, ma sia a lui che a Bowie sembrava mancasse qualcosa. Chiamarono a Londra Robert Fripp, chitarrista e fondatore dei King Crimson che già aveva collaborato con Eno.
Fripp aveva solo poche ore libere ma accettò l’invito, prese l’aereo, arrivò a Berlino e inventò quella straordinaria linea di chitarra, una nota costante con una sola variazione, che rende distintivo il suono di Heroes. Per ultima, una volta scritto il testo, registrarono la voce di Bowie. Il brano è un crescendo vocale particolarmente emozionante, per realizzare il quale Tony Visconti studiò un trucco: il produttore mise un microfono vicino a Bowie, uno più distante e un terzo più lontano, Bowie iniziò a cantare nel primo, poi Visconti lo spense e accese il secondo, facendo poi la stessa cosa con il terzo, costringendo Bowie quasi a urlare per cantare la parte finale, creando un pathos straordinario.