Sidùn – Fabrizio De Andrè (1984)

“Sidùn” è un brano scritto e interpretato da Fabrizio De André, pubblicato nel 1984 nell’album “Creuza de mä”, realizzato in collaborazione con Mauro Pagani. Il brano è cantato in dialetto genovese, tipico dell’intero disco, che fonde la lingua ligure con sonorità della tradizione musicale mediterranea. L’album è considerato una pietra miliare della musica italiana ed etnica degli anni Ottanta.
“Sidùn” prende il nome dalla città libanese di Sidone, che all’epoca era teatro di violenti conflitti durante la guerra civile libanese (1975-1991). De André immagina la città dopo l’attacco delle truppe israeliane nel 1982 come un uomo arabo disperato che tiene in braccio il proprio figlio, vittima di un carro armato. La canzone mette in luce la sofferenza della popolazione civile e ha una forte connotazione metaforica: la “piccola morte” a cui si riferisce non è solo quella di un bambino, ma simboleggia la fine culturale e civile di un piccolo paese, il Libano, storicamente una grande culla della civiltà mediterranea.
L’introduzione del brano è caratterizzata dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, con il rumore dei carri armati sullo sfondo, sottolineando la dimensione politica e bellica del racconto. Con la sua poesia intensa e la musica evocativa, “Sidùn” rappresenta un grido contro la guerra e una testimonianza della sofferenza umana nei conflitti nel Mediterraneo.

That’s All right – Elvis Presley (1954)

“That’s All Right” è una canzone scritta e originariamente eseguita dal cantante blues americano Arthur Crudup nel 1946. La versione più celebre è però quella di Elvis Presley, che la registrò il 5 luglio 1954 presso gli studi Sun Records a Memphis, Tennessee, pubblicandola come singolo il 19 luglio 1954 con “Blue Moon of Kentucky” come lato B. Questo brano rappresenta il debutto discografico di Elvis ed è considerato da molti critici come uno dei primi esempi di rock and roll, segnando l’inizio della carriera del “Re del Rock”.
La versione di Presley è una rivisitazione fedele dell’originale blues di Crudup, interpretata con un approccio più energico e giovane che mescolava country, blues e rhythm and blues. Registrato con la chitarra di Scotty Moore e il contrabbasso di Bill Black, il brano divenne un successo e fu inserito nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time” dalla rivista Rolling Stone. Nel 1998, la registrazione fu anche inserita nella Grammy Hall of Fame, sottolineando la sua importanza storica e artistica nel panorama musicale mondiale.
La particolarità della registrazione presso Sun Records fu che durante una pausa, Elvis iniziò a suonare “That’s All Right” in modo spontaneo, e ciò colpì il produttore Sam Phillips, che decise di registrare il pezzo così com’era. Il singolo lanciò la carriera di Elvis Presley, dandogli una visibilità immediata e facendo da battistrada per la diffusione del rock and roll nel mondo.
In sintesi, “That’s All Right” è il brano che ha segnato l’avvio della carriera di Elvis Presley e uno dei momenti chiave nella nascita del rock and roll, con un forte impatto culturale e musicale duraturo.

Sympathy For The Devil – Rolling Stones (1968)

La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero.
Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro.
“Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.

Hey Joe – Jimi Hendrix (1966)

Il brano “Hey Joe” ha una storia complessa e originariamente è stato scritto nel 1962 da Billy Roberts, un musicista della scena folk del Greenwich Village di New York. Prima di diventare famoso nella versione di Jimi Hendrix, “Hey Joe” fu inciso da diversi artisti e gruppi come i Leaves, i Byrds e i Love, ma nessuno riuscì a trasformarlo in un grande successo.
Jimi Hendrix, che aveva già esperienza come chitarrista con artisti come gli Isley Brothers e Little Richard, arrivò a Londra nel 1966 grazie a Chas Chandler, ex bassista degli Animals, che ne riconobbe subito il talento e lo mise in contatto con Mitch Mitchell e Noel Redding, formando la Jimi Hendrix Experience. Hendrix registrò “Hey Joe” trasformandola in una versione più lenta, con un forte spirito blues e un’atmosfera psichedelica.
Il singolo uscì nel dicembre 1966 e raggiunse la quarta posizione in classifica in Inghilterra nel febbraio 1967, lanciando Hendrix verso la fama. La canzone fu suonata da Hendrix al Festival di Monterey nel 1967, contribuendo a consolidare la sua leggenda. “Hey Joe” è diventata una “murder ballad” iconica, raccontando la storia di un uomo che uccide la sua donna infedele e tenta la fuga, tema che ha contribuito al suo fascino e alla sua rilevanza emotiva.
La canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti nel corso degli anni, spaziando dal rock al jazz, dimostrando la sua versatilità e la profondità della sua influenza nella musica popolare.

Stairway To Heaven – Led Zeppelin (1971)

Stairway to Heaven,” pubblicata nel 1971 sull’album IV dei Led Zeppelin, è considerata una delle canzoni più epiche e leggendarie della storia del rock. Il brano, della durata di otto minuti, è ammirato per la sua costruzione perfetta, che presenta un magnifico crescendo che passa da una parte acustica e sognante a una potente sezione elettrica.

Il testo è di stampo fantastico (scritto da Robert Plant), e la parte strumentale è esaltata dal famoso assolo di chitarra di Jimmy Page e dall’impatto complessivo della band. La canzone non fu mai pubblicata come singolo per scelta del gruppo, quindi non entrò in classifica fino al 2007, quando il catalogo fu reso disponibile in digitale.

Il brano fu concepito da Page, che iniziò a lavorarci da solo nel 1970, con l’intenzione di creare un pezzo epico per sostituire “Dazed and Confused” negli spettacoli dal vivo. La struttura fu finalizzata con la band a Headley Grange. L’arrangiamento si sviluppa gradualmente: inizia in modo acustico con un’atmosfera da ballata, l’elettricità e il basso si aggiungono attorno al terzo minuto e la batteria di John Bonham arriva solo dopo circa quattro minuti, in concomitanza con l’apertura del ritmo. Dopo una breve pausa, il brano esplode con il celebre assolo di Page e un finale rock, in netto contrasto con l’inizio pacato. Nonostante la durata, è una delle canzoni più trasmesse dalle radio a livello globale.

Page stesso ritiene che la canzone incarni tutto ciò che i Led Zeppelin rappresentano. Plant, pur non definendolo il suo brano preferito, lo esegue in modo insuperabile, tanto che Page non ha mai permesso ad altri di cantarlo nelle sue esibizioni da solista, preferendo una versione strumentale.

Il brano è stato anche oggetto di una controversia legale per la somiglianza dell’arpeggio iniziale con il pezzo “Taurus” degli Spirit. Dopo una lunga battaglia legale iniziata nel 2014, i tribunali americani hanno definitivamente prosciolto i Led Zeppelin dalle accuse di plagio nel 2020, nonostante l’evidente somiglianza.

Infine, il testo accenna alla leggenda metropolitana, probabilmente infondata, secondo cui l’ascolto di “Stairway to Heaven” al contrario rivelerebbe un messaggio satanico.

God Only Knows – Beach Boys (1966)

“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.

It’s All Too Much – The Beatles (1969)

C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.

Smells Like Teen Spirit – Nirvana (1991)

Il bello della storia del rock è che non è lineare, non segue un filo conduttore vero e proprio, volendo lo si può tracciare, ma in realtà, se andiamo a guardare bene quel filo, vediamo che è fatto di migliaia di punti separati e ogni punto è una storia a sé stante.
Così è certamente per uno di quei brani che quella storia l’ha fatta, l’ha segnata, l’ha marchiata a fuoco: Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Siamo nel 1991 e il rock, a ben guardare, è morto ancora una volta. Muore ciclicamente da quando è nato alla fine degli anni Cinquanta, ma a Seattle, da qualche tempo, il fuoco covava sotto la cenere, un pugno di band stava provando a rimettere in circolazione quell’energia che sembrava sopita o che era rinata da altre parti, verso le latitudini del rap o dell’hip hop, mentre in Inghilterra la generazione dei rave aveva scelto di andare completamente da un’altra parte, di dimenticare il rock per scegliere l’elettronica e l’ecstasy per uscire dalle regole e dagli schemi. A Seattle, invece, le chitarre suonavano ancora forti, potenti, e le vestigia dell’hard rock erano ben visibili tra le tracce dell’heavy metal che veniva suonato da molte band americane dell’epoca.
C’era ancora chi si poteva concentrare su un solo riff di chitarra, fatto di pochi accordi per provare a trovare la chiave per scardinare il mondo con la musica. E quello che fece Kurt Cobain, frontman, mente e cuore dei Nirvana. Stavano lavorando al loro secondo album, Nevermind, e lui si era appunto concentrato su un riff di chitarra, quattro accordi in tutto, molto simili peraltro a quelli di More Than a Feeling dei Boston perché, come disse lo stesso Cobain più volte nelle interviste, era alla ricerca della perfetta canzone pop, e voleva farla suonare non come i Boston, ma come i Pixies, altra band di rock alternativo americano del momento. Fece sentire il riff con un accenno del ritornello agli altri due compagni del gruppo, Krist Novoselic e Dave Grohl, e tutti e tre per un’ora e mezza si ostinarono su quelle note e quella melodia. Le rallentarono, le urlarono, le misero insieme fino a quando il brano non fu completato.

Hello, I Love You – The Doors (1968)

Il singolo, molto leggero e radiofonico nella sua prima parte, più acido e teso nella seconda, fu all’epoca considerato troppo pop dai puristi del rock, ma piacque enormemente, portando la band nuovamente al primo posto delle classifiche, con un singolo che, peraltro, viene ricordato com il primo 45 giri stereo della discografia americana.
Il rift di tastiera suonato da Ray Manzarek è molto simile a quello di All Day and All of the Nighe del Kinks, che Infatti minacciarono i Doors di fargli causa per plagio, cosa che non accadde perché trovarono un accordo prima di finire in tribunale, Morrison, assieme a Jimi Hendrix, Incarnava il 1968, con la sua straordinaria mescolanza di poesia, ribellione, elettricità e arte, meglio di molti altri artisti rock: metteva in scena senza filtri la febbre che aveva colpito una intera generazione che non voleva altro che bruciare i ponti dietro se stessa e affrontare il futuro conquistandolo, cambiando le regole del gioco. “Non era facile stargli dietro” ricorda Robby Krieger “anzi, era spesso impossibile. Jim era irregolare e imprevedibile, così come creativo ed esplosivo. Quell’anno fu per noi un’incredibile altalena di emozioni, successi, disastri, aperture, crolli, che ci portò dalla gioia alla disperazione”.


Thriller – Michael Jackson (1982)

“Thriller” è una delle canzoni più iconiche di Michael Jackson ed è uno dei brani più celebri della storia della musica pop. Pubblicato il 12 novembre 1983 come settimo e ultimo singolo dall’album omonimo, “Thriller” (1982), album che è tuttora tra i più venduti di tutti i tempi.
La canzone ha un’atmosfera ispirata ai film horror degli anni ’50 e ’60 e contiene una celebre narrazione parlata dell’attore Vincent Price, famoso per i suoi ruoli in film horror.
Il brano è noto per il suo groove funky, l’uso di sintetizzatori e effetti sonori come porte che cigolano, urla, tuoni e passi inquietanti.

Il video di Thriller, diretto da John Landis è un corto musicale di circa 14 minuti che ha rivoluzionato il concetto di videoclip. Michael Jackson si trasforma in licantropo e zombie, la coreografia è diventata leggendaria ed imitata parodiata in tutto il mondo. Il primo video musicale ad essere inserito nel National Film Registry della Library of Congress degli Stati Uniti.

Thriller ha segnato un punto di svolta nella musica pop, contribuendo in modo decisivo a consolidare la figura di Michael Jackson come “King of Pop”.