Gato Barbieri: un audace e coraggioso performer

Gato Barbieri, il cui vero nome era Leandro Barbieri, è stato un celebre sassofonista e compositore argentino, noto per il suo contributo al jazz latino. Nato il 28 novembre 1932 a Rosario, in Argentina, Barbieri è divenuto famoso per il suo stile potente e passionale, suonando principalmente il sassofono tenore.
Negli anni ’60, Barbieri si è trasferito in Europa, dove ha collaborato con diversi artisti di avanguardia, tra cui il trombettista Don Cherry. È durante questo periodo che ha sviluppato il suo caratteristico suono, una fusione di jazz con elementi della musica latinoamericana.
Negli anni ’70, ha guadagnato ulteriore riconoscimento grazie alla colonna sonora del film Ultimo tango a Parigi (1972), diretto da Bernardo Bertolucci. Questa colonna sonora ha portato Barbieri alla ribalta internazionale e ha consolidato la sua reputazione come uno dei più grandi innovatori del jazz latino.
Gato Barbieri ha continuato a incidere e a esibirsi fino alla sua morte, avvenuta il 2 aprile 2016 a New York. Il suo lascito musicale continua a ispirare musicisti di tutto il mondo.

Ruth Brown: un’anima “Rhythm and Blues”

Ruth Brown è stata una cantante e attrice americana, conosciuta soprattutto per il suo contributo al genere musicale Rhythm and Blues. Nata il 12 gennaio 1928 a Portsmouth, Virginia, Ruth è stata una figura centrale nella popolarizzazione dell’R&B negli anni ’50, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Miss Rhythm.”
Le sue canzoni più famose includono “Teardrops from My Eyes,” “5-10-15 Hours,” e “(Mama) He Treats Your Daughter Mean.” Questi brani le hanno fatto guadagnare un posto di rilievo nelle classifiche musicali dell’epoca e hanno contribuito a definire il suono dell’R&B. Ruth Brown ha lavorato principalmente con la Atlantic Records, un’etichetta che divenne così influente nell’R&B da essere chiamata “The House that Ruth Built” (La casa che Ruth ha costruito).
Oltre alla sua carriera musicale, Ruth Brown ha avuto anche una carriera di successo come attrice, apparendo in film, spettacoli televisivi e produzioni teatrali. È stata anche una sostenitrice dei diritti degli artisti, lottando per ottenere royalties e compensi equi per i musicisti.
Ruth Brown è scomparsa il 17 novembre 2006, lasciando un’eredità duratura nel mondo della musica. La sua influenza si estende ben oltre la sua epoca, e molti artisti contemporanei la citano come una delle loro principali ispirazioni.

Clifford Brown: brillante stella dell’”Hard Bop”

Spesso indicato come “Brownie”, è stato un trombettista e compositore jazz americano molto influente. Nato il 30 ottobre 1930 a Wilmington, Delaware, e tragicamente scomparso il 26 giugno 1956, all’età di 25 anni, Brown ha lasciato un segno indelebile nel mondo del jazz nonostante la sua breve carriera. È celebrato per la sua tecnica virtuosistica, il tono caldo e l’improvvisazione creativa. Clifford Brown è cresciuto in una famiglia di musicisti e ha iniziato a suonare la tromba in giovane età. Il suo talento fu evidente fin da subito e ricevette la sua prima tromba all’età di 13 anni. Frequentò la Delaware State University e successivamente si trasferì al Maryland State College con una borsa di studio musicale. Durante questo periodo, ha avuto l’opportunità di suonare con leggende del jazz come Dizzy Gillespie e Fats Navarro, che hanno avuto una grande influenza sul suo stile musicale. Nel 1952, la carriera di Brown iniziò a decollare quando si unì alla band del batterista Art Blakey, una collaborazione che portò all’influente album “A Night at Birdland”. Questa registrazione ha messo in mostra la notevole abilità tecnica e l’improvvisazione lirica di Brown, guadagnandogli ampi consensi. Nel 1954, Brown ha co-fondato il Clifford Brown/Max Roach Quintet con il batterista Max Roach. Questo gruppo divenne uno degli ensemble più celebri della storia del jazz, noto per le sue composizioni sofisticate e le sue esibizioni serrate e dinamiche. Le registrazioni del quintetto, inclusi album come “Clifford Brown & Max Roach” e “Study in Brown”, sono considerati classici e presentano alcuni dei lavori più memorabili di Brown. Clifford Brown era noto per il suo tono di tromba caldo e ricco e per la sua capacità di suonare con facilità linee veloci e intricate. Il suo stile improvvisativo combinava la complessità del bebop con una sensibilità melodica che rendeva i suoi assoli tecnicamente impressionanti ed emotivamente risonanti. La vita personale di Clifford Brown è stata segnata dalla sua dedizione alla sua arte e dalla sua reputazione di musicista dalla vita pulita, cosa notevole in un’epoca in cui l’uso di droghe era dilagante nella comunità jazz. Il suo impegno per la musica e la sua influenza positiva sui suoi coetanei lo hanno reso una figura rispettata sia dentro che fuori dal palco. Tragicamente, la promettente carriera di Brown fu interrotta quando morì in un incidente stradale il 26 giugno 1956, mentre era in viaggio per un concerto. Nonostante la sua breve carriera, il suo impatto sul jazz fu profondo. Ha influenzato innumerevoli trombettisti, tra cui Lee Morgan, Freddie Hubbard e Wynton Marsalis, che hanno citato Brown come principale fonte di ispirazione. L’eredità di Clifford Brown sopravvive attraverso le sue registrazioni, che continuano ad essere studiate e ammirate da musicisti e appassionati di jazz in tutto il mondo. Il suo contributo allo sviluppo della tromba jazz moderna e la sua esemplare abilità artistica gli hanno assicurato il posto come uno dei più grandi musicisti jazz di tutti i tempi.

Chuck Berry: uno dei “padri” del Rock’n’Roll

Il 18 Ottobre del 1926 nasceva il grande cantante e chitarrista Chuck Berry, che fu tra i “padri” del Rock ed in particolare del “Rock’n’Roll”. Chuck Berry è cresciuto in un quartiere afroamericano della classe media a St. Louis. Il suo interesse per la musica è iniziato in tenera età e ha fatto il suo debutto in pubblico mentre era ancora al liceo. Le prime influenze di Berry includevano il blues, lo swing e la musica da big band, ed era particolarmente ispirato dal chitarrista T-Bone Walker. Dopo un periodo in riformatorio per rapina a mano armata, Berry ha svolto vari lavori, tra cui operaio e parrucchiere, mentre si dedicava alla musica. La sua grande occasione arrivò nel 1955 quando viaggiò a Chicago e incontrò Muddy Waters, che lo presentò a Leonard Chess della Chess Records. Il primo grande successo di Berry fu “Maybellene”, pubblicato nel 1955. La canzone, una rielaborazione della tradizionale melodia country “Ida Red”, combinava rhythm and blues con elementi di musica country, creando un suono fresco e nuovo che risuonava con un vasto pubblico. “Maybellene” raggiunse la quinta posizione nella classifica pop di Billboard e stabilì Berry come una delle maggiori forze del rock and roll. La musica di Chuck Berry era caratterizzata da riff di chitarra distintivi, testi intelligenti e performance energiche. Ha scritto canzoni che parlavano delle esperienze e delle aspirazioni dei giovani, catturando lo spirito della vita adolescenziale nell’America del dopoguerra. La sua presenza scenica, caratterizzata dalla sua caratteristica “passeggiata dell’anatra”, ha aggiunto al suo fascino. L’impatto di Chuck Berry sul rock and roll non può essere sopravvalutato. Il suo stile chitarristico ha influenzato innumerevoli musicisti, tra cui i Beatles, i Rolling Stones e innumerevoli altri che seguirono. Il suo approccio alla scrittura di canzoni, combinando melodie accattivanti con narrazioni facilmente riconoscibili, costituisce un modello per i futuri musicisti rock. Berry è stato uno dei primi ad essere inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986 e la sua influenza è stata riconosciuta da numerosi artisti e critici. Keith Richards dei Rolling Stones ha detto: “Chuck Berry era il rock and roll”. La vita di Berry non è stata priva di controversie. Ha dovuto affrontare problemi legali, inclusa una pena detentiva ben pubblicizzata all’inizio degli anni ’60 per aver violato la legge Mann. Nonostante queste sfide, Berry ha continuato a esibirsi e registrare musica per tutta la vita. Chuck Berry continuò a esibirsi fino agli ottant’anni, mantenendo un concerto regolare al Blueberry Hill, un club di St. Louis. Ha annunciato il suo ultimo album in studio, “Chuck”, in occasione del suo 90esimo compleanno nel 2016, che è stato pubblicato postumo. Chuck Berry è morto il 18 marzo 2017, all’età di 90 anni. Il suo contributo alla musica e il suo ruolo di pioniere del rock and roll assicurano che la sua eredità durerà per generazioni.

Art Blakey: maestro della batteria “Be Bop”

L’11 Ottobre del 1919, a Pittsburgh, in Pennsylvania, U.S.A., nasceva il grande batterista Jazz Art Blakey (nome completo Arthur Blakey). Era una figura centrale nei movimenti bebop e hard bop ed è meglio conosciuto per il suo lavoro con i Jazz Messengers, una band che divenne un banco di prova per molte future star del jazz. Blakey ha iniziato il suo viaggio musicale suonando il piano, ma è passato alla batteria nella tarda adolescenza. All’inizio della sua carriera lo ha visto esibirsi con big band guidate da Fletcher Henderson e Billy Eckstine. Fu durante il suo periodo con la band di Eckstine che Blakey fu profondamente coinvolto nel movimento bebop, suonando al fianco di leggende come Charlie Parker e Dizzy Gillespie. A metà degli anni ’50, Art Blakey formò i Jazz Messengers, inizialmente guidati dal pianista Horace Silver. I Jazz Messengers divennero uno dei gruppi più influenti nella storia del jazz, noto per il suo stile hard bop che fondeva la complessità del bebop con influenze blues piene di sentimento. La formazione della band cambiava frequentemente, fungendo da trampolino di lancio per numerosi giovani musicisti che sarebbero poi diventati figure di spicco del jazz. La batteria di Blakey era caratterizzata da un modo di suonare potente e deciso con un forte senso dello swing. Era noto per la sua intensità dinamica, i ritmi complessi e l’uso distintivo di rulli e piatti. La batteria di Blakey non solo ha fornito una forza trainante per la band, ma ha anche consentito un’interazione interattiva e reattiva con gli altri musicisti. I contributi di Art Blakey al jazz vanno oltre le sue capacità di batterista. Come bandleader, si è dedicato al tutoraggio di giovani musicisti, aiutandoli a sviluppare le loro capacità e a trovare le loro voci uniche. Questo ambiente stimolante ha aiutato molti futuri grandi del jazz ad affinare la propria arte e ottenere riconoscimenti. Art Blakey è ricordato come un maestro batterista, un mentore devoto e una figura chiave nello sviluppo del jazz moderno. Il suo lavoro con i Jazz Messengers rimane una pietra miliare della storia del jazz, celebrando la ricchezza, la complessità e lo spirito vibrante del genere.

Chuck Berry

Per molti dei commentatori e degli storici, il rock’n’roll è una realtà prevalentemente afroamericana, almeno in termini strettamente musicali. Sicuramente il contributo dato dagli artisti afroamericani al successo del rock’n’roll è stato enorme. Primo fra tutti Chuck Berry, il quale non è stato soltanto un autore di musiche destinate a diventare dei classici, ma è il primo grande narratore folk della musica giovanile. I suoi testi, infatti, sono il primo esempio di «poesia» rock, testi che, invece di essere fedeli alle logiche del pop di consumo, raccontano con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo raffinato storie di adolescenti in cerca di libertà e divertimento, gli avvenimenti e i temi ordinari del mondo giovanile, le automobili, la scuola, il diventare adulti, il rock’n’roll stesso. Per non parlare della musica, quella vibrante scarica elettrica che veniva dalla sua chitarra e in particolare dai riff con cui apriva la maggior parte dei brani (riff diventati lessico fondamentale per il rock a venire), certamente derivati dalla tradizione del blues urbano ma originali nell’esito finale. Chuck Berry si distingue proprio per l’enfasi posta sull’uso della chitarra elettrica, destinata a diventare di lí a poco lo strumento principe del rock. I suoi capolavori sono concentrati in soli tre anni, dal 1955 al 1958, con brani come Johnny B. Goode, Maybellene, Roll over Beethoven, Sweet Little Sixteen. Nel 1959 fu condannato a tre anni di prigione per aver introdotto illegalmente una minorenne negli Usa, avvicinandosi anche lui a una certa consuetudine con l’illegalità e la trasgressione che fu tipica di quasi tutta la generazione del rock’n’roll.

Roy Buchanan

Il 14 Agosto del 1988, a Fairfax County, in Virginia, U.S.A., moriva il grande chitarrista Blues Roy Buchanan. Era nato nel 1939 ad Ozark, Arkansas, U.S.A, è stato un influente chitarrista e musicista blues americano noto per il suo suono pionieristico Telecaster. Iniziò ad imparare la chitarra a 7 anni ed a 15 se ne andò di casa per fare il musicista. Andò in Canada ed iniziò a lavorare come “session man”, come musicista da studio, oltre che in varie band. Inventò il “plinch harmonic” (una particolare tecnica che prevede l’utilizzo simultaneo del plettro e del dito pollice) ma rimase per anni nell’ombra.
La vita di Buchanan ha preso una svolta significativa nel 1971 dopo che un documentario della PBS intitolato Introducing Roy Buchanan lo ha portato all’attenzione nazionale, portandolo a un contratto discografico con la Polydor Records. Era noto per aver rifiutato un presunto invito a unirsi ai Rolling Stones, guadagnandosi il soprannome di “l’uomo che ha rifiutato gli Stones”. La carriera di Buchanan includeva la registrazione di album per la Polydor e la Atlantic Records, con alcuni dei suoi lavori che ottennero lo status di disco d’oro. Si prese una pausa dalle registrazioni nel 1981, ma ritornò in studio nel 1985 con la Alligator Records, pubblicando album che mettevano in mostra la sua libertà artistica. Tragicamente, la vita di Buchanan finì nel 1988 quando fu trovato impiccato in una cella di prigione dopo essere stato arrestato per ubriachezza pubblica a seguito di una lite domestica. La sua eredità sopravvive attraverso la sua musica e il suo impatto sui generi blues e rock.

Jack Bruce – Out Of The Storm (1974)

Capita di tanto in tanto di ascoltare vecchi album di cui si aveva perso le tracce. Quando succede e quando il disco comunica qualcosa non appena comincia a suonare, quando uno si sente partecipe delle emozioni dell’artista, anche dopo aver ascoltato un solo brano hai la certezza che tutto il resto del disco sarà buono. Ho ascoltato per la prima volta Out Of The Storm di Jack Bruce e mentre la sua voce intonava le prime note di Pieces of Mind mi sono reso conto di fare la conoscenza dei più bei dischi di una certa vena del rock blues inglese al pari di Rock Bottom di Wyatt. Le esperienze, l’ispirazione, la scelta intelligente di certe note, la voce robusta e ricca di soul, rivela che Jack è un musicista di una categoria a parte, quella che Bob Fripp chiamò dei “maestri”. Dopo l’esperienza abbastanza monolitica di Wes, Bruce e Laing, Jack ha lavorato per un anno alla realizzazione di questo album con il solo aiuto di Steve Hunter (abilmente a tutte le chitarre) e Jim Keltner alla batteria meno in tre brani dove suona Jim Gordon. Il resto degli strumenti li suona tutti lui come tutte sue sono le voci e qui si potrebbe aprire un discorso sul cantante perché Bruce dimostra di essere in possesso di una tecnica fuori dal comune trovando timbri diversi per i diversi stati di animo e organizzando cori con armonie inconsuete. Le parole sono di Pete Brown il poeta cantante che aveva già collaborato coi Cream e la sua poesia sensoriale fatta di allusioni malinconiche si sposa benissimo con la musica che, ora è ritmata con anticipazioni jazzistiche, ora va oltre l’esperienza dei suoni contemporanei. Scozzese, connazionale di Van Morrison e come lui con un’anima piena di soul da cantare, Bruce è un musicista profondo e Out Of The Storm ne è la prova evidente. 

Jackson Browne – Late for the sky (1974)

Con una splendida immagine di copertina esplicitamente dedicata a Magritte, l’album spinse al top la cosiddetta arte del riflusso. Il canzoniere dei disillusi della contestazione trova in Jackson Browne un interprete perfetto, che racconta la fatica di vivere con malinconica credibile vitalità. ‘Late for the sky’ esce nel dicembre del 1974. Non è un momento particolarmente fortunato. Jackson ha appena passato qualche guaio con “Redneck friend”, una canzone tratta dal suo precedente lavoro, ‘For everyman’, in cui si parla di masturbazione. Sua moglie però aspetta un figlio. E, infatti, nel retro della copertina di ‘Late for the sky’, Jackson dedica il disco a quell’Ethan (“che sta per arrivare”).

Il disco riceve i complimenti della critica, ma commercialmente è un piccolo disastro. Il suono morbido che viene offerto, le ballate profonde, il senso di vaga ma cosciente disperazione sociale attraggono e respingono allo stesso tempo. Di sicuro non sono “cosa immediata”. I singoli del disco (“Walking slow” e “Fountain of sorrow”) naufragano nei bassifondi della classifica. Jackson va in tournèe, anche da solo, a volte con il solo David Lindley, che col suo violino dà una svolta al timbro del classico suono da cantautore chitarra e pianoforte, cui anche Jackson era legato.

‘Late for the sky’ ha cambiato tanto nella musica rock. Forse troppo o troppo presto. Ha rimpastato le vecchie idee sulla cultura dell’immagine. Cantando canzoni senza tempo e trovando, dopo una serie di tentativi un suono che appariva perfetto per gli anni difficili che gli “individui” stanno vivendo, abbandonati dai loro stessi sogni e costretti a dire sì ad una società sporca. Jackson infila nel disco le osservazioni di una vita, guardando dentro ai propri cassetti, cantando la solitudine e la stessa desolazione di una generazione.

Quasi un capolavoro. 

The Band — The Band (1969)

Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.

Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.

Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi non ne resta nessuno di quei prodigiosi figli americani: Manuel si è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson è morto di cancro, Helm se ne andato nel 2012 e Hudson a gennaio del 2025. (Aggiornato)

Questa è musica senza tempo.