Willem Breuker morto il 23 luglio 2010 è stato un sassofonista, clarinettista, compositore e bandleader olandese, noto per il suo approccio eclettico al jazz e per essere stato una delle figure chiave del movimento europeo del free jazz e dell’improvvisazione radicale. Negli anni ’60, Breuker si fece notare per il suo spirito ribelle, mescolando free jazz, musica da circo, cabaret, fanfare e elementi di musica contemporanea. Fu membro del Instant Composers Pool (ICP), collettivo olandese fondato insieme a Han Bennink e Misha Mengelberg, che promuoveva un jazz sperimentale e improvvisato. Nel 1974 fondò la Willem Breuker Kollektief, un ensemble con cui esplorò un jazz teatrale e surreale, caratterizzato da ironia, citazioni musicali e improvvisazione strutturata. Il gruppo divenne celebre per le sue performance energetiche e imprevedibili, nelle quali il confine tra jazz, musica classica moderna e folk veniva continuamente sfumato. Breuker ha anche composto colonne sonore, musica per teatro e orchestrazioni per ensemble sinfonici, dimostrando una versatilità straordinaria. Il suo contributo al jazz europeo è stato fondamentale per ridefinire l’identità della musica improvvisata al di fuori dell’influenza americana.
Una faccenda non semplice stabile quale sia l’album più significativo della breve ma intensa vicenda Bauhaus. Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, l’ha spuntata quest’ultimo lavoro prima dello scioglimento, che senza prendere una posizione decisa saltella brillantemente fra tutte le fasi creative dell’ensemble britannico, dal gothic più ossessivo a quello decadente non dimenticando certe suggestioni psichedeliche. È il capitolo forse meno “appariscente” della discografia di Peter Murphy e compagni, Burning From The Inside, ma è senza dubbio il più eclettico e il più maturo: e, quindi, è anche il più adatto a far comprendere le ragioni dell’autentica aura di leggenda che circonda la band, anche se in scaletta ha come solo brano “classico” il singolo She’s In Parties.
Arthur Blythe nato il 5 luglio 1940 è stato un sassofonista contralto americano noto per il suo suono caldo, incisivo e la capacità di fondere tradizione e avanguardia nel jazz. Cresciuto a Los Angeles, ha iniziato a suonare in gruppi R&B prima di immergersi nel jazz moderno. Si è trasferito a New York negli anni ’70, entrando a far parte della scena loft jazz e collaborando con musicisti come Gil Evans, Jack DeJohnette e Lester Bowie. Il suo album Lenox Avenue Breakdown (1979) è considerato un capolavoro, caratterizzato da un mix di free jazz, hard bop e influenze funk. Blythe aveva la capacità di sperimentare senza perdere il legame con la tradizione, utilizzando spesso tuba e violoncello nei suoi ensemble per ottenere un suono distintivo. Negli anni ’80 e ’90 ha continuato a esplorare diverse sonorità, suonando con il World Saxophone Quartet e mantenendo una carriera solista prolifica. Nonostante il declino della sua salute negli ultimi anni, il suo contributo al jazz rimane fondamentale.
L’ultimo dispaccio leggibile di un musicista geniale ormai perduto nel proprio labirinto di follia, con il quale è sempre più difficile, se non impossibile, comunicare. Prodotto da David Gilmour, con Rick Wright alle tastiere e Jerry Shirley alla batteria, Barrett, secondo album del dopo Pink Floyd, è ancora ricco di intuizioni brillanti – Gigolo Aunt, Baby Lemonade, Effervescing Elephant – messe insieme da una band che, in equilibrio assai precario, cuce arrangiamenti su misura, discreti e tenui, canzoni che forse proprio nella fragilità trovano la dimensione ideale, o quantomeno l’unica possibile. Barrett ci regala per l’ultima volta le sue filastrocche dal sorriso beffardo, sospese tra stupore infantile e nonsense, che dimostrano, nel bene e nel male, la grandezza del loro autore.
Anche se sono passati dieci anni dall’ultimo disco a suo nome “Get Rhythm”, Ry Cooder non ha mai smesso di perseguire i propri interessi di musicista. Colonne sonore a parte, ha smesso da molto di pensare ai dischi in modo tradizionale. E’ stanco, disilluso e scontento: non gli interessa più il mondo occidentale, la società consumistica, lo show biz in cui, per anni, ha cercato invano di fare “cultura”. Ry Cooder ama la musica, quella vera, incontaminata e pura e, oggi come oggi, non trova spazio in America: le case discografiche non sono interessate a dei prodotti alternativi di questo genere, non sono facili da vendere, non attraggono i giovincelli, non sono, radiofonicamente parlando, stimolanti. E lui sbattendosene altamente, ha continuato per la propria strada. Ha inciso con Ali Farka Toure il bellissimo “Talking Timbuktu”, poi si è preso la sua bella pausa. Ha pensato e meditato a lungo, ed ha spostato i suoi interessi verso Cuba. Il calore ed i colori della musica cubana, della musica latina in generale, lo hanno sempre attratto: ma un conto è avere degli interessi, ben altro quello di riuscire a penetrare la musica locale, facendola propria, pur restando sempre in un ambito strettamente tradizionale. E con “Buena Vista Social Club” Cooder ha toccato realmente una delle vette della sua carriera. In questo disco, oltre al suo sapiente ed unico tocco chitarristico, abbiamo un manipolo di musicisti straordinari che seguono a bacchetta le sue direttive, pur rimanendo ancorati alla propria tradizione. Ed il risultato è un disco sfavillante in cui i suoni ed i colori dell’isola castrista vanno a braccetto con intuizioni tipicamente cooderiane. I brani sono tutti classici della tradizione cubana, consigliati per lo più da Segundo e Gonzales, oppure da Juan De Marcos Gonzales. Spiega Ry: “Come il blues, questa musica non è mai stata distrutta dalla commercializzazione. Non esiste un business musicale in questa musica, è ancora pura come quando è nata. I musicisti suonano con gioia, con partecipazione. E’ una musica piena di cuore, di anima, non fa parte del mondo moderno. Questa musica ti parla in maniera naturale, cosa che non esiste più in quella moderna. A Cuba la musica è un tesoro da trovare: se cerchi con attenzione ne trovi le tracce, ed io ho trovato tutto“. I quattordici brani del disco: Chan Chan, De Camino a la Vereda, El Cuarto de Tula, Pueblo Nuevo, Dos Gardenias, ¿Y Tú Qué Has Hecho?, Veinte Años, El Carretero, Candela, Amor de Loca Juventud, Orgullecida, Murmullo, Buena Vista Social Club, La Bayamesa, sono di una bellezza disarmante, grazie a Cooder & Co., che hanno saputo dare un saggio della loro bravura e ci hanno regalato un disco emozionate e profondo al tempo stesso, prezioso come un gioiello di inestimabile valore.
Timothy Leary era un professore di psicologia ad Harvard e iniziò a fare esperimenti con l’acido lisergico, LSD, nel 1960. Dopo aver abbandonato l’università, sviluppò una teoria della liberazione umana attraverso l’esperienza psichedelica e predicava l’uso dell’LSD in tutto il mondo. Nel 1966 l’LSD venne messo fuorilegge, gli esperimenti di Leary furono bloccati e lui arrestato, in realtà, per possesso di marijuana. Per poter continuare la sua esperienza con le droghe, Leary fondò addirittura una religione, il cui rito prevedeva, invece dell’ostia consacrata della comunione cristiana, l’assunzione di LSD, cercando quindi di far valere la libertà religiosa garantita dalla costituzione americana. Ma non riuscì a convincere i giudici, finendo nuovamente in prigione. Quando uscì, continuò la sua predicazione psichedelica; anzi, nel 1969, decise di candidarsi per la carica di governatore della California correndo contro Ronald Reagan. Chiese a John Lennon di scrivere una canzone per sostenere la sua campagna elettorale il cui slogan era “Come together, join the party!”. Lennon inizialmente accettò e provò a scrivere il brano. I primi tentativi li fece durante il famoso “bed-in” in Canada, dove Leary andò a trovare lui e Yoko Ono in luna di miele, ma quello che venne fuori non era esattamente un brano adatto a sostenere una campagna elettorale. Ma divenne Come Together, uno dei brani più famosi dell’intera storia dei Beatles, la canzone che apriva l’ultimo album realizzato dalla band, il leggendario Abbey Road. La canzone, oltre a essere pubblicata su Abbey Road, uscì anche come singolo, un singolo clamoroso, uscito insieme a Something, firmata da George Harrison. Fu il primo singolo della band ad avere brani già presenti in un album; i Beatles fino ad allora avevano destinato ai singoli solo brani che non erano sugli LP. Come Together è un gioiello, suonata dai quattro Beatles al meglio delle loro capacità, prodotta da George Martin con la consueta maestria, un perfetto esempio di come, alla fine della loro straordinaria avventura, i favolosi quattro fossero ancora una perfetta macchina creativa, originale, unica e ancor oggi irripetibile.
Anthony Braxton (nato il 4 giugno 1945) è un compositore, sassofonista e teorico musicale statunitense, noto per la sua straordinaria versatilità e il suo contributo all’avanguardia jazz e alla musica sperimentale. Braxton ha esplorato una vasta gamma di strumenti a fiato, dal sassofono contralto al clarinetto basso, e ha sviluppato un linguaggio musicale altamente originale, spesso basato su notazioni grafiche e sistemi numerici. Il suo stile fonde elementi di free jazz, musica contemporanea e persino influenze classiche ed elettroniche. Tra i suoi lavori più celebri ci sono gli album For Alto (1971), uno dei primi dischi interamente per sassofono solo, e le sue monumentali Composition Series, che sfidano le convenzioni tradizionali della musica improvvisata e scritta. Ha collaborato con artisti come Derek Bailey, Roscoe Mitchell, Max Roach e molti altri. Oltre alla carriera di musicista, Braxton è anche un teorico influente, con scritti complessi sulla semiotica musicale e sulle strutture compositive. Ha avuto un impatto duraturo sulla musica d’avanguardia e continua a essere una figura centrale nella sperimentazione sonora.
Troppo finto soul negli anni ’90, costruito a tavolino con ogni angolo accuratamente smussato perché possa esprimersi (fastidiosamente) nella memoria senza mai graffiare il cuore.. Sia che occhieggi ai ’70 (i ’60 sono fuori discussione) recuperandone la forma, non la pregnanza, sia che si adagi su scansioni hip hop. E poi finalmente fa il suo stiloso ingresso sulla ribalta una diva vera, voce che incanta, scrittura solidissima e vivaddio un’anima che usulta e geme, profferisce parole d’amore e invettive appassionate. Baduizm fa sfracelli nelle classifiche e selo merita. Gli andrà la sostanza subito dietro (tanto a chiarire la sostanza dell’interprete) un live. Solo tre anni dopo il pregevole Mama’s Gun. Nel frattempo si sono fatte conoscere nuove nuove signore del soul (Angie Stone, Jill Scott, kelis) che alla Badu debbomo molto.
Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”. La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990. Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità. La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una. Foi Na Cruz — Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note di accompagnamento. Bellissima partenza. The Good Son — Cori soul burrascosi, intervallati da distensioni di chitarre spiegate, per conferire estrema profondità, il basso ossessivo sembra estratto da una outtake di “From Here To Eternity” per via della sua carica emotiva ascendente. Un finale da lacrime. The Weeping Son — Camminando lentamente e forse mestamente, a testa alta, orgogliosi della nostra sofferenza in un pomeriggio di fine inverno, le campane risuonano nell’aria scandendo il ritmo che scorre, non si può più tornare indietro e non resta che la disperazione, consapevole, suo malgrado testimone di uno spaccato di vita. Meravigliosa. Sorrow Child — Forse il momento più bello, più significativo dell’intero lavoro, dove Cave esprime con perentoria capacità di immedesimazione la tristezza adolescenziale, fatta di lacrime e lamenti. Alta espressione di arte intesa in senso musicale. Unica. Ship Song — Arduo trasportare l’animo trascinandolo per mano, Ship Song è in grado di farlo, con la voce da amico prima e da imbonitore poi; l’hammond in sottofondo è una caratteristica che conferisce maestosità all’evento. Bellissima. The Hammer Song — Prosegue il viaggio nelle diverse interpretazioni di canzoni; il basso ridondante descrive una fuga attraverso gli alberi di una fitta radura; si procede con passi svelti guardandosi le spalle; via fino al fiume, sotto la pioggia, il momento è arrivato… Epica. Lament — Ancora poesia e lacrime, anche stavolta però come nelle precedenti meste ballate, Nick Cave ci invita a guardare un po’ in là, ad asciugare gli occhi, l’aria e la luce cominciano a renderlo un tantino più ottimista. Visionaria. The Witness Song — Un disimpegno, serio, alla sua maniera, energia condensata in pochi strumenti avvolgenti, nel modo più lirico possibile, senza tralasciare la drammaticità degli eventi. Essenziale. Lucy — L’amore posseduto, desiderato e disperato fatto di pena e sofferenza; non ci resta che richiamarlo alla memoria, il “reprise” finale del pezzo con il piano di Roland Wolf, è un soave finale da mini-opera con harmo e piano in evidenza. Ottimo finale.
L’11 maggio 1938 nasce a Oakland Carla Bley, uno dei grandi talenti musicali femminili del Novecento. Il suo nome alla nascita è quello di Carla Borg. È suo padre, organista e maestro del coro in una chiesa di Oakland, che la spinge prestissimo a cantare e a imparare il pianoforte. Carla Bley è nota per le sue composizioni avanguardistiche, l’uso innovativo della big band, le sue trascrizioni jazz e il suo lavoro come leader di etichetta discografica. Bley inizia a suonare il piano da bambina e si avvicina al jazz negli anni ’50. La sua musica combina elementi di jazz, musica classica e sperimentale, spesso con arrangiamenti complessi e testi ironici. È particolarmente conosciuta per le sue composizioni per big band e orchestra. Ha collaborato con artisti come Charlie Haden, Michael Mantler e Steve Swallow (suo marito). Ha contribuito a progetti come “Liberation Music Orchestra”, che mescola jazz e musica politica. Nel 1971 fonda l’etichetta discografica Watt, che pubblica lavori di Jan Garbarek, John Zorn e altri. L’etichetta ha promosso la musica sperimentale e la musica jazz non commerciale. Bley è stata una pioniera nel ruolo della compositrice nello jazz, sfidando le norme di genere e i confini musicali. La sua musica è apprezzata per la sua originalità e profondità emotiva.