Beatles – Revolver (1966)

Nella dicotomia tra i Beatles come quattro ragazzini intelligenti dei primi ’60 con cui fare uscire le proprie figlie il sabato sera e i Beatles come gruppo di fine ’60 che, benedetti dalla genialità, implodono in loro stessi e giocano con gli abissi psiconautici, potremmo vedere Revolver come un lavoro di significativo trapasso. Anche la copertina-collage di Klaus Voormann sembrerebbe confermarci l’ipotesi di una formazione appesa tra le foto rassicuranti del suo passato e qualcosa che si sta muovendo strisciante tra esse. Le quattordici canzoni che ci traghettano verso The White Album e si appaiano a Sgt. Pepper’s sviluppano definitivamente una concezione della musica, soprattutto in studio, che poi non sarà mai più la stessa. Si accentuano le differenze fra i compositori (un McCartney sempre più colto, che qui scrive la sua fuga/capolavoro, For No One; un Lennon al vertice del – l’indolenza acida con I’m Only Sleeping) e Harrison diviene a tutti gli effetti l’orientalista della band (Love You To). Leggermente più disomogeneo di Rubber Soul, arricchito dalla summa psichedelica di Tomorrow Never Knows questo album è un vero e proprio happening creativo, ben poco scalfito dallo scorrere del tempo.

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Fred Below: Il Batterista Fondamentale del Blues di Chicago

Il 6 settembre 1926 nasce a Chicago, nell’Illinois, il batterista Freddie Below, famoso in tutto il mondo per il suo modo di accompagnare le esecuzioni di blues, singolare e carico di swing trascinante.
Fred Below (Frederick Below Jr., 6 settembre 1926 – 13 agosto 1988) è stato uno dei batteristi più influenti nella storia del blues di Chicago. Nato e cresciuto a Chicago, Below ha contribuito in modo decisivo a definire il sound e la ritmica del blues elettrico, portando il backbeat e una sensibilità jazzistica alla batteria blues.
Considerato l’artefice del “Chicago shuffle” e ha dato una nuova dimensione al ruolo della batteria nel blues, portando groove, swing e dinamiche raffinate.
Ha suonato in molti classici del rock and roll, inclusi i successi di Chuck Berry come “School Days”, “Roll Over Beethoven”, “Sweet Little Sixteen” e altri.
La sua tecnica, caratterizzata da un uso innovativo del ride e del cross-stick, ha influenzato generazioni di batteristi blues e rock.

Anna B Savage – You And I Are Earth (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente. È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario. Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore. Consigliato

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Beatles – Rubber Soul (1965)

Un album di svolta, non solo per i Fab Four, ma pure per il concetto universale di pop, che queste canzoni hanno la capacità di forgiare ex-novo. Nel 1965 Paul, John, George e Ringo sono ancora i simpatici ragazzi di Love Me Do (hanno ricevuto I’MBE direttamente dalla Corona Inglese e il concerto allo Shea Stadium è uno degli apici di tour sempre più massacranti): già nella copertina dell’lp, però, i loro volti si allungano, i caratteri grafici si sformano e la psichedelia irrompe senza mezzi termini né tante cortesi cerimonie nell’immaginario dei suoni.
Rubber Soul è il capolavoro beatlesiano: il suo eclettismo e i suoi influssi sul contemporaneo e sul futuro, anche lontano, lo rendono un manuale irraggiungibile su come scrivere pezzi inventivi, obliqui e nello stesso tempo classici senza rinunciare a una briciola del proprio carattere. Le forme sono ancora abbastanza raccolte rispetto ai lavori che verranno, ma l’energia rock’n’roll dell’avvio di Drive My Car (Paul), la vicenda di sesso occasionale rivoltata su un folk-acido di Norvegian Wood (col sitar di Harrison) e la meravigliosa Madeleine intinta nelle vie di Liverpool da John in In My Life sono atti artistici e poetici assoluti, che entrano di diritto nella grande storia sonora dello scorso secolo. A fianco ci sono i momenti romantici e senza tempo attenzione allo studio di registrazione (concertata da George Martin) che nuovamente sarà la cifra di tutto il percorso successivo per i quattro, c’è la crescita compositiva di George (Think For Yourself, ma soprattutto If I Needed Someone).
Di un soffio superiore a Revolver, perché meno legato al momento, alle mode della percezione inedita a tutti i costi, il disco resta una pietra miliare, un promontorio da cui guardare con superiorità la popular music, consapevoli di trovarsi, probabilmente, sulla vetta più alta di tutte.

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Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.

Matt Berninger – Get Sunk (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Dopo l’uscita del suo primo album solista, Serpentine Prison del 2020, Matt Berninger è caduto in una depressione così profonda da non riuscire né a scrivere né a cantare. Dopo aver trascorso due decenni a descrivere nei dettagli una malinconia densa come il fumo come cantante dei The National, l’improvvisa incapacità di articolare questa oscurità totalizzante è stata debilitante. Ora, al suo secondo album solista, sembra determinato a lasciarsi alle spalle per sempre quel periodo cupo. E’ un ascolto ricco e appagante, è semplice ma toccante, urbano ma artistico. È un disco da ascoltare quando si è a casa da soli e ascoltando le cicale estive. Non importa la nostra età, non perdiamo mai i nostri sogni, Get Sunk esige di affrontare la nostra perdita e di rispondere ai nostri bisogni. Consigliato.

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Kenny Burrell, tocco raffinato e fluido

Kenny Burrell è un chitarrista jazz americano nato il 31 luglio 1931 a Detroit, noto per il suo stile elegante e sofisticato, che fonde bebop, blues e swing con una grande sensibilità armonica. È considerato uno dei più grandi chitarristi jazz di tutti i tempi, apprezzato per il suo tocco raffinato e la sua capacità di creare linee melodiche fluide e ricche di sentimento.
Cresciuto nella vivace scena jazz di Detroit, Burrell ha iniziato a suonare professionalmente già da giovane, collaborando con artisti come Dizzy Gillespie e Tommy Flanagan. Il suo debutto discografico avviene nel 1956 con l’album Introducing Kenny Burrell, che mette in mostra il suo stile sobrio e sofisticato.
Uno dei suoi lavori più celebri è Midnight Blue (1963), un capolavoro che mescola jazz e blues in un’atmosfera rilassata e avvolgente. Brani come Chitlins con Carne sono diventati classici del repertorio jazzistico. Burrell è anche noto per la sua collaborazione con artisti come Jimmy Smith, John Coltrane, Duke Ellington e molti altri.
Kenny Burrell ha lasciato un segno profondo nel jazz grazie alla sua musicalità raffinata e alla capacità di fondere l’eleganza del jazz con la visceralità del blues. Il suo suono caldo e la sua sensibilità armonica continuano a influenzare chitarristi di tutto il mondo.

Beach Boys – Pet Sounds (1966)

Per i Beach Boys il 1966 è l’anno della svolta: se fino a quel momento hanno scalato le classifiche di vendita e popolarità con canzoni fresche, accattivanti, ingenue, ispirate alle ragazze californiane e al mito del surf – pop, insomma, con tutto il fascino e i limiti del caso – dopo l’ascolto di Rubber Soul Brian Wilson decide di entrare ufficialmente in competizione con i Beatles.
L’eccellente risultato è un’opera in cui è svelata l’ossessione dello stesso leader per la ricerca dell’armonia e della melodia più che del successo commerciale; circostanza confermata dall’esclusione di Good Vibrations, registrata proprio durante quelle session, dalla scaletta finale di Pet Sounds. Con la conseguenza, quasi ovvia, che di tutta la discografia dei Beach Boys questo fu l’album che vendette meno; all’appello mancano, infatti, proprio quelle canzoncine, innocue e semplici (Surfin’ USA, per fare un esempio) a cui l’americano medio era stato abituato. Così, più del pubblico, sono i critici a “spingere” il disco – che, comunque, entra nei Top 10 – e ad accorgersi della grandezza di una dozzina di composizioni che il genio di Wilson, anche nelle vesti di produttore, trasforma in un concept dedicato all’amore. Oltre ai testi, a impressionare e lasciare scossi sono le scelte armoniche e il modo in cui viene utilizzata la sala di registrazione, trasformata in un nuovo strumento al fianco di violini, corni, sassofoni, oboe (I’m Waiting For The Day) e voci angeliche che si intrecciano indissolubilmente (God Only Knows: il capolavoro all’interno del capolavoro). Lascia senza fiato, anche, la continua cura del particolare: il campanello di una bicicletta in sottofondo in You Still Believe In Me, la cinematica evoluzione di Let’s Go Away For A While e della title track, il suono volutamente rétro di I Know There is An Answer (ripreso, poi, in Hang On To Your Ego), i tempi che cambiano in Here Today, la “voce” dei cani di Brian – Banana e Louie – sul finale di Caroline, No. Per farla breve, la perfezione assoluta: un sacrilegio non possederla e custodirla molto, ma molto, gelosamente.

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Joanne Brackeen, esploratrice innovativa

Joanne Brackeen nata il 26 luglio 1938 è una pianista e compositrice jazz americana, nota per il suo stile innovativo che fonde bebop, free jazz e influenze moderne. È una delle poche donne ad aver raggiunto una posizione di rilievo nel mondo del jazz d’avanguardia, distinguendosi per la sua tecnica brillante e la sua sensibilità armonica unica.
Dopo aver iniziato con il bebop, ha suonato con figure di spicco come Art Blakey (diventando la prima donna a far parte dei Jazz Messengers), Joe Henderson, Stan Getz e Freddie Hubbard. Tuttavia, è nella sua carriera solista che ha mostrato appieno la sua originalità, pubblicando album come Keyed In (1979) e Ancient Dynasty (1980), dove esplora ritmi complessi e armonie non convenzionali.
Brackeen è anche un’educatrice rispettata, avendo insegnato al Berklee College of Music e alla New School di New York. La sua capacità di mescolare energia percussiva e lirismo raffinato l’ha resa una delle voci più distintive del pianoforte jazz moderno.

Willem Breuker

Willem Breuker morto il 23 luglio 2010 è stato un sassofonista, clarinettista, compositore e bandleader olandese, noto per il suo approccio eclettico al jazz e per essere stato una delle figure chiave del movimento europeo del free jazz e dell’improvvisazione radicale.
Negli anni ’60, Breuker si fece notare per il suo spirito ribelle, mescolando free jazz, musica da circo, cabaret, fanfare e elementi di musica contemporanea. Fu membro del Instant Composers Pool (ICP), collettivo olandese fondato insieme a Han Bennink e Misha Mengelberg, che promuoveva un jazz sperimentale e improvvisato.
Nel 1974 fondò la Willem Breuker Kollektief, un ensemble con cui esplorò un jazz teatrale e surreale, caratterizzato da ironia, citazioni musicali e improvvisazione strutturata. Il gruppo divenne celebre per le sue performance energetiche e imprevedibili, nelle quali il confine tra jazz, musica classica moderna e folk veniva continuamente sfumato.
Breuker ha anche composto colonne sonore, musica per teatro e orchestrazioni per ensemble sinfonici, dimostrando una versatilità straordinaria. Il suo contributo al jazz europeo è stato fondamentale per ridefinire l’identità della musica improvvisata al di fuori dell’influenza americana.