Buena Vista Social Club – Buena Vista Social Club (1997)
[…] Brani di una bellezza disarmante, grazie a Cooder & Co. che hanno saputo dare un saggio della loro bravura e ci hanno regalato un disco emozionate e profondo al tempo stesso, prezioso come un gioiello di inestimabile valore. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
È la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno quando Bob Dylan sale sul palco della Academy of Music di New York per celebrare con una fuggevole presenza l’ultimo di tre splendidi concerti eseguiti dalla Band. Dopo la parziale delusione causata dal recente Cahoots, l’incontro con Allen Toussaint suscita il desiderio di reinterpretare in veste nuova alcuni dei vecchi brani, affiancando al classico sound dei primi album, caldo e così straordiariamente “pieno”, una base sontuosa e pervasiva di fiati. Cosi, il lavoro di Toussaint convince e stimola il gruppo a lasciarsi andare in una sequenza di performance trascinanti, spesso di altissimo livello. L’atmosfera sul palco è lieve e divertita sin dall’ispiratissima cover di Don’t Do It, vecchio successo di Marvin Gaye dove Danko e Helm duettano con scioltezza, e in brani immortali come Stage Fright, Unfaithful Servant e la dolcissima Caledonia Mission tornano a emozionare e volteggiare nell’aria. La sintonia quasi perfetta tra il gruppo di fiati e i consueti ritmi di tastiere e chitarre raggiunge un equilibrio che mai si smarrisce, rivelando Rock Of Ages come un capitolo fondamentale di uno dei più leggendari gruppi della storia del rock.
Carla Bley, nata Lovella May Borg a Oakland nel 1936 e morta nel 2023, è stata una compositrice, pianista e organista statunitense di musica jazz di grande influenza. Cresciuta in un ambiente musicale, iniziò presto a suonare e a comporre, avvicinandosi al jazz negli anni ’50 e ’60. Trasferitasi a New York e poi a Los Angeles, lavorò con importanti musicisti ed entrò a far parte della Jazz Composer’s Guild. Fu pioniera di un jazz innovativo, unendo l’avanguardia a elementi tonali e ritmici tradizionali, mantenendo un equilibrio fra sperimentazione e melodia. Carla Bley fu anche fondatrice della Jazz Composer’s Orchestra e creò lavori significativi come “A Genuine Tong Funeral” e “Escalator Over The Hill”. Il suo stile musicale è descritto come sofisticato, ricco di contrasti e profondità emotiva, con un approccio sovversivo ma accessibile. Ebbe collaborazioni importanti, fra cui il suo partner Steve Swallow, e riscosse riconoscimenti come il National Endowment for the Arts Jazz Master nel 2015. Carla Bley è ricordata come una figura rivoluzionaria nel jazz per la sua capacità di innovare e influenzare generazioni di musicisti. Carla Bley, fu interessata soprattutto alla dimensione orchestrale, capace di arrivare a comporre e incidere uno dei capolavori di quegli anni, Escalator over the Hill, un triplo disco che, nell’accezione moderna, ambiva a costruire una vera e propria opera, con canto e frammenti narrativi, un caso oltretutto pressoché unico di opera jazz in tempi moderni, aperta anche a musicisti che arrivavano dall’ala piú creativa del rock come Jack Bruce. Il nuovo corso ebbe un effetto di non ritorno che coinvolse anche molti maestri di altri tempi storici, come Gil Evans, che continuò a cercare nuovi sviluppi possibili per l’orchestra.
“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.
C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.
Cate Le Bon non si è avvicinata al suo settimo album con una grande dichiarazione in mente. Piuttosto, si è ritrovata attratta da una singola immagine: una donna sola in una stanza drappeggiata con tessuti e specchi che catturano la luce. Quel senso di strascico, la peculiare chiarezza che emerge una volta che la polvere si è finalmente depositata, si insinua in ogni angolo di Michelangelo Dying. Le Bon scrive dall’interno della nebbia della confusione, cercando di catturare quell’attimo sfuggente in cui la lotta cede il passo a qualcosa di simile al riposo. Avendo trascorso la maggior parte del tempo a produrre per altri artisti, Le Bon non aveva ancora elaborato appieno la rottura che la stava consumando. Quando finalmente è uscita nuova musica, ha affrontato l’amore e il dolore con un’onestà senza precedenti. Cate Le Bon canta come se si stesse confessando e consolando al tempo stesso, ogni nota è un piccolo atto di sopravvivenza. Una voce in cui ogni crepa lascia trasparire la luce. Questo album non parla di una catarsi travolgente, ma di imparare a vivere ciò che ci si lascia alle spalle. Ottimo disco.
C’è un silenzioso massimalismo che permea ogni decisione nell’ultimo album del trio indie-folk Big Thief. Potrebbero sembrare caratteristiche contrapposte, ma è esattamente così che si percepisce. Una strumentazione acustica concreta decora gli arrangiamenti in modo estremamente dettagliato; un’umanità pittoresca si intreccia con il pensiero filosofico. Persino il titolo dell’album, Double Infinity, sembra deliberatamente attenuato: il limite inesprimibile dato ai confini spaziali, rende la natura infinita dell’esistenza più contenuta e gestibile. Il sesto album del gruppo arriva tre anni dopo il doppio LP del 2022, Dragon New Warm Mountain I Believe In You. A metà della sua durata, Double Infinity appare in qualche modo più grandioso: illuminato, ma in ogni momento ancorato all’esperienza umana. Non esiste distanza maggiore di quella tra l’individuo e l’universo nel suo complesso, e l’unico modo per riconciliarla è non smettere mai di cercare un significato superiore nel disordine della vita. Questa spinta a confrontarsi con l’eterna incomprensibilità dell’universo distilla il significato dell’essere umano: una specie cosmicamente microscopica, che ama, soffre e ha la fortuna di creare musica su questo argomento. Tra i più bei dischi di questo 2025.
James Ostend “Pete” Brown è nato il 9 novembre del 1906. Imparò a suonare il pianoforte, la tromba e il sassofono da giovane. Suonò a New York City con l’orchestra di Bernie Robinson nel 1928 e dal 1928 al 1934 suonò con Charlie Skeete. Nel 1937, lavorò nella band di John Kirby; per diversi anni negli anni ’30 lavorò con Frankie Newton, che era anche un membro della band di Kirby. Brown e Newton registrarono spesso. Oltre a registrare sotto il suo nome, Brown registrò anche con Willie “The Lion” Smith, Jimmie Noone, Buster Bailey, Leonard Feather, Joe Marsala e Maxine Sullivan negli anni ’30. Negli anni ’50, la salute di Brown iniziò a peggiorare e abbandonò le esibizioni a tempo pieno. Morì a New York il 20 settembre 1963.
La piccola orchestra pop radunata intorno al talento di Stuart Murdoch sembra ora possedere quel quid in più che occorre per affrancarsi dal ruolo di oscuro oggetto di culto nel quale era stata consacrata dai primi due splendidi album – Tigermilk e If You’re Feeling Sinister – e da una manciata di ottimi ep. I brani sono qui di livello pari – anche se appena più calibrati e meno folk – a quelli delle opere citate, ma le coloriture orchestrali, a metà strada tra Gainsbourg e i Love, con i timidi cenni di bossanova e con il curioso esperimento lounge-jazz di A Space Boy Dream firmato dal bassista Stuart David, aprono nuovi orizzonti. Per molti è l’album della scoperta: i neofiti possono contare sulla penna di Murdoch, che intarsia racconti in miniatura sospesi tra malinconia e ironia e intriganti come non se ne vedevano dai tempi degli Smiths, e su un gruppo che sa fare della semplicità (melodica e armonica) un’arma micidiale. Lo testimoniano l’irresistibile Sleep The Clock Around, spruzzata di tenue vernice elettronica, la title-track ballabile e naïf, la vaporosa Ease Your Feet In The Sea. Uno splendido pop d’altri tempi incastonato nel presente.
“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo. “Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato. Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi. La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio. “Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo. Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita. Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.