God Only Knows – Beach Boys (1966)

“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.

It’s All Too Much – The Beatles (1969)

C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.

Cate Le Bon – Michelangelo Dying (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Cate Le Bon non si è avvicinata al suo settimo album con una grande dichiarazione in mente. Piuttosto, si è ritrovata attratta da una singola immagine: una donna sola in una stanza drappeggiata con tessuti e specchi che catturano la luce. Quel senso di strascico, la peculiare chiarezza che emerge una volta che la polvere si è finalmente depositata, si insinua in ogni angolo di Michelangelo Dying. Le Bon scrive dall’interno della nebbia della confusione, cercando di catturare quell’attimo sfuggente in cui la lotta cede il passo a qualcosa di simile al riposo. Avendo trascorso la maggior parte del tempo a produrre per altri artisti, Le Bon non aveva ancora elaborato appieno la rottura che la stava consumando. Quando finalmente è uscita nuova musica, ha affrontato l’amore e il dolore con un’onestà senza precedenti. Cate Le Bon canta come se si stesse confessando e consolando al tempo stesso, ogni nota è un piccolo atto di sopravvivenza. Una voce in cui ogni crepa lascia trasparire la luce. Questo album non parla di una catarsi travolgente, ma di imparare a vivere ciò che ci si lascia alle spalle.
Ottimo disco.

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Big Thief – Double Infinity (2025)

RiB – Recensioni in Breve

C’è un silenzioso massimalismo che permea ogni decisione nell’ultimo album del trio indie-folk Big Thief. Potrebbero sembrare caratteristiche contrapposte, ma è esattamente così che si percepisce. Una strumentazione acustica concreta decora gli arrangiamenti in modo estremamente dettagliato; un’umanità pittoresca si intreccia con il pensiero filosofico. Persino il titolo dell’album, Double Infinity, sembra deliberatamente attenuato: il limite inesprimibile dato ai confini spaziali, rende la natura infinita dell’esistenza più contenuta e gestibile.  Il sesto album del gruppo arriva tre anni dopo il doppio LP del 2022, Dragon New Warm Mountain I Believe In You. A metà della sua durata, Double Infinity appare in qualche modo più grandioso: illuminato, ma in ogni momento ancorato all’esperienza umana. 
Non esiste distanza maggiore di quella tra l’individuo e l’universo nel suo complesso, e l’unico modo per riconciliarla è non smettere mai di cercare un significato superiore nel disordine della vita. Questa spinta a confrontarsi con l’eterna incomprensibilità dell’universo distilla il significato dell’essere umano: una specie cosmicamente microscopica, che ama, soffre e ha la fortuna di creare musica su questo argomento.
Tra i più bei dischi di questo 2025.

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Pete Brown

James Ostend “Pete” Brown è nato il 9 novembre del 1906. Imparò a suonare il pianoforte, la tromba e il sassofono da giovane. Suonò a New York City con l’orchestra di Bernie Robinson nel 1928 e dal 1928 al 1934 suonò con Charlie Skeete. Nel 1937, lavorò nella band di John Kirby; per diversi anni negli anni ’30 lavorò con Frankie Newton, che era anche un membro della band di Kirby. Brown e Newton registrarono spesso. Oltre a registrare sotto il suo nome, Brown registrò anche con Willie “The Lion” Smith, Jimmie Noone, Buster Bailey, Leonard Feather, Joe Marsala e Maxine Sullivan negli anni ’30. Negli anni ’50, la salute di Brown iniziò a peggiorare e abbandonò le esibizioni a tempo pieno. Morì a New York il 20 settembre 1963.

Belle and Sebastian – The Boy With the Arab Strap (1998)

La piccola orchestra pop radunata intorno al talento di Stuart Murdoch sembra ora possedere quel quid in più che occorre per affrancarsi dal ruolo di oscuro oggetto di culto nel quale era stata consacrata dai primi due splendidi album – Tigermilk e If You’re Feeling Sinister – e da una manciata di ottimi ep. I brani sono qui di livello pari – anche se appena più calibrati e meno folk – a quelli delle opere citate, ma le coloriture orchestrali, a metà strada tra Gainsbourg e i Love, con i timidi cenni di bossanova e con il curioso esperimento lounge-jazz di A Space Boy Dream firmato dal bassista Stuart David, aprono nuovi orizzonti. Per molti è l’album della scoperta: i neofiti possono contare sulla penna di Murdoch, che intarsia racconti in miniatura sospesi tra malinconia e ironia e intriganti come non se ne vedevano dai tempi degli Smiths, e su un gruppo che sa fare della semplicità (melodica e armonica) un’arma micidiale. Lo testimoniano l’irresistibile Sleep The Clock Around, spruzzata di tenue vernice elettronica, la title-track ballabile e naïf, la vaporosa Ease Your Feet In The Sea. Uno splendido pop d’altri tempi incastonato nel presente.

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Vento nel Vento – Lucio Battisti (1972)

“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo.
“Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato.
Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi.
La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio.
“Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo.
Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita.
Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.

Beck – Mellow Gold (1994)

Immaginate di aver messo Syd Barrett a vivere in un ghetto di qualche metropoli americana e di avergli fatto sentire, in maniera intensiva, rap, hip hop e anche un pizzico dell’eredità attuale delle Mothers zappiane, unito a buone dosi di musica roots. In Beck Hansen (Los Angeles, 1970, figlio d’arte) il gusto per la psichedelia e il folk stralunato trovano una incarnazione entusiasmante. In generale, nella scia del pop d’autore, quella che nel tempo ha generato talenti al di qua e al di là dell’Oceano (qualche nome: Costello, Bacharach, Hazlewood), si insinua un interesse inedito per gli strumenti artigianali della tecnologia, soprattutto quelli analogici.
È chiaro, nella coralità di pezzi come Derelict o Tropicalia c’è molto di più di qualsiasi riferimento “puro”: essenzialmente, una curiosità inesausta per tutto ciò che si muove musicalmente e un talento di scrittura toccato dalla mano di Dio. Beck è un personaggio modernissimo e per certi versi arcaico, un raccordo sicuro fra le esperienze del passato e le manipolazioni attuali, l’ultima grande figura che sa sposare le tradizioni country-blues con inflessioni di ogni tipo, partendo dagli scossoni del post punk. Pratica taglia-e-cuci underground e “autogestione”, che si svilupperà nel tempo con album quali Stereopathetic Soul Manure (1994) e vedrà confronti altrettanto interessanti con le origini in One Foot In The Grave (in realtà le primissime incisioni del Nostro) e Odelay (1996). L’album d’esordio dell’artista americano vede la nascita di una vera e propria attitudine diversa nel concepire la musica rock, che si può definire senza grandi rischi epocale.

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Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band (1967)

Dopo aver esplorato la forma canzone in tutti gli angoli in cui poteva essere illuminata, dopo avere utilizzato lo studio di registrazione come media nel senso contemporaneo del termine, i Beatles offrono tredici nuovi movimenti, cinque dei quali (Lucy in the Sky with Diamonds, Getting Better, She’s Leaving Home, With A Little Help From My Friend, A Day In Life) entreranno nella memoria collettiva. Per gli amanti della dietrologia, ci sono situazioni come il basso di McCartney registrato altissimo, le derive allucinatorie di Lennon, un crescente distacco tra le quattro personalità che lascia intravvedere la futura dissoluzione del quartetto attraverso le suite pluridirezionali di Abbey Road.
Sono solo considerazioni a posteriori, mentre la sostanza è quella di un caposaldo collage-pop senza grandi paragoni.

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Let it be – The Beatles (1970)

Alle volte, le canzoni potrebbero non nascere. Per Let It Be, viste le tensioni che c’erano tra i Beatles sarebbe stato possibile. Pensate se fosse andata davvero così, se Paul McCartney fosse arrivato in studio, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it Be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album, nel 1968, i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Il brano nacque nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: “Una canzone positiva”, disse McCartney, “lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene“. Quello che andava male, già dai tempi del White Album, era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti, e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva lo strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come quello di un album registrato solo da loro quattro allo stesso modo delle origini, e anche quello di un film realizzato con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco. Pensò addirittura a un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo. Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu addirittura sospesa e il disco messo in stand by, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road.