Heroin – The Velvet Underground (1967)

Questo è uno di quei brani dove c’è molto poco da dire. E’ impossibile non rimanere folgorati dal suono, delicato, ma primitivo, dalla tensione che si alza e abbassa in continuazione. E’ un brano scioccante, di quelli che non lasciano indifferenti. Voglio dire, non esistevano molte canzoni degli anni sessanta che non avevi il coraggio di far ascoltare a tua madre. Heroin è una di queste. I Velvet Underground erano geni assoluti.

Basterebbero queste parole di Nick Cave a fotografare Heroin. Aggiungiamo quelle di Lou Reed, che scrisse Heroin nel 1964, come provocazione e ribellione alla casa discografica per la quale lavorava come songwriter che gli aveva chiesto di scrivere dieci brani in stile: “Considero Heroin e le canzoni del primo album come una sorta di esorcismo”.

Fruit Bats – A River Running to Your Heart (2023)

A River Running to Your Heart non è solo un esercizio di malinconia che ci riporta alle atmosfere sonore degli anni settanta ma possiede quelle sonorità new wave socievoli degli anni ottanta, che opportunamente si adattano all’umore.
Le canzoni di A River Running to Your Heart nel loro insieme si muovono a un ritmo disinvolto ma non sono prolungate, alcune finiscono prima di accorgersene e in effetti, alcune sembrano un po’ incomplete, mentre si vorrebbe che quelle melodie continuassero. E questo significa che i brani sono coinvolgenti e bene fanno alla nostra mente.

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Do Ya? di Meija (2023)

Meija, anagramma del suo vero nome, vive a Los Angeles. Ha girato il mondo con i suoi fratelli nella band Echosmith.
Do Ya? È un album indie rock senza tempo che esplora il desiderio di produrre e registrare con tecniche analogiche, ispirandosi agli album classici degli anni ’60 e ’70. I suoi testi sono intimi e onesti e le sue melodie catturano la forza del suo modo di scrivere. L’album è sia riflessivo che rappresentativo della sua vita, ma le canzoni pongono anche una domanda molto più grande. Do Ya? tradotto: “Davvero?” è un album che mette in discussione ciò che si crede di sapere. Abbiamo domande che riteniamo abbiano bisogno di risposte. Ma possiamo mai saperlo davvero?

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Lucy Farrell – We are only Sound (2023)

Sembra quasi impensabile che We Are Only Sound sia il primo album da solista di Lucy Farrell. La cantante, cantautrice e polistrumentista fa parte dell'”arredamento” della scena folk britannica da diversi anni. L’elenco dei suoi progetti collaborativi è degno di nota sia per la sua qualità che per la sua lunghezza: ha formato infatti duetti con decine e decine di musicisti e gruppi. Questo lavoro da solista si concentra sulla sua personale scrittura, tutte le dodici tracce di We Are Only Sound sono autoprodotte. Ciascuna è caratterizzata da una sicurezza nell’esecuzione e da una varietà di stile che smentisce il fatto che si tratta di un debutto.
Sebbene nessuna di queste canzoni sia tradizionale, tutte hanno una sorta di patina, un vago sentore di età o, meglio, di passato, qualcosa di ricordato a metà. Come sempre la voce di Farrell è piena di contenuta sfida… e per essere un album di debutto si può tranquillamente affermare che questa sfida è stata vinta.

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Various Artists – Unknown Pleasure 23 (2023)

Questa compilation giapponese sembra avere l’unica intenzione di far ascoltare canzoni indie-pop meno conosciute. Include una vasta gamma di suoni jangle-pop legati da una dolcezza vocale sempre presente.

A torto, non viene presa molto in considerazione la produzione musicale giapponese che invece è assai più interessante di altri paesi occidentali.
L’uso della lingua inglese spiazza l’ascoltatore medio che infatti difficilmente riconosce la matrice orientale. Questa compilation ne è la dimostrazione.

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Lay Lady Lay – Bob Dylan (1969)

Nessuno voleva saperne di questo brano e nemmeno Dylan per primo non era entusiasta del risultato. Dylan la scrisse per la colonna sonora di “Un uomo da marciapiede” film di John Schlesinger, ma il regista preferì Everbody’s Talking di Fred Neil (un’altra versione sostiene che la consegnò in ritardo e Schlesinger, fu costretto a rivolgersi altrove).
Fatto sta che Lay Lady Lay arrivò al settimo posto delle classifiche americane e al quinto di quelle inglesi, un risultato eccezionale che a distanza di oltre cinquant’anni rimane una pietra miliare dell’enorme archivio sonoro Dylaniano.

Heart Is The Hero dei The Wood Brothers – (2023)

Heart Is The Hero è un buon disco, forse il migliore della loro discografia, degno compagno dell’altrettanto riuscito Kingdom in My Mind. La ricetta è ormai collaudata dal trio, mischiare i generi senza nessuno di questi prevalga e dia una identità precisa al quadro generale, creare un sound poco definibile in termini classici ricco di piccoli dettagli, sfumature, spunti di classe, in virtù della tecnica sopraffina dei tre musicisti, che qui diventano cinque per la presenza del sassofono e della tromba.

Misura e piacevolezza si fondono in un sound che a tratti sa di folk, in altri momenti è pop, il soul si confonde nel country è l’impressione è quella di una eclettica e fluida americana.

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Joy Dunlop – Caoir (2023)

Terzo album da solista, “Caoir” continua ad essere costruito attorno alle tradizionali canzoni gaeliche ma con una significativa progressione nello stile, riflettendo un’ambizione di portare le canzoni a un pubblico sempre più vasto. Gli arrangiamenti dei suoi album precedenti di solito includevano uno o due strumenti, più comunemente pianoforte o violino. Per Caoir, ha messo insieme una band di cinque elementi, eliminando il pianoforte e introducendo per la prima volta una batteria completa e un basso anche se rimane sua voce l’ingrediente chiave.

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a2b di Junk Harmony (2023)

Questo disco nasce mettendo insieme dei brani registrati, archiviati e dimenticati nel disco rigido del computer di Junk Harmony… e che poi per fortuna sono stati ripresi!

Le canzoni sono spesso introspettive, ricercate e vulnerabili. Confessioni ansie e frustrazioni sono al centro della scena che Tom grazie alla sua maestria riesce a trasformare in belle ballate. Non manca una certa sperimentazione e un uso della “bassa” voce da rendere il tutto confezionato a dovere… altro che nel cestino del computer.

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Kentucky Avenue – Tom Waits (1978)

Kentucky Avenue tratta dall’album Blue Valentine è una canzone carica di ricordi, Kentucky Avenue è un album intero di ricordi. Ballata toccante e nostalgica, prende il nome dal quartiere dove Waits è cresciuto. Waits dipinge un’immagine vivida delle persone e dell’atmosfera del luogo, aggiungendo grande emozione grazie alla sua caratteristica voce roca.
Il brano ricorda dei suoi amici d’infanzia e delle avventure che hanno vissuto insieme. Parla di temi dell’innocenza, dell’amicizia e del passare del tempo.
Kentucky Avenue è considerata una delle canzoni classiche di Tom Waits ed è stata interpretata da vari artisti nel corso degli anni. Mette in mostra la sua miscela unica di influenze blues, jazz e folk, combinate con il suo personale, unico stile distintivo di scrittura di canzoni.