Alpine Subs – Up With The Geese (2025)

Dopo una pausa di due anni, gli Alpine Subs di Chicago sono tornati per pubblicare il loro quinto album (il primo risale al 2019) con l’etichetta sudafricana Subjangle: questa volta si tratta di un brillante doppio album da venti tracce.
Il disco presenta ancora la squillante musica americana che ha dominato il precedente album Through The Blinds (2023), mettendo in mostra la loro onnipresente capacità di creare perfette melodie jangle-pop degli anni ’60 e ’70.
La lunghezza dell’album potrebbe essere stato l’unico mezzo a disposizione della band per presentare in modo efficace un sound che ha ampliato la bellezza melodica dei lavori precedenti, incorporando al contempo sottili elementi moderni che dimostrano la loro esplorazione della musica contemporanea e la sua maggiore integrazione nel loro sound. Tuttavia, mentre le fondamenta pop di un tempo fungevano da nucleo, le sottili sfumature di oggi ora ricevono chiaramente maggiore enfasi.
Questa uscita segna una pietra miliare significativa per questo gruppo costantemente “pop-glorious”.

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American Music Club – Mercury (1993)

Il Club è stato aperto una decina d’anni, dalla metà degli ’80 in poi, prima di lasciare Mark Eitzel fuori dalla porta a cercarsi una nuova vita solista. Dei tre album pubblicati nei ’90, Mercury è forse il più intenso e profondo. La produzione di Mitchell Froom, solitamente molto presente, quasi non s’avverte. La materia è tutta nelle mani e nella voce senza melodia di Eitzel, nella sua disperata richiesta d’amore, nei suoi silenzi improvvisi e in quella percezione dello spazio che aveva già reso grandi i dischi precedenti. Benché sia fatto sostanzialmente di canzoni pop o folk, comunque di ballate, non c’è una sola possibilità di cantarne un refrain. Semplicemente perché non ce n’è. La forza compositiva di Eitzel è diretta altrove, a un’emozionalità circolare e stordente che non ha finora conosciuto eguali.

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Assistant – Ten Songs (2024)

Ho sentito parlare della band solo pochi mesi fa, tramite i social media. Poiché ascoltare molta musica è una cosa buona, ho dato un’occhiata al loro LP di debutto e devo ammettere che è entrato nelle mie corde, come si dice in Francia.
Sì, è un indie stridente, ma ha un tocco che, secondo me, la colloca in quel genere musicale dei primi anni Novanta. C’è quell’elemento fai da te nelle canzoni, che conferisce loro una vera personalità che una produzione raffinata potrebbe rovinare. Nessuno lo saprà mai, è un vero successo pop, nonostante i testi piuttosto tristi. Infatti, tutte le canzoni hanno quel tipo di atmosfera pop, come hanno sempre avuto molte canzoni degli Smiths. E anche se non credo che ci siano altri paragoni, la scrittura delle canzoni sembra decisamente dover rendere omaggio a Stephen Morrissey. L’album ha molte sorprese nascoste in bella vista. In Ten Songs, ti rimane la sensazione di aver sentito il suono di una band maturare nel corso di un album piuttosto che di una carriera. Mentre l’album si avvia verso i brani finali, l’atmosfera diventa molto più rilassata.

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Heroes – David Bowie (1977)

Il brano è costruito attorno ai suoni elettronici creati da Eno, ma l’elemento chiave della musica è, in realtà, la chitarra di Robert Fripp. Eno aveva realizzato nelle settimane precedenti una struttura elettronica costruita su strati sonori diversi e in qualche modo continui, ma sia a lui che a Bowie sembrava mancasse qualcosa. Chiamarono a Londra Robert Fripp, chitarrista e fondatore dei King Crimson che già aveva collaborato con Eno.
Fripp aveva solo poche ore libere ma accettò l’invito, prese l’aereo, arrivò a Berlino e inventò quella straordinaria linea di chitarra, una nota costante con una sola variazione, che rende distintivo il suono di Heroes. Per ultima, una volta scritto il testo, registrarono la voce di Bowie. Il brano è un crescendo vocale particolarmente emozionante, per realizzare il quale Tony Visconti studiò un trucco: il produttore mise un microfono vicino a Bowie, uno più distante e un terzo più lontano, Bowie iniziò a cantare nel primo, poi Visconti lo spense e accese il secondo, facendo poi la stessa cosa con il terzo, costringendo Bowie quasi a urlare per cantare la parte finale, creando un pathos straordinario.

Terry Allen – Lubbock (1978)

Dopo un esordio messo insieme quasi per gioco, lo scultore Terry Allen raggiunge a distanza di tre anni il suo capolavoro “suonato”. Lubbock (On Everything) è l’atto d’amore dell’artista nei confronti della propria città adottiva, concertato con musicisti locali importanti e con una curiosità per i suoni di confine che fa il resto, dando a tex-mex, country e canzone d’autore un senso totalmente attuale. Allen affronta il suo passato con una carica talmente poetica e personale da rendere quest’album un capitolo importante del moderno folk americano. La musica non avrà il sopravvento nel futuro del Nostro, intrecciandosi occasionalmente con la sua professione per due decenni. Rimarchevoli la partecipazione a Tru Stories di David Byrne e la cover di New Delhi Freight Train approntata dai Little Feat.

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Hanemoon – Rain Or Shine (2024)

Tornato con il suo terzo album per l’etichetta Jigsaw Records, il berlinese Hans Forster è tornato con l’album “Rain or Shine” attraverso il suo attuale progetto primario Hanemoon che senza dubbio consoliderà la sua reputazione come un’antica leggenda del jangle-pop.

Per fortuna, libero dalla necessità di un cambiamento evidente che a volte può rovinare tutto ciò che c’è di meraviglioso in uno spettacolo, Forster rimane in gran parte dedito a circondare la sua brillante arte di compositore con quanta più bellezza possibile degli anni ’90. In quanto tali, My Circle Line, Let’s Do The Magic Thing Again, Down the Rabbit Hole e Got A Date Tomorrow si spostano attraverso una base Dropkick perfettamente melodica aggiungendo contemporaneamente ulteriori strati di chitarre, mentre Why Don’t You Walk Away, When I Look Around e Deeper Than Down scendono leggermente al di sotto e fanno scivolare tutta la melodia attorno a grosse linee di basso che aggiungono dei punti di riferimento post-punk al mix.

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Skateaway – Dire Straits (1980)

Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).

Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.

In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.

Air – Moon Safari (1998)

Il duo parigino riesce, in un esordio dal sorprendente successo internazionale, a mettere in contatto due mondi all’apparenza lontani: quello del modernariato analogico ossessionato dai ’70, a base di moog e elettronica naif, ai confini col kitsch, e quello dilatato e sinuoso riconducibile alla tradizione del trip-hop. A fare da ponte troviamo melodie che spesso sfociano in soluzioni orchestrali e atmosfere cinematografiche – non a caso il gruppo sarà titolare, due anni dopo, della colonna sonora Virgin Suicides – e, in un paio d’occasioni, la memorabile voce di Beth Hirsch. Un pop cristallino, svagato e surreale, che definirà, da questo momento in poi, i parametri della via francese all’elettronica. Raramennte l’aggettivo retrofuturista risulta appropriato come in questo caso.

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Ducks Ltd – Harms Way (2024)

Dal 2021, il duo di Toronto Ducks Ltd grazie al contagioso jangle-rock del loro disco di debutto Modern Fiction hanno rapidamente conquistato un vasto pubblico di ascolto.
Questa seconda uscita Harm’s Way, riprende da dove Modern Fiction si era interrotto ed espande e perfeziona sottilmente il modello Ducks per chitarre e successioni melodiche.

Harm’s Way è il suono di una band che sta emergendo da sola, ancora più sicura perché sintonizzata sulla propria arte, immune dalla ripetizione e grazie alla vastità del loro buon realismo. Si sono guadagnati questo disco e queste tracce grazie alla loro attenzione nel riproporre i riff con la voce profonda di McGreevy e le chitarre di Lewis.
I Ducks Ltd sono attualmente i migliori di Toronto per il genere jangle-pop!

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