Ian Curtis, il fragile cuore dei Joy Division

Il 18 maggio 1980, alla vigilia del primo tour statunitense della sua band, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, si impicca nella sua abitazione di Manchester. La crisi del suo matrimonio e, soprattutto, i primi chiari ed evidenti sintomi di un’epilessia progressiva hanno minato la sua voglia di vivere.
La sua eredità è legata alla sua lotta contro la depressione e l’epilessia, che ha influenzato profondamente il suo lavoro e la sua vita personale. La sua scrittura era metaforica e intimista, trattando temi come l’isolamento, la malattia e la morte. La sua voce divenne un simbolo dell’angoscia e dell’angoscia della generazione.
All’età di 23 anni, si suicidò legandosi delle corde attorno al collo. La sua morte colpì profondamente la band, che, con la sopravvivenza del bassista Peter Hook, dei fratelli Sumner e Gillespie, si trasformò in New Order.
Ian Curtis rimane un’icona dell’angoscia artistica e un simbolo di come la bellezza possa emergere dall’oscurità.

Carla Bley, la determinazione di un donna in jazz

L’11 maggio 1938 nasce a Oakland Carla Bley, uno dei grandi talenti musicali femminili del Novecento. Il suo nome alla nascita è quello di Carla Borg. È suo padre, organista e maestro del coro in una chiesa di Oakland, che la spinge prestissimo a cantare e a imparare il pianoforte.
Carla Bley è nota per le sue composizioni avanguardistiche, l’uso innovativo della big band, le sue trascrizioni jazz e il suo lavoro come leader di etichetta discografica.
Bley inizia a suonare il piano da bambina e si avvicina al jazz negli anni ’50. La sua musica combina elementi di jazz, musica classica e sperimentale, spesso con arrangiamenti complessi e testi ironici. È particolarmente conosciuta per le sue composizioni per big band e orchestra.
Ha collaborato con artisti come Charlie Haden, Michael Mantler e Steve Swallow (suo marito). Ha contribuito a progetti come “Liberation Music Orchestra”, che mescola jazz e musica politica.
Nel 1971 fonda l’etichetta discografica Watt, che pubblica lavori di Jan Garbarek, John Zorn e altri. L’etichetta ha promosso la musica sperimentale e la musica jazz non commerciale.
Bley è stata una pioniera nel ruolo della compositrice nello jazz, sfidando le norme di genere e i confini musicali. La sua musica è apprezzata per la sua originalità e profondità emotiva.

Vedi cara – Francesco Guccini (1970)

Le canzoni, nel 90 per cento dei casi, e in tutto il mondo, sono canzoni d’amore. Il che vuol dire che ogni situazione amorosa è stata raccontata, illustrata, interpretata, sviscerata, analizzata da autori in ogni dove e in ogni epoca. Le canzoni d’amore, quindi, possono avere milioni di forme diverse, essere appassionate e tristi, stupide e semplici, complesse e avvincenti, possono essere ballate in maniera lenta o scatenata, o ascoltate da soli al buio.
Ma tutte devono avere una caratteristica irrinunciabile, devono sembrare o essere, possibilmente, vere, perché noi ci si possa in quelle canzoni ritrovare, riconoscere, perché possano essere un modo per condividere una gioia, una passione, anche una difficoltà o una sofferenza. Francesco Guccini di canzoni d’amore non ne ha scritte tante in realtà, ma quando l’ha fatto la verità è stata sovrana assoluta. Del resto, è così in tutto il canzoniere di Francesco Guccini, uno dei più importanti autori della nostra storia musicale, è così perché anche quando la sua fantasia prende il sopravvento, anche quando le sue storie diventano fantatiche o addirittura misteriose, è difficile non lasciarsi rapire dal racconto e crederci. Guccini ci ha anche raccontato di sé, dei suoi amori, e lo ha fatto sempre in maniera particolare, non ovvia, evitando ovviamente la classica rima baciata “sole-cuore-amore”, ma provando a esplorare lati del sentimento amoroso che la nostra canzone ha illuminato poco. Come nel caso di Vedi cara. È un brano del 1970, presente in Due anni dopo, secondo album di Guccini, ed è scritto come se l’amata a cui la canzone è diretta se realmente davanti a lui, come se non si trattasse di una canzone ma di un discorso fatto a quella che all’epoca non era ancora moglie, Roberta Baccilieri, che sposerà l’anno seguente. È una canzone bellissima e strana, che non ha un vero ritornello ma ben ventidue strofe in cui il cantautore prova a spiegare le difficoltà che in quel momento attraversava.

African sounds #2

Nove brani di musicisti africani
Nell’ordine: Tinariwen, Vieux Farka Tourè, Kel Assouf, Baba Sissoko, Bassekou Kouyate & Ngoni Ba, Samba Tourè, Toumani Diabatè, Ali Farka Tourè & Toumani Diabatè, Salif Keita.

E’ possibile ascoltare questa playlist anche su radioscalo

Carey Bell: tra i massimi armonicisti Blues di ogni epoca

Carey Bell è stato un rinomato chitarrista e armonicista blues americano, nato William Leonard “Carey” Bell Jr. il 14 dicembre 1936 a Chicago, Illinois, ed è deceduto il 6 maggio 2009. Era soprannominato “il Maestro”, in riconoscimento della sua eccezionale maestria nella musica blues.
Bell è stato una figura chiave nel blues di Chicago degli anni ’50 e ’60, lavorando con artisti come Buddy Guy, Otis Rush e Muddy Waters. La sua musica è caratterizzata da un’influenza distintiva e appassionata, sia nella chitarra che nell’armonica. Si è distinto per l’uso di tecniche innovative che incorporavano elementi jazz e swing, facendolo risaltare nella scena blues.
Nel corso della sua carriera, ha pubblicato oltre 15 album e ha collaborato con artisti di diversi generi, tra cui Eric Clapton, B.B. King e John Lee Hooker. Alcuni dei suoi brani più noti includono “I Got to Go” e “Your Good Thing (Is About to End)”.

James Brown: Re del Funky

James Brown, spesso chiamato “Soul Brother No. 1” o “The Godfather of Soul,” è stato una figura iconica nella musica afroamericana. Nato il 3 maggio 1933 a Barnwell, Carolina del Sud, Brown ha plasmato il soul, il funk e il rhythm and blues con la sua intensa energia sul palco e la sua musica innovativa. È conosciuto per la sua performance in “I Got You (I Feel Good)” (1965), che è diventata un inno culturale. Il suo lavoro ha influenzato generi come il hip-hop, la musica elettronica e il rock, e ha introdotto elementi come ritmi frenetici, chiamate e risposte e l’uso di strumentali strumentali.

Brown ha affrontato sfide personali, inclusi problemi legali e abusi familiari. Fu imprigionato per aggressione nel 1988, ma riformò la sua vita, concentrandosi sulla musica e sulla filantropia. È stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986 e ha ricevuto 17 Grammy. Morì il 25 dicembre 2006, ma il suo lascito continua di ispirare musicisti e pubblico in tutto il mondo.

Bad Religion – No Control (1989)

Dopo aver realizzato un album all’insegna di un punk rabbioso e urticante all’inizio degli anni ’80 (How Could Hell Be Any Worse) ed essersi successivamente sciolti, i californiani Bad Religion si riformano alla fine del decennio, riprendendo e migliorando le sonorità degli esordi. E No Control, il secondo prodotto di questa rinascita artistica, è il disco che sintetizza al meglio una formula che ha inequivocabilmente dettato le coordinate per tutto l’hardcore punk melodico da li in poi: ritmi serratissimi, chitarre a tutto volume, linee melodiche irresistibili e cori a profusione. Un sound che è stato riprodotto più o meno calligraficamente da mille altri gruppi, senza tuttavia che le copie riuscissero (quasi) mai a eguagliare gli originali.

Ascolta il disco

Otis Spann: un Bluesman originale

Otis Spann è stato uno dei più grandi pianisti di blues di tutti i tempi, noto soprattutto per il suo ruolo centrale nel Chicago blues. Nato il 21 marzo 1930 a Jackson, Mississippi, Spann è cresciuto immerso nella musica, apprendendo i segreti del pianoforte da sua madre, che era una cantante e pianista di blues, e da una figura paterna importante, forse il leggendario pianista Big Maceo Merriweather.
Spann si trasferì a Chicago negli anni ’40, dove divenne una figura fondamentale della scena blues della città. La sua carriera decollò quando si unì alla band di Muddy Waters nel 1952. Insieme a Muddy Waters, Spann contribuì a definire il suono del Chicago blues, con il suo stile di piano intenso e trascinante, caratterizzato da una combinazione di ritmi potenti e un uso espressivo della mano sinistra per creare un solido groove.
Il suo tocco al piano era inconfondibile: un mix di profondità emotiva, grande tecnica e un senso innato del ritmo. Spann è stato un collaboratore di lunga data di Waters e ha suonato con lui per oltre un decennio, partecipando a registrazioni fondamentali come “I’m Ready”, “Hoochie Coochie Man” e “Mannish Boy”. Durante questo periodo, Spann ha anche inciso come solista, pubblicando dischi memorabili come “Otis Spann Is The Blues” (1960) e “The Blues Never Die!” (1965), in cui la sua voce calda e il suo piano erano al centro della scena.
Oltre al suo lavoro con Waters, Spann ha collaborato con altri grandi del blues come Howlin’ Wolf, Bo Diddley e Buddy Guy. Il suo stile univa il blues del Delta con il più moderno Chicago blues elettrico, rendendolo un musicista versatile e rispettato.
Otis Spann morì prematuramente il 24 aprile 1970 a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla musica blues è stato immenso. È considerato uno dei pianisti più influenti della storia del blues, e la sua eredità vive nelle opere dei tanti musicisti che ha ispirato.

Forma e sostanza

Per chi come me, ha seguito, amato e considerato la saga di Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali e quindi dei CCCP, CSI e successivamente PGR, la più grande, bella, profonda e rivoluzionaria esperienza musicale italiana, questo docufilm di Cristiano Lucidi è imprescindibile.

Lucidi è riuscito in 95 minuti, a dare uno spaccato della loro storia in maniera esaustiva senza nessuna sbavatura e soprattutto senza mai annoiare. Come è giusto che sia, Lucidi si sofferma soprattutto sul paragrafo più importante di questo pezzo di storia della musica italiana ovvero i CSI, sottolineando quanto questo gruppo abbia cambiato il suono e la percezione dell’underground e della musica alternativa in Italia.

Ho seguito fin dall’esordio ogni loro pubblicazione sonora e anche le “performance” personali e non, a volte lontane dall’aspetto musicale. Ebbi modo di vederli dal vivo insieme a poche centinaia di presenze all’ex foto boario di Treviso nel 1985. Avevano pubblicato fino ad allora solo alcuni EP e stavano promuovendo il loro primo LP dal titolo chilometrico: “1964/1985 Affinità divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”. Un disco considerato da molti critici tra i massimi capolavori della musica italiana, nonché una pietra miliare del punk europeo.

Le cose poi cambiano, e con la fine degli anni novanta, finisce anche la saga della loro vita musicale di gruppo. Le idee e di conseguenza le scelte, sociali/politiche (vedi Lindo Ferretti) prendono altre strade non sempre per me condivisibili. Ma, nonostante questo, ogniqualvolta ascolto un loro brano, i brividi e le emozioni sono ancora tanto forti come allora e questo bellissimo e completo docufilm ne è l’ennesima dimostrazione.

I capitoli del docufilm sono così articolati:
00:00 Track 00: Intro
05:37 Track 01: La Storia
16:21 Track 02: Consorzio Suonatori Indipendenti
25:03 Track 03: La Band
35:35 Track 04: La Firma Del Contratto
40:07 Track 05: Ko De Mondo
54:39 Track 06: In Quiete
59:45 Track 07: Linea Gotica
01:09:39 Track 08: Tabula Rasa Elettrificata
01:29:25 Track 09: Outro