Nel luglio del 1963, Bob Dylan fece la sua prima apparizione al Newport Folk Festival. Nella serata di apertura, catturò una folla di 13.000 persone con un’esibizione di “Blowin’ in the Wind“, accompagnato da Joan Baez, Pete Seeger e Peter, Paul e Mary. Poi, il giorno seguente, Dylan cantò una versione di “With God On Our Side” (un duetto con Joan Baez) e suonò da solo “North Country Blues“, una canzone che sarebbe poi apparsa in The Times They Are a‑Changin‘ nel 1964. Nei link sopra evidenziati si possono guardare queste esibizioni storiche nei filmati originali in bianco e nero. Oppure, grazie al canale YouTube Toca o Disco, puoi vivere il momento a colori. Mentre canta un Bob Dylan di 22 anni, il pubblico ascolta rapito, assorbendo la sua potente canzone folk sulle dure realtà dell’estrazione mineraria e dell’industrializzazione.
Qui sotto il video del debutto dove Bob Dylan canta North Country Blues al Newport Folk Festival (1963).
Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid. Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa. Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano. L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale. “Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.
Oggi è il 7 Luglio ed in questo giorno, nel 1913, a Belzoni, nel Mississippi (U.S.A,), nasceva il grande pianista e vocalist Blues “Pinetop” Perkins (nome d’arte di Joseph William Perkins). Il soprannome “pinetop” gli venne dato perché da bambino si arrampicava in cima ai pini. Uno dei momenti più importanti della carriera di Perkins fu la sua lunga collaborazione con il leggendario chitarrista e cantante blues Muddy Waters. Nel 1943, si unì alla sua band e divenne il pianista principale, portando il suo stile distintivo al gruppo. Questa collaborazione contribuì notevolmente a definire il suono del Chicago Blues e rese Perkins una figura rispettata e stimata nella scena musicale blues. Dopo la morte di Muddy Waters (avvenuta nel 1983), Pinetop Perkins intraprese la carriera solista. Continuò a suonare e registrare musica blues, guadagnandosi una reputazione come uno dei pianisti più abili e influenti del genere. Durante la sua lunghissima carriera ebbe occasione di collaborare con i principali musicisti e cantanti Blues e Rock, ricevendo vari premi e riconoscimenti, tra i quali, nel 2005 il “Grammy Award” alla Carriera e nel 2010 il “Grammy Award” per il miglior album Blues pubblicato insieme a Willie “Big Eyes” Smith, diventando il musicista più anziano ad aver ricevuto il premio. Nel 2002 fece parte di due film: “The Blues: Godfathers and Sons” e “The Blues: Piano Blues”. È stato inserito nella “Blues Hall of Fame”. Morì nel 2011, ad Austin, in Texas.
Una faccenda non semplice stabile quale sia l’album più significativo della breve ma intensa vicenda Bauhaus. Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, l’ha spuntata quest’ultimo lavoro prima dello scioglimento, che senza prendere una posizione decisa saltella brillantemente fra tutte le fasi creative dell’ensemble britannico, dal gothic più ossessivo a quello decadente non dimenticando certe suggestioni psichedeliche. È il capitolo forse meno “appariscente” della discografia di Peter Murphy e compagni, Burning From The Inside, ma è senza dubbio il più eclettico e il più maturo: e, quindi, è anche il più adatto a far comprendere le ragioni dell’autentica aura di leggenda che circonda la band, anche se in scaletta ha come solo brano “classico” il singolo She’s In Parties.
Arthur Blythe nato il 5 luglio 1940 è stato un sassofonista contralto americano noto per il suo suono caldo, incisivo e la capacità di fondere tradizione e avanguardia nel jazz. Cresciuto a Los Angeles, ha iniziato a suonare in gruppi R&B prima di immergersi nel jazz moderno. Si è trasferito a New York negli anni ’70, entrando a far parte della scena loft jazz e collaborando con musicisti come Gil Evans, Jack DeJohnette e Lester Bowie. Il suo album Lenox Avenue Breakdown (1979) è considerato un capolavoro, caratterizzato da un mix di free jazz, hard bop e influenze funk. Blythe aveva la capacità di sperimentare senza perdere il legame con la tradizione, utilizzando spesso tuba e violoncello nei suoi ensemble per ottenere un suono distintivo. Negli anni ’80 e ’90 ha continuato a esplorare diverse sonorità, suonando con il World Saxophone Quartet e mantenendo una carriera solista prolifica. Nonostante il declino della sua salute negli ultimi anni, il suo contributo al jazz rimane fondamentale.
Il 3 Luglio del 1893, a Teoc, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande “bluesman” Mississippi John Hurt (vero nome John Smith Hurt). La sua data di nascita è comunque controversa e misteriosa, e talvolta viene indicata nell’8 marzo o nel 2 luglio. Ottavo di dieci fratelli, Hurt imparò come autodidatta a suonare la chitarra all’età di nove anni. Il primo strumento – di seconda mano – gli venne acquistato dalla madre per un dollaro e mezzo. Imparò ad amare la musica da William H. Carson, conosciuto alla St. James School di Avalon e trascorse buona parte dell’adolescenza suonando musica old time per amici ed avventori di danze campestri. Negli anni venti lavorò come bracciante di fattoria. Fu un cantante e chitarrista che coniugò il Blues con il Country, il Bluegrass, il Folk ed il Rock’n’Roll. Espresse uno stile personale particolare sia nel canto che nel suono della chitarra capace d’influenzare molti artisti americani del XX° secolo. Aveva creato un genere musicale che è stato riduttivamente archiviato sotto il nome blues ma che, al contrario, era molto più vasto e aperto, grazie a quei fondamentali scambi tra la musica nera e bianca nati tra i vari spettacoli itineranti o i vari medicine show che poi – se ci pensiamo bene – stanno alla base della musica americana. Iniziò a registrare dischi nel 1923, ma a causa della grande crisi del crollo della borsa degli anni 20, andò presto nel dimenticatoio, fino a quando, addirittura negli anni ’60, fu riscoperto, ne fu rivalutata l’originalità e la modernità e fu invitato a tenere concerti ovunque, dalle Università di vari Stati americani ad i grandi Festival come il “Newport Folk Festival” ed ebbe anche varie opportunità di visibilità in show televisivi. Purtroppo godette molto poco del suo nuovo successo in quanto morì per un infarto il 2 novembre 1966 a Grenada, nel Mississippi. Un’artista dall’animo gentile, dimenticato, che ha vissuto in grande semplicità e modestia e che è un dovere ricordare.
Rashied Ali, nato Robert Patterson a Filadelfia il 1º luglio 1933 è stato un batterista jazz americano noto per il suo stile innovativo e il suo contributo al free jazz. È famoso soprattutto per la sua collaborazione con John Coltrane nell’album Interstellar Space (1967), un’opera rivoluzionaria che esplora la batteria libera da vincoli ritmici tradizionali. Ali è stato un pioniere della multi-directional drumming, una tecnica che abbandona il ruolo convenzionale della batteria come semplice accompagnamento per diventare una voce solista a sé stante. Dopo la morte di Coltrane, ha continuato a esplorare il free jazz, collaborando con artisti come Pharoah Sanders, Archie Shepp e Albert Ayler. Ha anche fondato il Survival Records e aperto il Ali’s Alley, un club jazz a New York che è stato un punto di riferimento per la scena avant-garde. Rashied Ali ha lasciato un segno indelebile nella batteria jazz, influenzando generazioni di musicisti.
Immaginate una musica che sembra scaturire naturalmente da strumenti e dalla voce umana, una fusione unica di melodie, poesia, soul, rock, tradizione celtica e jazz: questa è la musica di Van Morrison. Le parole non possono veramente catturare ciò che “Van the Man” ha creato nella sua carriera. Un esempio brillante è “Summertime in England”, un pezzo lungo oltre 15 minuti che, ascoltato, trasporta in una dimensione senza tempo. Durante l’esecuzione, Morrison canta con pura passione, chiudendo gli occhi e cambiando continuamente le parole, creando un dialogo dinamico con la band. Questo brano, presente nell’album “Common One” del 1980, è stato registrato in due take, nella sua origine come poema dedicato a William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. In esso, Morrison unisce immagini e riferimenti alla sua vita e all’amore in un flusso di coscienza avvolgente. Con la band che lo accompagna, lui improvvisa, giocando con le parole mentre gli strumenti si intrecciano attorno alla sua voce. Alla fine, ci invita a percepire il silenzio. “Summertime in England” è più di una canzone; è un capolavoro che merita 15 minuti del vostro tempo. Morrison, lontano dalle mode, rimane tra gli artisti più completi e affascinanti della musica del secolo scorso, con una voce e una passione uniche, destinate a durare nel tempo.
L’ultimo dispaccio leggibile di un musicista geniale ormai perduto nel proprio labirinto di follia, con il quale è sempre più difficile, se non impossibile, comunicare. Prodotto da David Gilmour, con Rick Wright alle tastiere e Jerry Shirley alla batteria, Barrett, secondo album del dopo Pink Floyd, è ancora ricco di intuizioni brillanti – Gigolo Aunt, Baby Lemonade, Effervescing Elephant – messe insieme da una band che, in equilibrio assai precario, cuce arrangiamenti su misura, discreti e tenui, canzoni che forse proprio nella fragilità trovano la dimensione ideale, o quantomeno l’unica possibile. Barrett ci regala per l’ultima volta le sue filastrocche dal sorriso beffardo, sospese tra stupore infantile e nonsense, che dimostrano, nel bene e nel male, la grandezza del loro autore.
Nick Drake è stato un notevole cantautore e musicista folk inglese che, nonostante la sua carriera relativamente breve, è diventato un artista molto influente e acclamato dalla critica nei decenni successivi alla sua morte. Nato il 19 giugno 1948 a Rangoon, Birmania (ora Myanmar), Drake è cresciuto nel Warwickshire, in Inghilterra. Era noto per il suo modo complesso e poetico di suonare la chitarra, lo stile vocale dolce e la scrittura di canzoni introspettiva. Drake ha pubblicato solo tre album in studio durante la sua vita: “Five Leaves Left” (1969), “Bryter Layter” (1971) e “Pink Moon” (1972). Nonostante abbia ricevuto elogi dalla critica, Drake ha lottato per raggiungere il successo commerciale durante la sua vita. Ha combattuto la depressione ed era, a quanto si dice, molto timido, il che ha reso difficile esibirsi e promuovere la sua musica. La sua musica è caratterizzata da intricate tecniche di chitarra fingerpicking, arrangiamenti musicali sofisticati e testi profondamente personali, spesso malinconici. Drake morì tragicamente, il 25 novembre 1974, all’età di 26 anni, per overdose di antidepressivi. Negli anni successivi alla sua morte, la sua musica ha ottenuto un notevole riconoscimento, con artisti come Robert Smith dei The Cure, Kate Bush e numerosi musicisti folk e indie contemporanei che lo hanno citato come una delle loro maggiori influenze. I suoi album, in particolare “Pink Moon”, sono stati presentati in film e spot pubblicitari, presentando la sua musica alle nuove generazioni. Oggi, è ampiamente considerato un’icona di culto nella scena musicale folk e indie, ricordato per il suo stile musicale unico e per la scrittura di canzoni profonda e introspettiva.