Nicolas De Staël

“Io non oppongo la pittura astratta alla pittura figurativa. Un quadro dovrebbe essere al tempo stesso astratto e figurativo. Astratto in quanto muro, figurativo in quanto rappresentazione d’uno spazio.”

Intervista, 1952, in Marie du Bouchet, Nicolas de Staël. Une illumination sans précédent

Furono gli anni cinquanta il periodo d’oro dell’Espressionismo Astratto e New York era il centro mondiale. De Kooning, KLine e Rothko erano le stelle dell’arte americana che stava trionfando. Ma anche a Parigi si viveva una sorta di boom postbellico, testimoniato dallo slancio di una nuova generazione di pittori e scultori. Uno di quest’ultimi – una meteora, come lo definì un critico – fu Nicolas de Staël.

Nicolas de Staël è nato a San Pietroburgo nel 1914, da una famiglia nobile di origine baltica. I De Staël si trasferirono in Polonia, dove il padre di Nicolas morì, poi a Bruxelles, dove il giovane ricevette la sua prima educazione. Ma Nicolas trascorse gran parte della sua gioventù a giro per l’Europa, prima di stabilirsi a Parigi nel 1938.
Nella Francia occupata, de Staël visse momenti assai difficili, ma già nel primo dopoguerra si era guadagnato una notevole fama ed una certa indipendenza economica che lo indusse, nel 1953, a trasferirsi a Ménerbes, nel sud della Francia. Morì suicida ad Antibes il 16 marzo 1955.
De Staël è oggi un’icona dell’arte francese del dopoguerra e non solo per l’aura esistenzialistica che la sua figura pubblica ha sempre emanato. De Staël era infatti un artista autentico: il suo cromatismo romantico e tuttavia sempre emotivamente controllato, il suo talento nell’impasto materico e nel tocco lievissimo lo ha reso un pittore di grande energia, ma mai esplosiva, anzi sempre contenutissima e perfettamente dominata da uno spirito in qualche modo ascetico.

Il colore e la luce sono del resto i veri protagonisti nell’esperienza pittorica di de Staël e come nel caso di Klee, è dal Nord Africa (visitato a più riprese fra il 1936 ed il 1940, anno in cui prestò servizio nella Legione Straniera) che de Staël ne trasse le impressioni più indelebili. In luogo del disegno, il colore stesso diventò il fondamento dei suoi dipinti, il testo della sua esperienza sensibile.

De Staël visse gli anni in cui si consumava la diatriba fra figurativo ed astratto. L’impossibile conciliazione fra i due termini pareva allora questione assoluta. De Staël si gettò con tutte le sue forze alla ricerca di una possibile soluzione, creando una pittura di pure forme che, come le idee platoniche, vivono fuori dal tempo, ma sono ugualmente concrete e materiche quanto può esserlo la vita stessa.

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Salvador Dalí

In una realtà delirante abbiamo bisogno dell’arte del delirio per rappresentarla e rappresentarci.

Salvador Dalí ovvero l’arte del surrealismo.

L’arte surrealista è come un sogno danzante tra le pieghe della realtà, dove il pensiero si libera dalle catene della logica per attirarti nelle reti dorate delle sue dimensioni alternative. Le immagini si fondono e ci confondono, creando visioni misteriose e suggestive che puntano all’incantamento. Un viaggio nei cunicoli ammalianti dell’inconscienza, dove la razionalità cede il passo all’irrazionale e l’ordinario si trasforma in straordinario. I colori, le forme e le idee si svelano come segreti nascosti nell’ombra di un sogno, invitandoci a esplorare i confini della mente umana e dei nostri spazi interiori che fanno da specchio deformante alla vita che brulica e arranca là fuori.

Il surrealismo ci aiuta a illustrare la realtà attraverso una lente unica e affascinante, svelando – per lo più in modo inconsapevole – i reconditi aspetti dell’esistenza umana che spesso sfuggono alla nostra percezione.
Mette in luce l’irrazionale che nascondiamo tra la polvere sotto il tappeto della nostra quotidianità. Mostra come i sogni, i desideri repressi e le paure possano influenzare le nostre azioni e le nostre percezioni nella realtà diurna.
Sfida le convenzioni spingendoci a riconsiderare le norme e i presupposti che governano la nostra vita e, al tempo stesso, fa da specchio rivelatore alle contraddizioni e alle irrazionalità che permeano le nostre relazioni sociali e la società in cui trasciniamo le nostre esistenze.

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René Magritte

“La realtà non è mai come la si vede: la verità è soprattutto immaginazione.”

“Rappresentazioni che annullino il realismo“. In questa frase è racchiusa l’opera di René Magritte e sono opere suggestive, intriganti, incantevoli.
Esprimono, tutte, il piacere della pittura come mondo della creatività onirica, modelli di figurazione che attraversano l’asfittica tensione razionale condivisa per giungere in luoghi profondi, spazi di rielaborazioni simboliche soggettive.

Nella sua pittura la razionalità sfuma, “la logica si ritira, la mente si offusca e cede il passo ad accostamenti dissociativi, ossimori pittorici, composizioni assurde, situazioni in bilico tra l’onirico e la più fervida fantasia”. Il Surrealismo di Magritte applica, alle immagini dipinte, l’illusionismo onirico, mostrando oggetti reali in ambienti e misure assurde, utilizzando tonalità fredde, creando atmosfere ambigue ed inquietanti come quelle dei sogni. Le sue rappresentazioni evocano lo spaesamento dell’uomo di fronte alla realtà o a ciò che sembra essere la realtà, in un costante gioco ambiguo tra ciò che è plausibile ma totalmente fuori posto.

René Magritte ha creato uno spazio immersivo in cui ha portato avanti un’indagine approfondita sul significato e sulla percezione della realtà. Il suo sguardo e la sua filosofia lo hanno indotto a rapportarsi in un modo nuovo con l’arte: Magritte ha contestato i luoghi comuni sulla pittura, componendo immagini semplici con cui ognuno di noi ha una familiarità, ma calate in un contesto singolare e alienante. Una pittura che ha scelto di concentrare senza esitazioni sul pensiero, sul mistero e sul ribaltamento dell’idea stessa dell’immagine nel sentire comune.

Paul Klee

Quello che differenzia l’Arte astratta da quella figurativa è, tra l’altro, l’esprimere il “pensare” senza usare le “parole”. Siamo indotti a credere che il “pensare” sia costituito da parole. Le parole sono strumenti che permettono di attribuire significati, e questi sono cardini sui quali scorre la funzione razionale.
Eppure, il pensiero non avrebbe vincoli di natura razionale.
Pensare può essere un abisso nel quale, tuffandosi con coraggio, si scorgono altre grammatiche e altre sintassi che nulla hanno in comune con le parole, se non il disegnare sensazioni e stati d’animo.
Si tratta di “segni”, infiniti “significanti” ai quali non appartengono “significati” univoci.

l linguaggio è dato dalla bellezza di un colore, dalla semplicità di una linea, dalla combinazione di geometrie inconsuete capaci di espressioni visive che rifiutano ogni formulazione razionale, che narrano di un “logos” sconosciuto ma che appartiene alla sublime espansione dei pensieri.
Alcuni artisti sono riusciti a dare la qualità della forma alle molteplici accezioni del pensiero, Paul Klee, tra questi: la sua esplorazione del reale, lo ha condotto ad intuire le presenze invisibili che ci abitano chiedendo voce.

Paul Klee è stato un artista molto prolifico, che ha esplorato diverse tecniche pittoriche e diversi materiali: ha realizzato disegni, incisioni, acqueforti, dipinti ad olio, ad acquerello, a pastello, su numerosi supporti che spaziano dalla tela al legno, dal cartone al lino. Fondamentale per Klee era dare forma al non visibile. “L’arte”, affermò il pittore, “non rappresenta il visibile, ma rende visibile ciò che non lo è”.

Georgia O’Keeffe

Pink and Green Mountains

Sorvolando sulla biografia di Georgia O’Keeffe di cui potete trovare molte informazioni in rete, ho preferito soffermarmi solo sulle sue grandiose rappresentazioni della natura.
Fiori visti da molto vicino, riprodotti con una minuziosa attenzione ai dettagli è la sua peculiarità, ed è un’attenzione che mi trova molto vicino alla sua sensibilità in quanto anch’io amo queste inquadrature con la mia fotografia.

Ai fiori, che potete avere una piccola selezione in questo sito, ho preferito postare questi quattro dipinti.

Pink and Green Mountains, No. II

Nelle prime due straordinarie opere che portano il nome di Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe ammalia gli osservatoti/spettatori, portandoli in un affascinante viaggio in un mondo di montagne rosa e verdi. Queste opere d’arte presentano un’accattivante miscela di colori, dove il rosa tenue (nella primo dipinto) si fonde armoniosamente con il verde naturale in modo seducente. La seconda opera si distingue per i suoi dettagli intricati e le dimensioni sbalorditive, permettendo di sentire la profondità delle valli, l’altezza delle cime delle montagne e la bellezza del terreno. Con Pink and Green Mountains, Georgia O’Keeffe incarna lo spirito incantevole delle montagne e la bellezza maestosa della natura.

Music, Pink and Blue

Nelle seconde due opere la O’Keeffe tocca un altro tasto a me molto caro: la musica. Per molti artisti d’avanguardia all’inizio del XX secolo, la musica ha offerto un modello per esprimere stati e sensazioni emotive non verbali. Georgia O’Keeffe era affascinata da quella che chiamava “l’idea che la musica potesse essere tradotta in qualcosa per l’occhio”. I suoi riferimenti alla musica nei titoli dei suoi dipinti derivavano dalla convinzione che l’arte visiva, come la musica, potesse trasmettere emozioni potenti indipendenti dal soggetto rappresentativo. In Music, Pink and Blue, le forme gonfie e ondulate implicano una connessione tra il visivo e l’uditivo, suggerendo anche i ritmi e le armonie che O’Keeffe percepiva in natura.

Music, Pink and Blue No. 2

William Turner

Fra gli autori che preferisco e che inserisco nella categoria che ho coniato come “astratta razionale” (vedi post precedente) non posso non inserire Joseph Mallord William Turner (1775 – 1851).
Quando vidi per la prima volta, tanti anni fa, Margate, from the Sea (il quadro nella foto) rimasi strabiliato e andai subito ad informarmi su questo pittore che non solo non conoscevo ma che nemmeno avevo sentito parlare. Con meraviglia scoprii che grazie ad uno dei sui viaggi, dipinse molte opere su Venezia, .

William Turner che apparteneva al movimento romantico, ha avuto il grande merito di porre le basi per la nascita dell’Impressionismo e fu anticipatore dell’astrattismo.
Le sue opere partono quasi sempre da paesaggi a volte tranquilli, a volte violenti, molte volte tempestosi, per poi prendere forme immaginarie, oniriche, poetiche. Proprio per questa sua grande caratteristica si meritò il soprannome di «pittore della luce».

Di seguito alcuni link per poter ammirare le sue opere:
Finestre sull’arte
Analisi dell’opera
Copia di arte
Google Arts & Culture
Google Immagini

Arte pittorica (due)

Due sono le tipologie di espressione pittorica che non rientrano tra le mie preferite: la figurativa e l’astratta o meglio, le due estreme di queste categorie. La prima quando è solo tecnica, la trasposizione in pittura di una reale figura fisica, come fosse una fotografia, una cartolina. La seconda quando è solo caos, un miscuglio di schizzi, segni e figure che non dicono nulla se non gettare addosso macchie anarchiche incomprensibili. Sia chiaro, sto parlando a livello “sensitivo” e sempre a livello di massima. Sono pienamente consapevole del grande valore pittorico di un figurativo come il Canaletto o di un astratto come Jackson Pollock sono artisti di valore inestimabile sui quali non si discute.

Nella pittura, le mie preferenze vanno a quelle opere che stanno nel “mezzo” e quindi il figurativo immaginario e l’astratto comprensibile.
Mi piace chi sa esprimere senza dire, che fa pensare e immaginare con la propria mente, con il proprio vedere e sentire.
Se dovessi coniare una categoria dove inserire le opere che preferisco la chiamerei “astratta razionale”. Astratta perché antagonista alla figurativa, dove la fantasia ha un ruolo determinante e probabilmente anche più emozionale e razionale in quanto deve avere un senso, dove per senso è da intendersi come messaggio e come materia. (continua)

Arte pittorica (Uno)

Non sono un esperto di arte, e neanche tanto appassionato, mi piace però osservare l’arte pittorica e godere delle emozioni che un quadro riesce a donarmi. Certo, la musica che seguo da sempre, quando è speciale mi crea vibrazione, mi da pathos, sensazioni che molte volte cerco di condividere scrivendo qualche riga ma con la pittura è diverso. Alla base c’è una mancanza di “scuola”, di conoscenza, di preparazione, mancanza che davanti ad un’opera visiva limita di esprimere il mio sentire.

Proprio per questa mancanza ho pensato che non voglio limitarmi e, senza nessuna presunzione, cercherò di condividere il mio percepire e, per quanto sarò capace, anche di esprimerlo. Un modo come un altro per aumentare la mia conoscenza e imparare qualcosa in più su una delle arti primarie più importanti.

Una prova sul campo da cosciente inesperto e poi se “son rose fioriranno” altrimenti pazienza, non ne farò un dramma.
Nelle prossime settimane quindi, ci saranno dei post su delle opere e/o su dei maestri pittorici che in qualche modo hanno colpito la mia sensibilità. (continua)

Sospeso

Possiedo diverse opere di Marino Ficotto ma questa, in particolar modo, è la mia preferita. Acquarello su carta (50X30) dal titolo “Sospeso”, anno 2012.
Facile comprendere che quello raffigurato è un aquilone.

Un valore aggiunto a quest’opera è la sua cornice o meglio come è stata incorniciata, la carta infatti, non è appoggiata sul fondo ma sollevata di due centimetri, quelli che bastano per dare un senso di “sospeso”, come stesse volando.

La bella sensazione visiva che riesce a trasmettere è percepibile dal vivo, ma comunque anche così il suo valore è già di per se grande.