Keith Jarrett – The Koln Concert (1975)

“Secondo me la miglior musica è sempre quella che suona come se non ci fosse stato nulla di scritto prima di essa. Se possibile, bisogna sempre tornare a ripartire dal silenzio”

Con queste parole Keith Jarrett esprimeva il suo personalissimo concetto di musica fatto da continue scoperte. Settanta minuti d’improvvisazione geniale, un continuo smussare pensieri musicali in evoluzione con impostazioni fluide e un particolare uso percussivo delle tastiera. Jarrett non è un caposcuola, non ha discepoli devoti, eppure è un maestro unico. Il ‘concerto di Colonia’ carpisce un momento di grandissima creatività. Il pianista sceglie un suono o una frase e la elabora estemporaneamente, senza premeditazione alcuna, solo con meravigliosa spontaneità e gusto imprevedibile.

“Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E’ come partire da zero”.

Passaggi veloci, prepotenza generosa di estrema liricità ed una grande musica senza spartito che poggia le sue basi, oltre che sull’abilità tecnica, sulla possibilità di continuare ad inserire nuovi suoni, nuove melodie.

Un artista randagio che cercherà ancora la sua poesia interiore con modalità inusitate, con avventure roboanti e per certi versi eccessive. Questa resta indubbiamente l’essenza sublime del suo inarrestabile pianismo, un album jazz che a tutt’oggi ha venduto qualcosa come duemilioni e mezzo di copie.

“Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere”. 

Stormy Six — Un biglietto del tram (1975)

Anni caldi questi. Siamo a metà degli anni settanta ed esattamente nel ’75 esce questo disco che è il più bell’esempio di “musica politica” mai prodotto in Italia. L’album “Un biglietto del tram” è il primo vero album decisamente originale e con forti contenuti politici degli Stormy Six.
Forse è storia o forse è leggenda che a Milano alcune frange del “movimento” abbiano accusato gli Stormy Six di deviazionismo, la colpa: incidere dischi e, soprattutto, venderli! Questo è stato lo scotto di una notorietà costruita concerto dopo concerto, piazza dopo piazza.
La grandezza di questo “progetto” è stata nella capacità di saper raccontare attraverso le “immagini”, un’Italia in guerra.

Il disco apre con quello che diventerà uno dei loro portabandiera, la bellissima “Stalingrado” (…sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città) canzone di forte spessore che rievoca l’omonimo assedio. “La fabbrica” (…e corre qua e là un ragazzo a dar la voce si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce) ci restituisce l’atmosfera di paura e fervore che precede il grande sciopero del marzo del 1943 nelle fabbriche del nord. “Arrivano gli Americani” (…arrivano gli americani, garibaldini marziani, Vergine Santa, hai sentito le nostre preghiere!) testo ironico e di facile riff che rimane nella mente, imperniato sulla “liberazione americana (?)”. “8 Settembre” (…ammazzati come cani, un cartello appeso al collo: ’PARTIGIANI’) probabilmente il brano più intenso dove i testi e la musica si intrecciano in un tutt’uno canzone carica e profonda ed espressione di una grande tragedia. “Nuvole a Vinca” (…dove sono i giovani, prigionieri in Africa, deportati a Buchenwald o sui monti, liberi…) rende palpabile la paura provocata dalla polvere che si solleva e da quella moto con sidecar che sgomma sulla piazza prima del massacro. La bellissima “Dante di Nanni” (…e cento volte l’hanno ucciso, ma tu lo puoi vedere: gira per la città, Dante di Nanni) affronta naturalmente la resistenza e diviene una figura quasi mitica, il simbolo di una battaglia che, trent’anni dopo, non doveva cessare. “Gianfranco Mattei” (…e se per di più sei un comunista ed un ebreo, dalle mani dei nazisti ti salvi il tuo Dio!) brano a ricordare tutte quelle persone che hanno speso la propria vita in cambio della nostra libertà. In “La sepoltura dei morti” (…la morte non vale nemmeno il giornale che leggi e che poi butti via) c’è l’amara riflessione di quello che è avvenuto in seguito ai fatti cruciali del ‘900 e delle sue conseguenze. “Un biglietto del tram” (…non bastava un biglietto, un biglietto del tram per tornare in piazzale Loreto?) conclude amaramente l’album.

Ora più che mai questo disco risuona attuale, in un momento che i giovani sembrano incapaci di stare a sentire un ragionamento politico per più di cinque minuti, sarebbe l’occasione giusta per ascoltare questo disco. Disco che, sia chiaro pur essendo “politico” nei suoi testi, rimane musicalmente parlando ricco di spunti e di idee. Gli strumenti creano un tappeto sonoro che non fa da supporto ma, è parte integrante alle parole stesse, un disco quindi dove anche la Musica ha un valore non secondario.

Francesco De Gregori — Rimmel (1975)

Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.

Heroes – David Bowie (1977)

Il brano è costruito attorno ai suoni elettronici creati da Eno, ma l’elemento chiave della musica è, in realtà, la chitarra di Robert Fripp. Eno aveva realizzato nelle settimane precedenti una struttura elettronica costruita su strati sonori diversi e in qualche modo continui, ma sia a lui che a Bowie sembrava mancasse qualcosa. Chiamarono a Londra Robert Fripp, chitarrista e fondatore dei King Crimson che già aveva collaborato con Eno.
Fripp aveva solo poche ore libere ma accettò l’invito, prese l’aereo, arrivò a Berlino e inventò quella straordinaria linea di chitarra, una nota costante con una sola variazione, che rende distintivo il suono di Heroes. Per ultima, una volta scritto il testo, registrarono la voce di Bowie. Il brano è un crescendo vocale particolarmente emozionante, per realizzare il quale Tony Visconti studiò un trucco: il produttore mise un microfono vicino a Bowie, uno più distante e un terzo più lontano, Bowie iniziò a cantare nel primo, poi Visconti lo spense e accese il secondo, facendo poi la stessa cosa con il terzo, costringendo Bowie quasi a urlare per cantare la parte finale, creando un pathos straordinario.

Terry Allen – Lubbock (1978)

Dopo un esordio messo insieme quasi per gioco, lo scultore Terry Allen raggiunge a distanza di tre anni il suo capolavoro “suonato”. Lubbock (On Everything) è l’atto d’amore dell’artista nei confronti della propria città adottiva, concertato con musicisti locali importanti e con una curiosità per i suoni di confine che fa il resto, dando a tex-mex, country e canzone d’autore un senso totalmente attuale. Allen affronta il suo passato con una carica talmente poetica e personale da rendere quest’album un capitolo importante del moderno folk americano. La musica non avrà il sopravvento nel futuro del Nostro, intrecciandosi occasionalmente con la sua professione per due decenni. Rimarchevoli la partecipazione a Tru Stories di David Byrne e la cover di New Delhi Freight Train approntata dai Little Feat.

Ascolta il disco

King Crimson – Red (1974)

Red (come il loro album di debutto, In the Court of the Crimson King) è diventato uno dei dischi di rock progressivo più essenziali e, secondo me, è l’apice della musica dei King Crimson. All’inizio pensavo che Red fosse solo un disco decente, e nessuna traccia mi aveva davvero colpito. Al secondo, terzo ascolto, ho riconosciuto, grazie soprattutto a “Starless” che il disco era geniale.

Uno dei motivi o meglio dei meriti che rende Red forse l’album migliore dei King Crimson è l’incredibile esibizione della voce di John Wetton.
Red ha il perfetto equilibrio tra voce e strumenti. La voce di Wetton è presente in tre delle cinque tracce e per ognuna delle tre, la sua performance è piuttosto diversa. Le sue capacità spaziano dall’assoluta orecchiabilità di “One More Red Nightmare” allo spettacolarmente rilassante “Fallen Angel” fino all’assolutamente potente “Starless”.

Ma c’è di più nel fascino di Red oltre alla semplice voce, ovviamente. Diamo un’occhiata ai due brani strumentali. La traccia del titolo che apre l’album rivela il lato hard rock dei King Crimson. “Red” è praticamente una serie di una manciata di riff pesanti, ed è una delle canzoni più uniche della band. La chitarra di Robert Fripp è davvero ammirevole poiché è ciò che guida la maggior parte di “Red”. Bill Bruford fornisce anche gran parte dell’energia con la sua caotica esibizione di batteria (è strano pensare a Bruford come parte dei King Crimson, piuttosto che degli Yes). La seconda traccia strumentale, “Providence”, è probabilmente la canzone più debole dell’album, ma piace comunque abbastanza. È quasi tradizione per i King Crimson che la penultima traccia di ogni album sia una traccia piuttosto lunga, (per lo più) strumentale che sperimenta parte della loro musica più strana, e “Providence” non fa eccezione. Wetton è eccellente con il suo basso, e la chitarra stridente di Fripp si sposa bene con il basso.

Da non dimenticare, però, che anche le altre tre tracce di Red fanno molto affidamento sugli strumenti. Durante “Fallen Angel” e “One More Red Nightmare”, i sassofoni vengono utilizzati nelle parti strumentali. È bello anche ascoltarli, perché Red è una questione di varietà e quei momenti mettono in risalto gli elementi jazz dei KC.

Ancora una volta, il modo di suonare la chitarra di Fripp è fantastico in questi due brani, oltre a tutte gli altri. E, ultimo ma non meno importante, il pezzo forte di Red: “Starless”, della durata di 12 minuti.

Il mellotron di Fripp dona a “Starless” la sua bellissima, sorprendente atmosfera, che dura per tutta la canzone. I primi quattro minuti e mezzo sono dominati dalla potente voce di Wetton, e dopo tutto diventa un folle, incredibile accumulo fino al climax verso la fine della canzone. Alla fine della traccia il mellotron di Fripp ritorna alla calma che c’era all’inizio del brano.

Red è un album davvero sorprendente dell’età d’oro del rock progressivo ed è, a mio modesto parere, il miglior lavoro dei King Crimson.

Circle Game – Joni Mitchell (1970)

Non immaginava minimamente la cantautrice canadese Joni Mitchell che Circle Game inserita nel suo album del 1970 Ladies of the Canyon diventasse una delle canzoni più amate non solo da lei ma anche dai suoi fan.
Il testo del brano, tra i suoi più belli, alla fine di ogni strofa descrive “la giostra del tempo” che ci porta tutti “in tondo e in tondo nel gioco del cerchio”. Una brillante immagine che trasmette sia energia che movimento, nonché l’atmosfera riflessiva della canzone. Il passare del tempo, il mutare delle stagioni e la maturazione di un bambino sono temi intrinsecamente più interessanti per gli adolescenti e gli adulti che per i bambini piccoli. I ritmi avvincenti dei versi e le splendide suggestioni garantiscono un ampio fascino e creano un’empatia che può essere felicemente condivisa da generazioni diverse.

Anarchy in the U.K. – Sex Pistols (1977)

L’anarchia è una società senza governo né legge. I Sex Pistols erano molto anti-establishment (come lo erano molti giovani in Inghilterra), ma la canzone in realtà non sostiene l’anarchia. “Ho sempre pensato che l’anarchia sia un gioco mentale per la classe media“, ha detto a Rolling Stone il frontman John Lydon . “È un lusso. Può essere concesso solo in una società democratica, quindi un po’ dannatamente ridondante. Inoltre non offre risposte e spero che nel mio scrivere canzoni sto offrendo una sorta di risposta a una cosa, piuttosto che voler rovinare tutto con dispetto, senza alcuna ragione, a parte il fatto che non ti va bene.”

Questo fu il primo singolo dei Sex Pistols e suscitò molto scalpore in Inghilterra con i suoi testi che incitavano alla violenza contro il governo. Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols venne pubblicato solo un anno dopo, in parte a causa di problemi di distribuzione: dopo aver ascoltato “Anarchy In The UK”, alcune organizzazioni si rifiutarono di spedire l’album.

Laila – Eric Clapton (1970)

“Layla” parla di Pattie Boyd Harrison, la moglie di George, il migliore amico di Eric. Il testo è un vero e proprio “strappacuore”, una dichiarazione di amore velata o meglio non propriamente esplicita perché coperta dall’amicizia dei due musicisti.

Quel riff scrostato dell’inizio trafigge tutto, un lamento miserabile che non vuole andarsene. Anche quando tende la voce in modo rauco, è perfetta per questa canzone: è un’anima perduta e lei lo ha messo in ginocchio, implorando tesoro, per favore… e quando, nell’ultima strofa, geme “Troviamo il meglio dalla situazione / Prima che diventi pazzo”, sembra che sia già pazzo.

La composizione – pubblicata nell’album Layla and Other Assorted Love Songs del 1970 – è suddivisa in due movimenti ben distinti e contrapposti, composti separatamente dai due autori: la prima parte, accompagnata dalle chitarre elettriche di Clapton e Duane Allman, è caratterizzata da tre strofe intervallate da un ritornello e seguite da un assolo; la seconda sezione è invece una lunga coda strumentale, costruita intorno a una linea melodica suonata da Gordon al pianoforte.

Sheena is a Punk Rocker – Ramones (1977)

“Sheena is a Punk Rocker” rimane una delle canzoni più conosciute e popolari dei Ramones, dovuta al fatto che è di gran lunga una delle loro canzoni più orecchiabili.
Sheena, regina della giungla (Sheena: Queen of the Jungle) è un personaggio dei fumetti creato da Will Eisner e Jerry Iger nel 1937 sulle pagine di Wags #1. Prima eroina donna a detenere una propria testata a suo nome dal 1942 al 1952, è la figlia di un esploratore morto tragicamente durante un viaggio in Africa che una volta rimasta orfana è stata adottata e cresciuta da un mago nativo che le ha insegnato a comunicare telepaticamente con gli animali.
La canzone in realtà non parla propriamente del fumetto, Joey Ramone sostiene che la musica punk rock piacerebbe ad una ragazza della giungla come Sheena, in quella che per lui è la prima canzone surf rock/punk rock di ribellione adolescenziale che combina la regina della giungla con la primordialità del punk rock.