Bob Dylan: i suoi album #13

Planet Waves (1974)

Un disco fatto di corsa, pensando ad altro. Con almeno un acuto.

Se si eccettuano sporadiche occasioni, tipo la partecipazione nel 1969 al secondo festival di Wight e ospitate come quelle per il Concert For Bangladesh e il capodanno con la Band alla New York, Academy of Music nel 1972, dal 1966 al 1973 Dylan evita accuratamente i palcoscenici. Da un nuovo incontro con Robbie Robertson a Malibu, però, nasce l’idea di allestire un tour insieme alla Band. E si decide anche di registrare un nuovo Lp, ora che Dylan ha mollato la Columbia per passare alla Asylum. Così, l’artista compone nuovo materiale e con Robertson, Rick Danko, Levon Helm, Richard Manuel e Garth Hudson il 5 novembre del 1973 entra ai Village Recorder di Los Angeles. Produttore accreditato è Rob Fraboni ma in realtà a darsi da fare sono un po’ tutti: “Non c’era un vero produttore per l’album”, racconterà a «Recording Engineer/Producer Magazine» proprio Fraboni. “Ognuno faceva da produttore. Robbie era quello che dava un po’ la direzione, ma tutti avevano qualcosa da dire sulla musica ed erano interamente coinvolti”. La pratica viene sbrigata in quattro giorni con performance praticamente dal vivo (parti vocali comprese), poi il 14 c’è un nuovo appuntamento per incidere Dirge e un’altra versione di Forever Young (sobillato dalla giovane fidanzata di un amico, Dylan giudica la prima troppo sentimentale anche se Fraboni, che invece apprezza, lo convince a infilarle entrambe nell’Lp). Inizialmente, l’opera dovrebbe intitolarsi CEREMONIES OF THE HORSEMEN, da un verso di Love Minus Zero/No Limit di BRINGING IT ALL BACK HOME, ma alla fine si preferisce PLANET WAVES. E per la copertina a pensarci è lo stesso Dylan che, in stile Pablo Picasso, disegna tre figuri, un’ancora, un cuore e il simbolo della pace, e compone le scritte di “Moonglow” (bagliore lunare) e “Cast-Iron Songs & Torch Ballads” (canzoni di ferro duttile e ballate d’amore non corrisposto). Quando esce, il disco azzera la memoria del precedente DYLAN, costruito con un po’ di scarti e pubblicato per vendetta dalla Columbia, ma proprio grande non è. “Lo abbiamo fatto ed è finito prima che ce ne rendessimo conto”, spiegherà Robertson nel 1976 a «Crawdaddy».
“Siamo riusciti a fare molte cose bene in poco tempo. Ma è stato tutto così veloce ed eravamo più preoccupati per il tour e le altre cose che lo accompagnavano. Con tutte le decisioni che dovevamo prendere e tutti i come, i quando e i dove, il disco è davvero passato in secondo piano”. Il pezzo super famoso dell’opera è Forever Young, che Dylan ha scritto tempo prima dedicandolo al figlio maggiore
Jesse. La prima versione è dolce e dura quasi 5 minuti, l’altra, quella registrata il 14, è un veloce country rock sui tre minuti. L’autore parla direttamente al figlio, ma il testo è stato inteso anche come un suo invito a essere “per sempre giovani” a quegli adulti che, persa ormai l’innocenza nonché la speranza, non pensano più che il mondo possa essere cambiato. Dirge, ovvero “canto funebre”, è un altro dei momenti chiave: solo un piano ossessivo, la voce, la chitarra acustica e versi durissimi (“Mi odio perché ti amo e odio la debolezza che dimostro. Eri solo una faccia pitturata in un viaggio verso la via del suicidio”). Ma nel finale, il vicolo non è cieco: “Mi odio perché ti amo, ma sopravviverò”. On A Night Like This e Tough Mama girano bene e molto à la Band, Going Going Gone va di lusso in un blues che vaga nella notte, Hazel è una ballad che afferra nella sua misteriosa intimità. Un po’ di maniera, invece, You Angel You, Never Say Goodbye e Something There Is About You. Per la chiusura, c’è l’acustica Wedding Song, dedicata da Dylan alla moglie Sara che nel corso della registrazione va a sostituire Nobody ’Cept You, in origine prevista per la tracklist e recuperata solo nel 1991 per THE BOOTLEG SERIES VOLUMES 1-3. Quest’utima è una dichiarazione d’amore senza se e senza ma. Nella prima, invece, oltre all’amore c’è anche il timore. La tempesta è in arrivo.

My Favorites Albums #6/100

Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender (1973)

[…] Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo. In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio). [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Bob Dylan: i suoi album #12

Pat Garrett & Billy The Kid (1973)

Un western crepuscolare su un mondo ormai agonizzante attira Dylan come il miele fa con le mosche. E gli ispira una delle sue canzoni più popolari.

La colonna sonora di Pat Garrett & Billy The Kid, composta ed eseguita da Bob Dylan, è il suo dodicesimo album in studio e il suo primo album colonna sonora, pubblicato il 13 luglio 1973.
Dylan, oltre a comporre la musica, ha anche interpretato il personaggio “Alias” nel film western di Sam Peckinpah. L’album è notevole per essere composto prevalentemente da brani strumentali che catturano l’atmosfera malinconica e crepuscolare del film, un Western revisionista.

Il pezzo più famoso e iconico della colonna sonora è senza dubbio “Knockin’ on Heaven’s Door”. La canzone, con il suo testo semplice e struggente, accompagna la scena della morte dello Sceriffo Colin Baker (interpretato da Slim Pickens), simboleggiando il tema dell’ineluttabilità della morte che pervade la pellicola.
Divenne una Top 20 hit transatlantica e uno dei brani più celebri di Dylan, superando in popolarità l’album stesso e il film. Nel tempo ha assunto anche un significato spirituale oltre il contesto cinematografico.

L’album originale è composto da 10 tracce che, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door” e di alcune delle tracce “Billy”, sono per lo più strumentali.
La musica è prevalentemente lenta, delicata e trasmette un forte senso di tristezza riflessiva, fungendo da contrappunto alle scene d’azione violente. L’atmosfera generale è di genere Country e Folk rock.
Molte tracce sono variazioni su temi ricorrenti che fungono da leitmotiv cinematografici, spesso associati all’entrata o all’uscita dei personaggi, come dimostrano le tracce intitolate al protagonista.

Nonostante il successo del singolo, la critica contemporanea all’uscita fu in gran parte sfavorevole all’album, con alcuni critici che lo considerarono amatoriale o mediocre nel contesto dell’ampio catalogo di Dylan. Tuttavia, con il passare del tempo e la rivalutazione del film di Peckinpah, anche la colonna sonora ha ottenuto un giudizio più favorevole, venendo riconosciuta come una gemma sottovalutata nel lavoro di Dylan, in grado di evocare in modo eccellente l’ambientazione western.

The Band – Rock of Ages (1972)

È la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno quando Bob Dylan sale sul palco della Academy of Music di New York per celebrare con una fuggevole presenza l’ultimo di tre splendidi concerti eseguiti dalla Band. Dopo la parziale delusione causata dal recente Cahoots, l’incontro con Allen Toussaint suscita il desiderio di reinterpretare in veste nuova alcuni dei vecchi brani, affiancando al classico sound dei primi album, caldo e così straordiariamente “pieno”, una base sontuosa e pervasiva di fiati. Cosi, il lavoro di Toussaint convince e stimola il gruppo a lasciarsi andare in una sequenza di performance trascinanti, spesso di altissimo livello.
L’atmosfera sul palco è lieve e divertita sin dall’ispiratissima cover di Don’t Do It, vecchio successo di Marvin Gaye dove Danko e Helm duettano con scioltezza, e in brani immortali come Stage Fright, Unfaithful Servant e la dolcissima Caledonia Mission tornano a emozionare e volteggiare nell’aria. La sintonia quasi perfetta tra il gruppo di fiati e i consueti ritmi di tastiere e chitarre raggiunge un equilibrio che mai si smarrisce, rivelando Rock Of Ages come un capitolo fondamentale di uno dei più leggendari gruppi della storia del rock.

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Stairway To Heaven – Led Zeppelin (1971)

Stairway to Heaven,” pubblicata nel 1971 sull’album IV dei Led Zeppelin, è considerata una delle canzoni più epiche e leggendarie della storia del rock. Il brano, della durata di otto minuti, è ammirato per la sua costruzione perfetta, che presenta un magnifico crescendo che passa da una parte acustica e sognante a una potente sezione elettrica.

Il testo è di stampo fantastico (scritto da Robert Plant), e la parte strumentale è esaltata dal famoso assolo di chitarra di Jimmy Page e dall’impatto complessivo della band. La canzone non fu mai pubblicata come singolo per scelta del gruppo, quindi non entrò in classifica fino al 2007, quando il catalogo fu reso disponibile in digitale.

Il brano fu concepito da Page, che iniziò a lavorarci da solo nel 1970, con l’intenzione di creare un pezzo epico per sostituire “Dazed and Confused” negli spettacoli dal vivo. La struttura fu finalizzata con la band a Headley Grange. L’arrangiamento si sviluppa gradualmente: inizia in modo acustico con un’atmosfera da ballata, l’elettricità e il basso si aggiungono attorno al terzo minuto e la batteria di John Bonham arriva solo dopo circa quattro minuti, in concomitanza con l’apertura del ritmo. Dopo una breve pausa, il brano esplode con il celebre assolo di Page e un finale rock, in netto contrasto con l’inizio pacato. Nonostante la durata, è una delle canzoni più trasmesse dalle radio a livello globale.

Page stesso ritiene che la canzone incarni tutto ciò che i Led Zeppelin rappresentano. Plant, pur non definendolo il suo brano preferito, lo esegue in modo insuperabile, tanto che Page non ha mai permesso ad altri di cantarlo nelle sue esibizioni da solista, preferendo una versione strumentale.

Il brano è stato anche oggetto di una controversia legale per la somiglianza dell’arpeggio iniziale con il pezzo “Taurus” degli Spirit. Dopo una lunga battaglia legale iniziata nel 2014, i tribunali americani hanno definitivamente prosciolto i Led Zeppelin dalle accuse di plagio nel 2020, nonostante l’evidente somiglianza.

Infine, il testo accenna alla leggenda metropolitana, probabilmente infondata, secondo cui l’ascolto di “Stairway to Heaven” al contrario rivelerebbe un messaggio satanico.

Bob Dylan: i suoi album #11

New Morning (1970)

Fresco del volontario suicidio artistico di Self Portrait, Dylan tenta l’ennesima ripartenza. E mette subito i puntini sulle i.

New Morning di Bob Dylan è generalmente considerato un album di transizione e una sorta di riscatto dopo l’insuccesso del precedente Self Portrait. L’album si distingue per un approccio musicale più eclettico e meno legato ai generi che avevano definito Dylan fino a quel momento, con un’ampia presenza del pianoforte suonato dallo stesso Dylan e arrangiamenti che spaziano dal pop al jazzy, con tocchi di rock romantico.
L’album è apprezzato soprattutto per brani come “Day of the Locusts”, che ironizza sul giorno della laurea honoris causa di Dylan a Princeton, “Time Passes Slowly” e “The Man in Me”, che sono tra i pezzi più affascinanti. Tuttavia, non tutte le tracce reggono allo stesso livello, con alcune che risultano mediocri e con arrangiamenti frettolosi. New Morning segna un Dylan più libero e personale, con incursioni anche nella recitazione musicale (“If Dogs Run Free”). L’album, soprattutto nella sua versione rimasterizzata, offre un’esperienza sonora ricca e immediata, confermando la creatività di Dylan anche in un periodo di equilibrio tra sperimentazione e ritorno alle origini.
Critici come Greil Marcus hanno lodato la spontaneità e la brillantezza delle registrazioni, definendolo uno degli album migliori di Dylan nel periodo tra metà anni Sessanta e i Settanta, con una voce più ottimista e vibrante.
In sintesi, New Morning è visto come un piccolo gioiello pop, e anche se non tra i più celebri di Dylan, rappresenta un’importante tappa nella sua carriera, con momenti di grande ispirazione e altri più ordinari, ma comunque con un valore storico e artistico significativo.

Bob Dylan: i suoi album #10

Self Portrait (1970)

Anche a risentirlo oggi, con orecchie meno maliziose di quando si cercava di cogliere in fallo Dylan senza però mai riuscirci, questo doppio album sembra la cosa più brutta che abbia mai inciso. Strutturato male, suonato male, editato male. Self Portrait è un guazzabuglio di idee confuse, dove il country ha la meglio ma dove ci sono anche cose “strane” come quell’iniziale finto-gospel mischiato a degli archi dove di Bob non si nota neanche la presenza, o quello strumentale verso la chiusura (Wigwam, unico singolo e forse a conti fatti la cosa più interessante dell’album) dove sembra quasi di sentire i Calexico 30 anni prima. Insomma, un’accozzaglia di pezzi suoi (pochi) e di altri (tanti), mischiata a brani del suo repertorio dal vivo che sembra Dylan abbia fatto apposta a scegliere nelle versioni più brutte (tutte registrati all’isola di Wight). Un po come se il songwriter si fosse divertito a spiazzare il pubblico. Del resto, se stiamo alle sue parole, ne abbiamo una conferma: “Woodstock cambiò tutto”, spiegò in seguito, “ogni giorno sembrava ci fosse una folla di invasati alla mia porta e fu allora che decisi di mandarli a farsi fottere. Avrei voluto che questa gente si scordasse di me. Volevo fare qualcosa che non gli potesse piacere in nessun modo, qualcosa con cui non potessero immedesi-marsi”. E aggiunse: “Stavo vivendo una specie di tormento interiore. Tutto mi sembrava bello e così feci un album doppio dove buttavo sul muro qualsiasi pensiero mi venisse in mente e tutto quello che ci rimaneva appiccicato lo incidevo, poi tornavo indietro e incidevo pure quello che non si era appiccicato”. E questa teoria del “lo famo strano” è confermata anche dal volume delle Bootleg Series dedicato al periodo, dove appaiono brani lasciati fuori nonostante fossero molto più belli di quelli apparsi sul disco. A ulteriore conferma, poi, di questo spirito di puro divertissement c’è la lista dei passanti, musicisti e non, coinvolti nelle session. Ovviamente The Band al completo, poi Al Kooper, David Bromberg e Charlie Daniels, tra i più famosi in mezzo a un altro centinaio di comprimari. Analizzando poi la scelta delle cover, salta all’occhio che ai soliti traditional si accostano ben 3 canzoni cantate da Elvis (tra cui una versione di Blue Moon veramente da dimenticare), la bellissima Early Morning Rain di Gordon Lightfoot (uno che, prima o poi, se c’è giustizia, verrà riva-lutato) che insieme al singolo è uno dei pochi passaggi che dimostrano che quando Dylan ci si mette non ce n’è per nessuno. Poi ci sono gli Everly Brothers e i loro discepoli Si-mon & Garfunkel (una non riuscita versione del capolavoro The Boxer). Insomma, se fino a qui Dylan aveva fatto dischi con un senso, SELF PORTRAIT sembra non averne. E con quella voce da cowboy che aveva iniziato a sviluppare già nel disco precedente e che qui lo rende spesso irriconoscibile, il nostro amato artista rifugge anche dall’impegno che aveva sempre dimostrato e che lo aveva indotto a disegnare dei personaggi leggendari. Qui, l’unico disegno riuscito è l’autoritratto della copertina: tanti anni dopo Greil Marcus, anche un’altra coppia di critici (Jimmy Guterman e Owen O’Donnell) ci andrà pesantissimo, sentenziando che se lo scioglimento dei Beatles (avvenuta poco tempo prima dell’uscita di questo disco) aveva significato la fine degli anni 60, SELF PORTRAIT significò la fine di Dylan. Con l’intento di mandare al diavolo i suoi fan, Bob riuscì a mandarci soltanto la critica, visto che l’album, inaspet-tatamente, ebbe anche successo.
Scommettiamo, però, che anche il più fervido dei suoi ammiratori, in quasi 50 anni, lo abbia messo su quelle poche volte sufficienti a tentare di cambiare idea sul suo effettivo valore. Probabilmente, senza riuscirci.

Van Morrison — It’s Too Late to Stop Now (1974)

A dieci anni dal suo esordio discografico arriva il primo live, a cui ne son seguiti altri due, sempre rispettando la scadenza decennale. Se qualcuno compila la lista dei 10 migliori live di tutti i tempi e non include questo, due sono i casi: o non l’ha mai ascoltato o era meglio che stesse zitto. Vi è più di un motivo per cui questo album rifulge. Primo: il cantante è un vulcano in eruzione. Secondo: il cantante ha raggiunto il pieno della maturità tecnica e artistica. Terzo: la band di supporto è tanto articolata ed affiatata che non si potrebbe desiderare di meglio. Quarto: le diciotto composizioni son tutte valide.
Il titolo origina da una delle pratiche di Van nei suoi concerti: fa crescere in maniera orgiastica l’eccitazione, al cui culmine pronuncia la fatidica frase: “E’ troppo tardi per fermarci ora”. Invece subito dopo la canzone si interrompe di botto. Si può ascoltare tutto ciò in “Cyprus Avenue”, drasticamente diversa dalla versione originaria su “Astral Weeks”. I brani scelti vanno anche più indietro, comprendendo due hit dei Them e ben sei cover, mai registrate in studio. La Caledonia Soul Orchestra comprendeva undici elementi, cantante escluso: piano, batteria, chitarra, basso, sax, tromba, tre violini, una viola ed un violoncello. Le registrazioni risalgono all’estate del 1973, praticamente l’unico anno di vita della formazione. Ad un certo punto si era pensato di pubblicare un triplo album, ma alla fine si optò per un doppio. Le canzoni escluse sono ricomparse su bootleg. E’ un vero peccato che non si sia provveduto a recuperarle per la riedizione su CD, perchè lo spazio per inserirle non mancava. In queste registrazioni si vede solo il lato più esuberante di Van Morrison. Non c’è traccia del cantautore intimista e mistico; c’è un gigante che domina con carisma la platea e la band.

Vento nel Vento – Lucio Battisti (1972)

“Vento nel vento”, come tutti i brani del primo Lucio Battisti è stata scritta insieme a Mogol, e fa parte dell’album Il mio canto libero. È un brano intenso, poetico, malinconico e profondamente introspettivo.
“Vento nel vento” parla della perdita di un amore, o più precisamente del vuoto emotivo lasciato da una relazione finita. È un brano sulla disillusione, sul sentirsi travolti da qualcosa che non si riesce a controllare, proprio come il vento. La voce narrante racconta la sua fragilità, la confusione, e la mancanza di senso che prova dopo essere stato lasciato.
Simbolicamente il vento è usato come simbolo della fugacità, dell’instabilità e dell’assenza di controllo. Tutto passa, tutto vola via, come il vento. Anche i sentimenti più profondi possono disperdersi.
La musica è malinconica ma intensa, con una struttura che cresce lentamente, seguendo l’evoluzione emotiva del testo. La voce di Battisti è carica di dolore trattenuto, rendendo ancora più potente il messaggio.
“Vento nel vento” è un brano sulla vulnerabilità emotiva che segue la fine di un amore. Parla del sentirsi vuoti, soli e sopraffatti, in balia delle emozioni. Una delle espressioni più poetiche e dolorose del Battisti più introspettivo.
Il compianto Ernesto Assante considera questo brano come una delle canzoni italiane più belle mai scritte, una struggente ballata che parla di un amore che salva un uomo, annulla la solitudine, fa scomparire le paure, le sofferenze e spinge verso una rinascita.
Difficile non restare emozionati, difficilissimo non cogliere il perfetto bilanciamento tra passato e presente, la modernità dello stile di Battisti portata in una dimensione melodica apparentemente tradizionale, esaltata dalla parte orchestrale.

Let it be – The Beatles (1970)

Alle volte, le canzoni potrebbero non nascere. Per Let It Be, viste le tensioni che c’erano tra i Beatles sarebbe stato possibile. Pensate se fosse andata davvero così, se Paul McCartney fosse arrivato in studio, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it Be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album, nel 1968, i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Il brano nacque nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: “Una canzone positiva”, disse McCartney, “lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene“. Quello che andava male, già dai tempi del White Album, era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti, e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva lo strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come quello di un album registrato solo da loro quattro allo stesso modo delle origini, e anche quello di un film realizzato con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco. Pensò addirittura a un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo. Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back, fu addirittura sospesa e il disco messo in stand by, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road.