Pere Ubu — The Tenement Year (1988)

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.
Ancora una volta un disco geniale.

ps. David Thomas ci ha lasciato pochi mesi fa.

My Favorites Albums #1/100

Van Morrison – No guru, No method, No teacher (1986)

[…] Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica da una sessantina di anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente mi capita di sentire.
Forse il mio disco preferito in assoluto. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Van Morrison — Inarticulate Speech of the Heart (1983)

Per fortuna questo è l’ultimo album in studio in cui compare Mark Isham, sempre più lanciato ad emulare Brian Eno e sempre meno impegnato a suonare la tromba. Per quanto l’album sia piacevole, sembra fatto con gli scarti del precedente. Troppi brani strumentali ed un suono che vorrebbe essere levigato e pulito ma rischia di cadere nella volgarità. L’inizio è scioccante, con i bassi pompati tanto da far pensare di aver preso per sbaglio un disco di Barry White. La voce emoziona come sempre, anche quando non canta ma recita, vedasi l’introduzione di “Rave on, John Donne”. Per chi riesca, non è difficile, ad abituarsi al suono ammorbidito e plastificato, quest’album può rappresentare un piacevole diversivo nel catalogo dell’irlandese, o comunque un aromatico sedativo. Non mancano le belle canzoni, come “The Street Only Knew Your Name” che cerca di ripetere la “Cleaning Windows” dell’album precedente, ma nessuna è essenziale.

Thriller – Michael Jackson (1982)

“Thriller” è una delle canzoni più iconiche di Michael Jackson ed è uno dei brani più celebri della storia della musica pop. Pubblicato il 12 novembre 1983 come settimo e ultimo singolo dall’album omonimo, “Thriller” (1982), album che è tuttora tra i più venduti di tutti i tempi.
La canzone ha un’atmosfera ispirata ai film horror degli anni ’50 e ’60 e contiene una celebre narrazione parlata dell’attore Vincent Price, famoso per i suoi ruoli in film horror.
Il brano è noto per il suo groove funky, l’uso di sintetizzatori e effetti sonori come porte che cigolano, urla, tuoni e passi inquietanti.

Il video di Thriller, diretto da John Landis è un corto musicale di circa 14 minuti che ha rivoluzionato il concetto di videoclip. Michael Jackson si trasforma in licantropo e zombie, la coreografia è diventata leggendaria ed imitata parodiata in tutto il mondo. Il primo video musicale ad essere inserito nel National Film Registry della Library of Congress degli Stati Uniti.

Thriller ha segnato un punto di svolta nella musica pop, contribuendo in modo decisivo a consolidare la figura di Michael Jackson come “King of Pop”.

Biko – Peter Gabriel (1980)

Alcune canzoni non solo raccontano la storia, ma la fanno. “Biko” di Peter Gabriel è una di queste. Registrata nel 1979 e pubblicata nel 1980 nel suo terzo album solista, la canzone è dedicata a Stephen Biko, attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 per la sua opposizione al regime dell’apartheid. Gabriel, già noto per la sua carriera con i Genesis e poi come artista solista innovativo, venne profondamente colpito dalla vicenda di Biko dopo aver visto un documentario sulla BBC. Decise di approfondire la sua storia, leggendo biografie e entrando in contatto con attivisti del movimento anti-apartheid.
Nasce così “Biko”, un brano di oltre sette minuti in cui Gabriel adotta il punto di vista di un osservatore esterno, un inglese che fino a quel momento non aveva preso parte alla lotta contro il razzismo in Sudafrica. Il brano si apre e si chiude con un coro funerario sudafricano, e il ritornello è cantato in lingua xhosa, uno degli idiomi ufficiali del Paese. Il suono dei tamburi accompagna tutto il pezzo, evocando il cuore pulsante dell’Africa.
Sebbene inizialmente il singolo non ottenne un grande successo commerciale, divenne rapidamente un simbolo della lotta contro l’apartheid e un punto fermo nel repertorio di Gabriel, con esecuzioni live particolarmente emozionanti. Il brano ispirò altri artisti, tra cui Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen, che organizzò il boicottaggio dei concerti in Sudafrica, portando alla creazione del celebre singolo “Sun City”. “Biko” fu anche uno dei brani che accompagnarono eventi storici come i concerti per Nelson Mandela a Londra, contribuendo alla sensibilizzazione mondiale sul regime razzista sudafricano.
L’impatto della canzone si rifletté anche nella carriera di Peter Gabriel, spingendolo a impegnarsi attivamente nella world music. Fondò il festival WOMAD e la sua etichetta discografica, la Real World, dedicata alla musica etnica. Si occupò inoltre della distribuzione digitale della musica attraverso la sua azienda Od2, precorrendo i tempi nell’era digitale.
“Biko” rappresenta una delle dimostrazioni più forti del potere della musica nella lotta per i diritti umani. Solo nel 1990, con la fine dell’apartheid, la canzone poté essere ascoltata liberamente in Sudafrica, sancendo la vittoria di una battaglia combattuta anche attraverso la musica.

Bauhaus – Burning From The Inside (1983)

Una faccenda non semplice stabile quale sia l’album più significativo della breve ma intensa vicenda Bauhaus. Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, l’ha spuntata quest’ultimo lavoro prima dello scioglimento, che senza prendere una posizione decisa saltella brillantemente fra tutte le fasi creative dell’ensemble britannico, dal gothic più ossessivo a quello decadente non dimenticando certe suggestioni psichedeliche. È il capitolo forse meno “appariscente” della discografia di Peter Murphy e compagni, Burning From The Inside, ma è senza dubbio il più eclettico e il più maturo: e, quindi, è anche il più adatto a far comprendere le ragioni dell’autentica aura di leggenda che circonda la band, anche se in scaletta ha come solo brano “classico” il singolo She’s In Parties.

Ascolta il disco

Summertime in England – Van Morrison (1980)

Immaginate una musica che sembra scaturire naturalmente da strumenti e dalla voce umana, una fusione unica di melodie, poesia, soul, rock, tradizione celtica e jazz: questa è la musica di Van Morrison. Le parole non possono veramente catturare ciò che “Van the Man” ha creato nella sua carriera. Un esempio brillante è “Summertime in England”, un pezzo lungo oltre 15 minuti che, ascoltato, trasporta in una dimensione senza tempo. Durante l’esecuzione, Morrison canta con pura passione, chiudendo gli occhi e cambiando continuamente le parole, creando un dialogo dinamico con la band.
Questo brano, presente nell’album “Common One” del 1980, è stato registrato in due take, nella sua origine come poema dedicato a William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. In esso, Morrison unisce immagini e riferimenti alla sua vita e all’amore in un flusso di coscienza avvolgente. Con la band che lo accompagna, lui improvvisa, giocando con le parole mentre gli strumenti si intrecciano attorno alla sua voce. Alla fine, ci invita a percepire il silenzio. “Summertime in England” è più di una canzone; è un capolavoro che merita 15 minuti del vostro tempo. Morrison, lontano dalle mode, rimane tra gli artisti più completi e affascinanti della musica del secolo scorso, con una voce e una passione uniche, destinate a durare nel tempo.

Bad Religion – No Control (1989)

Dopo aver realizzato un album all’insegna di un punk rabbioso e urticante all’inizio degli anni ’80 (How Could Hell Be Any Worse) ed essersi successivamente sciolti, i californiani Bad Religion si riformano alla fine del decennio, riprendendo e migliorando le sonorità degli esordi. E No Control, il secondo prodotto di questa rinascita artistica, è il disco che sintetizza al meglio una formula che ha inequivocabilmente dettato le coordinate per tutto l’hardcore punk melodico da li in poi: ritmi serratissimi, chitarre a tutto volume, linee melodiche irresistibili e cori a profusione. Un sound che è stato riprodotto più o meno calligraficamente da mille altri gruppi, senza tuttavia che le copie riuscissero (quasi) mai a eguagliare gli originali.

Ascolta il disco

What I Am – Edie Brickell (1988)

Siamo nel 1988, Edie Brickell ha 22 anni e non è ancora famosa. Ha accantonato il suo vecchio sogno di bambina – diventare quarterback dei Dallas Cowboys, strana ambizione, decisamente maschile, che lei coltiva forse perché sapeva che i suoi genitori volevano un figlio maschio. Ha accettato di fare una piccola parte nel film Nato il quattro luglio, che uscirà nel 1989, in una scena girata al The Hop di Fort Worth, in Texas, un posto che aveva visto esibirsi Bob Dylan e Janis Joplin e che avrebbe chiuso i battenti pochi mesi dopo. Edie Brickell sente però che il suo futuro non è nel cinema. Lei ama la musica e sta cominciando a raccogliere le prime soddisfazioni con il suo gruppo i New Bohemians.

Skateaway – Dire Straits (1980)

Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).

Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.

In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.