My Favorites Albums #2/100

Nick Cave – The Good Son (1990)

[…] La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra.
Non so se sia il suo disco più bello, certamente è quello a cui sono più legato. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Smells Like Teen Spirit – Nirvana (1991)

Il bello della storia del rock è che non è lineare, non segue un filo conduttore vero e proprio, volendo lo si può tracciare, ma in realtà, se andiamo a guardare bene quel filo, vediamo che è fatto di migliaia di punti separati e ogni punto è una storia a sé stante.
Così è certamente per uno di quei brani che quella storia l’ha fatta, l’ha segnata, l’ha marchiata a fuoco: Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Siamo nel 1991 e il rock, a ben guardare, è morto ancora una volta. Muore ciclicamente da quando è nato alla fine degli anni Cinquanta, ma a Seattle, da qualche tempo, il fuoco covava sotto la cenere, un pugno di band stava provando a rimettere in circolazione quell’energia che sembrava sopita o che era rinata da altre parti, verso le latitudini del rap o dell’hip hop, mentre in Inghilterra la generazione dei rave aveva scelto di andare completamente da un’altra parte, di dimenticare il rock per scegliere l’elettronica e l’ecstasy per uscire dalle regole e dagli schemi. A Seattle, invece, le chitarre suonavano ancora forti, potenti, e le vestigia dell’hard rock erano ben visibili tra le tracce dell’heavy metal che veniva suonato da molte band americane dell’epoca.
C’era ancora chi si poteva concentrare su un solo riff di chitarra, fatto di pochi accordi per provare a trovare la chiave per scardinare il mondo con la musica. E quello che fece Kurt Cobain, frontman, mente e cuore dei Nirvana. Stavano lavorando al loro secondo album, Nevermind, e lui si era appunto concentrato su un riff di chitarra, quattro accordi in tutto, molto simili peraltro a quelli di More Than a Feeling dei Boston perché, come disse lo stesso Cobain più volte nelle interviste, era alla ricerca della perfetta canzone pop, e voleva farla suonare non come i Boston, ma come i Pixies, altra band di rock alternativo americano del momento. Fece sentire il riff con un accenno del ritornello agli altri due compagni del gruppo, Krist Novoselic e Dave Grohl, e tutti e tre per un’ora e mezza si ostinarono su quelle note e quella melodia. Le rallentarono, le urlarono, le misero insieme fino a quando il brano non fu completato.

Belle and Sebastian – The Boy With the Arab Strap (1998)

La piccola orchestra pop radunata intorno al talento di Stuart Murdoch sembra ora possedere quel quid in più che occorre per affrancarsi dal ruolo di oscuro oggetto di culto nel quale era stata consacrata dai primi due splendidi album – Tigermilk e If You’re Feeling Sinister – e da una manciata di ottimi ep. I brani sono qui di livello pari – anche se appena più calibrati e meno folk – a quelli delle opere citate, ma le coloriture orchestrali, a metà strada tra Gainsbourg e i Love, con i timidi cenni di bossanova e con il curioso esperimento lounge-jazz di A Space Boy Dream firmato dal bassista Stuart David, aprono nuovi orizzonti. Per molti è l’album della scoperta: i neofiti possono contare sulla penna di Murdoch, che intarsia racconti in miniatura sospesi tra malinconia e ironia e intriganti come non se ne vedevano dai tempi degli Smiths, e su un gruppo che sa fare della semplicità (melodica e armonica) un’arma micidiale. Lo testimoniano l’irresistibile Sleep The Clock Around, spruzzata di tenue vernice elettronica, la title-track ballabile e naïf, la vaporosa Ease Your Feet In The Sea. Uno splendido pop d’altri tempi incastonato nel presente.

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Beck – Mellow Gold (1994)

Immaginate di aver messo Syd Barrett a vivere in un ghetto di qualche metropoli americana e di avergli fatto sentire, in maniera intensiva, rap, hip hop e anche un pizzico dell’eredità attuale delle Mothers zappiane, unito a buone dosi di musica roots. In Beck Hansen (Los Angeles, 1970, figlio d’arte) il gusto per la psichedelia e il folk stralunato trovano una incarnazione entusiasmante. In generale, nella scia del pop d’autore, quella che nel tempo ha generato talenti al di qua e al di là dell’Oceano (qualche nome: Costello, Bacharach, Hazlewood), si insinua un interesse inedito per gli strumenti artigianali della tecnologia, soprattutto quelli analogici.
È chiaro, nella coralità di pezzi come Derelict o Tropicalia c’è molto di più di qualsiasi riferimento “puro”: essenzialmente, una curiosità inesausta per tutto ciò che si muove musicalmente e un talento di scrittura toccato dalla mano di Dio. Beck è un personaggio modernissimo e per certi versi arcaico, un raccordo sicuro fra le esperienze del passato e le manipolazioni attuali, l’ultima grande figura che sa sposare le tradizioni country-blues con inflessioni di ogni tipo, partendo dagli scossoni del post punk. Pratica taglia-e-cuci underground e “autogestione”, che si svilupperà nel tempo con album quali Stereopathetic Soul Manure (1994) e vedrà confronti altrettanto interessanti con le origini in One Foot In The Grave (in realtà le primissime incisioni del Nostro) e Odelay (1996). L’album d’esordio dell’artista americano vede la nascita di una vera e propria attitudine diversa nel concepire la musica rock, che si può definire senza grandi rischi epocale.

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Van Morrison — Hymns to the Silence (1991)

L’uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di “No Guru, No Method, No Teacher”. Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente “religioso”, in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di “predicare” e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.

Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). 

“…più vario di tutti gli album degli anni ’80 messi insieme.”, “…altamente raccomandato.”, “…assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.”, “…un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.”, “…R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.”. (Alcuni commenti della carta stampata dell’epoca.)

Buena Vista Social Club – Buena Vista Social Club (1997)

Anche se sono passati dieci anni dall’ultimo disco a suo nome “Get Rhythm”, Ry Cooder non ha mai smesso di perseguire i propri interessi di musicista. Colonne sonore a parte, ha smesso da molto di pensare ai dischi in modo tradizionale. E’ stanco, disilluso e scontento: non gli interessa più il mondo occidentale, la società consumistica, lo show biz in cui, per anni, ha cercato invano di fare “cultura”.
Ry Cooder ama la musica, quella vera, incontaminata e pura e, oggi come oggi, non trova spazio in America: le case discografiche non sono interessate a dei prodotti alternativi di questo genere, non sono facili da vendere, non attraggono i giovincelli, non sono, radiofonicamente parlando, stimolanti. E lui sbattendosene altamente, ha continuato per la propria strada.
Ha inciso con Ali Farka Toure il bellissimo “Talking Timbuktu”, poi si è preso la sua bella pausa. Ha pensato e meditato a lungo, ed ha spostato i suoi interessi verso Cuba. Il calore ed i colori della musica cubana, della musica latina in generale, lo hanno sempre attratto: ma un conto è avere degli interessi, ben altro quello di riuscire a penetrare la musica locale, facendola propria, pur restando sempre in un ambito strettamente tradizionale. E con “Buena Vista Social Club” Cooder ha toccato realmente una delle vette della sua carriera.
In questo disco, oltre al suo sapiente ed unico tocco chitarristico, abbiamo un manipolo di musicisti straordinari che seguono a bacchetta le sue direttive, pur rimanendo ancorati alla propria tradizione. Ed il risultato è un disco sfavillante in cui i suoni ed i colori dell’isola castrista vanno a braccetto con intuizioni tipicamente cooderiane. I brani sono tutti classici della tradizione cubana, consigliati per lo più da Segundo e Gonzales, oppure da Juan De Marcos Gonzales.
Spiega Ry: “Come il blues, questa musica non è mai stata distrutta dalla commercializzazione. Non esiste un business musicale in questa musica, è ancora pura come quando è nata. I musicisti suonano con gioia, con partecipazione. E’ una musica piena di cuore, di anima, non fa parte del mondo moderno. Questa musica ti parla in maniera naturale, cosa che non esiste più in quella moderna. A Cuba la musica è un tesoro da trovare: se cerchi con attenzione ne trovi le tracce, ed io ho trovato tutto“.
I quattordici brani del disco: Chan Chan, De Camino a la Vereda, El Cuarto de Tula, Pueblo Nuevo, Dos Gardenias, ¿Y Tú Qué Has Hecho?, Veinte Años, El Carretero, Candela, Amor de Loca Juventud, Orgullecida, Murmullo, Buena Vista Social Club, La Bayamesa, sono di una bellezza disarmante, grazie a Cooder & Co., che hanno saputo dare un saggio della loro bravura e ci hanno regalato un disco emozionate e profondo al tempo stesso, prezioso come un gioiello di inestimabile valore. 

Erykah Badu – Baduizm (1997)

Troppo finto soul negli anni ’90, costruito a tavolino con ogni angolo accuratamente smussato perché possa esprimersi (fastidiosamente) nella memoria senza mai graffiare il cuore.. Sia che occhieggi ai ’70 (i ’60 sono fuori discussione) recuperandone la forma, non la pregnanza, sia che si adagi su scansioni hip hop. E poi finalmente fa il suo stiloso ingresso sulla ribalta una diva vera, voce che incanta, scrittura solidissima e vivaddio un’anima che usulta e geme, profferisce parole d’amore e invettive appassionate. Baduizm fa sfracelli nelle classifiche e selo merita. Gli andrà la sostanza subito dietro (tanto a chiarire la sostanza dell’interprete) un live. Solo tre anni dopo il pregevole Mama’s Gun. Nel frattempo si sono fatte conoscere nuove nuove signore del soul (Angie Stone, Jill Scott, kelis) che alla Badu debbomo molto.

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Nick Cave & The Bad Seeds — The Good Son (1990)

Nicholas Edward Cave classe ’58 Australiano di Melbourne a 32 anni incide il suo sesto album solista “The Good Son”.
La sua discografia, sei album in otto anni, due eccezionali “The Firstborn is Dead” e “Kicking Against The Pricks” album di cover, bello e non ovvio, tre più che validi “From Her To Eternity”, “Your Funeral… My Trial” e “Tender Prey” e questo “Buon Figlio” targato 1990.
Il cambio di rotta è evidente, Cave abbandona i suoni spigolosi e irrequieti e intraprende la strada della melodia, dell’intimismo, della spiritualità.
La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Proprio per questo le vediamo una ad una.
Foi Na Cruz — Lenta ed inesorabile con ritornello in portoghese, splendido decadentismo sulle note di un amore che doveva essere e non è stato; non resta che sognare sulle magiche note di accompagnamento. Bellissima partenza.
The Good Son — Cori soul burrascosi, intervallati da distensioni di chitarre spiegate, per conferire estrema profondità, il basso ossessivo sembra estratto da una outtake di “From Here To Eternity” per via della sua carica emotiva ascendente. Un finale da lacrime.
The Weeping Son — Camminando lentamente e forse mestamente, a testa alta, orgogliosi della nostra sofferenza in un pomeriggio di fine inverno, le campane risuonano nell’aria scandendo il ritmo che scorre, non si può più tornare indietro e non resta che la disperazione, consapevole, suo malgrado testimone di uno spaccato di vita. Meravigliosa.
Sorrow Child — Forse il momento più bello, più significativo dell’intero lavoro, dove Cave esprime con perentoria capacità di immedesimazione la tristezza adolescenziale, fatta di lacrime e lamenti. Alta espressione di arte intesa in senso musicale. Unica.
Ship Song — Arduo trasportare l’animo trascinandolo per mano, Ship Song è in grado di farlo, con la voce da amico prima e da imbonitore poi; l’hammond in sottofondo è una caratteristica che conferisce maestosità all’evento. Bellissima.
The Hammer Song — Prosegue il viaggio nelle diverse interpretazioni di canzoni; il basso ridondante descrive una fuga attraverso gli alberi di una fitta radura; si procede con passi svelti guardandosi le spalle; via fino al fiume, sotto la pioggia, il momento è arrivato… Epica.
Lament — Ancora poesia e lacrime, anche stavolta però come nelle precedenti meste ballate, Nick Cave ci invita a guardare un po’ in là, ad asciugare gli occhi, l’aria e la luce cominciano a renderlo un tantino più ottimista. Visionaria.
The Witness Song — Un disimpegno, serio, alla sua maniera, energia condensata in pochi strumenti avvolgenti, nel modo più lirico possibile, senza tralasciare la drammaticità degli eventi. Essenziale.
Lucy — L’amore posseduto, desiderato e disperato fatto di pena e sofferenza; non ci resta che richiamarlo alla memoria, il “reprise” finale del pezzo con il piano di Roland Wolf, è un soave finale da mini-opera con harmo e piano in evidenza. Ottimo finale.

Animals – The Complete (1990)

Il gruppo bianco più dichiaratamente black della storia del R&B inglese: gli Animals del cantante Eric Burdon sono fra i maggiori interpreti del repertorio blues e soul di sempre, porto con una rudezza beat unica. Questo doppio antologico documenta al meglio il periodo d’oro della band di Newcastle, raccogliendo singoli finiti su album che già originariamente altro non erano che raccolte. House Of The Rising Sun, It’s My Life, We’ve Gotta Get Out Of This Place, possiedono ancora oggi una carica melodico-ritmica speciale, fotografano una formazione durata poco più di un triennio (dal 62/63 al ’66) ma fondamentale per la storia del rock a venire. Il bassista Chas Chandler, sarà il manager di Jimi Hendrix: Burdon dal ’66 esporterà la sigla New Animals negli Stati Uniti, con quattro lp splendidamente misconosciuti e floreali.

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American Music Club – Mercury (1993)

Il Club è stato aperto una decina d’anni, dalla metà degli ’80 in poi, prima di lasciare Mark Eitzel fuori dalla porta a cercarsi una nuova vita solista. Dei tre album pubblicati nei ’90, Mercury è forse il più intenso e profondo. La produzione di Mitchell Froom, solitamente molto presente, quasi non s’avverte. La materia è tutta nelle mani e nella voce senza melodia di Eitzel, nella sua disperata richiesta d’amore, nei suoi silenzi improvvisi e in quella percezione dello spazio che aveva già reso grandi i dischi precedenti. Benché sia fatto sostanzialmente di canzoni pop o folk, comunque di ballate, non c’è una sola possibilità di cantarne un refrain. Semplicemente perché non ce n’è. La forza compositiva di Eitzel è diretta altrove, a un’emozionalità circolare e stordente che non ha finora conosciuto eguali.

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