John Hiatt — The Open Road (2010)

Con cadenza quasi biennale torna con un nuovo disco John Hiatt che alle porte dei sessant’anni ci regala questo The Open Road. Considero Hiatt uno dei migliori songwriter americani e la sua voce, insieme al compianto Willy de Ville, The Man e poche altre, tra le più belle in circolazione.

Nella sua trentacinquennale carriera musicale John ha pubblicato una ventina di dischi, alcuni di poco valore, soprattutto i primi, alcuni capolavori; Slow Turning del ’88, l’irrinunciabile Bring the Family del ’87, disco che obbligo tutti ad avere nella propria collezione discografica e nel mezzo una serie di ottimi dischi; Perfectly Good GuitarCrossing Muddy WatersMaster of Disaster e questo The open Road.

Anche se al primo ascolto il disco non mi ha particolarmente colpito, un po’ alla volta ha catturato le mie simpatie e, dopo la poco esaltante prova di Same old man del 2008, riporta John ancora in carreggiata, scongiurando così una sua possibile “caduta” che, visto l’età, poteva diventare definitiva.

Le undici canzoni che compongono questo album esaltano le doti artistiche del musicista e mettono in evidenza le sue qualità brillanti e romantiche. Una manciata di loro: la title track The Open Road, Haulin’, Like a Freight Train, Homeland e Carry You Back Home, sono tra i brani più vibranti e belli dell’album, le restanti sei canzoni, pur non della stessa lunghezza sonora meritano comunque la sufficienza.

Ascolto dopo ascolto il disco entra nella sfera dei suoni che più affascinano le mie “corde” uditive e anche con la consapevolezza che non diventerà tra capolavori della sua discografia, alcune canzoni entreranno di sicuro tra la playlist dei suoi brani migliori.

Eddie Vedder — Ukulele Songs (2011)

Vedder è un grande musicista, una grande voce, un grande leader (I Pearl Jam sono uno dei gruppi più importanti e più amati degli ultimi decenni), ci ha regalato la splendida colonna sonora del film “Into the wild” ma questo secondo album; ‘Ukulele Songs’, non convince del tutto.

Nei trentacinque minuti del disco ci sono brani prevalentemente già pubblicati dai Pearl Jam e altri già sentiti perché sono cover o presentati in tournée con il gruppo, solo alcuni sono originali.

Sedici canzoni sedici di solo voce e ukulele.

Ecco, capisco che Vedder abbia una grande simpatia per le Hawaii e l’Ukulele appunto, però è assai difficile arrivare alla fine del disco senza avere almeno una volta sbadigliato o ancor peggio sbuffato per “la noia del diciassettesimo minuto” che inevitabilmente arriva.

E’ solo da sottolineare il fatto che il disco non è per niente banale o superficiale, anzi, a Vedder va il merito di aver saputo creare un’atmosfera carica di melodia, un suono semplice e riflessivo con dei testi intimi e romantici, un disco maturo quindi, sereno e rilassato…

Forse un pò troppo rilassato.

Mary Gauthier — The Foundling (2010)

Anche la Gauthier come Roky Erickson non ha avuto certamente una vita facile, infatti, The Foundling (Il Trovatello) altro non è che la sua biografia in musica.

Abbandonata fin dalla nascita in un orfanotrofio ci rimane fino all’età di quindici anni e quando esce imbocca immediatamente la strada della droga. Queste esperienze com’è logico immaginare lasciano un segno profondo nella sua vita, The Foundling parla di questo. Un disco triste quindi, estremamente personale e catartico dove la cantautrice attraverso le canzoni racconta parte dei suoi ricordi delle sue vicissitudini e delle sue speranze.

The Foundling è un concept album, dove le musiche, bene s’intrecciano con le liriche che esplorano la sua identità, il lavoro, l’amore, la maternità e, momento assai profondo e commovente, la recente scoperta della madre biologica che ancora una volta per telefono le conferma il suo ennesimo addio.

Un suono malinconico pervade per l’intero album, dove le atmosfere blues acustiche (se no cosa?) sono opportunamente dosate grazie anche alla produzione di Michael Timmins (Cowboy Junkies) che di “melodie” ne mastica parecchio.

Uno specchio della sua vita quindi questo The Foundling, dove una vita straordinaria viene testualmente descritta nei testi delle canzoni e dove la musica viene leggermente relegata ad un piano secondario, di accompagnamento ma, non per questo meno interessante.

Il messaggio di The Foundling comunque, è quello di dimostrare che, nonostante una vita carica si crudeltà, dolore e sofferenza, l’unica via è sempre quella di credere ancora nell’amore.

Steve Earle — I’ll Never Get Out of This World Alive (2011)

Ognuno ha il suo ‘metro’ per valutare un disco, ognuno lo può ‘criticare’ attraverso le sue priorità. Personalmente uso sempre questo mio teorema: “La somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace”. Al di là quindi di ogni razionale ricerca sonora, quello che conta, alla fine, riguarda una più semplice questione di ‘pelle’ o meglio di ‘udito’.

In base al suddetto teorema, ‘I’ll Never Get Out of This World Alive’ è l’album più ascoltato in questo primo quadrimestre del 2011 e per un semplice motivo: è bello!

Non ci si aspetti niente di straordinario, sia chiaro, nessuna rivoluzione sonora, anzi, il contrario. Folk, Country e simili, sono i generi suonati, e, sarà la produzione di T-Bone Burnette, sarà il momento felice di Steve, il disco suona bene, ha grande carisma, ed è un piacere ascoltarlo.

Non si può certamente dire che Earle abbia avuto una vita monotona: sposato sette volte e con figli, attività politica, sostanze stupefacenti, carcere, disintossicazione, ecc. ecc. (Wikipedia), circostanze che hanno segnato profondamente la sua vita, ora sembra si sia ‘tranquillizzato’ e nel disco questa sensazione è palpabile.

Non ci sono cadute di tono nelle undici canzoni che formano i quaranta minuti di musica. Ballate folk elettriche ed acustiche, echi rock e blues, sentori popolari, tradizionali e ricordi ‘Guthriani’ sono gli elementi sonori del disco. Poi le liriche, la voce e la passione di Steve fanno di questo I’ll Never Get… un disco godibile e affascinante.

Un gioiellino quindi, probabilmente uno dei suoi più belli.

Okkervil River — I Am Very Far (2011)

A parte la collaborazione con Roky Erickson nel suo bellissimo True Love Cast All, gli Okkervil River mancavano dalla scena musicale da tre anni e questo nuovo album si preannunciava come un album ‘difficile’.

Voglio fare un disco di suoni per me stesso e non per la massa” disse a suo tempo Will Sheff, compositore e cantante del gruppo, e così è stato. Il termine ‘difficile’ in questo caso non è da intendersi come poco accessibile, ma soprattutto come ‘spiazzante’.

I Am Very Far, settimo album della band Texana si allontana dalla sua matrice prevalentemente Folk – rock, da quel sound personale e pulito che li ha caratterizzati e approda a suoni più arrangiati ed orchestrali, infatti molte delle canzoni sono eseguite da due batterie, due bassi, due tastiere e ben sette chitarre.

La prima cosa che risalta di questo ‘I Am Very Far’ è il suo ‘umore’, difficile da raccontare, non semplice da assorbire. Viene da chiedersi se il disco è frutto di un progetto musicale che li vede in parte cambiar rotta, allontanandosi così dalla matrice che li ha fin d’ora caratterizzati o se invece, cosa assai meno probabile, è la conseguenza di un vuoto creativo. Personalmente quello che conta è che l’album suona bene, per il resto, solo il futuro prossimo darà una risposta.

Nelle undici canzoni si respira una libertà espressiva mai sentita fin’ora; il filo conduttore del disco è infatti il desiderio di voler suonare quello che piace, senza vincoli o particolari ostacoli. Un suono più ‘sensazionale’ che ‘celebrale’ rende questo ‘I Am Very Far’ probabilmente uno dei loro migliori lavori. Voler creare un nuovo sound, allontanandosi così da quel ’canale’ che li ha fin d’ora caratterizzati è ciò che risalta fin dal primo ascolto. Man mano che si prende confidenza, meglio viene evidenziata la profondità del suono, che penetrando nei padiglioni auricolari, riesce a trasformarsi in belle emozioni.

Un ottimo disco quindi, che sottolinea la grandezza di questo gruppo. 

David Crosby — Croz (2014)

David Crosby non ci ha abituato a frequenti uscite discografiche, a oltre quarant’anni da If I Could Only Remember My Name del ’71, in mezzo ci sono stati solo due dischi: Oh Yes I Can del ’89 e Thousand Roads del ’93. Se è facile pensare che questo sia il suo commiato musicale le canzoni non lo sono affatto. Undici brani quasi tutti a sua firma, l’aiuto del figlio Raymond, di Mark Knopfer e di Wynton Marsalis, danno un tocco di notevole presenza ad alcuni pezzi dell’album.

Quello che fa “grande” Croz è il suo “spiazzare” che, ancora una volta, è parte integrante della sua vita. David Crosby abituato a continue cadute e continue rinascite non poteva anche questa volta sorprendere critica e fan. L’album infatti, non era previsto e se poteva sembrare come un’operazione commerciale il risultato è invece tutt’altro. “…avevo ancora delle cose da dire” è la sua affermazione all’uscita del disco, e “per fortuna” aggiungiamo noi.

Crosby ancora una volta riesce a sceneggiare storie, confessare brividi profondi, narrare difficili rapporti con la vita, preparare balsami di guarigione. Croz è un disco ricco di fascino e dal suono elegante. La voce è intensa, le canzoni suscitano suggestioni e piccole magie. L’uomo riesce (ancora una volta) a stupire, a colorare il mondo con le tempere del vero artista, con i colori che accendono la fantasia, di azzurri profondi.

Ani DiFranco — ¿Which Side Are You On? (2012)

Dopo una pausa di quasi quattro anni (il suo ultimo lavoro “Red Letter Year” è del 2008) dovuti al matrimonio e alla maternità, la quarantunenne Ani DiFranco ritorna con un nuovo disco, il diciannovesimo: ¿Which Side Are You On?

Sono presenti alla realizzazione di questo album Pete Seeger, i Neville Brothers, il compagno e produttore del disco Mike Napolitano e molti altri musicisti di New Orleans, città di residenza della DiFranco.

Il “marchio” che ha sempre contraddistinto la folksinger americana è l’impegno politico, la libertà e l’autonomia di pensiero e di azione, proprio per questo non ha mai accettato compromessi con le major, pagando di persona l’esclusione dalle radio e dai riflettori mass-mediatici.

Combattente, idealista e coerente è da più di vent’anni sulla scena folk, dimostrando sempre un marcato talento, una coscienza sociale, uno stile e una voce evoluti e fuori dal coro.

Abbandonate le raffiche furiose, i riff energici di chitarra dei vecchi tempi, l’atmosfera generale è tranquilla, il “suono” è più tenero e riflessivo ma non per questo meno forte. I testi dei brani parlano di temi sociali e politici e gli argomenti non mancano: aborto, situazione economica, tensioni razziali e diritti delle donne. Le sue canzoni infatti, altro non sono che riflessioni personali su quello che gli accade attorno e, con sorprendente ironia e chiarezza, riesce a trasmettere in maniera semplice e diretta.

Nonostante i temi ricorrenti, considerando l’attuale clima politico e una sua dichiarazione: “Mi sento frustrata, politicamente disperata. Dopo aver scritto centinaia di canzoni, mi chiedo, oggi quanto posso spingermi oltre? Credo di aver superato una volta ancora i miei limiti nella politica e nell’arte, per vedere cosa la gente è pronta a sentire“, la DiFranco non dispera e lascia intravedere qualche spiraglio di cambiamento. I suoi testi e la sua musica sono più attuali che mai. Nel caos della protesta globale, la voce sincera, toccante e determinata della DiFranco riesce a farsi sentire, ed è certamente una che vale la pena ascoltare. 

Peter Gabriel — Scratch my back (2010)

E’ noto che Peter Gabriel sia piuttosto parco nella produzione musicale, infatti l’ultima sua incisione risale a otto anni fa. Dopo quattro album intitolati con i numeri: 1, 2, 3 e 4 e altri tre con le sillabe: So, Us e Up, questo è il primo disco che ha un nome più comune: Scratch My Back che, non a caso, è un album di cover, quindi canzoni di altri musicisti. Gli stessi musicisti sono stati chiamati poi in causa per contraccambiare “il progetto” incidendo delle canzoni sue.

Un album di cover fatto da Gabriel è però cosa diversa. I dodici brani presenti nel disco vengono completamente stravolti e arrangiati in maniera quasi irriconoscibile; pianoforte e archi sono il comune denominatore.

Il disco che necessità di un ascolto non superficiale, fa però sentire subito la sua profondità. Ogni brano che Gabriel prende in considerazione viene sviscerato, scarnificato, pulito fino all’osso. Con attenzione ad ogni minimo particolare, ogni canzone viene rivisitata, estrapolata dalla sua originale collocazione e portata in alti emisferi.

Passiamo al contenuto.

Le dodici canzoni del disco fanno parte alcune del passato ed altre di un recente appena trascorso, ma tutte sembrano scorrere in un binario appena costruito appositamente per loro, come se facessero parte di un treno dove Gabriel guida la motrice e i vagoni sono le canzoni tutte legate tra loro ma ognuna diversa.

Il primo brano è Heroes di David Bowie, canzone che non ha bisogno di presentazione quant’è conosciuta. Gabriel, minimizzandola, riducendola al massimo, con l’uso degli archi e alla sua voce unica, la fa sua. Grande partenza che ci fa ben sperare. Anche The Boy in the Bubble di Paul Simon viene spogliata dal suo originale suono “africano” e prende delle somiglianze oniriche, altro grande brano. Mirrorball degli Elbow, band inglese, viene romanzata a ‘mo di colonna sonora. Il brano si mantiene collegato agli altri due “vagoni” e prosegue nel “binario” immaginario sopra descritto. Con Flume di Bon Iver, giovane cantautore statunitense, c’è un leggero assopimento, niente di grave, anzi, il livello musicale si mantiene sempre sopra la media. E’ con Listening Wind dei Talking Heads che Gabriel ci riporta di nuovo in corsa. Il brano è magico, l’atmosfera che si respira è unica. Grande canzone. Si passa alla sesta canzone del disco ed è sempre ottima musica, il brano di Lou Reed è The Power of the Heart ed è tra i top del disco. Nel brano riecheggia l’anima di Reed ma Gabriel se ne appropria volontariamente come una gemma da incastonare. My Body is a Cage degli Arcade Fire è forse tra i brani che preferisco. Gabriel regala la sua interpretazione con un occhio di riguardo per questo gruppo. Il brano è intriso di pathos e allo stesso tempo raggiunge punte di alta interpretazione musicale e vocale. The Book of love dei Magnetic Fields è il brano di punta del disco, quello che per così dire tira nelle radio. Il brano è indubbiamente bello e ben costruito, orecchiabile al punto giusto senza guastare i padiglioni auricolari. Le prossime due canzoni: I think it’s goig to rain today di Randy Newman e Après Moi di Regina Spektor (bello il suo ultimo disco: Far, del 2009) rallentano un po’ la corsa di questo ipotetico treno, non drasticamente però. I due brani vengono “introspettati” da Gabriel, vengono portate alla luce quelle emozioni tenute nascoste quasi per pudore dai due originali autori. Siamo alla fine con le ultime due canzoni: Philadelphia di Neil Young e Street Spirit dei Radiohead. Sono forse i due brani più difficili dell’intero disco e come tali vanno ascoltati diverse volte per scoprirne le varie sfumature. Rivoltati fino a farne uscire le sonorità tipicamente “Gabrielliane”, in queste due canzoni più che nelle altre dieci, Gabriel ci mette tanto impegno da renderle uniche e splendide, quanto lo sanno fare i musicisti originali.

The National — Hight Violet (2010)

A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati.

Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo.

La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo.

“High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock.

Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine.

Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà del momento. Notturni e per certi versi introspettivi sono la colonna sonora che accompagnano i giorni nostri.

Nei poco più di quarantacinque minuti di “High Violet” l’aria che si respira non è certamente di rivoluzione musicale anzi, qui si parla di conservazione musicale più che altro. Le loro canzoni sono lo specchio dei tempi che viviamo, appartengono al sociale odierno, come dire: così è.

Il fatto è che, pur senza grande originalità, i brani che creano gli sanno fare bene, eccome, e alla fine musicalmente parlando questo fa la differenza. Il disco è superbo, il suono è affascinante, e ascolto dopo ascolto entra nell’epidermide, scaturendo sensazioni e vibrazioni profonde. Bravo e bravi.

Roky Erickson with Okkervil River — True Love Cast All Evil (2010)

Prosegue bene quest’annata musicale con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”.

Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album.

Il disco è un’autobiografia in musica. Il male, la tristezza, la morte ma anche l’amore, la speranza la spiritualità sono i temi di cui parlano i testi delle sue canzoni. Dodici brani estremamente coraggiosi dove il nostro sessantatreenne cantautore mette a nudo tutta la sua vita. La sua voce intensa è profonda crea un’emozione senza pari. Il primo e l’ultimo brano del disco e non a caso, sono stati registrati durante la sua reclusione in manicomio. Nel mezzo le altre dieci canzoni, non tutte sono inedite ma sono state composte nella sua lunga carriera. Le sonorità, principalmente country e folk, sono armoniosamente costruite dagli Okkervil River i quali danno un tocco avvolgente ed incisivo.

E’ palpabile l’ottimismo che affiora in questo disco, un sentimento che ha sempre sostenuto Erickson durante la sua non certamente facile vita, fatta di orrore, incubi ed elettroshock. Lo si sente nelle ballate intense e cariche di sentimento.