Laurie Anderson — Homeland (2010)

Laurie Anderson con i suoi 40 anni di carriera, mancava dalla scena musicale da un decennio. L’uscita di un nuovo disco da parte dei suoi fans, come il sottoscritto, era quindi molto attesa.

Per chi non conoscesse la sua musica e volendo catalogarla con dei generi, i tag: avanguardia e sperimentazione sono quelli più appropriati. Come sarà ovvio pensare, i suoi dischi quindi, non sono mai stati di facile ascolto ma, ascoltati diverse volte e soprattutto con un orecchio attento riescono a fare breccia anche agli ascoltatori più ostili. Anche questo suo ultimo “Homeland” rientra in questo “quadro”.

Per semplificare in breve le canzoni di Homeland possiamo dire che sono una sommatoria di: parole, suoni, testi, polemiche, poesie e riflessioni. L’opera è assai altalenante. Momenti di profonda arte sonora vengono affiancati a “parlati” di marcata noia. Le liriche affrontano temi sociali assai attuali e importanti come la politica e le problematiche relative ad una società consumistica. Proprio per questa complessità, dove i testi hanno la prerogativa sui suoni che, l’album non risulta di facile presa e, come è avvenuto in questi ultimi anni, le sue opere si orientano più verso a piecè teatrali che non a dischi musicali fine a se stessi.

Bruce Springsteen — High Hopes (2014)

Le pubblicazioni discografiche nell’ultimo decennio del Boss (riferite alla data di questa pubblicazione), sono un susseguirsi altalenante di discrete e buone confezioni sonore. Con High Hopes, Springsteen si assesta su posizioni di tutto rispetto, anzi più che buone, ottime direi. Il rock è il suo disperato amore e lo interpreta con grande anima e passionalità e, alla faccia di tutti i suoi detrattori, prosegue imperterrito sulla sua linea ortodossa riuscendo a dare ancora ottime vibrazioni e feeling.

Quando pubblica il disco ha sessantaquattro anni, e ha imparato che “la vita ha i suoi paradossi”, così come il rock’n’roll, che “porta con se una certa gioia, una felicità che è ciò per cui vale la pena vivere”. Ma parla anche sempre di “gelo e della solitudine che abbiamo dentro”. In questo diciottesimo album in studio, riesce a farci stare dentro tutto, la felicità e la solitudine, l’oscurità ai bordi della città ma anche l’energia che trasforma i suoi concerti in quanto di meglio si possa oggi vedere su un palcoscenico rock’n’roll.

Coadiuvato dagli amici di sempre: Roy Bittan (piano, tastiera, fisarmonica), Danny Federici (organo, tastiera), Nils Lofgren (chitarra, cori), Patti Scialfa (cori), Garry Tallent (basso), Steven Van Zandt (chitarra, mandolino, cori), Max Weinberg (batteria), ospita musicisti come: Soozie Tyrell (violino, chitarra, cori) Charles Giordano (organo, fisarmonica, tastiera), Jake Clemons, Ed Manion, Curt Ramm, Barry Danielian, Clark Gayton (sassofoni, trombe, tromboni, tuba), è soprattutto la presenza non indifferente di Tom Morello alla chitarra e voce che fa la differenza.

Il vecchio Boss mette a punto una dozzina di brani, (tre sono delle cover) di grande rilievo che sono più vicini alla tradizione Rock di quanto facesse con le ultime produzioni. Bruce ha distribuito i rinforzi nei vari pezzi ottenendo come risultato una nobilitazione di praticamente tutto il suo ultimo repertorio. Ha voluto ancora una volta dare prova del suo valore e ha confezionato un disco che deve essere additato come esempio di coerenza e professionalità: la sua voce e la sua musica non risentono degli anni, portati tra l’altro benissimo, e sono ancora in primo piano a sottolineare la fierezza del Rock. Springsteen lavora per accumulo (in tutti i sensi: accumulo di significati e di racconti, di suoni, di stili) e si candida così a un ruolo di sintesi della musica americana, il ruolo di custode dell’ortodossia rock’n’roll.

Si potrà obiettare che la musica proposta non è una novità però una cosa è certa che quando le note di questo “High Hopes” riempiranno le vostre orecchie sarà subito divertimento e il vostro piede inizierà subito a muoversi per seguire il pulsare del ritmo quando sentirete “High Hopes”, “Just Like Fire Would” e “Frankie Fell In Love”, sarà soprattutto emozione quando ascolterete “American Skin”, “Heaven’s Wall” e “The Ghost of Tom Joad”, sarà semplicemente rock quando ascolterete “Harry’s Place”, “Down in the Hole” e “This is Your Sword”.

In fondo cari amici come diceva qualcuno… “It’s Only Rock’n Roll, But I Like It”.

Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)

Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi.

Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco. Come successe con il disco precedente, anche Jeff Tweedy, estroverso e geniale chitarrista, non impone il suo suono e, come fece Cooder, accompagna solamente la cantante di colore, ricucendole attorno delle sonorità rock e blues per poi intrecciarle alla profonda e bellissima voce gospel della Mavis.

A differenza di “We’ll Never Turn Back”, dove la Staples recupera brani del periodo della lotta per i diritti civili e i testi parlano di lotta e di emancipazione, in questo suo ultimo lavoro le tredici canzoni si orientano verso un repertorio più classico e sacro.

Un disco importante, bello e profondo.

Neil Young — Le Noise (2010)

Sorprendente, questo è l’aggettivo più appropriato o per lo meno il primo aggettivo che mi viene in mente dopo l’ascolto di “Le Noise” l’ultimo lavoro di Mr. Neil Percel Young. In questo disco il cantautore canadese si fa aiutare per la prima volta dal produttore Daniel Lanois, canadese pure lui, che in questo caso è anche strumentista.Non è un’opera semplice, ovvia, “La Noise”, ci sono otto brani, di cui due ballate e per l’esattezza; Love and War e The Hitchhiker, canzoni acustiche di rara bellezza, e altre sei decisamente elettriche, molto elettriche!

Il disco è un fiume in piena, i suoni trasmettono la rabbia, la passione e l’amore di Neil per la vita. A voler marcare ancor di più questi sentimenti, Young scaraventa sulla sua chitarra tutta l’energia possibile, come voler raggiungere il più profondo, come volesse solleticare le viscere di ognuno di noi, il fatto è che ci riesce e ci riesce anche bene!

Questa la grandezza dell’artista, l’energia e la voglia di cavalcare le scene non da “vecchio pensionato” che vive sugli allori ma da attivo songwriter. Il coraggio di mettersi in gioco senza compromessi, la voglia di cambiare e di muoversi in continuazione è la sua priorità vitale.

Nonostante il risultato, naturalmente opinabile, dividerà i suoi fan, molto probabilmente per gli amanti del suono acustico risulterà poco piacevole la mezzora scarsa di suono elettrico, distorto, duro, con campionature digitali, sintetizzatori ed altri effetti elettronici, consigliati ed effettuati dal buon Lanois, non si può certamente negare ancora una volta che con questo “Le Noise” Neil Young si dimostra un grande. Il suo voler cercare sempre qualcosa di nuovo ed il volerlo suonare fa sì che ogni suo album sia diverso dal precedente.

Personalmente ascolto dopo ascolto il disco ha preso le mie simpatie e se certamente non prenderà il posto di altri suoi capolavori, il disco si merita il più che buono.

Warpaint — Warpaint (2014)

Ci sono voluti ben tre anni per pubblicare questo secondo lavoro dal titolo omonimo, il loro debutto “The Fool” infatti, risale alla fine del 2010. Le Warpaint sono quattro ragazze che si sono formate a Los Angeles nel 2004.

Fin dai primi ascolti il sound trasmesso, per usare degli aggettivi poco efficaci, è un mix psichedelico e ipnotico. Le voci sono sicuramente il loro punto di forza ma anche la vivace base ritmica e le esplosioni di chitarre non sono da meno. Per certi aspetti il suono che ne deriva è più adatto ad atmosfere notturne che alla luce del sole.

Il non essere facile a paragonare le Warpaint ad altri predecessori sta a significare che il loro stile è abbastanza unico e originale. Le atmosfere a volte serene e volte inebrianti riescono a far breccia ascolto dopo ascolto.

Se i testi si focalizzano su tribolazioni amorose e relazioni complicate, la peculiarità sonora è proprio quella di adattarsi a questi contesti, e quindi il creare delle tensioni emotive tangibili e dense.

Con il loro intreccio a quattro voci, emozionante e coraggioso, le Warpaint convincono e ci offrono un bel disco scintillante da ascoltare tutto d’un fiato senza remore e pregiudizi. Dodici canzoni che formano un collage semplice e diretto.

Tinariwen — Emmaar (2014)

Dopo l’ennesimo ascolto di Emmaar, il parallelo con Tassili, ultimo lavoro uscito nel 2011, è inevitabile. Il gruppo maliano che ha fatto, e continua a far conoscere la cultura tuareg in giro per il mondo, con questo disco, non si discosta di molto dal suo predecessore. Due sono soprattutto gli elementi in comune: deserto e messaggio. Il primo è stato registrato nel deserto algerino, Emmar invece, in quello nord americano del Joshua tree. Il messaggio: la musica come strumento di ribellione.

Il suono invece, pur restando nell'”area” del blues rurale, una delle massime espressioni della musica afro-americana, è leggermente più elettrico, a differenza di Tassili, più acustico. Titolari di un nuovo genere musicale chiamato Tishoumaren, ovvero la musica degli ishumar: ishumar, che significa disoccupato, si riferisce alla generazione di giovani esuli touareg che hanno abbandonato il loro territorio prostrati dalla siccità e dalla repressione delle autorità. I Tinariwen hanno combinato le forme musicali tradizionali touareg e del Mali con una moderna sensibilità ribelle e radicale: strumenti tradizionali come il liuto teherdent ed il flauto utilizzato dai pastori sono stati abbandonati in cambio di chitarra elettrica, basso e batteria, mantenendo però il tradizionale violino ad una corda del Mali.

Chi ha aprezzato Tassili non rimarrà deluso da questo ultimo lavoro, ma, ad onor del vero, non rimarrà neanche particolarmente colpito visto che la “colonna sonora” è rimasta in linea di massima pressoché la stessa, è solo leggermente più “elettrico” ed è stato probabilmente l’ambiente “deserto” a far questa differenza. 

Cassandra Wilson — Silver Pony (2010)

Silver Pony è il ventesimo album di Cassandra Wilson ed è composto da undici brani, alcuni dei quali sono registrati dal vivo durante il suo tour estivo del 2009.

Figlia di un musicista jazz e di un’insegnante appassionata di rhythm and blues, la cinquantacinquenne Cassandra Wilson è tra le più brave e belle voci del panorama musicale internazionale. Dotata di tecnica impeccabile e di una grande comunicatività emotiva, questo Silver Pony ne conferma la veridicità.

Il titolo dell’album prende spunto da un fatto successo alla cantante quando era piccola e lo racconta lei stessa: “Un giorno arrivò un uomo nel mio paese, a Jackson nel Mississippi, con un pony e una macchina fotografica” e continua “Pagando potevi farti fare una foto sul pony“. La Wilson riuscì a fare la sua foto nonostante la madre non fosse molto d’accordo “Sono così felice che mi permise di salire sul pony” dice ora “Ero una bambina senza paura, e penso che invece lei mi volesse un po’ meno incosciente“. Ora “quella famosa foto” è diventata la copertina di questo suo ultimo lavoro discografico.

Nelle sonorità del disco, traspaiono le sue radici, i ricordi legati alla sua infanzia, alla sua famiglia e soprattutto al suo Mississippi. Dalla sua terra natale quindi, note di blues e R&B, ma anche jazz, influenze gospel, “tocchi” africani e brasiliani e perché no, anche un leggero pop.

Accompagnata da ottimi musicisti tra cui Ravi Coltrane (si, il figlio), il disco “scivola” via con grande piacere e profondo sentimento. Il suo strumento, la voce, calda e profonda, intrecciata alle atmosfere create dal fraseggio di chitarra, basso, pianoforte, percussioni e dal sax, creano emozioni pure, limpide come le acque di un torrente. 

Bon Iver — Bon Iver (2011)

Bon Iver pseudonimo di Justin Vernon, pubblica il suo secondo lavoro a distanza di tre anni dal suo fortunato ‘For Emma, Forever Ago’. Com’è immaginabile, la seconda prova discografica è sempre molto attesa, a conferma della veridicità artistica del musicista. A tal proposito, diciamolo subito la “prova” è stata superata.

Bon Iver, infatti, pur conservando la sua essenza musicale, si evolve brillantemente nelle sonorità che, grazie all’uso di fiati e archi, rende questa sua seconda opera assai più fiorente e luminosa.

Il disco è stato registrato nel Wisconsin, un’ex-clinica veterinaria ristrutturata a studio di registrazione, questo va detto per sottolineare la differenza dal primo disco che, invece, fu registrato in una capanna di caccia sperduta tra le foreste del Wisconsin nel gelo invernale del 2007, della serie: “status quo ante”.

Una vena più ottimistica è rivelata nelle dieci canzoni che compongono il disco. Grazie alla poesia melodica e ai suoni originali del trentenne cantautore statunitense, l’omonima opera ci fornisce una musicalità rarefatta e intensa, un minimalismo folk di grande impatto emozionale.

Un buon disco quindi, con belle canzoni costruite attorno alla sua vocale espressività minimalista. Bon Iver si dimostra uno degli autori più ispirati, sensibili e maturi degli ultimi anni. Consigliato.

William Fitzsimmons — Gold In The Shadow (2011)

Quello che traspare fin dalle prime note di Gold in the Shadow è una particolare e marcata intimità. Lo stile dato dalla voce e dalla sonorità raffinata, lieve e crepuscolare di William Fitzsimmons, suggeriscono un viaggio emotivo nei meandri del suo, del nostro ‘essere’.

William Fitzsimmons psicoterapeuta oltre che musicista, descrive le sue canzoni come una continua lotta contro i suoi demoni, le sue paure.

Figlio di genitori ciechi e con un passato da malato mentale, la sua non è stata certo una vita facile, i suoi testi ne sono la testimonianza, la musica ne è la rivincita.

Gold In the Shadow è il suo quarto lavoro e pur non discostandosi molto dal suo “The Sparrow and the Crow”, considerato il più bel disco/rivelazione folk del 2009, ci regala dieci ballate acustiche di asciutto folk con un equilibrato uso di ‘elettronica’ e ‘archi’.

Gold In The Shadow è un’opera profonda che tocca le corde più sensibili dell’uomo. Descrive in maniera poetica “stati” di anime in pena, riuscendo pur malinconicamente, ad infondere una sorta di speranza.

Non c’è molto altro da aggiungere su questo lavoro di William. Quando mi succede di ascoltare un disco per tantissime volte di seguito vuol dire che mi ha ‘preso’ e Gold In The Shadow ha avuto questo potere.

Personalmente lo trovo molto affascinante e coinvolgente.

Bruce Springsteen — Wrecking Ball (2012)

Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E’ molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel “niente di nuovo”, “album inutile”, “ormai finito” ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia “oscurato” dal classico velo affettivo che, per carità non è “pietoso”, ma senz’altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne “The Boss” riesce a dirci ancora molto!

Un gradino al di sotto di Magic del 2007 e un gradino sopra di Working On a Dream del 2009, “Wrecking Ball” si colloca nella “via di mezzo”. Certo, siamo lontani dal suo ultimo capolavoro “The Rising” del 2002, escludendo quei due lavori leggermente atipici che sono l’acustico “Devils & Dust” del 2005 e quel folkloristico “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” del 2006.

Gli album di Springsteen e di conseguenza i suoi testi rispecchiano sempre il periodo attuale e anche questo diciassettesimo album in studio “Wrecking Ball” ossia “palla demolitrice” non fa differenza. Se “Working On A Dream” portava un vento di speranza legata soprattutto all’ascesa di Obama alla presidenza Americana, “Wrecking Ball” riflette la società e il pensiero odierno ossia la recessione, la consapevolezza di vivere un periodo critico e difficile dovuto alla crisi economica che esaspera milioni di persone.

Un album per certi versi amaro quindi, dove non si risparmia nessuno, dai politici agli economisti, dagli amministratori ai banchieri, ma che al contempo, invita a non arrendersi, a continuare ad usare la rabbia, il motore che crea la forza per vincere. I temi sociali sempre in prima linea, ma non solo, anche storie di vita quotidiana, un “personale e politico” che si fondano in un tutt’uno. Un album che sottolinea alcuni aspetti negativi della vita come l’amarezza e la delusione ma che, come quasi sempre avviene, lancia un “messaggio” positivo e ottimista: sogno e speranza è ancora una volta il consiglio Springstiniano. Prendersi cura di noi per creare un futuro migliore per i nostri figli è il suo slogan preferito.

Le musiche ben amalgamate (come sempre) con il “senso” dei testi, creano tredici brani strutturalmente buoni. Si va da “We Take Care of Our Own” brano allegro e coinvolgente a “This Depression”, bellissima canzone lenta, probabilmente dedicata alla moglie Patti Scialfa, tra le più belle del disco. Da “Easy Money”, brano countrygheggiante a “Wrecking ball” altro ottimo brano con un riff tra i più orecchiabili. Dalla entusiasmante “Shackled and Drawn” a “Death to My Hometown”, un misto di celtico e gospel, terzo brano più bello del disco. Da “Swallowed Up”, brano testuale a “Land of Hope and Dreams” il brano più “springstiniano” dell’intero album. Se “Jack of All Trades” è un altro brano lento e riflessivo, “Rocky Ground” è un brano anomalo, una strana campionatura e una voce femminile lo rende il più innovativo del disco. “American Land” è una ballata energica mentre le ultime due: “You’ve got it” e “We are Alive” si mantengono nel “genere springstiniano” senza particolari emozioni.
Se la fisarmonica e il violino fanno riecheggiare il sound irlandese e il banjo è una reminescenza “seegeriana”, non bastano a far di questo Wrecking Ball un disco marcatamente folkanzi, è ancora il rock a fare da padrone. Il suono è energico, senza eccessi e, ancora una volta, chitarra, basso e batteria, riportano il Boss al stile classico a noi più caro.

Non entrerà tra i Top della discografia Springstiniana questo “Wrecking Ball” ma resta comunque un buonissimo disco, per nulla scontato ne tantomeno noioso e banale e anzi, quello che più conta, non lascia trasparire il senso di “vuoto musicale” che, a dire il vero, colpisce molti musicisti non più in tenera età.