Norah Jones — The Fall (2009)

Ha avuto coraggio Norah Jones con questo suo quarto disco The Fall a cambiare sonorità. Le chitarre e la batteria, infatti, prendono il posto dell’ormai collaudato pianoforte e le canzoni si inoltrano in territori più moderni e leggermente più rock.
Dopo Come Away With Me del 2002 (vincitore di otto Grammy), Feels Like Home del 2004 e Not Too Late del 2007, dischi che hanno venduto 36 milioni di copie in tutto il mondo e tutti entrati nella Top 200 di Billboard, Nora Jones sperimenta un nuovo sound senza però strafare e rimanendo su note musicali mai troppo aspre e graffianti. Certo dopo un capolavoro come quello del 2002 è assai difficile creare un’opera dello stesso livello o superiore, The Fall resta comunque un buon disco che non deluderà i suoi fans.

Fix You – Coldplay (2005)

I Coldplay, senza grandi possibilità di equivoco, sono stati, anzi sono, una delle più grandi band di tutti i tempi. Lo sono per la straordinaria capacità di fare musica in technicolor, cosa che sembra in sé contraddittoria, visto che la musica è inafferrabile e immateriale, visto che la musica non si vede e quindi, in sé, colori non ne ha. Ma loro, Chris Martin, Will Champion, Guy Berryman e Jonny Buckland, sono riusciti a fare qualcosa di più, perché i colori nella musica della band si vedono, si avvertono, ascoltando la loro musica siamo in grado di percepirli. Questo perché i Coldplay, come dimostrano ogni volta con i loro concerti, sono in grado di portare il pubblico, con la loro musica, a una condizione di assoluta e inarrivabile gioia, cosa che molti altri non riescono a fare davvero. Hanno avuto successo, spesso, nel tentativo di far uscire il pop dalle secche della perdizione commerciale di questi ultimi anni, musica senza prospettiva, priva di una visione, incapace di immaginare mondi che non siano quello del “qui e ora” e farci sognare, farci sperare, farci sorridere, farci contenti, insomma.
Ma prima di creare la musica a colori hanno attraversato oscurità, malinconia, tristezza, dubbi, paure e le hanno trasformate in canzoni altrettanto belle, toccando come pochi altri le corde dell’emozione. E usando la musica come un balsamo. Sì, un balsamo, canzoni che possono mettere qualche piccola dose di pace nel nostro cuore e nella nostra anima. Canzoni come Fix You.
Il brano ha già qualche anno sulle spalle, pubblicato nel 2005 in un album intitolato X&Y, che per molti versi chiude una lunga stagione nella storia della band, seguita poi proprio da quella della musica in technicolor. Qui invece siamo nel mondo dei sentimenti più puri, amicizia e amore, Chris Martin racconta il desiderio, la voglia, il bisogno di essere d’aiuto per chi ne ha bisogno.
Fix You è la canzone di chi ha bisogno di calore per la propria anima, di chi pensa che aiutare gli altri sia la cosa migliore da fare nella vita, di chi vuole essere pronto ad “aggiustare” qualcuno che si è rotto, nel cuore, nell’anima. È la canzone di chi vuole essere accanto a qualcuno che ama, a qualcuno a cui vuole bene, rendendosi disponibile. Ma Fix You funziona anche se si è da soli, in un momento di tristezza o di malinconia, funziona sempre, “aggiusta” da sola le cose che sembrano rotte dentro di noi. È un balsamo, come dicevamo all’inizio. Un balsamo leggerissimo, che mette in sintonia anima e cuore. (Grazie a Ernesto Assante)

Massimo Zamboni – La mia patria attuale (2022)

Dopo diversi ascolti viene confermata la regola generale applicata ai dischi e quindi quella di ascoltare più volte le tracce prima di esprimere un giudizio. “La mia patria attuale” ha bisogno di serenità d’animo, di silenzio e di un ascolto attento. E poi dopo, quando la musica tace, di una riflessione silenziosa. Più e più volte.

“La mia patria attuale” è un disco intellettuale, quasi letterario.

La scelta di pubblicato il 21 gennaio non è casuale: il 21 gennaio (1921) è nato il Partito Comunista d’Italia e il 21 gennaio (1924) è morto Lenin. Due riferimenti importanti per l’artista, ancora fedele alla linea dei CCCP e CSI, di cui coltiva la memoria collettiva.

Se ci si ferma un attimo a riflettere non stupisce questa scelta. Zamboni è di Reggio Emilia, dove è nato il Tricolore e soprattutto terra resistente e partigiana. E i partigiani si definivano patrioti, senza vergogna: perché con il loro sacrificio hanno provato a lavare l’onta del fascismo e ridare dignità all’Italia.

“La mia patria attuale” traccia una visione approfondita sulle correnti incapacità di un’Italia che non sembra più in grado di valorizzare il proprio immenso passato culturale e sociale, lasciato ormai quasi all’abbandono e dove l’importante termine “Patria”, la terra dei padri, viene sempre più utilizzato con faciloneria per interazioni persino irrispettose di quell’aureo significato.

Esiste davvero l’Italia o è solamente una mera espressione geografica? Esistono davvero gli italiani? Ha senso cercare la nostra coscienza comune? Riusciremo ad andare oltre questo sciagurato “mare nostrum” di delusioni brucianti e promesse mancate? Sapremo svincolarci e liberarci dal disordine, dal cinismo, dalla paura e dall’ignoranza che sembrano condannarci a restare, per sempre, proni e piegati, in balia dei peggiori governi e di una classe politica che è incapace di guardare con fiducia costruttiva al futuro, incapace di offrire prospettive alternative, incapace di uscire dai soliti schemi mentali e dai soliti luoghi comuni, ma si ostina a vivere nella menzogna di uno sterile, paranoico e frustrante eterno presente, pur di conservare i propri privilegi e la propria posizione?

Per la prima volta in carriera l’ex-Cccp e Csi si lascia trascinare pienamente nel mondo cantautorale, un territorio che non è mai stato tra i suoi preferiti, ma nel quale sembra finalmente accedere con attenta curiosità e assoluta padronanza. La capacità compositiva è sempre stata una delle sue doti più spiccate, non solo in musica – è pregiata la sua carriera parallela di scrittore – e in questo progetto il cuore pulsante del pensiero dello Zamboni cittadino italiano prende il sopravvento su tutto il resto.

I dieci brani di “La Mia Patria Attuale”, ricchi di combattive sonorità di matrice folkeggiante, di una narrazione cantautoriale cruda e malinconica, di una vibrante e accattivante poesia, di chitarre e pianoforte, organo e mellotron, offrono al pubblico quello che, ad un primo ascolto, potrebbe apparire solamente un ingannevole e insensato conforto, un dolente susseguirsi di invocazioni a Dei inesistenti che si mostrano sordi alle nostre preghiere, ciechi e insensibili dinanzi alle dolorose tragedie che sconvolgono il mondo. In realtà, però, queste invocazioni sono rivolte soprattutto a noi stessi – agli sciagurati, ai reietti, ai diversi, agli emarginati, agli esclusi – spronandoli, attraverso quelle ritmiche e quelle percussioni che appartengono alla nostra storia comune, a rivoltarsi contro questa delirante e brutale visione della società.

A dominare non sono le chitarre distorte, l’elettronica ma è la voce, la sua voce. Che canta, racconta, sussurra sulla musica, creando dei momenti profondi e di forte impatto emotivo.

Victor Jara’s Hands – Calexico (2008)

Una delle qualità che preferisco in una canzone è la capacità di evocare senza sforzo una scena nella testa dell’ascoltatore. Il brano inizia con un lento sviluppo di maracas e chitarra e crea uno sfondo ispanico che pian piano si estende oltre il semplice ritornello “Ole ole ole ole” con sezioni di fiati brillanti a guidare bene la canzone.
In questo brano si evocano le mani di Victor Jara, esponente della Nuova Canciòn Chilena, militante del Partido Comunista de Chile (lo stesso di Pablo Neruda) e sostenitore di Salvador Allende, ucciso dagli uomini del generale Pinochet dopo terribili torture.

Warren Zevon — The Wind (2003)

Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947 – 7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera.

A differenza del disco precedente “My Ride’s Here” (la malattia lo aveva già minato), un disco decisamente sottotono, questo lavoro si prende decisamente la rivalsa. Zevon ritrova la vitalità e canta come non gli succedeva da molto tempo. Tutti gli ospiti amici e musicisti come: Dwight Yoakam, Don Henley, Ry Cooder e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni, sono parte integrante delle canzoni senza però precluderne l’opera originale di Zevon.

Le sonorità portanti delle undici canzoni del disco hanno il sapore country e rock and roll. Sono ballate per la maggior parte malinconiche, alcune toccano punti di estrema tristezza, solo pochissime lasciano spazio a un po’ di gioia. Profondo e carico di intensità, The Wind è un grande disco, il progetto di un musicista maturo, conscio dei suoi mezzi, che ha lavorato al meglio per regalare al suo pubblico qualcosa che avrebbe dimenticato difficilmente. Il ricordo poetico/sonoro di un musicista, di un uomo, dall’enorme dignità.

Bruce Springsteen — Working On A Dream (2009)

Attribuendo la qualità di un disco in base al mio teorema musicale: “La somma di quante volte un cd suona nel lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco piace”, il disco suona poco.

Effettivamente la “paura” della vicinanza a “Magic”, uscito poco più di un anno fa era fondata. Il boss ci aveva abituato a dei lunghi silenzi discografici, proprio perché era capace di restare in sala d’incisione 5/6 mesi anche per incidere un solo brano, e faceva passare degli anni, anche 4 o 5, prima di pubblicare un altro album.

Comunque non per questo, il disco è da buttare, anzi la sufficienza (e anche più) non fa difetto.

Working On A Dream non è un disco pop, è neanche un disco di scarti di “Magic”, è un disco atipico. Uscito praticamente in contemporanea con l’ingresso di Barack Obama (di cui Springsteen è stato il più forte sostenitore rock) alla Casa Bianca, a differenza della riflessione amara o di tradimento che riscuoteva l’idea dell’America in “Magic”, Working On A Dream celebra l’ottimismo di “I have a dream”, il sogno nell’immaginario comune di molti americani, con il cambio della guardia alla Casa Bianca.

Le canzoni, compresa la bonus track, sono 13. Il primo brano inizia con ben otto minuti, “Outlaw Pete”, ricorda il sound dei primi dischi del boss, una lunga cavalcata orchestrale, che però diventa un po’ pesante verso la fine. “My Lucky Day” è un canticchiabile brano rock dove il suono delle chitarre e delle tastiere ci fanno ricordare per certi versi “The river”. “Working on a dream” è una delle canzoni più Springsteeniane, lirica e solare è il classico (non a caso è stato il manifesto sonoro della campagna presidenziale di Barack Obama) brano rock intriso di un’incontenibile ventata di ottimismo.

Inizia ora il periodo sonoro più insignificante dell’album, “Queen Of The Supermarket”, “What Love Can Do”, “This Life” non meritano particolare attenzione. Per fortuna la voce ed il suono blues della settima canzone “Good Eye” ci riporta a un sound più consono alla musica del nostro.

L’accoppiata “Tomorrow Never Knows” e “Life Itself” leggermente sound-country, ci danno la conferma che non siamo davanti ad un capolavoro Springsteeniano. Per fortuna le ultime quattro canzoni dell’album ci riportano ad un livello sonoro decisamente buono. “Kingdom Of Days” anche se soffre un po’ troppo di sdolcinatezza, si fa comunque ascoltare, “Surprise, Surprise” è un brano dove le chitarre fanno festa, una melodia di grande presa e un crescendo finale tra voci e violini. Finale in crescendo con “The Last Carnival”, brano dedicato al vecchio compagno scomparso Danny Federici, un buon folk acustico degno di nota e “The Wrestler”, bonus track che pur c’entrando poco con il disco (vincitrice di un Golden Globe per la colonna sonora dell’omonimo film di Darren Aronofsky), ci fa ricordare cosa sa fare il Boss, senza arrangiamenti e con una chitarra in mano.

“Working on a dream” non è un brutto disco o apparentemente di poco valore, è un disco non adeguato agli “standard” di cui il Boss ci ha più o meno abituato. La sua pecca più grande è che musicalmente ha poco da dire, si fa ascoltare senza problemi, ma purtroppo lascia poco di se. Boss, andrà meglio la prossima volta, l’importante è che tu non abbia fretta.

Per affetto.

Connor Oberst — Omonimo (2008)

Connor Oberst cantautore del Nebraska altro non è che “Bright Eyes” (Occhi Brillanti) classe 1980. Nel 1993 all’età di tredici anni pubblica il suo primo disco, ne seguiranno altri due e, parte delle loro canzoni verranno pubblicate in una raccolta “A Collection Of Songs Recorded 1994 -1997”. Nel 2007 pubblica ”Cassadaga” che per certi versi è il disco che lo farà conoscere al grande pubblico.

Per questo ultimo disco usa il suo vero nome Conor Oberst e abbandona il suo pseudonimo di Bright Eyes. Il cantautore ventottenne sta maturando, lo si sente dalle canzoni che scrive, il suo talento per quanto non “rivoluzionario” riesce a sfornare brani intensi che dimostrano una crescita sia come autore che come cantante. Per inquadrare musicalmente Conors lo possiamo inserire tra i tag con l’etichetta “cantautorato”, in certi sprazzi si riconosce la presenza Dylaniana, in altri quella del più recente Tom Petty.

I brani sono scarni e diretti, Oberest crea una musicalità con una notevole suggestione e con dei testi profondi. Non lascia indifferenti quindi, questa sua ultima fatica discografica, il ragazzo ha della “stoffa” e riesce per l’ennesima volta a sorprendere.

Okkervil River — The Stand Ins (2008)

The Stand Ins, quinto album del gruppo Texano, è la continuazione ideale di “The Stage Names”, disco uscito esattamente un anno fa. E’ come il precedente ne ripercorre più o meno la stessa strada. A cominciare dalla copertina che, non deve prendere in inganno, non appartiene a un gruppo heavymetal, ma ad un gruppo che suona rock, folk, country.

Le canzoni come nel disco precedente (avevano, infatti, preso in considerazione l’ipotesi di un doppio cd), sono dirette e gradevoli, bene arrangiate, ben suonate e mai banali.

“The Stand Ins” è composto da undici brani che regalano alcuni momenti di forte spessore, portandoci su atmosfere a volte fresche, allegre e luminose, a volte tristi e scure, sempre comunque confermate dalla sensibilità e dalla bravura di questi musicisti americani.

Gli Okkervil River con questo disco confermano il fascino per il “classic rock” degli anni ’60 e ’70, i loro brani sono un atto d’amore verso la musica di quegli anni e se qualcuno potrebbe pensare ad una loro “non originalità” musicale, dovrà ricredersi. Ascoltando il disco si percepisce un suono moderno, costruito su ritmi e melodie assolutamente attuali.

John Hiatt — Same Old Man (2008)

Diciamolo… non mi convince molto questo “Same Old Man” ultimo disco di John Hiatt, songwriters tra i miei preferiti da sempre. Non riesce questo lavoro a far premere continuamente il tasto play del riproduttore musicale. Poco a che vedere con l’ultimo e buono “Master of Disaster”, niente con l’ottimo “Crossing Muddy Waters” o con “Slow Turning”, anni luce dal capolavoro “Bring the Family”.
L’unica cosa che ancora riesce a convincermi è la sua voce, grande e affascinante, nonostante gli anni ne consumino il timbro, rimane sempre unica e profonda. Ma la voce da sola a volte non basta a far apprezzare un disco o almeno non in questo caso.
Le undici canzoni che compongono l’album sono essenzialmente semplici, povere, acustiche, il suono è orientato verso il folk, il country e il blues, niente di particolarmente nuovo anzi, il disco suona da “già sentito”.

“E’ un disco tutto mio anche perchè si parla fondamentalmente di me; diciamo che non avevo nessuno con cui scambiare opinioni”

I testi sono rivolti al passato, è il titolo stesso che lo suggerisce, un passato però senza tante nostalgie, senza particolari malinconie, ma con buone dosi d’ironia e sarcasmo. Hiatt parla della sua vita che, certamente facile non è stata (soprattutto a causa delle morti familiari), racconta delle sue esperienze di uomo, di musicista, di artista.
Same Old Man è un album sufficiente, forse un po’ troppo abitudinario e un po’ stanco, non ci sono particolari scosse di cui Hiatt ci aveva abituato nei dischi precedenti.
L’opera è onesta ma manca d’ispirazione. Probabilmente il nostro Hiatt ha bisogno di scambiare opinioni con altri, meglio se musicisti, ha bisogno di attingere entusiasmo e questo lo può trovare solo cambiando le sue formule sonore, che ormai puzzano un po’ di stantio.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.