Il “Greatest hits” dei Cure raccoglie il meglio di una carriera che dura ormai da 25 anni [ndr nel 2001]. La prima edizione di questo disco è pubblicata in versione limitata: la confezione contiene due CD, uno standard e l’altro con tutte le versioni dei brani contenuti nel primo in versione acustica. L’album presenta due inediti, tra cui il nuovo singolo intitolato “Cut here”.
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Il primo live della sua carriera. Assieme agli amici della Band. E senza la Columbia
“Before the Flood” è un album dal vivo di Bob Dylan e della Band, pubblicato il 20 giugno 1974. Fu il primo album dal vivo di Dylan e documenta il loro tour americano congiunto del 1974, che segnò il ritorno di Dylan alle esibizioni dopo una pausa di otto anni. L’album raggiunse il terzo posto nella Billboard 200 e l’ottavo nella classifica degli album più popolari nel Regno Unito, ottenendo infine la certificazione di platino dalla Recording Industry Association of America. L’album contiene principalmente registrazioni delle loro esibizioni al Los Angeles Forum di Inglewood, in California, il 13 e 14 febbraio 1974, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door”, registrata il 30 gennaio 1974 al Madison Square Garden di New York. “Before the Flood” inoltre presenta versioni rivisitate e intense di classici di Dylan come “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”, “Like a Rolling Stone” e “All Along the Watchtower”, insieme a successi della Band come “The Night They Drove Old Dixie Down”. La tracklist dell’album riflette la struttura del tour, con set di Bob Dylan e della Band insieme, la Band da sola e un set acustico solista di Dylan. Dal punto di vista della critica, l’album ha ricevuto recensioni contrastanti. Robert Christgau della rivista Creem lo ha definito “il rock and roll più folle e potente mai registrato”, mentre Tom Nolan di Rolling Stone ha trovato l’enfasi vocale di Dylan e gli arrangiamenti della Band a volte goffi, pur riconoscendo il successo delle canzoni rivisitate. Lo stesso Dylan in seguito espresse una visione più sprezzante del tour, ritenendolo “insensato” e che lui e la Band stessero “recitando un ruolo”. Tuttavia, molti lo considerano un album dal vivo potente ed energico, che cattura l’energia grezza dell’arena rock.
Erano trascorse a malapena un paio di settimane dalla separazione con gli Yardbirds che John Mayall ingaggia Eric Clapton con i Bluesbreakers (aprile 1965). Il gruppo comprendeva, allora, John McVie al basso e Hughie Flint alla batteria. Furono proprio i Bluesbreakers a portare dentro il british blues una briosità tecnica ed un virtuosismo sconosciuto prima. Dal vivo diventarono una autentica attrazione, ed a proposito di Clapton, non era inconsueto sentire nei concerti qualche fan gridare a Mayall: “give a God solo!” Il produttore Mike Vernon riuscì però a combinare la prima session di quella favolosa line-up solamente nel luglio del ‘66. E nell’agosto, quando il disco era pronto, Clapton non faceva già più parte del gruppo. “John Mayall with Eric Clapton” è un album seminale nel vero senso della parola. Esso rappresenta una piccola rivoluzione nel mondo del rock. La musica suonata era uno dei primi grandi e straordinari incontri tra il blues ed il rock: i Bluesbrakers portarono avanti con coerenza la lezione di Alexis Korner e Cyril Davies, elettrificando il blues urbano dei vari Elmore James e Jimmy Reed, ed adattandolo al linguaggio ed allo stile del rock britannico. Mayall sfoggia composizioni proprie ed interpreta alcune cover. Per gli aspetti più propriamente blues non c’è niente di meglio di “Ramblin on my mind” di Robert Johnson e di “Have you heard” che ci offre un significativo esempio di chitarra bluesy. Alcuni brani si avvalgono anche degli arrangiamenti di una sezione di fiati, ma è comunque sempre la chitarra a strabiliare: tenera e violenta nello stesso tempo, toccante e miracolosa, essa andava codificando il proprio ruolo all’interno di un gruppo rock. E ciò per esclusivo merito di Clapton.
Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)
[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio. Ancora una volta un disco geniale.
Un disco fatto di corsa, pensando ad altro. Con almeno un acuto.
Se si eccettuano sporadiche occasioni, tipo la partecipazione nel 1969 al secondo festival di Wight e ospitate come quelle per il Concert For Bangladesh e il capodanno con la Band alla New York, Academy of Music nel 1972, dal 1966 al 1973 Dylan evita accuratamente i palcoscenici. Da un nuovo incontro con Robbie Robertson a Malibu, però, nasce l’idea di allestire un tour insieme alla Band. E si decide anche di registrare un nuovo Lp, ora che Dylan ha mollato la Columbia per passare alla Asylum. Così, l’artista compone nuovo materiale e con Robertson, Rick Danko, Levon Helm, Richard Manuel e Garth Hudson il 5 novembre del 1973 entra ai Village Recorder di Los Angeles. Produttore accreditato è Rob Fraboni ma in realtà a darsi da fare sono un po’ tutti: “Non c’era un vero produttore per l’album”, racconterà a «Recording Engineer/Producer Magazine» proprio Fraboni. “Ognuno faceva da produttore. Robbie era quello che dava un po’ la direzione, ma tutti avevano qualcosa da dire sulla musica ed erano interamente coinvolti”. La pratica viene sbrigata in quattro giorni con performance praticamente dal vivo (parti vocali comprese), poi il 14 c’è un nuovo appuntamento per incidere Dirge e un’altra versione di Forever Young (sobillato dalla giovane fidanzata di un amico, Dylan giudica la prima troppo sentimentale anche se Fraboni, che invece apprezza, lo convince a infilarle entrambe nell’Lp). Inizialmente, l’opera dovrebbe intitolarsi CEREMONIES OF THE HORSEMEN, da un verso di Love Minus Zero/No Limit di BRINGING IT ALL BACK HOME, ma alla fine si preferisce PLANET WAVES. E per la copertina a pensarci è lo stesso Dylan che, in stile Pablo Picasso, disegna tre figuri, un’ancora, un cuore e il simbolo della pace, e compone le scritte di “Moonglow” (bagliore lunare) e “Cast-Iron Songs & Torch Ballads” (canzoni di ferro duttile e ballate d’amore non corrisposto). Quando esce, il disco azzera la memoria del precedente DYLAN, costruito con un po’ di scarti e pubblicato per vendetta dalla Columbia, ma proprio grande non è. “Lo abbiamo fatto ed è finito prima che ce ne rendessimo conto”, spiegherà Robertson nel 1976 a «Crawdaddy». “Siamo riusciti a fare molte cose bene in poco tempo. Ma è stato tutto così veloce ed eravamo più preoccupati per il tour e le altre cose che lo accompagnavano. Con tutte le decisioni che dovevamo prendere e tutti i come, i quando e i dove, il disco è davvero passato in secondo piano”. Il pezzo super famoso dell’opera è Forever Young, che Dylan ha scritto tempo prima dedicandolo al figlio maggiore Jesse. La prima versione è dolce e dura quasi 5 minuti, l’altra, quella registrata il 14, è un veloce country rock sui tre minuti. L’autore parla direttamente al figlio, ma il testo è stato inteso anche come un suo invito a essere “per sempre giovani” a quegli adulti che, persa ormai l’innocenza nonché la speranza, non pensano più che il mondo possa essere cambiato. Dirge, ovvero “canto funebre”, è un altro dei momenti chiave: solo un piano ossessivo, la voce, la chitarra acustica e versi durissimi (“Mi odio perché ti amo e odio la debolezza che dimostro. Eri solo una faccia pitturata in un viaggio verso la via del suicidio”). Ma nel finale, il vicolo non è cieco: “Mi odio perché ti amo, ma sopravviverò”. On A Night Like This e Tough Mama girano bene e molto à la Band, Going Going Gone va di lusso in un blues che vaga nella notte, Hazel è una ballad che afferra nella sua misteriosa intimità. Un po’ di maniera, invece, You Angel You, Never Say Goodbye e Something There Is About You. Per la chiusura, c’è l’acustica Wedding Song, dedicata da Dylan alla moglie Sara che nel corso della registrazione va a sostituire Nobody ’Cept You, in origine prevista per la tracklist e recuperata solo nel 1991 per THE BOOTLEG SERIES VOLUMES 1-3. Quest’utima è una dichiarazione d’amore senza se e senza ma. Nella prima, invece, oltre all’amore c’è anche il timore. La tempesta è in arrivo.
Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender (1973)
[…] Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo. Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo. In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio). [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia. 
La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità.
Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.
September Days segna il primo album solista di Mike Delevante, noto soprattutto per il lavoro con il fratello Bob nei The Delevantes, duo storico della scena Americana. Pur essendo un esordio individuale, l’album riflette la lunga esperienza di Delevante con melodie guitar-driven e un songwriting che si muove tra tradizione folk, rock classico e power pop. Questo nuovo progetto di Mike (voce/chitarra elettrica e acustica a 6 e 12 corde) si concentra su argomenti personali. Riflette su persone, luoghi ed esperienze con testi emozionanti su temi che esplorano riflessioni piene di rimpianti, resilienza e nuovi inizi.
La musica dell’album è caratterizzata da chitarre jangle-style, ritmi accattivanti e arrangiamenti che ricordano band e artisti come The Byrds, Tom Petty, The Jayhawks o figure del pop rock degli anni ’90. Questo connubio tra Americana e power pop crea un sound nostalgico ma vitale, che evita sia la mera riproposizione vintage sia l’eccessiva modernizzazione.
Il titolo dell’album evoca una stagione di transizione e introspezione, e questo si riflette nei testi: molte canzoni esplorano emozioni come la nostalgia, il desiderio, il senso di cambiamento e gli affetti — spesso con immagini della vita quotidiana e dell’attesa di momenti significativi. September Days di Mike Delevante è un album solido, pieno di chitarre orecchiabili e melodie ben costruite, che dimostra come un artista veterano possa reinventarsi senza tradire le proprie radici. È una proposta interessante per gli amanti dell’Americana melodica, del power pop classico e delle ballate che bilanciano nostalgia e freschezza sonora.
Dean Owens, cantautore scozzese di grande talento, ci regala un altro album straordinario con “Pictures”. Questo lavoro dimostra ancora una volta la sua abilità nel creare canzoni coinvolgenti e toccanti. “Pictures” è un album che affronta temi universali come l’amore, la perdita e la ricerca di senso nella vita. Le canzoni sono scritte con una profondità emotiva che riesce a catturare l’ascoltatore sin dalle prime note. Owens dimostra una grande abilità nel raccontare storie attraverso le sue parole, creando immagini vivide che si insinuano nella mente dell’ascoltatore. L’album si apre con la traccia “Pictures in My Mind”, una ballata malinconica che mette in evidenza la voce calda e coinvolgente di Owens. La canzone cattura immediatamente l’attenzione e stabilisce il tono emotivo dell’intero album. Altre tracce degne di nota includono “Lost and Found”, una canzone che parla della ricerca di un senso di appartenenza, e “Ghost of Love”, un brano intenso che esplora il dolore della perdita. La produzione dell’album è impeccabile, con un suono pulito e ben bilanciato che permette alle parole di Owens di brillare. La sua abilità nel suonare la chitarra acustica è evidente in tutto l’album, aggiungendo un tocco di intimità alle canzoni. Una delle cose che rende Dean Owens un artista così speciale è la sua capacità di creare connessioni con l’ascoltatore. Le sue canzoni sono sincere e autentiche, e riescono a toccare le corde emotive in modo profondo. “Pictures” è un album che ti fa riflettere sulla vita e sulle esperienze che ci rendono umani. In conclusione, “Pictures” di Dean Owens è un ottimo album che mostra ancora una volta il suo talento come cantautore. Le canzoni sono ben scritte, emozionanti e riescono a creare un legame immediato con l’ascoltatore. Se sei alla ricerca di musica che ti tocchi il cuore e ti faccia riflettere, questo album è assolutamente da ascoltare.