A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio. Ancora una volta un disco geniale.
La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante. Un capolavoro assoluto di tutto l’universo musicale. [continua…] Ascolta il disco
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
“Spero che questo album porti gioia, amore, pari opportunità, giustizia, pace, comprensione e unione al mondo”. Femi Kuti
A cinque anni da “No Place For My Dream”, e a quasi trenta dalla sua prima pubblicazione “No Cause for Allarm”, Femi Kuti pubblica il suo decimo lavoro “One People One World”, disco composto da dodici tracce. Il figlio di Fela Kuti, leggenda e pioniere dell’Afrobeat, a differenza della rabbia giusta che ha ispirato quasi tutte le sue precedenti registrazioni, dove mischiava convinzioni combattive sulla libertà e sulla democrazia sociale, è tornato con un disco che genera un messaggio di speranza e riconciliazione. Femi Kuti è il cuore e l’anima del moderno Afrobeat creato dal padre Fela. L’Afrobeat ha spinto diverse generazioni di musicisti a usare la musica in Nigeria e in tutto il mondo come arma per combattere a favore della giustizia e la libertà. Femi e il suo gruppo, Positive Force, sono in prima linea in questo movimento, espandendo continuamente il vocabolario della musica, aggiungendo note punk e hip-hop al suono, pur mantenendo queste radici tradizionali e il messaggio politico. Registrato in gran parte a Lagos, in Nigeria, “One People, One World” vede Femi e i Positive Force, tornare alle radici africane della musica. Le note di reggae, highlife, soul, R & B e altri sapori africani, caraibici e afroamericani, compongono un grande mix sonoro, aggiungendo profondità e complessità agli arrangiamenti, senza disturbare il suono caratteristico di Femi:
“Quando ero piccolo, ascoltavo funk, highlife, jazz, canzoni folk, musica classica e composizioni di mio padre, quindi senti queste cose nella musica, ma tutto in questo album viene rigorosamente dal mio cuore e dalla mia anima. Come l’Africa stessa, Afrobeat ha infinite possibilità nella sua struttura. Mentre suoniamo dal vivo a Shrine, le canzoni si evolvono, assorbendo l’energia del pubblico. È come dipingere, con i colori cangianti e le tonalità dei ballerini che colorano la musica. Quando stiamo registrando in studio, si sentono tutte queste influenze e si muovono insieme.”
In questo disco, le radici del ritmo, nella sua forma rituale più ancestrale ed esoterica, affondano nel cuore del continente africano, ed è indubbio che dall’Africa si siano diffuse in tutti i continenti grazie alla presenza di figure carismatiche come Fela Kuti prima, rivoluzionario poli-strumentista nigeriano, che ha contribuito alla nascita di un vero e proprio genere, l’Afrobeat, e Femi Kuti poi, che, mischiando elementi della tradizione yoroba a sonorità più vicine al funk ed al jazz, tradizione del popolo africano, hanno saputo amplificare gli echi di quel battito primordiale.
Anche a risentirlo oggi, con orecchie meno maliziose di quando si cercava di cogliere in fallo Dylan senza però mai riuscirci, questo doppio album sembra la cosa più brutta che abbia mai inciso. Strutturato male, suonato male, editato male. Self Portrait è un guazzabuglio di idee confuse, dove il country ha la meglio ma dove ci sono anche cose “strane” come quell’iniziale finto-gospel mischiato a degli archi dove di Bob non si nota neanche la presenza, o quello strumentale verso la chiusura (Wigwam, unico singolo e forse a conti fatti la cosa più interessante dell’album) dove sembra quasi di sentire i Calexico 30 anni prima. Insomma, un’accozzaglia di pezzi suoi (pochi) e di altri (tanti), mischiata a brani del suo repertorio dal vivo che sembra Dylan abbia fatto apposta a scegliere nelle versioni più brutte (tutte registrati all’isola di Wight). Un po come se il songwriter si fosse divertito a spiazzare il pubblico. Del resto, se stiamo alle sue parole, ne abbiamo una conferma: “Woodstock cambiò tutto”, spiegò in seguito, “ogni giorno sembrava ci fosse una folla di invasati alla mia porta e fu allora che decisi di mandarli a farsi fottere. Avrei voluto che questa gente si scordasse di me. Volevo fare qualcosa che non gli potesse piacere in nessun modo, qualcosa con cui non potessero immedesi-marsi”. E aggiunse: “Stavo vivendo una specie di tormento interiore. Tutto mi sembrava bello e così feci un album doppio dove buttavo sul muro qualsiasi pensiero mi venisse in mente e tutto quello che ci rimaneva appiccicato lo incidevo, poi tornavo indietro e incidevo pure quello che non si era appiccicato”. E questa teoria del “lo famo strano” è confermata anche dal volume delle Bootleg Series dedicato al periodo, dove appaiono brani lasciati fuori nonostante fossero molto più belli di quelli apparsi sul disco. A ulteriore conferma, poi, di questo spirito di puro divertissement c’è la lista dei passanti, musicisti e non, coinvolti nelle session. Ovviamente The Band al completo, poi Al Kooper, David Bromberg e Charlie Daniels, tra i più famosi in mezzo a un altro centinaio di comprimari. Analizzando poi la scelta delle cover, salta all’occhio che ai soliti traditional si accostano ben 3 canzoni cantate da Elvis (tra cui una versione di Blue Moon veramente da dimenticare), la bellissima Early Morning Rain di Gordon Lightfoot (uno che, prima o poi, se c’è giustizia, verrà riva-lutato) che insieme al singolo è uno dei pochi passaggi che dimostrano che quando Dylan ci si mette non ce n’è per nessuno. Poi ci sono gli Everly Brothers e i loro discepoli Si-mon & Garfunkel (una non riuscita versione del capolavoro The Boxer). Insomma, se fino a qui Dylan aveva fatto dischi con un senso, SELF PORTRAIT sembra non averne. E con quella voce da cowboy che aveva iniziato a sviluppare già nel disco precedente e che qui lo rende spesso irriconoscibile, il nostro amato artista rifugge anche dall’impegno che aveva sempre dimostrato e che lo aveva indotto a disegnare dei personaggi leggendari. Qui, l’unico disegno riuscito è l’autoritratto della copertina: tanti anni dopo Greil Marcus, anche un’altra coppia di critici (Jimmy Guterman e Owen O’Donnell) ci andrà pesantissimo, sentenziando che se lo scioglimento dei Beatles (avvenuta poco tempo prima dell’uscita di questo disco) aveva significato la fine degli anni 60, SELF PORTRAIT significò la fine di Dylan. Con l’intento di mandare al diavolo i suoi fan, Bob riuscì a mandarci soltanto la critica, visto che l’album, inaspet-tatamente, ebbe anche successo. Scommettiamo, però, che anche il più fervido dei suoi ammiratori, in quasi 50 anni, lo abbia messo su quelle poche volte sufficienti a tentare di cambiare idea sul suo effettivo valore. Probabilmente, senza riuscirci.
[…] La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra. Non so se sia il suo disco più bello, certamente è quello a cui sono più legato. [continua…]
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Sin dalle prime note la musica trasporta istantaneamente gli ascoltatori in un viaggio all’interno del proprio spirito e allo stesso tempo in un viaggio nel mondo reale. Un’esplorazione della musica afro-cubana in tutte le sue forme, una intensa meditazione sui cicli della vita e dell’esistenza. Il “piano” di Sosa non è uno strumento musicale, ma un condotto di consapevolezza spirituale e la “kora” di Keita una elegante dichiarazione di gioia. La foto di copertina sintetizza perfettamente il mood dell’album; due musicisti provenienti da angoli lontani del globo, faccia a faccia, ognuno con il proprio carico di esperienza ed ispirazione: unico limite il cielo. E questo lavoro non è solo un semplice incontro tra artisti diversi e complementari, nel quale il pianismo del cubano Sosa si limita ad accompagnare le evoluzioni della straordinaria kora del senegalese Keita. Transparent Water è uno dei viaggi più complessi mai intrapresi nell’ambito della world music; nel disco sono presenti strumenti e musicisti provenienti da ogni angolo del Mondo. Ne risulta un disco meticcio e multiforme carico di caldi accenti sudamericani, struggenti melodie africane ma anche di sinuosi ritmi e fascinazioni provenienti dalla tradizione dell’estremo oriente, con profumi jazz e blues. Merito dei due protagonisti e della messe di ospiti che popolano il disco: le percussioni del venezuelano Gustavo Ovalles, il koto della giapponese Mieko Miyazaki, il nagadi di Mohsin Kahn Kawa e il geomungo della coreana E’ Joung-Ju. Un disco senza confini, nel quale la vastità degli orizzonti musicali contribuisce a trasportare l’ascoltatore attraverso un percorso sonoro estremamente affascinante.
Joan Shelley pubblica album da quindici anni, eppure riesce sempre a far sì che ogni album sembri un nuovo, facile abbraccio. “Voglio l’inno che sa di primo amore / Voglio il ritornello che scalda come il fuoco / Voglio la melodia che si gonfia come una luna piena / Che conosce il tuo desiderio più profondo”, canta a metà del suo decimo LP, Real Warmth, un album disinvolto e infinitamente canticchiabile. Cantando con una convinzione silenziosa e ardente, Shelley scrive spesso attraverso una lente fantastica, ma il linguaggio che raccolgono è musicale, colloquiale, amante della natura e totalmente umano… E ogni volta sembra un po’ più caldo, un po’ più simile alla prima.
Nel 2006 usciva una compilation di cover intitolata Yo La Tengo Is Murdering the Classics, in cui la band di Hoboken aveva raccolto una serie di cover suonate dal vivo durante un evento di raccolta fondi per la stazione radio indipendente WFMU. In quell’occasione le canzoni erano a richiesta: gli ascoltatori ne chiedevano una via telefono e la band si cimentava nel suonarla a memoria, con risultati alterni.
Ora, dieci anni più tardi, viene alla luce un secondo lavoro intitolato, appunto, Murder in the Second Degree, una nuova raccolta di cover improvvisate. Oltre alla pregevole copertina, di nuovo opera — veramente dark — di Adrian Tomine, il disco non è da meno. I brani “coverizzati” hanno la pregevole peculiarità di essere tutti “marchiati” Yo La Tengo, un suono, un marchio, una garanzia.
The Third Mind con “Right Now!”, sono al loro terzo album. Registrato dal vivo in quattro giorni nei Sound Recording Studio di Los Angeles. “Right Now!” è una combinazione di istinto e improvvisazione da parte di musicisti esperti che si incontrano in tempo reale per trovare le canzoni man mano che procedono. “Tutto in questo disco è intuitivo”, afferma il co-fondatore di The Third Mind Dave Alvin. “Siamo cinque musicisti che camminano su una corda tesa, improvvisando un dialogo tra loro”. Come i suoi predecessori, “Right Now!” attinge ampiamente al repertorio degli anni ’60, rielaborando classici come “Shake Sugaree” di Elizabeth Cotten, filtrati attraverso la versione del 1966 di Fred Neil, e la tradizionale murder ballad “Pretty Polly”, che si colloca a metà strada tra i Grateful Dead e Neil Young & Crazy Horse. The Third Mind si attiene ad alcune linee guida fondamentali: presentarsi, non pensarci troppo e abbandonarsi al momento; niente prove, niente arrangiamenti scritti, niente discussioni sull’approccio, solo un elenco di canzoni e tastiere pensate per servire da guida nel viaggio della band verso ovunque lo spirito li porti.
La prima origine di Nashville Skyline risale alla fine del 1967, all’epoca di John Wesley Harding, un album che Dylan avrebbe voluto registrare con i Byrds, e che, incassato il rifiuto del loro manager, s’era poi rassegnato a fare con i musicisti di Nashville già utilizzati in Blonde on Blonde. Quindi, in qualche modo, John Wesley Harding è l’album della svolta country, pur essendo pieno di brani legati alla tradizione ebraica, tra cui il celebre All Along The Watchtower, più tardi magnificato da Jimi Hendrix. Il vero brano country arriva alla fine e si chiama I’ll Be Your Baby Tonight: un blues intimista, che ci dice come per Dylan i tempi stiano di nuovo cambiando, e come adesso ad appassionarlo siano le radici e le storie senza tempo legate all’amore, alla natura e alla religione. C’è anche da dire che in quel periodo il songwriter sta vivendo una vita quasi normale, da padre di famiglia, soprattutto dopo l’arrivo del terzo figlio. Ha persino smesso di fumare. E soprattutto, da qualche tempo ha cominciato ad avvicinarsi sempre di più a Johnny Cash, tanto da decidere di rifare con lui, in duo, un suo famoso pezzo country, The Girl From The North Country, al quale poi affida il compito di aprire il nuovo album. Nashville Skyline originariamente, il brano era uscito su The Freewhhlin Bob Dylan, ma la nuora versione “made in Nashville”, incisa in duo con l’uomo in nero, è molto più bella, sorprendente e coinvolgente, sia per il tempo più lento che i due s’inventano, sia per quella sua commovente imperfezione: Bob e Johnny, che hanno grande rispetto e stima l’uno dell’altro, sembrano quasi esitare nell’unire le loro voci, e questa incertezza dona verità e spontaneità alla loro versione. Com’era prevedibile, l’album crea subito, tra il pubblico dei dylaniani, stupore e critiche. Il leggero sapore country di I’ll Be Your Baby Tonight diventa qui, dicono, una sorta di totale resa a un certo tipo di country, quello di Nashville, che i fan di Dylan associano da sempre al conservatorismo più bieco, a una musica facile e di consu-mo, quella per l’appunto prodotta dall’industria di Nashville, di cui Cash è l’indiscusso re. Prende alla sprovvista anche la brevissima durata dell’album (27 minuti), tanto da far sospettare i primi sintomi di aridità creativa in un autore di solito piuttosto prolifico. E soprattutto, c’è lo shock di una voce quasi irriconoscibile: una sorta di romantica tessitura da crooner, più vicina al tubare che al canto, distante da quel tono nasale così caratteristico che aveva contribuito a creare l’immagine dylaniana da profeta folk alla Woody Guthrie. Con tutta probabilità, è proprio quello che Dylan cerca di ottenere con Nashville Skyline: la proposta di una sua musica country piuttosto casual, rilassata e positiva, in cui il tema principale è “l’amore che fa girare il mondo. Finite le elucubrazioni letterarie di Blonde on Blonde così come le parabole bibliche di John Wesley, i testi di Nashville Skyline appaiono semplici e diretti, e a tratti sfiorano l’insen-satezza – per esempio, in Country Pie, Altri due brani, Pogay Day e One More Night, possono essere visti come un tributo all’hillbilly, o poco più. È invece una piccola perla Nashville Skyline Rag, il primo strumentale di Bob Dylan: un concentrato di bluegrass vecchio stile eseguito però da un’orchestra moderna e scatenata. Da ricordare anche Tell Me It Is Not True, un bluette gentile su un marito ingannato che suona quasi come un omaggio vocale a Elvis Presley. E poi il resto (To Be Alone With You, Tonight I’ll Be Staying Here With You, I Threw It All Away), tutto di ottimo livello, assolutamente piacevole da ascoltare. La canzone più bella e famosa, Lay Lady Lay, è languida e a suo modo ipnotica: una pura folk song lirica, che contro ogni previsione del suo autore diventerà uno dei suoi successi più venduti in tutto il mondo. Curio-samente, Lay Lady Lay era stata scritta per la colonna sonora di Un uomo da marciapiede, ma il regista John Schlesinger le preferirà la bellissima interpretazione di Harry Nilsson di Everybody’s Talkin’, un brano scritto da Fred Neil.