Tom Albert, nome completo Thomas Albert, soprannominato “Kid Albert” è nato il 23 dicembre del 1877 a Belle Chasse in Louisiana (poi cresciuto ad Algiers, New Orleans) ed è morto il 12 dicembre 1969. Polistrumentista: suonava chitarra, violino, cornetta (tromba), iniziò lavorando con violinisti come Johnny Gould e clarinettisti come Louis Nelson Delisle. Dal 1909 (alcune fonti dicono 1908) guidò le proprie formazioni. Nel 1920 fu co-fondatore della celebre Eureka Brass Band. La sua “Kid Albert Band” fu attiva per decenni, particolarmente a Algiers, Storyville e Treme. Suonò con figure storiche come Papa Celestin, Kid Howard, George Lewis, Louis Armstrong e altri. La Algiers Brass Band, di cui fu membro, è una delle brass band più importanti di New Orleans. Tom “Kid” Albert è considerato un pioniere del jazz tradizionale di New Orleans. Con la sua Eureka Brass Band e le numerose performance nella comunità di Algiers, ha contribuito a plasmare il suono delle brass band storiche della città.
Amidon, originario del Vermont e residente a Londra, è un cercatore di melodie tradizionali, e non solo, reinterpretate attraverso il prisma del folk, del jazz e della musica classica, che sono il suo pane quotidiano. Prendiamo il pezzo forte dell’album, la tradizionale ballata appalachiana “Golden Willow Tree”. Amidon reinterpreta il canto marinaro come un brano da conservatorio contemporaneo, con un’interpretazione minimalista che è enigmaticamente feroce. Altrove, “I’m On My Journey Home” ripropone la canzone popolare del New England del XVIII secolo, attraverso le deliziose percussioni di Philippe Melanson e lo squisito sintetizzatore del produttore Sam Gendel. Le sue texture sono tanto meravigliose quanto sorprendenti. In effetti, in Salt River, l’inventiva abbonda. “Big Sky” di Lou Reed, l’inno rock che chiudeva “Ecstasy ” del 2000, è disteso sulla tela con un effetto sbalorditivo. Allo stesso modo, ricavano una ninna nanna in stile Sesame Street dalla sperimentale “Ask The Elephant” di Yoko Ono. Roba fantastica.
L’11 ottobre 1929 nasce a Houston, nel Texas, il sassofonista e clarinettista Curtis Edward Amy, più conosciuto come Curtis Amy. E’ noto per il suo contributo al jazz della West Coast, in particolare nei generi hard bop e soul jazz. Nato a Houston, Texas, Amy iniziò a suonare il clarinetto da bambino. Durante il servizio militare nell’esercito degli Stati Uniti, passò al sassofono tenore. Dopo il congedo, conseguì una laurea al Kentucky State College e lavorò come insegnante di musica in Tennessee, esibendosi contemporaneamente nei club jazz del Midwest. A metà degli anni ‘50 si trasferì a Los Angeles, dove firmò un contratto con la Pacific Jazz Records, collaborando spesso con l’organista Paul Bryant. Negli anni ‘60, Amy divenne direttore musicale dell’orchestra di Ray Charles per tre anni. Successivamente, lavorò come session musician, partecipando a registrazioni di artisti come The Doors (solo nel brano “Touch Me”), Carole King (album Tapestry), Lou Rawls, Marvin Gaye, Tammi Terrell e Smokey Robinson. Fu sposato con la cantante Merry Clayton, con la quale collaborò anche professionalmente. Curtis Amy era noto per il suo suono caldo e per la capacità di fondere elementi di jazz, blues e soul. Il suo stile era influenzato da musicisti come Gene Ammons e Sonny Stitt, ma sviluppò una voce distintiva che lo rese un importante esponente del soul jazz della West Coast.
Albert Ayler, scomparso prematuramente e in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite, creò uno stile inconfondibile che ricordava quello delle antiche fanfare: lanciava richiami evocativi, sembrava chiamare a raccolta gli ascoltatori da una giungla tribale nascosta nella modernità dei tempi. Nelle sue incisioni la struttura musicale era interamente destabilizzata, lasciava spazio a una sorta di primitivismo dadaista. Ayler spiccava su scenari selvaggi con un suono squillante, un richiamo ancestrale, ribattuto in sequenze essenziali e frammentarie. Era un perfetto esempio di come spesso, nell’apparente eccesso di intellettualizzazione operata da molti protagonisti dell’era «free», si nascondesse un forte slancio primitivo. Pur nella sua radicale distanza dalle regole comuni della comunicazione musicale, Ayler si sentiva in fondo molto vicino ai suoi antenati africani, o meglio a un’idea mitizzata della giungla primordiale, dell’Eden dal quale i neri erano stati strappati a forza. Ma c’era anche, come abbiamo già ricordato, l’imponente presenza di John Coltrane, il quale a partire dal 1960 cominciò a inseguire l’informalità, abbinata a una prodigiosa tecnica di improvvisazione, che influenzò profondamente i sassofonisti dell’epoca, con molti epigoni, tra cui Pharoah Sanders. Ma era implicito nell’estetica free, votata a destabilizzare anche le gerarchie interne alle formazioni, che tutti gli strumenti subissero una profonda revisione stilistica, anche quelli, come la batteria e il contrabbasso, in genere legati a un ruolo di semplice accompagnamento.
Il 16 agosto 1905 nasce a New Orleans il trombettista Tony Almerico, all’anagrafe Anthony Almerico.
Tony Almerico è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz di New Orleans. E’ stato una figura importante nella promozione e nella diffusione del jazz tradizionale durante la metà del XX secolo. Ha guidato la sua band, la Tony Almerico’s Dixieland All-Stars, che suonava regolarmente al famoso locale di New Orleans, il Parisian Room. La sua orchestra ha avuto un ruolo significativo anche nel programma radiofonico “The Dixieland Jamboree”, contribuendo a mantenere vivo lo spirito del jazz tradizionale. Almerico ha collaborato con diversi musicisti noti della scena di New Orleans, tra cui Pete Fountain e Sharkey Bonano. Il suo stile trombettistico era caratterizzato da un approccio vivace e melodico, in linea con la tradizione del jazz classico della città. Sebbene il suo nome non sia tra i più noti del jazz mainstream, Tony Almerico è ricordato con rispetto dagli appassionati per il suo impegno nel preservare e diffondere il sound autentico di New Orleans.
Evocato in particolare da un gruppo di musicisti di eccezionale versatilità e, cosa nuova nel jazz moderno, di spiccata vocazione spettacolare, gli Art Ensemble of Chicago, raggrupparono artisti provenienti, come dice il nome del gruppo, da Chicago, città che in quegli anni rinacque come centro propulsivo di molte nuove proposte musicali. La band, formata da Roscoe Mitchell, Don Moye, Lester Bowie, Joseph Jarman e Malachi Favors, mise in scena una sorta di teatro di strada, con costumi orientali e africani, volti pitturati e una gestualità pronunciata. La musica rilanciava una dimensione tribale dove l’immagine del «buon selvaggio» era rovesciata in una minacciosa e fiera maschera rivoluzionaria. Il gruppo nacque dalle ceneri del Roscoe Mitchell Art Ensemble, a sua volta derivato da un’altra storica formazione, la Experimental Band del pianista Muhal Richard Abrams. Mitchell, Jarman e il già famoso Favors iniziarono a lavorare insieme ad Abrams per la Aacm, la Association for the Advancement of Creative Musicians, e a loro, nel 1966, si unì Lester Bowie, appena arrivato da St Louis. La prima registrazione dell’Aacm fu Sounds (1966), del Roscoe Mitchell Sextet, con Bowie e Favors. Nell’agosto 1967 i quattro fondatori dell’Ensemble registrarono per la prima volta insieme, per Numbers r&z di Bowie, ma la data ufficiale di nascita del gruppo è il 1969, quando al quartetto si unì Don Moye. Per alcuni anni la band fu una sorta di travolgente teatro permanente della rivoluzione culturale, ottenne un grandissimo successo in Europa e alla fine degli anni Settanta provò a formare una propria etichetta discografica, la Aeco, confermando una tendenza all’autonomia organizzativa che aveva una certa vitalità nel nuovo jazz (a partire dal voltafaccia di Coleman), in un certo senso coerente con il radicale senso di autonomia culturale espresso dalla musica. Malgrado i cambiamenti estremi, il sassofono manteneva la sua leadership nel contesto strumentale del jazz, era ormai un simbolo, cosí come la chitarra elettrica lo stava diventando nel rock. Ma ovviamente la ricerca forsennata di nuove strade spinse i maggiori solisti dell’epoca a scoprire altre dimensioni stilistiche.
A Dawning, album profondo frutto della collaborazione tra il compositore, produttore e polistrumentista islandese Ólafur Arnalds e il compianto cantautore irlandese Talos (Eoin French). Unendo le voci musicali uniche dei due artisti, l’album si muove tra momenti di pura emozione e luminosa speranza, invitando gli ascoltatori a un potente viaggio sonoro. Con le sue otto tracce evocative, A Dawning si pone sia come celebrazione del sodalizio artistico sia come sentito tributo alla duratura eredità di Talos. Questa è musica per tenerci a galla in acque oscure, guidandoci verso un barlume di luce all’orizzonte. Fortemente consigliato.
Albert Ayler nato il 13 luglio 1936, è stato un sassofonista e compositore americano, una delle figure più radicali e influenti del free jazz. Il suo stile era caratterizzato da un suono potente, vibrante e quasi primitivo, con un uso estremo del registro alto e una tecnica che fondeva spiritualità, blues, marce militari e gospel. Dopo aver iniziato suonando R&B e bebop, Ayler si immerse nel free jazz, spingendosi oltre i confini armonici e melodici tradizionali. Album come Spiritual Unity (1964) con Gary Peacock e Sunny Murray, e Live in Greenwich Village (1967), lo hanno consacrato come un innovatore assoluto. La sua musica era intensamente emotiva, spesso paragonata a una forma di “parlato in lingue” musicale. Ayler collaborò anche con musicisti come Don Cherry e il già citato Rashied Ali. Negli ultimi anni della sua carriera cercò di avvicinare il suo stile a un pubblico più ampio, incorporando elementi rock e funk, ma senza mai tradire la sua essenza sperimentale. La sua morte, avvenuta in circostanze misteriose nel 1970 (il suo corpo fu trovato nel fiume East River a New York), rimane uno dei grandi enigmi del jazz. Nonostante la sua breve carriera, la sua influenza è immensa e continua a ispirare musicisti sperimentali in tutto il mondo.
Rashied Ali, nato Robert Patterson a Filadelfia il 1º luglio 1933 è stato un batterista jazz americano noto per il suo stile innovativo e il suo contributo al free jazz. È famoso soprattutto per la sua collaborazione con John Coltrane nell’album Interstellar Space (1967), un’opera rivoluzionaria che esplora la batteria libera da vincoli ritmici tradizionali. Ali è stato un pioniere della multi-directional drumming, una tecnica che abbandona il ruolo convenzionale della batteria come semplice accompagnamento per diventare una voce solista a sé stante. Dopo la morte di Coltrane, ha continuato a esplorare il free jazz, collaborando con artisti come Pharoah Sanders, Archie Shepp e Albert Ayler. Ha anche fondato il Survival Records e aperto il Ali’s Alley, un club jazz a New York che è stato un punto di riferimento per la scena avant-garde. Rashied Ali ha lasciato un segno indelebile nella batteria jazz, influenzando generazioni di musicisti.
I P.I.L dell’influentissimo Metal Box sette anni prima? Per ascoltarli non dovete che porre mano alla prima metà (un tempo, facciata) di Schwingungen: sono li, in una Flowers Must Die che preconizza John Lydon persino nel titolo (mentre Suche & Liebe adombra piuttosto certi Pink Floyd). Ulteriore passo avanti nello straniamento per i berlinesi Ash Ra Tempel dopo un omonimo esordio a 33 giri ove avevano mandato in lisergica collisione, fra ricordi di blues, Stooges e Sun Ra, MC5 e Quicksilver Messenger Service. Imperdibile l’immediato prosieguo, con il sodalizio con il guru psichedelico Timothy Leary di Seven Up e altre delizie chiamate Join Inn e Starring Rosi. Fino all’avveniristico Inventions for Electric Guitar del ’75, di fatto un disco solistico del leader Manuel Göttsching. Cè chi dice che sia l’atto di nascita della techno.