
Alle medie inferiori, quando ancora la geografia era materia di studio, si imparava quali fossero le caratteristiche, le peculiarità di ogni nazione; quale fosse la capitale, quanti abitanti aveva, quale fosse il clima, cosa produceva, cosa esportava ecc. ecc. …e quale fosse la religione principale.
Imparavamo a memoria tutte le proprietà, e come una cantilena, le ripetevamo, nel caso fossimo interrogati. Nelle nazioni orientali spesso veniva specificata la religione Buddista e sebbene la ricordavamo, in realtà manco sapevamo cos’era questa religione e quasi sicuramente manco ci interessava.
Erano gli anni settanta i miei, e del Buddismo in Italia c’era solo l’ombra. Nello stato italiano, nelle scuole italiane, impadroniva la religione cattolica, e del Buddismo quindi non si sapeva nulla o quasi.
Personalmente venni a conoscenza del Buddismo nel 1999, come avviene quasi sempre, con il passa parola. Me ne parlarono infatti degli amici appena conosciuti. Mi invitarono a una riunione e, come spesso accade, fui circonfuso. Ebbi un senso di smarrimento e allo stesso tempo di attrazione. Smarrimento in quanto, lontano fisicamente e psicologicamente da rituali “mistici”, pensai che i presenti alla riunione fossero un po’ “bacati”. Attrazione in quanto la fiducia che riponevo nei neo amici, l’aria compassionevole, il desiderio di condivisione, comprensione e aiuto era talmente palpabile che mi prese e mi diede una sensazione nuova, mai provata.
Per un ateo e agnostico come il sottoscritto non era per nulla semplice e ancor meno facile appropinquarsi a un momento “mistico” come avveniva in quelle riunioni ma non c’era solo questo, c’era di più. L’aria che si respirava, l’attenzione che i presenti riservavano, il sostegno che davano superava lo scoglio del “mistico” e ti portava in uno stato di benessere, comprensione e aiuto, tutto alimentato da una profonda novità. Era una delle prime volte o forse la prima volta se escludevo alcuni momenti avuti nel passato in collettivi dove il personale diventava politico.
La parte mistica, per il momento l’avevo assecondata ma il resto no, anzi mi incuriosiva sempre di più. Man mano che conoscevo i principi apprendevo quanto fossero attuali e soprattutto reali. Psicologia, filosofia, medicina e chi ne ha più ne metta, erano elementi portanti del Buddismo. Il Buddismo racchiudeva tutto quello che la vita quotidiana offre, noi esseri umani, parte integrante della natura, dell’universo, e soprattutto, “elementi” della natura che possono “cambiare” le sorti del mondo, rivoluzionando prima di tutto noi stessi.
Ero preso da questa filosofia come non mai avvenuto prima. Studiavo e praticavo, dove per pratica si intende recitare alcune parti del Sutra del Loto (che vedremo più avanti) due volte al giorno e allo stesso tempo mi chiedevo che fine avesse fatto il mio essere agnostico, antireligioso e a suo tempo marxista.
Se il mio essere marxista apparteneva a un passato e neanche tanto recente, dove la religione era l’oppio dei popoli, le due “a” invece: agnostico e antireligioso, erano ancora presenti.
Più passava il tempo, più il Buddismo lo sentivo nelle mie “corde” e più mi apparteneva. Agnostico lo ero ancora ma presto lo avrei messo in discussione (lo vedremo più avanti), mentre antireligioso lo ero e lo sarei rimasto ancora.
Se a “religione” attribuiamo il significato di “legarsi” (dal latino “religo”) a un Dio trascendentale, allora senz’altro il Buddismo non è una religione. Il Budda, infatti, non è una divinità, e l’azione spirituale del Buddista è volta a manifestare il potenziale “illuminato” presente dentro la sua esistenza.
Il Buddismo è soprattutto una via spirituale, un’esperienza mistica nella quale l’essere umano realizza se stesso “da solo”, con le sue forze e senza alcun aiuto esterno. Questo percorso è caratterizzato da “benevolenza” o “compassione”, cioè da un interesse attivo per gli altri, per l’ambiente e per la società, dal sentirsi parte di un legame profondo e inscindibile che unisce tra loro tutti gli esseri viventi e l’universo.
E’ grazie a questa grande e profonda differenza con le religioni monoteiste dove si ha fede in una sola divinità identificata (Dio per esempio), che sentivo l’appartenenza, la vicinanza e la profondità del Buddismo e la consapevolezza che non l’avrei mai abbandonato.
Da quella prima riunione nel lontano 1999, non ho più smesso di essere, di sentirmi Buddista. Ci sono stati dai momenti di crisi, dei momenti “down” ma mai nei confronti della pratica Buddista, ma solo ed esclusivamente con dei “modi” e/o con delle “persone” come è normale che sia.
Anzi più il tempo passa più mi rendo conto di quanto sia importante l’umanesimo Buddista. Quanto sia interconnessa la nostra vita con la natura, con il mondo, con l’universo.
Sempre più mi sono reso conto e continuo ad esserlo, della “non dualità” tra noi e la fauna, tra noi e la flora, tra noi è l’essere umano qualunque esso sia. Se ci si rende conto che facciamo parte di un tutt’uno, che non può esistere l’altro senza di noi e viceversa, che è attraverso le nostre scelte, le nostre azioni che possiamo cambiare le sorti del mondo, allora si ha capito cosa sia il Buddismo.
«La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (Daisaku Ikeda, RU, IV)
Cercherò, nei prossimi post, di dare il mio piccolo contributo sulla conoscenza di questa filosofia di vita, cercando, vista la grande vastità di contenuti, di dare spazio essenzialmente ai principi basilari.
Non si può parlare, in questo caso scrivere di Buddismo senza accennare al suo profilo storico.
Sulla storicità di Gautama Siddharta (questo il nome del Budda prima dell’illuminazione: in seguito fu Shakyamuni, cioè “il saggio degli Shakya” o lo “sramana Gautama” come era definito nelle più antiche fonti) sono tutti d’accordo.
Non tutti gli studiosi sono concordi nello stabilire le date esatte di nascita e morte del Budda, quindi si può collocare la sua vita tra il VI e il V secolo a.C. Alcuni specificano tra il 586 e il 486 a.C.
Sembra certo però che nacque a Kapilavastu, capitale di un piccolo regno confinante con il Nepal, da genitori molto ricchi. Gautama Siddharta venne educato alle discipline guerriere, sportive e alle arti dello spirito.
Spinto da un carattere introspettivo, Siddharta cominciò a sentire inutile la vita che conduceva. Malgrado le precauzioni usate dal padre per nascondergli la sofferenza, durante una gita si scontrò proprio con questo aspetto della vita che non conosceva, rimanendone profondamente turbato.
Fu proprio l’incontro con questo aspetto della vita che fece nascere in lui il desiderio di trovare una soluzione alla sofferenza umana. Al suo ventinovesimo compleanno abbandonò la sua regia per intraprendere la vita ascetica.
Diventato monaco errante, Siddharta conobbe vari maestri: brahmani, eremiti e saggi senza mai trovare risposte soddisfacenti. Intraprese molteplici dottrine e tecniche meditative ma anche in questo caso fu sempre insoddisfatto.
Scartate tutte queste prove, decise di trovare in se stesso la via all’illuminazione e, con cinque discepoli si diresse in una foresta presso il villaggio di Sena. Lì, vicino al fiume Nairanjana, iniziarono severissime pratiche ascetiche. Si dice che Siddharta le abbia perseguite per sei anni, poi, allo stremo delle forze, le abbandonò giudicandole inutili. I suoi discepoli, intanto, delusi e scandalizzati lo abbandonarono.
Fu allora che Siddharta si preparò alla grande prova. Fonti diverse identificano nella città di Gaya il luogo dell’illuminazione. Sotto un albero ashvatta (fico sacro) si costruì una stoia con dell’erba, si sedette nella posizione del loto e, rivolto a oriente, iniziò a meditare.
Le leggende parlano di demoni, serpi, frecce e montagne che sputavano fuoco. Shakyamuni, nel corso della meditazione, comprese da solo la reale natura di tali forze demoniache presenti in lui.
Superati questi ostacoli, nel corso della meditazione, Shakyamuni acquisì la saggezza riguardo al futuro comprendendo la legge del karma. All’alba del plenilunio del mese vaisakh (aprile-maggio), Shakyamuni completò il suo cammino verso l’illuminazione diventando un Budda (da bodhi, illuminazione).
L’elemento, la funzione, la colonna portante del Buddismo è il Karma. Parola ultra usata e per lo più a sproposito, visto che tanti non conoscono il significato e la usano esclusivamente perché fa “chic”.
Il termine deriva dal sanscrito Karman ed è tradotto come “atto compiuto” che produce sempre un effetto “compiuto”. Il concetto nasce prima del Buddismo: largamente accettato nella società indiana era pervaso però di determinismo che spingeva le persone ad accettare la loro condizione di vita più che spingerle verso una trasformazione positiva.
Il Budda aveva scoperto che nell’universo esiste un principio di causalità cui fa riferimento anche la scienza, ma la causalità del Buddismo non si limita all’oggettività della scienza: essa si allarga alla natura nel senso più largo del termine e alla vita dei singoli individui.
Shakyamuni insegnava che la nobiltà di una persona era determinata dalle sue azioni e non dalla sua nascita.
Questo principio è l’opposto di una concezione fatalista, al contrario appare come un mezzo per agire nel presente creando le migliori condizioni per un futuro positivo. Un testo Buddista afferma: “Se vuoi capire le cause del passato, guarda i risultati che si manifestano nel presente. E se vuoi capire gli effetti che si manifesteranno nel futuro, osserva le cause poste nel presente”.
Sinteticamente si può affermare che il karma è una sommatoria di azioni. Qualsiasi azione mentale, verbale o fisica, compiuta da qualunque essere vivente, produce un effetto corrispondente. L’insieme degli effetti inerenti alla vita di una persona costituisce il suo karma.
Semplicemente si può affermare che il karma è un po’ simile a quello che in occidente e nella religione cattolica si chiama “destino” con una grande e profonda differenza; il destino per i cattolici è immutabile, non può essere modificato e quindi mette il fedele (o chi ci crede) in una posizione di passività, inerzia, se vogliamo in una condizione di comodo, mentre il karma è mutabile, è possibile modificarlo, esiste quindi la possibilità di trasformarlo. Per il karma: nessun destino è cieco da maledire né esiste provvidenza divina da venerare e neppure esiste il meccanico agire della natura o il fortuito presentarsi degli eventi. A livello profondo, ciascuno è l’artefice del bene e del male che subisce.
Il Karma può suddividersi in positivo e negativo. Nel primo caso produrrà gioia, nel secondo sofferenza. Secondo l’intensità e la gravità dell’azione il karma sarà più o meno pesante: un conto è ferire, un altro uccidere. Fondamentale è anche la persona o la cosa verso cui è diretta l’azione: diversa sarà la retribuzione se viene ucciso un animale, un altro uomo o addirittura un genitore.
«Per spiegare con un esempio, se qualcuno colpisce l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… La gravità di un peccato dipende da chi viene offeso.»
A livello negativo i pensieri producono effetti più leggeri delle parole; le azioni generano il karma più pesante. A livello positivo invece tutti e tre sono determinanti: senza una buona intenzione nessuna azione può definirsi veramente positiva.
«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore.»
Il karma presenta tre aspetti. La causa karmica è il karma considerato sotto il profilo della singola azione. Parliamo invece di tendenza karmica quando un certo tipo di azione ripetuto costantemente produce una predisposizione verso un certo tipo di comportamento. Infine la relazione karmica regola i rapporti con gli altri individui e con l’ambiente in cui viviamo. Dipende infatti dalla relazione karmica se nasciamo in una certa famiglia, se viviamo in un certo stato, se entriamo in rapporto con certe persone piuttosto che con altre.
Il karma può anche essere classificato in base al tempo che intercorre fra la causa e l’effetto. La causa, chiamata anche seme karmico, resta latente nella nostra vita per un periodo più o meno lungo. L’effetto talvolta appare subito, talvolta nel corso della vita dopo svariati anni, frequentemente erompe improvviso e apparentemente immotivato nelle vite successive. Solitamente tanto più le cause sono pesanti, tanto più lontano nel tempo si manifesteranno gli effetti in tutta la loro gravità: un grosso debito comporta maggiori interessi e quindi più tempo per essere estinto.
Le cause più leggere producono inoltre effetti variabili nel tempo, cioè non prestabiliti o predeterminati, come un frutto che matura prima o dopo secondo le circostanze climatiche di quell’anno. In questo caso parliamo di karma mutabile. Più grave è il karma immutabile che esplode nei suoi effetti predeterminati come una bomba a orologeria nel tempo prefissato.
La lunghezza della vita umana è l’aspetto più importante del karma immutabile. E possibile cambiare il karma o dobbiamo rassegnarci ai suoi effetti (che per altro non conosciamo)?
Un karma leggero e mutabile può essere vinto dagli sforzi umani, ma solo la pratica buddista può incidere sul karma immutabile.
Benché i libri che pretendono di spiegare come diventare felici siano numerosi, nel complesso gli esseri umani sono ancora tormentati dagli stessi problemi che assillavano i loro antenati. Il povero cerca la ricchezza, il malato desidera ardentemente la salute, coloro che sono afflitti dalle discordie familiari vorrebbero vivere in armonia, e via dicendo. I problemi, comunque, non sono in se stessi la causa fondamentale dell’infelicità: secondo il Buddismo, la causa reale dell’infelicità non è l’esistenza dei problemi ma il fatto che manchiamo del potere e della saggezza per risolverli.
Il Buddismo insegna che tutti gli individui possiedono un potere e una saggezza illimitati, e insegna il modo di sviluppare l’uno e l’altra. Piuttosto che cercare di eliminare la sofferenza e le difficoltà, che sono considerate intrinseche alla vita stessa, il Buddismo si concentra invece sul modo di sviluppare il nostro infinito potenziale allo scopo di vivere una vita realmente felice.
Potere e saggezza, spiega il Buddismo, derivano dalla forza vitale, perciò se sviluppiamo una forza vitale sufficiente saremo in grado di fronteggiare le avversità della vita e di trasformarle in una sorgente di felicità e di gioia.
Quando cadiamo in una profonda disperazione o siamo alle prese con un problema difficile, è arduo credere che la nostra vita possieda un potenziale illimitato. Ma questa è l’essenza di uno dei più profondi insegnamenti buddisti, noto come «i tremila regni in un singolo istante di vita», che vedremo nel prossimo post.
Per tutta l’epoca moderna, lo sviluppo della civiltà scientifica occidentale è stato sorretto, e forse persino dominato, dall’umanesimo, una dottrina che accentua la superiorità dell’uomo in quanto essere razionale. Ma l’umanesimo non sempre si è fondato su una visione globale della vita. In definitiva, l’idea che l’essere umano sia il centro dell’universo è ristretta ed egocentrica.
Non possiamo negare che il senso dell’io sia necessario per condurre una vita soddisfacente, ma l’attaccamento all’idea che l’io costituisca la totalità dell’esistenza secondo il Buddismo è non soltanto limitata ma addirittura pericolosa. Il Buddismo insegna invece che la strada per la liberazione dalla sofferenza sta nel risvegliarsi a una vita più grande che trascende i ristretti confini dell’io.
La coscienza dell’io costituisce la struttura che supporta la nostra visione del mondo. La percezione dell’universo diviso in due parti contrapposte – io e altri o interno ed esterno – sorge dalla nostra coscienza dell’io. Questa stessa coscienza dà origine agli altri dualismi come, ad esempio, il dualismo di mente e corpo (che ci fa credere che la mente sia il nostro vero io, mentre il corpo non lo è), quello di materia e spirito o quello di umanità e natura. Il pensiero dualista è stato il fondamento dell’evoluzione della civiltà moderna, ma è anche la radice di gran parte dei suoi attuali problemi.
Noi tutti possediamo un potenziale per realizzare una vita felice. Dentro di noi possiamo scoprire la capacità di vivere con coraggio, di avere relazioni soddisfacenti, di godere di buona salute e prosperità, di sentire e mostrare una sincera compassione per le altre persone, e la forza che occorre per affrontare e superare i nostri problemi più profondi.
Fondamentale per vivere una vita felice è compiere una trasformazione interiore che ci permetta di manifestare le nostre più nobili qualità umane e di cambiare le nostre circostanze. Questo processo consiste nel rinnovare noi stessi, nel compiere la nostra rivoluzione umana.
Per capire meglio questo pensiero proviamo a considerare questa situazione: forse non vi sentite apprezzati nel vostro posto di lavoro.
Il vostro superiore vi tiene in scarsa considerazione oppure vi ignora e questa situazione vi porta a demoralizzarvi e ad autocommiserarvi. Anche se siete esperti nel nascondere la vostra negatività, ogni tanto questa fa capolino. Magari i vostri colleghi o il vostro capo credono che non siate abbastanza determinati ad avere successo nel vostro lavoro, o che abbiate un brutto carattere. Esistono molte ragioni che giustificano il vostro umore negativo e tutte sono “valide”. Ma quali che siano le ragioni, questa situazione nel suo insieme vi fa perdere delle opportunità di crescita. Al giorno d’oggi questa è una situazione che si riscontra in molti ambienti lavorativi.
Ma immaginate di cominciare a recarvi al lavoro con un atteggiamento del tutto diverso, che non è semplicemente una condizione mentale, quanto l’espressione di un senso profondo di vitalità, fiducia in se stessi e compassione. La vostra compassione vi porta a provare empatia per la situazione del vostro capoufficio. Osservando la situazione da un altro punto di vista, sviluppate con il vostro superiore una relazione diversa, gli offrite il vostro supporto e vi scoprite sempre meno scoraggiati dalla negatività che lui o lei mostra talvolta nei vostri confronti.
Il vostro capo comincia a vedervi sotto una nuova luce e cominciano a sbocciare nuove opportunità.
Questo ovviamente è solo un esempio molto semplice e molti di noi converrebbero che si tratti del modo naturale di affrontare le cose, ma vivere in questo modo ogni giorno richiede un cambiamento radicale nei nostri cuori e nel nostro atteggiamento. Una volta che il cambiamento è avvenuto, come un effetto domino che non si arresta mai, possiamo esercitare un’influenza positiva sulle persone intorno a noi.
La trasformazione interiore influenza il nostro ambiente
La pratica del Buddismo come insegnata da Nichiren è il catalizzatore che attiva questa rivoluzione interiore. Fornisce un immediato accesso al potenziale illimitato che è inerente alle nostre esistenze, attraverso il quale possiamo condurre una vita felice.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin assicura che possiamo ottenere noi stessi una condizione vitale libera e felice e allo stesso tempo agire per sviluppare l’armonia intorno a noi.
Il Buddismo è una filosofia di vita che, a un livello fondamentale, non fa distinzioni tra l’individuo e l’ambiente in cui questi vive. Come un pesce nell’acqua, i due aspetti non solo sono inseparabili ma l’uno fa da specchio all’altro. Quindi, per un buddista, il miglioramento personale e di tutto ciò che circonda ognuno di noi vanno di pari passo. I due aspetti in realtà sono così interconnessi che non è corretto considerarli delle entità distinte. Aiutando le persone a superare le loro sofferenze e le illusioni si ottiene il beneficio di migliori condizioni sociali, poiché dalle une originano le altre, nel bene e nel male.
Benché la parola Budda possa richiamare l’immagine di una figura storica o gli studi di religione che abbiamo compiuto, essa è anche la descrizione della più alta condizione vitale che ognuno di noi può raggiungere. Il termine Budda significa “il risvegliato” e il Budda storico (conosciuto come Shakyamuni o Siddhartha Gautama) scoprì che tutti gli esseri umani hanno dentro di sé il potenziale per ottenere l’illuminazione, chiamata anche Buddità.
Questo può essere paragonato all’immagine di una pianta di rose in inverno: sappiamo che nelle gemme vi è il potenziale per fiorire, ma durante l’inverno non è possibile ammirare i fiori.
Allo stesso modo, risvegliando il nostro potenziale, possiamo attingere a saggezza, coraggio, speranza, fiducia, compassione, vitalità e perseveranza senza limiti. Invece di tentare di evitare o di temere i nostri problemi, impariamo a confrontarci con essi con gioioso vigore, sicuri della nostra capacità di superare qualsiasi ostacolo si presenti sul nostro cammino.
Il Buddismo ci mostra inoltre il modo più soddisfacente di vivere insieme alle altre persone. Spiega che quando aiutiamo gli altri a superare i loro problemi, le nostre stesse vite ne traggono giovamento.
Quando le nostre capacità aumentano e il nostro carattere si rafforza, l’origine dei nostri problemi rientra sotto il nostro controllo. Poiché attuiamo un cambiamento interiore, anche la relazione con i nostri problemi cambia, producendo soluzioni positive in modi sorprendenti e tangibili.
Attraverso questo processo di autoriforma, possiamo anche realizzare i nostri sogni e i nostri desideri.
Invece di spingerci a eliminare i desideri alla radice, il Buddismo di Nichiren riconosce che è tipico della natura umana avere dei desideri e che attraverso la nostra rivoluzione umana eleviamo il nostro stato vitale, così che le nostre vite diventino “magneti” in grado di attrarre ciò che ci renderà sempre più felici.
Non solo realizziamo i nostri desideri attraverso il cambiamento prodotto dalla pratica buddista; quegli stessi desideri diventano il propellente che ci conduce all’illuminazione.
La vita è in continuo movimento, cambia in ogni istante. L’unica costante nella vita è il cambiamento.
Le nostre menti sono in continuo fluire e, se in un certo momento ci sentiamo capaci di conquistare il mondo, in quello seguente potremmo sentirci schiacciati dalle più comuni difficoltà. Ma perseverando nella pratica buddista rafforziamo la nostra determinazione e la capacità di vivere con piena soddisfazione.
In ogni caso una vita felice non è una vita priva di problemi. Il solo fatto di essere umani, per definizione, significa incontrare nuove sfide ogni giorno. La vera felicità o la vittoria nella vita consiste nell’avere gli strumenti per affrontare ogni difficoltà, superarla, e diventare più forti e più saggi grazie a questo processo. In ognuno di noi si celano le risorse che ci rendono capaci di superare qualsiasi problema. Il Buddismo è la pratica che ci permette di accedere a questo “magazzino” interiore e di far emergere la forza necessaria per superare qualsiasi sfida.
Il Buddismo esplicita la verità che la nostra vita non è ristretta nei confini di ciò che comunemente percepiamo come io, ma include gli altri, il mondo esterno e addirittura l’intero universo. La migliore concettualizzazione di questa verità si trova nella teoria dei tremila regni in un singolo istante di vita, che descrive l’illimitato potenziale della vita.
Da questa teoria derivano molti altri principi chiave del Buddismo, come il principio di non dualità di corpo e mente e quello di non dualità della vita e del suo ambiente. Poiché la teoria dei tremila regni colloca i dualismi in un più ampio contesto dove è possibile armonizzare gli opposti, comprenderla può aiutarci a risolvere i problemi che sorgono dal pensiero dualistico.
Il sistema filosofico dei «tremila regni» fu sviluppato in Cina da T’ien-t’ai, straordinario teorico buddista del VI secolo. Il sistema di T’ien-t’ai si basa sul Sutra del Loto e offre una visione del mondo che da conto della relazione di reciproca inclusione tra tutti i fenomeni e la realtà fondamentale della vita. Ciò significa che la vita del Budda è universalmente inerente a tutti gli esseri e che la distinzione tra una persona comune e un Budda esiste solo a livello fenomenico.
In giapponese la teoria di Tien-t’ai è chiamata ichinen sanzen. Ichinen, che letteralmente significa “un pensiero” o “una mente”, indica il vero aspetto della vita, o la realtà fondamentale che si manifesta in ogni momento nell’esistenza dei comuni mortali. Sanzen invece significa “tremila” e indica la molteplicità delle leggi invariabili che governano i fenomeni attraverso i quali la realtà fondamentale si manifesta.
Il numero tremila deriva dalla moltiplicazione dei differenti componenti che costituiscono il principio di ichinen sanzen: i dieci mondi, cioè i dieci stati della vita, ognuno dei quali contiene al suo interno, oltre a se stesso, gli altri nove, per un totale di cento mondi; i dieci fattori, dei quali è dotato ognuno dei cento mondi, e che diventano quindi mille fattori: e i tre regni dell’esistenza in cui ognuno di questi mille fattori opera, arrivando così al totale di tremila.
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Descrizione:
I dieci mondi sono:
- di inferno,
- degli spiriti affamati (avidità),
- degli animali (animalità),
- degli asura (collera),
- degli esseri umani (umanità),
- degli esseri celesti (cielo),
- degli ascoltatori della voce (apprendimento),
- dei risvegliati all’origine dipendente (realizzazione),
- dei Bodhisattva (bodhisattva),
- dei Budda (buddità).
Essi rappresentano stati vitali distinti, ma fluttuanti, che ognuno di noi sperimenta, e descrivono le possibili circostanze della vita; in ogni momento ci troviamo in uno o nell’altro di questi “mondi”. L’Inferno è il mondo dell’infelicità che sprofonda in se stessa; l’Avidità è caratterizzata da un desiderio insaziabile; le persone nel mondo di Animalità cercano di adulare o dominare gli altri, a seconda che li ritengano più o meno potenti di loro; il mondo di Collera è il mondo della rivalità e dell’invidia mascherate da apparente virtuosità; l’Umanità è uno stato di calma razionale; il mondo di Cielo è quello dei desideri appagati; il mondo di Apprendimento è caratterizzato dal piacere di ampliare il proprio sapere. La Realizzazione è il mondo assorto dell’elaborazione creativa; Bodhisattva incarna lo spirito di dedizione agli altri e la Buddità rappresenta la capacità più creativa e totalmente positiva. Ciascuno di questi mondi contiene potenzialmente tutti gli altri, ciò significa che possiamo far emergere la Buddità in qualunque momento della nostra vita di normali esseri umani.
Mentre i dieci mondi descrivono le differenze fra gli individui e i fenomeni, i dieci fattori descrivono gli elementi comuni a tutte le forme di vita in ciascuno dei dieci mondi.
I primi tre fattori sono:
- aspetto (ciò che è visibile),
- natura (le predisposizioni interiori, che non sono visibili)
- entità (l’essenza della vita che permea e integra aspetto natura)
Questi primi tre fattori costituiscono l’esistenza e l’essenza di un determinato essere vivente.
I successivi sette fattori esprimono i meccanismi e le funzioni, il modo in cui la nostra vita interagisce con l’ambiente circostante e con gli altri. Sono: potere, influenza, causa interna, relazione, effetto latente, effetto manifesto e la coerenza dall’inizio alla fine
Per fare un esempio semplice, la causa interna potrebbe essere paragonata a un sedimento sul fondo di un bicchiere d’acqua e la relazione a un cucchiaino che rimescola l’acqua. Il risultato è che l’acqua si intorbida. Senza la causa interna rappresentata dal sedimento l’acqua non diventerebbe mai torbida, per quanto la rimescoliamo. Allo stesso modo, un commento o un particolare episodio possono far infuriare o ferire profondamente una persona, mentre per qualcun altro lo stesso stimolo esterno non produce alcun effetto. Il decimo fattore, la coerenza dall’inizio alla fine, sta a significare che i dieci fattori sono coerenti in ciascuno dei dieci mondi. Quindi il mondo di Inferno ha l’aspetto, la natura, l’entità, l’effetto manifesto ecc. del mondo di Inferno, e ognuno di questi differisce da quelli degli altri mondi.
I tre regni sono
- il regno delle cinque componenti,
- il regno degli esseri viventi,
- il regno dell’ambiente.
Dal punto di vista dell’essere umano, possono essere sintetizzati come “individuo”, “società” e “ambiente”. T’ien-t’ai ha ricavato la teoria di ichinen sanzen dai principi esposti nel Sutra del Loto, la scrittura buddista che è alla base del Buddismo di Nichiren Daishonin.
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Benché la teoria dei tremila regni sia un’analisi complessa e dettagliata di ogni istante di vita, Nichiren era convinto che chiunque sarebbe stato in grado di comprendere questi concetti, da lui riassunti o condensati nella frase: “Nam Myoho Renge Kyo”.
Attraverso lo studio della teoria dei tremila regni possiamo comprendere meglio il fondamento filosofico e culturale degli insegnamenti di Nichiren e anche capire perché la recitazione di Nam myoho renge kyo sia una pratica efficace.
La teoria dei tremila regni rivela che tutti i fenomeni, senza eccezione, esistono in ciascuno degli istanti di una vita individuale, e che in ogni istante è perciò contenuto un potenziale infinito.
Nichiren spiegò che una vita individuale in ogni istante simultaneamente permea l’intero universo e racchiude in sé tutte le leggi e tutti i fenomeni. Perciò, la vita di ogni persona coincide letteralmente con l’universo. La teoria dei tremila regni in un singolo istante di vita fornisce la struttura concettuale per esprimere questa verità.
La tradizione filosofica dominante in Occidente tende (nel mondo greco a partire da Platone, che ha influenzato in maniera determinante il Cristanesimo; nel mondo moderno a partire da Descartes) a separare corpo e anima, materia e spirito, estensione e pensiero. Spesso il primo termine veniva collegato al male e alla morte, il secondo al bene e all’immortalità. Teoricamente sarebbe quindi possibile separare il bene dal male, la morte dalla vita, combattere contro l’aspetto negativo e far trionfare solo l’aspetto positivo. Ironia della sorte, la società occidentale ha conseguito i suoi più splendidi successi in campo scientifico e tecnologico, mentre in campo spirituale il bilancio è stato più discutibile.
All’opposto i filosofi monisti, che riducono tutto il reale a uno solo dei due aspetti (tutto è materia oppure spirito) si trovavano poi in difficoltà a spiegare la complessità della vita in tutte le sue forme. Per il Buddismo invece materia e spirito, corpo e mente, non sono che due aspetti della medesima entità. Questo principio, conseguenza diretta dell’unificazione delle tre verità, è detto unione o inseparabilità di corpo e mente (shikishin funi).
Questo termine compare per la prima volta nel commento di Miao-lo all’Hokke Gengi di T’ien-t’ai. Shiki, contrazione di shiki-ho (fenomeni fisici) indica tutto ciò che può essere percepito esteriormente: in altre parole l’aspetto visibile. Shin, contrazione di shin-po, corrisponde a ciò che è invisibile, alla mente. Funi è l’abbreviazione sia di nini funi (due ma non due) che di funi nini (non due ma due). Ciò significa che corpo e mente appaiono distinti senza esserlo, sono due solo fenomenicamente, ma formano un’unità inscindibile a livello di entità. L’intelletto umano li percepisce e li analizza separatamente; ma agli occhi del Budda sono semplicemente due manifestazioni della stessa realtà.
Solo la psicanalisi ha tentato di superare il tradizionale dualismo, mentre la psicosomatica ha dimostrato come la mente possa influire sul corpo dando origine a molte malattie. Ma il Buddismo si spinge oltre. Non si tratta di stabilire come un fattore influenzi l’altro, perché in questo caso si ragionerebbe ancora in termini dualistici. Non esistono una materia pura e uno spirito puro che interagiscono secondo modalità non ancora del tutto chiarite scientificamente; esiste solo l’entità fondamentale della vita che si manifesta come materia o energia, come corpo o pensiero.
Corpo e mente appartengono al livello fenomenico, l’unicità è il livello della “vera entità”. Ne consegue che, agendo tramite la pratica buddista (a livello di entità), avremo la possibilità di migliorare la nostra salute e di guarire da malattie, sia fisiche sia psichiche, di fronte alle quali la scienza medica si è dimostrata impotente.
L’inseparabilità di vita e ambiente
Le dieci direzioni sono l’ambiente (eho) e gli esseri senzienti sono la vita (shoho). L’ambiente è come l’ombra e la vita come il corpo. Senza il corpo non può esistere ombra. Allo stesso modo, senza vita non può esistere ambiente, anche se la vita è sostenuta dal suo ambiente.
Ogni vita presuppone un ambiente. L’ambiente è l’habitat degli esseri viventi. Vita e ambiente sono inseparabili. Per questo motivo, per completare la descrizione di tutte le possibilità della vita, bisogna porre come ultimo regno l’ambiente (kokudo seken).
Vita e ambiente sono inseparabili. La tendenza vitale di una società si riflette sull’ambiente e lo modifica.
Contemporaneamente l’ambiente agisce come causa esterna sulla vita degli esseri viventi, facendo scaturire gli effetti manifesti. Per questo motivo Nichikan Shonin scrive: «Il regno dell’ambiente (kokudo seken) è il luogo in cui vivono le persone nei Dieci Mondi.»
La tradizione lo descrive metaforicamente come fuoco o gelo sotterraneo, come acqua, aria o terra, oppure come un magnifico palazzo, secondo il sentiero che le menti degli uomini stanno percorrendo. In realtà non è il fuoco dell’inferno a causare la sofferenza delle persone; è il loro stato vitale distruttivo a trasformare qualunque giardino in un inferno. Viceversa la gioia dell’estasi riesce a trasformare qualsiasi tugurio in un palazzo. L’ambiente è incapace di manifestare autonomamente uno stato vitale. E lo stato vitale della società a determinare il mondo ambientale.
«Se la mente degli uomini è impura, lo è anche la terra. Non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente.»
Questo legame fra vita e ambiente è espresso dal principio di esho funi (unicità di ambiente e vita). E è l’abbreviazione di eho, l’ambiente oggettivo; sho di shoho, il soggetto. Ambedue i termini contengono l’elemento ho (di nyo ze ho), che non è altro che la retribuzione che appare sia nella vita degli uomini sia nell’ambiente in cui vivono.
Ambedue sono l’effetto del karma. Perciò, questa unità comincia all’atto stesso della nascita. Infine funi è l’abbreviazione che indica l’unità essenziale al di là della differenza fenomenica, cioè vita e ambiente sono due ma non due, non due ma due.
Con la nostra mente oscurata distinguiamo vita e ambiente come elementi separati che eventualmente interagiscono, benché oggi alcune discipline scientifiche, l’ecologia anzitutto, tentino di afferrarne l’unitarietà. Invece per il Buddismo individuo e ambiente costituiscono essenzialmente un’unità, tanto che lo stato vitale dell’uno diventa automaticamente lo stato vitale dell’altro.
Ma se l’ambiente delle persone che percorrono i sei cattivi sentieri è facilmente individuabile, più difficile è definire l’ambiente dei quattro mondi nobili. Scrive a questo proposito Nichikan Shonin: «Gli individui nello stato di Apprendimento o di Illuminazione Parziale vivono su una terra di transizione, i bodhisattva su una terra di ricompensa reale e il Budda sulla terra eterna e illuminata.»
Questi termini non indicano utopici mondi lontani, fantastici o irreali. Il primo ambiente, chiamato più esattamente “Terra di transizione e di rimanenza”, indica l’ambiente in cui gli individui sono pienamente coscienti dell’impermanenza dei fenomeni e sono liberi dalle illusioni. La realtà, che appare per quello che è, vuota, non stimola i desideri dei mondi più bassi. Gli uomini vivono questo ambiente con distacco, come viandanti momentaneamente alloggiati in un palazzo non di loro proprietà. Ma non tutte le illusioni sono sradicate; rimane (di qui il nome ‘rimanenza’) l’oscurità fondamentale, cioè l’ignoranza della propria natura di Budda.
La “terra della ricompensa reale e del non impedimento” è il prodotto delle compassionevoli azioni dei bodhisattva. La ricompensa reale è il frutto delle fatiche e degli sforzi per costruire una società giusta, libera e felice. Il non impedimento significa che la jihi riesce ad abbattere qualunque ostacolo sia fisico sia spirituale che impedisce di trasformare la terra delle illusioni nella pura terra del Budda.
Infine i Budda vivono nella terra della luce eternamente tranquilla, in cui regna la perfetta armonia e la liberazione totale dalle sofferenze di nascita e morte. Ma non è un paradiso. Qualunque ambiente può essere trasformato, grazie al Buddismo, nella pura terra del Budda. Se la mente degli uomini che lo abitano è pura, cioè basata sul decimo mondo, anche la terra lo sarà. Così tutte le differenze fenomeniche si ricompongono nell’unità della Legge dell’universo, immutabile sia quando, basandosi sul mondo d’Inferno, gli esseri umani costruiscono una società infernale in una terra impura, sia quando riescono a far emergere la natura di Budda presente in ogni terra e in ogni forma di vita dell’universo.
Piccolo e grande veicolo
Oggi non si parla più di differenza tra Hinayana e Mahayana, ma tra Theravada (“dottrina degli anziani”, la sola tradizione Hinayana sopravvissuta) e Mahayana.
L’ideale perseguito dal Theravada era quello dell’arhat (“essere perfetto”), meta che si poteva raggiungere dopo aver ascoltato e praticato severamente l’insegnamento del budda. Una via difficile, per pochi. In contrasto, il “grande veicolo“, rivalutando la figura del laico, puntava direttamente allo stato di “buddità” al quale si poteva arrivare praticando la via del bodisattva, un essere la cui essenza, “sattva“, nasce dalla diretta percezione della Verità ultima, “bodhi“, l’illuminazione.
Il bodhisattva non cerca l’illuminazione solo per se stesso, ma si propone di salvare tutti gli esseri. Egli è dotato di grande saggezza (prajna) e compassione (metta-karuna). In un commentario al Grande sutra del nirvana totale si legge: «Colui che cerca la via del budda per liberare tuti gli esseri senzienti da nascita, vecchiaia e morte è chiamato bodhisatva l…I Egli prende il grande Voto, non consente che il suo cuore sia rimosso, non vacilla mai nelle pratiche religiose. Per questi tre motivi è chiamato bodhisattva».
Nel Theravada il budda è quello storico, nel Mahayana la figura del budda è sfrondata dei suoi elementi umani e cristallizzata nella condizione vitale di “buddità“, un potenziale presente nella vita universale, e in quella degli esseri umani.
La “missione” del bodhisattva, per sua scelta, è quella di tornare tra gli esseri umani per liberarli dalla sofferenza. Il raggiungimento della sua illuminazione è indissolubilmente legato e motivato dal desiderio di salvare le persone, che è poi l’azione concreta svolta dal budda. La posizione dell’arhat è diversa: divenuto un essere perfetto, infatti – per usare un’analogia cara allo storico delle religioni Henri-Charles Puech – entra nel parinirvana, cioè nell’estinzione completa, dove svanisce per sempre come il fuoco quando si spegne.
Il Canone buddista (in pali) del Theravada è composto di tre “canestri” (Tipitaka): quello della disciplina (vinaya), dei discorsi del budda (sutta) e quello dottrinale (abbidarma).
La letteratura Mahayana si suddivide in sutra (l’insegnamento del budda) e sastra (trattati o commenti). I sutra sono divisi secondo due criteri: in “grandi collezioni”, cioè Prajnaparamita (La saggezza che è giunta oltre), Buddhavatamsaka (La ghirlanda del budda), Ratnakuta (L’ammasso di gioielli) oppure in “grandi sezioni” cioè Saddharmapundarika (Sutra del Loto), Mahaparinirvana (Il grande parinirvana), Mahasamnipata (La grande assemblea).
Gli originali in sanscrito dei sutra Mahayana si collocano circa all’inizio dell’epoca cristiana.
Una scrittura Mahayana
Molti studiosi di buddismo considerano il Sutra del Loto la punta più alta del Mahayana. Ma, essendo stato scritto nella sua forma definitiva circa nel I secolo d.C. molti lo ritengono non aderente all’insegnamento originale di Shakyamuni. Interpretazioni a parte, è interessante chiarire perché questo sutra goda ancora ai nostri giorni di grande considerazione. Già eminenti filosofi buddisti come Nagarjuna e Vasubandhu, comparandolo ad altre scritture lo giudicavano “superiore” per la dottrina e la profondità dell’insegnamento.
Il testo fu tradotto dal sanscrito al cinese dal monaco Kumarajiva, persona di grande ingegno che non operò alcuna manomissione.
La sua traduzione che risale al 406 d.C., si compone di 8 volumi e 28 capitoli e viene considerata la migliore. Oltre al fatto di possedere la perfetta padronanza di numerose lingue, egli commentava quotidianamente con i suoi collaboratori il lavoro di traduzione, limandolo e perfezionandolo in una sorta di opera collettiva.
La traduzione è un elemento di fondamentale importanza nella trasmissione del Dharma.
I contenuti dei sutra cambiano a seconda del modo di pensare del traduttore: in un passaggio del Sutra del Nirvana il budda afferma:
«Quando il mio insegnamento sarà propagato in un’altra terra, sarà facile che ci siano errori».
I cinesi erano grandi sistematizzatori e studiavano direttamente i sutra senza passare attraverso opere esegetiche. Il gran Maestro T’ien-t’ai (538-597 d.C.), dopo un’accurata analisi e classificazione di tutte le scritture buddiste, stabilì che il Sutra del Loto era l’insegnamento definitivo di Shakyamuni. Nel VI secolo d.C. il buddismo arrivò in Giappone attraverso la Corea e il principe Shotoku (547-622 d.C.) fece diffondere il Sutra del Loto in tutto il Paese.
Questo sutra è di particolare importanza per alcuni motivi fondamentali: dichiara che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di budda, perciò tutti possono raggiungere l’illuminazione nella vita presente; poi chiarisce che il budda non esiste in qualche luogo speciale e non è un essere soprannaturale; inoltre dimostra che la natura essenziale della vita esiste continuamente attraverso passato, presente e futuro; infine dichiara che non esistono categorie di persone che non possono ottenere la buddità: negli insegnamenti precedenti le donne, per esempio, o i pratyekabudda (gli “intellettuali”, affetti da egoismo), non potevano ottenerla.
Nichiren Daishonin
Il più grande riformatore buddista del Giappone, vissuto nell’epoca di Kamakura, è Nichiren Daishonin (1222-1282). Nato da un’umile famiglia di pescatori, fin da piccolo fece il voto di voler sradicare la sofferenza di nascita, invecchiamento, malattia e morte e mettere tutte le persone in grado di manifestare la propria innata buddità.
Determinò così da subito l’indirizzo del suo buddismo rivolto alla felicità delle persone comuni. Diventato monaco, si recò a Kamakura, Kyoto, Nara e in altri centri di studio buddista, dove approfondi la conoscenza dei sutra e dei commentari conservati nei templi più importanti.
In questo modo Nichiren Daishonin approfondì la conoscenza delle dottrine fondamentali di tutte le scuole buddiste. Ebbe così la conferma che il Sutra del Loto era il supremo fra tutti i sutra e che la Legge di Nam-myoho-renge-kyo, alla quale si era risvegliato, era l’essenza e il mezzo per liberare tutte le persone dalla sofferenza al livello più profondo.
Monaco di straordinaria cultura, Nichiren Daishonin scrisse grandi trattati di buddismo, ma il suo interesse fu sempre per la gente comune: anche se colpito da durissime persecuzioni, aggressioni ed esili comandati dal governo non smise mai di inviare lettere ai suoi discepoli dove spiegava i fondamenti del suo buddismo e offriva incoraggiamenti per vivere coraggiosamente senza lasciarsi sconfiggere dalle difficoltà.
Tutto il suo insegnamento è un formidabile compendio di una visione della vita universale che può essere definita “umanesimo buddista”.
L’insegnamento buddista
L’insegnamento buddista non può essere inteso come mera speculazione intellettuale. Piuttosto diventa un orientamento che viene messo alla prova e applicato costantemente nella vita quotidiana. Ciò non prescinde dalla conoscenza dei principi fondamentali che abbracciano tutte le tradizioni buddiste e che, in qualche modo, le uniscono in una prospettiva sociale al di là delle differenti interpretazioni della dottrina e della pratica religiosa. La visione buddista della vita universale presenta agli umani del nuovo millennio una chiave per uscire dalla gravissima crisi in cui versa il nostro pianeta.
La compassione, per esempio, non è un semplice richiamo etico, ma è la capacità di tornare a vivere in modo simbiotico con tutti gli esseri viventi.
La Terra e le specie che la popolano, non sono separate ma, al contrario, strettamente unite in un destino comune (interconnessione). La diversità non è una minaccia, ma un grande valore che può portare progresso e pace perché ogni singola forma di vita è indispensabile a tutte le altre e alla vita del macro-universo in cui viviamo.
Il Buddismo insegna che una Legge o principio universale sottostà a tutti i fenomeni e si applica a ogni popolo, indipendentemente dal tempo, dall’etnia, dalla diversità culturale e dal luogo. Però, la modalità specifica con cui il Buddismo viene espresso e propagato è relativa alla società, alla cultura e ai costumi della regione in cui si pratica.
Il Buddismo rispetta profondamente la diversità culturale, nella misura in cui gli aspetti della cultura non siano in contrasto con lo spirito del Buddismo come insegnato nel Sutra del Loto, il cui nucleo essenziale è la fede che nella vita di ogni persona sono presenti una dignità e un potenziale illimitati. Nichiren, fondatore nel tredicesimo secolo del Buddismo scrive: «Esaminando attentamente i sutra e i trattati, scopriamo che esiste una dottrina che corrisponde a questo, quella che riguarda il precetto chiamato “seguire i costumi del luogo”. In sostanza questo precetto insegna che, a meno che ciò non implichi una grave mancanza, bisognerebbe seguire gli usi e costumi del paese anche se si discostano leggermente dagli insegnamenti buddisti»
Il Buddismo e la scelta della felicità
Un famoso scritto buddista, normalmente attribuito a Shakyamuni, recita: «Non esiste un percorso verso la felicità. La felicità è il percorso».
È una citazione che dà una straordinaria importanza al concetto di felicità e trasmette un senso di profonda completezza, ma credo che si riesca a coglierne l’essenza solo attraverso l’esperienza diretta.
[…] Pratico il Buddismo di Nichiren Daishonin ormai da ventiquattro anni.
Se mi volto indietro, posso francamente dire che in tutti questi anni non ho mai perseguito esclusivamente la mia felicità personale. O, per lo meno, non sono consapevole di avere impostato consciamente il mio pensiero in tal senso. Sia chiaro: non ho nemmeno perseguito attivamente la mia non-felicità! In sostanza, se guardo indietro, posso dire che quello che ho fatto è stato andare avanti a vivere la mia vita. La trasformazione principale è stata quella di sforzarmi di farlo in linea con i principi e i valori m della filosofia buddista, a me nuovi. Detto in breve, sono stato costante nella pratica quotidiana. È stato molto difficile all’inizio, perché ne mettevo costantemente in discussione il valore, ma con il passare il degli anni è diventato molto più facile. Ho cercato di reagire positivamente a tutte le situazioni che mi si sono presentate nella vita, che fossero belle, e brutte o indifferenti. E quando non riuscivo a reagire positivamente come avrei dovuto, cercavo di rivalutare la situazione e di affrontarla nel modo giusto, o il più giusto, la volta in cui si ripresentava. A volte è stato facile, a volte estremamente difficile, ma sono consapevole di essermi impegnato in tal senso. E credo sia il caso di dire che, nei modi in cui mi è stato possibile, mi sono sforzato molto nel cercare di creare valore nella vita delle persone che la mia vita ha incrociato.
Qual è il risultato di tutto ciò? Dove sono finito? La cosa straordinaria è che sono finito col provare la più alta forma di benessere e di gratitudine per tutte le cose presenti nella mia vita. Tutte. Il Buddismo ha questa meravigliosa parola, “consapevolezza”, e in qualche modo, non so bene come, sono stato in grado di sviluppare una consapevolezza di gran lunga maggiore di prima. E anche una maggiore gratitudine per l’immensa ricchezza della mia vita e delle persone che ne fanno parte, a qualunque livello, dal più breve degli incontri alle relazioni profonde e di amore con i miei familiari più stretti. E sono consapevole di possedere la capacità di abbracciare tutto quello che mi capita nella vita. Non solo le cose facili o le cose belle e preziose, ma anche le cose brutte e difficili. E ci sono state molte cose difficili.
La pratica buddista, se viene seguita con un certo livello di attenzione e di impegno, ha il potenziale di trasformare le cose improbabili e intrattabili della vita quotidiana, ordinaria, di tutti i giorni, in una profonda sensazione di benessere, gratitudine e gioia di vivere.
È quindi in questo senso che ho compreso con la mia vita il significato di quella frase straordinaria: non esiste un percorso verso la felicità. La felicità è il percorso.
[…] Il Buddismo ci offre una struttura e un metodo che ci permettono di prendere in mano la nostra vita con buon senso e misura, per poi muoverci nella direzione che vogliamo. A dispetto dei molti stereotipi che dominano in Occidente, la pratica buddista non è affatto esoterica o ultraterrena. Al contrario, è profondamente concreta e con i piedi per terra.
[…] Per ridurla alla sua essenza più profonda, potete considerarla come una sorta di programma di formazione personale quotidiano senza termine, mirato a mostrarci come muovere la nostra vita verso il lato positivo, verso la creazione di valore. […]
E questo cosa significa rapportato agli alti e bassi della vita quotidiana? In sostanza, significa che anziché trovarci a reagire negativamente o positivamente in base alle situazioni, piacevoli o meno, che possono verificarsi nella nostra vita, anziché reagire bene o male in base alla natura delle circostanze in cui ci troviamo, cerchiamo di costruirci una base interiore fatta di ottimismo, resilienza e fiducia, che ci consenta di reagire positivamente sempre più spesso, a prescindere dalle circostanze. Ma ciò significa che eliminiamo l’ansia dalla nostra vita?
Chiaramente no. Siamo umani, dopo tutto. Dubbi, ansie, preoccupazioni, frustrazioni, tutte rimangono parte del nostro quotidiano di emozioni, perché tutte fanno parte dell’essenza della nostra natura umana. Tuttavia l’esperienza mi insegna che esse non hanno la meglio, dal momento che per tutto il tempo non facciamo altro che imparare a reagire a esse in maniera più positiva e creativa.
Una delle affermazioni più frequenti riguardanti la pratica del Buddismo di Nichiren e che ricordo molto chiaramente sin dai miei primi giorni di pratica ha che vedere con l’emergere della speranza. In sostanza, essa sostiene che quando dobbiamo far fronte a una situazione particolarmente difficile o immensamente dolorosa e non abbiamo assolutamente idea di dove andare a parare o di come affrontarla, dal momento in cui iniziamo a recitarci sopra la speranza emerge dal nulla.
Chiaramente la speranza non emerge dal nulla, bensì da dentro di noi, ed è la scintilla iniziale che serve a sbloccare la situazione, a calmare il panico o la paura, e a innescare il processo di ripresa.
Testi buddisti più formali a volte impiegano la parola “riconoscimento” per descrivere questo processo cruciale, quella sensazione che emerge da dentro e che ci dice che, per quanto la situazione possa sembrare impossibile, una soluzione è possibile, e che dentro di noi possiamo trovare il coraggio e la capacità di rialzarci per muoverci verso la soluzione.
Chiaramente non si tratta assolutamente di un processo fatto di una sola azione. […] Se davvero vogliamo possedere un tale ottimismo duraturo, questo comporta impegnarsi per imparare a svilupparlo.
Da qualche parte raccogliamo la determinazione per intraprendere un percorso di cambiamento, e la pratica quotidiana ci aiuta a sostenerlo nella vita di tutti i giorni. E negli inevitabili momenti di cedimento, la pratica ci offre il sostegno che ci consente di rialzarci e riprendere il percorso. E avanti. E avanti. E come il Buddismo afferma, questa cosa ha praticamente lo stesso effetto del gettare un sasso in uno stagno. Man mano che cambiamo e viviamo la nostra vita sulla base di un diverso sistema di principi, le onde si propagano in cerchi sempre più grandi.
[…] Secondo il Buddismo, infatti, quando cominciamo questo viaggio puramente personale verso un maggiore ottimismo e una migliore capacità di reagire, verso, di fatto, una più grande felicità, anche se all’inizio potremmo essere concentrati solo sui nostri problemi, inevitabilmente, attraverso la pratica buddista, ciò avrà ripercussioni di più ampio respiro, fino ad abbracciare tutta la società. È come lanciare il nostro sasso nello stagno globale. E ogni sasso, per quanto piccolo, per quanto personale e intimo e apparentemente insignificante possa essere, crea una serie di onde, che a loro volta producono il cambiamento. Il nostro cambiamento personale può inizialmente avere un effetto solo sulle persone a noi più vicine, intendo famiglia e amici, magari colleghi di lavoro. Ma l’effetto è reale, e mantenendo questa tendenza verso un approccio più positivo in qualunque situazione, il Buddismo insegna, le onde si estendono lentamente, gradualmente, ma ininterrottamente, fino alla società e ben oltre.
Negli ultimi anni gli psicologi hanno osservato che la differenza sostanziale fra le persone felici e le persone infelici è la presenza o meno di relazioni sociali ricche e soddisfacenti, ossia la capacità e l’opportunità di condividere esperienze significative con la famiglia, gli amici, i colleghi e i vicini. Il Buddismo insegna questo principio basilare da molte centinaia di anni. In altre parole, pratichiamo per migliorare non solo la qualità della nostra vita ma anche quella delle persone che la nostra vita incontra. La ricerca moderna in ambito sociale ha riconosciuto qualcosa di molto simile solo negli ultimi vent’anni. Tuttavia si tratta di una notevole convergenza di idee. E la cosa straordinaria è che questo sembra coincidere con l’inizio di un cambiamento nel modo in cui la società nel suo complesso si prepara a valutare l’idea di progresso, distante dai parametri strettamente economici o finanziari che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, ma impiegando criteri imperniati sull’idea di benessere individuale. Questo rappresenterebbe di di fatto un inizio completamente nuovo, o, se volete, un mondo nuovo. […]
Credo che pochi di noi sappiano apprezzare la qualità della propria vita in ogni attimo, ma sono certo del fatto che la maggior parte di noi sia in grado di riconoscere, con un approccio pressoché intellettuale e distaccato, che questa capacità sia una qualità apprezzabile, dato che consente di vivere una vita molto più ricca e intensa. Si tratta di vivere il presente piuttosto che lasciarlo trascorrere, come la maggior parte di noi tende a fare.
Spesso spendiamo molta più energia ad attendere ansiosamente il verificarsi di qualche evento in là nel tempo, come una vacanza o una celebrazione o un viaggio da qualche parte dove non siamo mai stati, piuttosto che a concentrarci su quello che stiamo facendo ora, in questo momento. Tuttavia, in sé e per sé, il riconoscere il valore del vivere il presente non ci porta molto lontano. L’idea resta alquanto distaccata, perché per quanto possa essere auspicabile non sappiamo bene come fare per raggiungerla, e così gli obiettivi per cui pensiamo non vi sia alcuna possibilità di riuscita o alcun percorso a essi diretto rimangono immancabilmente localizzati nella periferia dei nostri pensieri.
Per ridurlo alla sua essenza più assoluta, il Buddismo non è altro che imparare a definire quel percorso costruendo la consapevolezza del valore di ogni momento della nostra vita quotidiana. È una delle principali qualità che, dal mio punto di vista, rende il Buddismo un pensiero sui generis perché, sin dall’inizio, esso si presenta come una filosofia centrata sulla felicità in questa vita. Non la felicità in qualche spazio idealizzato della vita o in qualche immagine di una vita idilliaca che spereremmo di realizzare dopo aver conseguito questa o quella qualifica o quando un certo ostacolo è stato superato. Molti di noi si trovano ingabbiati in questa prigione del “quando”: solo quando questa o quella cosa cambierà, allora saremo felici.
Secondo il Buddismo – che ce ne rendiamo conto o meno, che lo crediamo o meno, che lo capiamo o meno – dentro di noi possediamo tutte le risorse che ci servono per poter scegliere la felicità in questa vita e possedere una stabile sensazione di benessere. Ed esso va anche oltre, sostenendo che possiamo imparare a raggiungere questo obiettivo adesso. Non solo nei momenti positivi, ma anche in quelli negativi. A prescindere da quanto possano essere difficili e allarmanti le nostre circostanze o vicissitudini. Non solo quando i tempi sono preziosi ed esaltanti, ma anche quando sono clamorosamente difficili e avvilenti.
Questa è certo un’idea grande e rivoluzionaria, ma anche molto inusuale, inaspettata, tanto che è estremamente difficile per la maggior parte di noi accettarla di primo acchito. Pensiamo, anzi, che qualche di inghippo debba per forza esserci.
Ci vuole tempo prima di capire che di inghippi non ce ne sono, che l’inghippo è prima di tutto la mancanza di fiducia in noi stessi.
Resta tuttavia la necessità di acquisire una nuova capacità, la volontà di osservare e abbracciare un fondamentale cambiamento di prospettiva. Soprattutto, dobbiamo bramare di più l’idea di felicità. Che non significa, per esempio, come generalmente crediamo, assenza di difficoltà o di sfide. Se questo fosse il caso, accadrebbe molto raramente, se non per nulla affatto, dato che per ognuno di noi le difficoltà e i problemi di qualunque genere sono una costante assoluta della vita di tutti i giorni. Per tutti noi, tutto il tempo. Qualunque sia il nostro status, la nostra posizione o la situazione che la vita ci mette di fronte, tutti abbiamo qualcosa che come minimo ci crea ansia, e molto spesso ci causa un bel po’ di dolore e sofferenza.
Ma significa, invece, avere la consapevolezza, una consapevolezza che gradualmente diventa convinzione, che possiamo costruire dentro di noi la stabilità e la capacità di rialzarci per affrontare tali sfide inevitabili e superarle anziché esserne sopraffatti.
Significa inoltre imparare a sviluppare quella qualità tanto ambita di cui si parlava poco fa, ossia quella percezione duratura del valore della nostra vita in ogni attimo e del valore della vita di ogni persona che incontriamo.
[…] Se vi chiedete, per esempio, che cosa desiderate dalla vita per voi stessi o per il vostro partner, per i vostri figli, i parenti o gli amici e i conoscenti, la risposta si rivela sempre essere “una vita felice e realizzata”. E buona parte degli studi moderni di ricerca sociale confermano che questa risposta è universale: va oltre tutte le barriere nazionali, religiose, etniche e di status. Fa parte, in altre parole, della condizione umana universale. Inizialmente il concetto può essere espresso in termini di salute, o ricchezza, o relazioni o carriera, eccetera, ma alla fine tutti questi desideri sono solo obiettivi secondari che contribuiscono alla nostra felicità. Sono, per così dire, fermate secondarie lungo l’itinerario. Se non fosse così non le vorreste, né per voi né per gli altri.
Quindi si tratta di una prospettiva molto diversa.
Significa che è possibile esprimere questa grande idea rivoluzionaria che il Buddismo ci presenta, un’idea che troviamo così insolita e così difficile da mandare giù, affermando che il Buddismo non fa altro che riconoscere la realtà essenziale della nostra natura umana universale. Non fa altro che sottolineare che questa è la più forte delle motivazioni nella vita umana e che può essere imbrigliata e sfruttata come strumento di cambiamento per consentirci di vivere una vita più ricca e intensa.
Ciò forse spiega perché spesso si senta dire che “Buddismo è ragione” o “Buddismo è buon senso”. […]
Tuttavia questa nuova prospettiva ci porta solamente a metà strada. Ci può aprire gli occhi alla realtà essenziale di quanto dichiara il Buddismo, ma non ci dice molto circa il come essenziale. Sono convinto che tutti noi sottoscriveremmo la validità dell’idea centrale, ma volerla è diverso da conseguirla. Dobbiamo imparare a conseguirla, dobbiamo imparare a prendere il materiale difficile e intrattabile che tanto condiziona la nostra vita e trasformarlo in carburante per il benessere. Il Buddismo tratta la questione dicendoci di fare il passo essenziale di riconoscere nel nostro cuore che si tratta di una scelta che possiamo fare. Che possiamo attivamente cominciare a tessere la felicità nella nostra vita. E questo riconoscimento ha lo scopo essenziale di mettere le nostre speranze, determinazioni e ambizioni nella stessa direzione.
Questo ci porta di fatto a un altro paradosso improbabile che costituisce il cuore degli insegnamenti buddisti, ossia che felicità e sofferenza non sono, come spesso pensiamo, esperienze totalmente diverse e separate poiché si trovano agli estremi opposti dell’ampio spettro dell’esperienza umana. Il Buddismo dice che esse sono strettamente e intimamente interconnesse, quasi come le facce opposte di una stessa moneta.
Come può essere? Direte voi. Non ha senso! Siamo fortemente condizionati a evitare la sofferenza, e cerchiamo attivamente la felicità, e queste stanno in due direzioni chiaramente diverse. Il Buddismo in realtà non la pensa così, sostenendo che questa è una visione semplicemente incompleta e parziale. Nel senso che se crediamo, come normalmente facciamo, che la nostra felicità in questa vita sia direttamente dipendente dal condurre un’esistenza senza intoppi, senza guai, illuminata dal sole, senza ansia e difficoltà, allora questa è decisamente una strategia destinata a fallire, dal momento che è irrealizzabile. Nessuno di noi conosce nemmeno una persona che conduca una vita del genere.
Se invece cerchiamo di stabilire un senso di benessere forte e resiliente nella nostra vita allora la felicità sì può essere raggiunta, sostiene il Buddismo, poiché l’unico posto dove essa si trova è nel bel mezzo di tutti i problemi che la vita ci scaglia addosso. Questa è l’unica realtà. Pertanto, la nostra felicità e la nostra u sofferenza si trovano nella stessa direzione.
Il Buddismo afferma che più difficili sono i nostri problemi, maggiore è la potenziale felicità che essi ci possono dare, dato che sono essi a far emergere da noi il coraggio e la capacità di rialzarci per sfidarli e superarli. Cresciamo per diventare, per così dire, i noi stessi più capaci, cosicché non vi sia più nulla che ci possa spaventare.
Benché questo possa suonare come una sorta di trucco, di gioco di parole, se ci prestate attenzione per un momento si rivelerà invece una guida chiara e pratica.
Ed è soprattutto una filosofia creata per durare, dal momento che è costruita partendo dalle reali circostanze della vita per quelle che sono, dure e difficili, piuttosto che per come spesso vorremmo che fossero, ossia dolci e facili da gestire. Il Buddismo non è per la pappa pronta, perché la vita non è pappa pronta.
La capacità che sviluppiamo nel corso della pratica buddista è un ingrediente molto importante nel creare quella cosa che chiamiamo felicità.
In più, la sensazione di benessere che questa strategia promette si costruisce e si mette insieme pezzo per pezzo, da dentro più che da fuori. Proviene infatti dal coraggio, dalla determinazione e dalla capacità di reagire che sviluppiamo dentro di noi. Pertanto, non è né fragile né effimera. Non si lascia in nessun modo influenzare dalle mutevoli circostanze esterne della nostra vita.
[…] Il Buddismo afferma che se vogliamo veramente che al centro della nostra vita ci sia una sensazione di benessere duratura, non pie illusioni ma un’autentica determinazione, non possiamo limitarci a pensare e che la felicità esista. Volerla non significa averla. Dobbiamo invece lavorarci sopra, sviluppando e modellando consciamente la comprensione, la resilienza, il coraggio e il giudizio. Tutte qualità che desideriamo avere e di cui abbiamo bisogno se vogliamo diventare persone davvero capaci, in grado di affrontare e superare qualunque cosa la vita ci scagli addosso, a non importa quanto difficile sia.
La felicità non è, per così dire, un regalo che qualcuno ci fa. Non è una cosa che un genitore, o il partner, o la persona che amiamo o un figlio, o un particolare lavoro o un milione di euro ci possono dare, per quanto crediamo che essi possano o vogliano darcela. Dobbiamo crearcela da soli. Questo è un concetto fondamentale. […]
Nessuno vuole soffrire. Nessuno vuole avere l’ansia, la tensione e lo stress scatenati dalle difficoltà e dai problemi che la nostra vita produce in un flusso apparentemente senza fine. La naturale reazione umana stabilisce che quello che bisogna fare è liberarsi di loro: o ce ne liberiamo o ci allontaniamo da essi, in modo tale che non possano disturbare la serenità di base della nostra vita. Nella società moderna si impiegano enormi quantità di tempo, energia e risorse, per non parlare di soldi e ingegno, proprio per fare questo, creando una grande varietà di barriere per isolarsi e tenere distante quella componente dura e difficile della vita che ci crea tanta ansia.
[…] Se continuiamo a considerare problemi e difficoltà come una sfida che minaccia la pace e la serenità interiori, per definizione la pace e la serenità interiori continueranno a essere messe in pericolo. In un certo senso ci incanaliamo in un ciclo di causa ed effetto che si autoalimenta, rinforzando quello che si può definire un processo di autocondizionamento. Ne siamo profondamente influenzati da bambini, osservando i nostri genitori reagire alle difficoltà e ai problemi in un solo modo, ossia negativamente. E dato che i problemi inevitabilmente si ripresentano, anche la reazione negativa si ripropone. Forgiamo nella nostra mente questo legame più o meno inscindibile fra i problemi e l’ansia e lo stress ai quali li abbiamo sempre associati.
Diventa così il modus vivendi universale, nostro e delle persone attorno a noi, tanto che non pensiamo mai di metterlo in discussione. Anzi, lo accettiamo come l’unica realtà.
È concepibile che vi sia un’altra realtà?
Di nuovo, il Buddismo ci presenta un insolito paradosso: invece di reagire ai problemi con negatività e ansia è assolutamente possibile considerarli in maniera molto diversa. Come ci siamo insistentemente allenati a vederli negativamente, così possiamo allenarci a vederli positivamente.
Il Buddismo in sostanza afferma che dobbiamo afferrare l’immenso potere che risiede nella nostra libertà di scelta. Possiamo decidere come reagire. È una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria.
Se possediamo quest’abilità intellettuale e spirituale, possiamo determinare di vedere le sfide e i problemi non come inevitabilmente dolorosi e ansiogeni, ma positivamente come un’opportunità. Di fatto, direste voi, sono l’unica opportunità che abbiamo per sviluppare la resilienza, la fiducia in noi stessi, l’ottimismo e la capacità di affrontare le cose in generale.
[…] Non a caso il Buddismo è stato in un certo senso creato dalla percezione che la vita sia difficile, e che il nostro compito sia quello di trarre la nostra felicità proprio da quelle difficoltà. Dobbiamo solo andare d’accordo con questo approccio. Così, al centro del Buddismo troviamo questa fondamentale intuizione, ossia che il modo in cui scegliamo di reagire a tali difficoltà governa completamente, anzi determina, il tipo di vita che possiamo costruirci.
[…] Dobbiamo acquisire una serie di capacità volte a costruirci una vita nuova. Dobbiamo imparare a guardare ai problemi e ai dolori in modo diverso. A prova della sua validità, questo approccio buddista è diventato la forza motrice di uno dei più validi metodi moderni adottati dagli psicologi per il trattamento dell’ansia e della depressione. Come sostiene uno dei principali esponenti di questo metodo, è stato rilevato che è possibile trasformare l’esperienza di una persona semplicemente modificando il modo in cui questa persona vede o presta attenzione alla sua stessa esperienza.
Mi vengono in mente molte analogie. Per esempio, l’ideogramma cinese che esprime il concetto di crisi rappresenta anche il concetto di opportunità. Vedere la situazione come una crisi implica un’immediata minaccia allo spirito. Vederla come un’opportunità ci fa sentire immediatamente motivati. La situazione resta esattamente la stessa ma l’atteggiamento verso di essa è radicalmente diverso; e l’atteggiamento, cioè la scelta, – afferma il Buddismo – governa il risultato.
È questa fondamentale trasformazione dell’atteggiamento che noi possiamo certamente attuare. I problemi restano gli stessi, ma la nostra sensazione di essere in grado di superarli cambia profondamente, e questo a sua volta significa che essi non sono più così minacciosi o fastidiosi, tanto che reagiamo coscientemente a essi in modo completamente diverso. I problemi che crediamo di poter superare tendiamo a chiamarli sfide, e questo cambio di nome non è per nulla superficiale, bensì, di fatto, ha un’immensa influenza sul nostro spirito. I problemi sono negativi e ci demoralizzano. Le sfide sono stimolanti e ci entusiasmano.
È di fondamentale importanza non confondere il tipo di reazione positiva di cui ho parlato finora con atteggiamenti come lo stoicismo o il fare la faccia dura di fronte alle cose, che significa sostanzialmente sopportare i problemi per l’arco della loro durata senza cercare di trasformarli. […]
Affrontare positivamente i problemi è una cosa radicalmente diversa. È sostanzialmente cercare di trasformare la situazione non tanto per sopportarla quanto per creare valore dalle difficoltà, per trasformare l’ansia potenziale in una sensazione più solida di benessere per noi e per coloro che sono coinvolti nella situazione.
Il Buddismo non è in nessun modo una forma di evasione per trovare un qualche rifugio meditativo interiore lontano dai ritmi frenetici, dal chiasso e dalla costante complessità della vita moderna, anche se spesso questo risulta essere un comune stereotipo circa la sua natura. Il Buddismo, invece, è soprattutto incentrato sulla sfida, la sfida nei confronti degli atteggiamenti e dei comportamenti che non ci conducono a risultati positivi. Certo, è molto più facile continuare a detestare i problemi e reagire a essi istintivamente, e cioè negativamente, mentre ribaltare schemi di pensiero e i di comportamento che abbiamo costruito, implementato e integrato per anni nella nostra vita è una delle cose più difficili che esista: noi siamo esattamente questi schemi di pensiero e di comportamento. E cambiare quello che siamo è di fatto una grossa sfida.
Avviarsi a raggiungere quel cambiamento è sostanzialmente la funzione della pratica buddista quotidiana. In un certo senso potete considerarlo come un programma di allenamento senza termine mirato a trasformare tali schemi di pensiero e di comportamento. L’obiettivo è quello di costruire un senso di ottimismo, fiducia in noi stessi e benessere così forte e radicato da non poter essere abbattuto dalle difficoltà, dai problemi e dalle i crisi emotive e materiali che tutti affrontiamo. Questo è il cambiamento nell’atteggiamento che vogliamo raggiungere. Ma non possiamo limitarci a pensare a come arrivarci, […] dobbiamo agire, dobbiamo apprendere una nuova abilità.
Benché il Buddismo, come tutte le altre religioni, possieda una forte componente mistica, la pratica buddista può tuttavia considerarsi puramente “pratica” e concreta. I buddisti si sforzano, in sostanza, di sviluppare degli schemi di pensiero più ottimistici, più positivi e più resilienti. Come la maggior parte dei programmi di allenamento, è un processo continuo, con alti e bassi, e con molte deviazioni e persino regressioni rispetto al percorso stabilito. Per esperienza posso dirvi che non sarà quello che vi avevano detto di essere. E nemmeno quello che avete letto determinerà se la pratica buddista avrà un senso nella vostra vita. Questi alti e bassi hanno un ruolo immensamente importante, specialmente all’inizio, e alla fine saranno le esperienze positive che avrete gradualmente accumulato a convincervi della validità della pratica. […] Dobbiamo imparare da soli e possiamo farlo solo… facendolo.
Per questo l’asserzione centrale e alquanto sorprendente del Buddismo è che sono i problemi e le difficoltà a fornire il percorso, il mezzo essenziale, l’opportunità per la nostra esercitazione interiore o programma di allenamento spirituale. Di fatto il Buddismo va oltre, affermando che è questo l’unico tipo di allenamento possibile, non ce n’è nessun altro. Se l’acqua è l’unico posto in cui una persona può imparare a nuotare, o il campo è l’unico posto per chi vuole imparare a giocare a tennis, per una persona che desidera sviluppare la propria capacità di sfidare e superare i problemi e le difficoltà con spirito positivo, ottimistico e pieno di speranza, il posto per allenarsi è la vita stessa, nel mezzo di quei problemi e di quelle difficoltà. Non esiste altro posto in cui sviluppare la muscolatura spirituale che desiderate avere. […]
Sappiamo tutti che ogni qualvolta raggiungiamo un traguardo o un obiettivo difficile, che desideravamo veramente raggiungere e al quale avevamo davvero mirato, il nostro stato vitale ne risulta immensamente innalzato. Questo accade anche quando, per esempio, riusciamo a terminare un compito particolarmente difficile nei tempi stabiliti, o ci viene assegnato un lavoro nonostante una forte presenza di rivali, oppure ricopriamo un ruolo importante nell’aiutare un amico o un collega a superare una situazione personale molto difficile: ogni volta la vittoria dà una spinta verso l’alto alla fiducia in noi stessi e alla nostra sensazione di essere individui capaci. Ci sentiamo estremamente più forti. Maggiore è l’ostacolo che abbiamo superato, più forte è la spinta. Per un certo periodo a seguire godiamo di molta più fiducia nella nostra capacità di gestire le cose in generale, non solo relativamente a quel particolare ostacolo, ma anche per quanto riguarda la nostra vita nel suo complesso e nel resto delle nostre attività. Aumentando la fiducia in noi stessi e nelle nostre capacita aumenta, a sua volta, la nostra sensazione di benessere. Per un po’ di tempo godiamo di uno stato vitale notevolmente elevato.
Secondo il Buddismo, è indubbiamente possibile sfruttare e ampliare questo potenziale nella nostra vita dal momento che si è consapevoli che esiste. Se lo facciamo una volta, lo possiamo fare una seconda, e così via. Possiamo fare cioè di un’esperienza breve e occasionale un’esperienza regolare. Non possiamo certo conseguire grandi vittorie tutti i giorni, dato che le opportunità non ci si presentano con così tanta frequenza, però possiamo conseguire piccole vittorie.
Così la sensazione di benessere che ne consegue può diventare un’esperienza quotidiana, grazie all’energia, all’ottimismo e alla fiducia generati dalla pratica giornaliera.
La disciplina della pratica buddista quotidiana è certamente cruciale. […]
Cosi, un insegnamento che può sembrare strano di primo acchito, per non dire irreale, ha il potenziale di essere immensamente potente e liberatorio. Esso dimostra come sia possibile affrontare situazioni difficili, persino impossibili, non solo sopportandole o sopravvivendo a esse, ma capovolgendole completamente, creando fiducia, valore e la sensazione di avere ottenuto risultati da una crisi.
[…] Se davvero vogliamo che l’equilibrio e il benessere siano alla base della nostra vita, allora queste condizioni si possono costruire solo nel bel mezzo di molte prove e avversità, sviluppando la saggezza e il coraggio per abbracciarle e trasformarle. Chiaramente questa è una cosa facile e veloce da dire, difficile da mettere in pratica. Lo scopo della pratica buddista quotidiana è proprio quello di sviluppare tale saggezza e tale coraggio.
Ma ciò che in definitiva questa pratica ci fa scoprire è che esiste una profonda verità nelle intuizioni centrali del Buddismo: la nostra sensazione di benessere in questa vita, lontana dall’essere una questione casuale, accidentale o legata alla fortuna come spesso crediamo che sia, è tutta una questione di scelta. La nostra scelta. E il Buddismo insegna che tutti possiamo imparare a fare questa scelta. È un’idea che ha il potere di trasformare tutta la nostra vita, se siamo disposti a sperimentarla.
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