Bob Dylan: i suoi album #11

New Morning (1970)

Fresco del volontario suicidio artistico di Self Portrait, Dylan tenta l’ennesima ripartenza. E mette subito i puntini sulle i.

New Morning di Bob Dylan è generalmente considerato un album di transizione e una sorta di riscatto dopo l’insuccesso del precedente Self Portrait. L’album si distingue per un approccio musicale più eclettico e meno legato ai generi che avevano definito Dylan fino a quel momento, con un’ampia presenza del pianoforte suonato dallo stesso Dylan e arrangiamenti che spaziano dal pop al jazzy, con tocchi di rock romantico.
L’album è apprezzato soprattutto per brani come “Day of the Locusts”, che ironizza sul giorno della laurea honoris causa di Dylan a Princeton, “Time Passes Slowly” e “The Man in Me”, che sono tra i pezzi più affascinanti. Tuttavia, non tutte le tracce reggono allo stesso livello, con alcune che risultano mediocri e con arrangiamenti frettolosi. New Morning segna un Dylan più libero e personale, con incursioni anche nella recitazione musicale (“If Dogs Run Free”). L’album, soprattutto nella sua versione rimasterizzata, offre un’esperienza sonora ricca e immediata, confermando la creatività di Dylan anche in un periodo di equilibrio tra sperimentazione e ritorno alle origini.
Critici come Greil Marcus hanno lodato la spontaneità e la brillantezza delle registrazioni, definendolo uno degli album migliori di Dylan nel periodo tra metà anni Sessanta e i Settanta, con una voce più ottimista e vibrante.
In sintesi, New Morning è visto come un piccolo gioiello pop, e anche se non tra i più celebri di Dylan, rappresenta un’importante tappa nella sua carriera, con momenti di grande ispirazione e altri più ordinari, ma comunque con un valore storico e artistico significativo.

Ernie Caceres

Ernie Caceres, il cui nome completo era Ernesto Caceres (nato il 22 novembre 1911 a Rockport, Texas, e morto il 10 gennaio 1971), è stato un sassofonista e clarinettista jazz americano noto soprattutto per la sua versatilità e per aver suonato con alcune delle più grandi orchestre dell’epoca swing.
Iniziò la sua carriera professionale nel 1928 suonando in gruppi locali in Texas. Successivamente si trasferì a Detroit e New York con il fratello Emilio, anche lui musicista, lavorando come session musician. Nel 1937, le loro apparizioni nella serie radiofonica di Benny Goodman “Camel Caravan” li resero delle star del jazz. Caceres suonò con band leader famosi come Bobby Hackett, Jack Teagarden, e soprattutto nell’orchestra di Glenn Miller dal 1940 al 1942, partecipando anche a film come “Sun Valley Serenade” (1941) e “Orchestra Wives” (1942).
Dopo la sua esperienza con Miller, suonò con Benny Goodman, Woody Herman e Tommy Dorsey. Negli anni ’40 e ’50 lavorò regolarmente come musicista freelance, guidò il proprio quartetto e partecipò a molte registrazioni. Fu anche un volto noto in televisione, esibendosi con la Garry Moore Orchestra. Negli anni ’60 continuò a lavorare con il Billy Butterfield Band e tornò in Texas dove suonò con il fratello Emilio fino alla sua morte per cancro nel 1971.
Ernie Caceres era conosciuto per suonare clarinetto, sassofono alto e baritono, oltre alla chitarra, mostrando una grande abilità strumentale e un contributo significativo alla scena jazz americana durante l’era dello swing.

Carla Bley

Carla Bley, nata Lovella May Borg a Oakland nel 1936 e morta nel 2023, è stata una compositrice, pianista e organista statunitense di musica jazz di grande influenza. Cresciuta in un ambiente musicale, iniziò presto a suonare e a comporre, avvicinandosi al jazz negli anni ’50 e ’60. Trasferitasi a New York e poi a Los Angeles, lavorò con importanti musicisti ed entrò a far parte della Jazz Composer’s Guild. Fu pioniera di un jazz innovativo, unendo l’avanguardia a elementi tonali e ritmici tradizionali, mantenendo un equilibrio fra sperimentazione e melodia.
Carla Bley fu anche fondatrice della Jazz Composer’s Orchestra e creò lavori significativi come “A Genuine Tong Funeral” e “Escalator Over The Hill”. Il suo stile musicale è descritto come sofisticato, ricco di contrasti e profondità emotiva, con un approccio sovversivo ma accessibile. Ebbe collaborazioni importanti, fra cui il suo partner Steve Swallow, e riscosse riconoscimenti come il National Endowment for the Arts Jazz Master nel 2015. Carla Bley è ricordata come una figura rivoluzionaria nel jazz per la sua capacità di innovare e influenzare generazioni di musicisti.
Carla Bley, fu interessata soprattutto alla dimensione orchestrale, capace di arrivare a comporre e incidere uno dei capolavori di quegli anni, Escalator over the Hill, un triplo disco che, nell’accezione moderna, ambiva a costruire una vera e propria opera, con canto e frammenti narrativi, un caso oltretutto pressoché unico di opera jazz in tempi moderni, aperta anche a musicisti che arrivavano dall’ala piú creativa del rock come Jack Bruce.
Il nuovo corso ebbe un effetto di non ritorno che coinvolse anche molti maestri di altri tempi storici, come Gil Evans, che continuò a cercare nuovi sviluppi possibili per l’orchestra.

100 Brani Jazz #10

Decima e ultima selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Diminuendo & Crescendo in Blue Duke di Ellington, Donna Lee di Charlie Parker, Water Boy di Don Shirley, Ornithology di Charlie Parker, Begin the Beguine di Artie Shaw, Ceora di Lee Morgan, Sophisticated Lady di Duke Ellington, Sugar di Stanley Turrentine, Footprints di Wayne Shorter e Four on Six di Wes Montgomery

Ascolta su Radioscalo

God Only Knows – Beach Boys (1966)

“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.

Classifica musicale

Dal 2006 e quindi da 20 anni, stilo e condivido la mia classifica musicale ovvero i dischi che ho ascoltato con particolare attenzione.
La prima cosa evidente del 2025 è il “numero”, mentre negli ultimi anni raggiungevo il centinaio di album ascoltati, quest’anno sono poco più di una quarantina. Questo a dimostrazione di un calo quantitativo, un calo che riguarda i miei generi musicali preferiti.
Ho diviso la classifica in due parti: nei primi venti, sono inseriti i dischi che mi sono particolarmente piaciuti, nei restanti, quelli che mi hanno lasciato un po’ indifferente.

L’onnipresente Van Morrison che anche a 80 anni riesce a rinnovarsi come se fosse la cosa più naturale al mondo. Gli Olafur Arnalds & Talos capaci di trasformare una perdita dolorosa in un inno alla vita e alla resilienza rendendo l’album un capolavoro. Matt Berninger che in un suo travagliato momento personale, crea un disco dei National senza i National. “Looking for the Thread” della M.C. Carpenter & co. è un lavoro in cui il talento di tre cantautrici diverse per formazione e percorso artistico ma accomunate da “affinità elettive” e da profonda sensibilità ha dato vita ad una sequenza di brani di grande atmosfera. “Humanhood” dei Weather Station non è un disco semplice ed immediato, ma è sicuramente una perfetta narrazione del febbrile e multiforme caos emotivo che può insinuarsi in ogni ascoltatore. Billionaire è il quinto album in studio della cantautrice canadese Kathleen Edwards, include 10 tracce che esplorano temi come il lutto, la verità, le relazioni e la riflessione personale. You And I Are Earth di Anna B Savage ha tenuto fede ad ogni aspettativa, permettendosi un passo di lato che le consente di tenere aperte tutte le ipotesi future. Gran disco di una grande cantautrice. Il tono dell’intero album Owls, Omens, And Oracles di Valerie June è volutamente positivo, amore è una parola ricorrente, il suo è uno sguardo empatico e rassicurante, persino spirituale in senso lato. I The Third Mind si attengono ad alcune linee guida fondamentali: presentarsi, non pensarci troppo e abbandonarsi al momento; niente prove, niente arrangiamenti scritti, niente discussioni sull’approccio, solo un elenco di canzoni e tastiere pensate per servire da guida nel viaggio della band verso ovunque lo spirito li porti. Here We Go Crazy è composto da 11 nuove canzoni di Bob Mould, e non è mica facile trovarne di altrettanto belle anche nel 2025. Smessi definitivamente i panni di rocker da stadio e sempre più svincolato dal ruolo di primo attore, Robert Plant ha trovato nei Saving Grace l’ensemble perfetto per una nuova eccitante avventura, e questo è un primo passo verso nuova gloria. Sam Amidon è un cantautore che nella sua lunga carriera ha sempre sottolineato il proprio legame con la tradizione, senza restare avulso da quella contaminazione che offre alla musica folk l’opportunità di rinnovarsi. Dario Brunori, classe 1977, dopo cinque album molto apprezzati dalla critica, con L’albero delle noci è riuscito a raggiungere il più alto livello di popolarità della sua carriera. Personal History della M.C. Carpenter non è solo un album, ma una dichiarazione di poetica e di esistenza. È un’opera che rifugge ogni cinismo, che guarda al passato senza rimpianti e al presente con dolente lucidità. Double Infinity dei Big Thief somiglia a quei sogni in cui ti pare d’aver colto un importante segreto della vita. Quando ti svegli, però, sono svaniti sia il sogno che il segreto. È seducente e inafferrabile, è fuori dalle categorie del rock attuale, è leggero e appassionato. Michelangelo Dying non parla di una catarsi travolgente, ma di imparare a vivere ciò che ci si lascia alle spalle. Alla nota finale, Cate Le Bon non ha offerto alcuna soluzione, ma qualcosa di più duraturo: il lento e luminoso lavoro di andare avanti. Mad Dogs & Englishmen Revisited dei Tedeschi Trucks Band and Leon Russell è una testimonianza del potere duraturo della creazione musicale comunitaria, reimmaginando un momento fondamentale nella storia del rock con riverenza, energia e una nuova prospettiva. L’assenza di quella catarsi punk rock in “In The Heart of The Mountain” che spesso animava la struttura musicale con i Lucero è sostituita dai chiaroscuri del folksinger Ben Nichols pur sempre in abiti elettrici e con quella sua inconfondibile aspra vocalità, alternando momenti epici e in chiave dark ad altri di natura più malinconica. E’ un disco che viaggia verso nuovi confini, “Real Warmth” di Joan Shelley, una raccolta di canzoni dove non manca una po’ di amabile utopia e un confortante senso di speranza, che per un breve attimo offrono un intelligente rifugio alla mediocrità e all’indifferenza. Look Out Highway è un viaggio appagante, foriero di emozioni quello intrapreso da Charlie Musselwhite, per ogni suo disco, l’ennesimo atto di devozione al blues per un Signore dalla carriera sessantennale.

Van Morrison – Remembering Now
Olafur Arnalds & Talos – A Dawning
Matt Berninger – Get Sunk
M.C. Carpenter, J. Fowlis, K. Polwart – Looking for the Thread
The Weather Station – Humanhood
Kathleen Edwards – Billionaire
Anna B Savage – You And I Are Earth
Valerie June – Owls, Omens, And Oracles
The Third Mind – Right Now!
Bob Mould – Here We Go Crazy
Robert Plant – Saving Grace
Sam Amidon – Salt River
Brunori Sas – L’albero delle noci
Mary Chapin Carpenter – Personal History
Big Thief – Double Infinity
Cate Le Bon – Michelangelo Dying
Tedeschi Trucks Band and Leon Russell
Ben Nichols – In The Heart of The Mountain
Joan Shelley – Real Warmth
Charlie Musselwhite – Look Out Highway

Mdou Moctar – Tears of Injustice
Kevin Connolly and Mule Variations – Alive and Kicking
Bright Eyes – Kids Table (2025)
Ginevra Di Marco – Kaleidoscope
Mogwai – The Bad Fire
Bon Iver – Sable, Fable
Taj Mahal & Keb Mo – Room On The Porch
The Delines – Mr. Luck & Ms. Doom
Bonnie “Prince” Billy – The Purple Bird
Mark Pritchard & Thom Yorke – Tall Tales
Arcade Fire – Pink Elephant
Counting Crows – Butter Miracle, Suite One
Piers Faccini & Ballaké Sissoko – Our Calling
Califone – The Villager’s Companion
Youssou N’dour – Eclairer Le Monde Light The World
Salif Keita – So Kono
Beirut – A Study Of Losses
Steven Wilson ‎– The Overview
Alex Pester – Bedroom Songs
Rose City Band – Sol Y Sombra
David Byrne – Who Is the Sky?
Ryan Adams – Self Portrait
Bridget Hayden And The Apparitions – Cold Blows The Wind
ALO – Frames

Frank Wess

Frank Wellington Wess, nato il 4 gennaio del 1922, fu un sassofonista e flautista jazz che giocò un ruolo fondamentale nell’orchestra di Count Basie, entrando a farne parte nel 1953. Fu una figura chiave nella formazione della cosiddetta “New Testament” band di Basie, reclutando musicisti importanti come Thad Jones, Eddie Jones e Eric Dixon. Wess era apprezzato per la sua versatilità, suonando sax tenore, alto e flauto, e contribuì a stabilire il groove swing caratteristico dell’orchestra, uno degli aspetti più valorizzati da Basie.
Durante la sua esperienza nell’orchestra, Wess sviluppò una solida amicizia e collaborazione musicale con il sassofonista Frank Foster, con cui spesso si esibiva in duetti chiamati “tenor battles”, in cui Wess portava uno stile più morbido rispetto alla grinta di Foster. Basie, noto per il suo stile di direzione poco ortodosso, lasciava agli orchestrali molta libertà nelle scelte musicali e nelle improvvisazioni, favorendo così un forte legame tra i membri della band.
Wess suonò principalmente il sax tenore e il flauto, strumenti con cui contribuì a dare un suono caratteristico e moderno all’orchestra durante gli anni ’50 e ‘60. Nel 1957, passò anche al sax contralto per fare spazio al sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis. Lasciò l’orchestra nel 1964 per intraprendere una carriera da freelance e continuò ad essere un punto di riferimento importante nel mondo del jazz fino agli ultimi anni della sua vita.
Frank Wess muore a New York il 30 ottobre del 2013.

Pere Ubu — The Tenement Year (1988)

A dieci anni da The Modern Dance il loro primo album che pare suonato da una combriccola di marziani burloni e un po’ storditi, una delle pietre miliari del suono avanguardistico e contemporaneo esce questo The Tenement Years — e toglietevi dalla testa immediatamente che il disco abbia delle ambizioni commerciali — fa tesoro delle esperienze passate, riprendendo suoni e sensazioni degli esordi, compiendo però uno sforzo ammirevole in direzione di una maggiore comprensibilità (che non vuol dire banalità) pur conservando un linguaggio musicale di estrema rottura. Fa un certo effetto risentire la voce strozzata di un David Thomas che canta, al solito, come se stesse camminando sui chiodi o Allen Ravenstine sbuffare con rinnovata violenza nel suo intasatissimo sax: tutto a prima vista pare immutato rispetto al passato, per entrambi dieci anni sembrano trascorsi come una ibernazione. Il disco nel complesso risulterà traumatico per chi non si è mai avventurato in passato nel mondo deformato dei Pere Ubu. E’ un’esperienza nuova, alla fine vi sentirete come dopo aver esagerato col whisky. Se invece le rumorose divagazioni di The Modern Dance, Datapanik, Dub Housing sono state vostre compagne di inquietudini in passato tutto quanto vi apparirà come ovattato e stranamente ammorbidito. Momenti come “Something Gotta Give”, “The Hollow Earth” sono quanto di più vicino al concetto di canzoni sia mai stato composto dai Pere Ubu; ma le contorsioni cerebrali di “George Had A hat” o le spigolature di “Busman’s Honeymoon” paiono degli scherzi concepiti da saccenti computer in tilt. “We Have The Tecnology” e “Miss You” sfiorano l’orecchiabilità evocando edulcorate atmosfere da catena di montaggio.
Ancora una volta un disco geniale.

ps. David Thomas ci ha lasciato pochi mesi fa.

My Favorites Albums #3/100

John Coltrane – A Love Supreme (1965)

La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante.
Un capolavoro assoluto di tutto l’universo musicale. [continua…]
Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Ernie Henry

Ernie Henry è nato il 3 settembre del 1926 a Brooklyn in New York ed è morto il 29 dicembre del 1957 a New York. E’ stato un brillante sassofonista alto, il cui nome è spesso associato ai massimi vertici del bebop e dell’hard bop. All’età di 12 anni passa dal violino al sax alto, debuttando professionalmente nel 1947 con Tadd Dameron, al Famous Door di 52nd Street. Negli anni seguenti collabora con giganti del jazz come Fats Navarro, Max Roach, Dizzy Gillespie e nel 1950‑52 con Illinois Jacquet. Dopo un periodo di pausa, torna in grande stile nel 1956 con Thelonious Monk (Brilliant Corners) e ancora con Gillespie, Charles Mingus, Kenny Dorham, Wynton Kelly e altri.
Il suo suono univa l’influenza di Charlie Parker a una vena personale più “cruda” e aperta al modernismo, a tratti vicino all’avanguardia. Dopo un ritorno notevole, il suo stile venne ammirato da Eric Dolphy e si distinse soprattutto su Brilliant Corners, dove il suo solo su Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are è una performance memorabile.
Morì nel sonno a causa di un’overdose di eroina e problemi di salute, a soli 31 anni. Nonostante la carriera breve, la sua produzione musicale – tanto come sideman che come leader – è un patrimonio rilevante del jazz bebop e hard bop.