Angel Gatti

Angel ‘Pocho’ Gatti (Buenos Aires, 28 gennaio 1930 – Parigi, 22 gennaio 2000) è stato un pianista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore argentino di jazz. Figlio di un violinista dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Colón di Buenos Aires, iniziò la sua carriera musicale come clarinettista nella Banda Sinfonica Municipale di Buenos Aires prima di dedicarsi al pianoforte.
Negli anni Quaranta si trasferì negli Stati Uniti, vivendo soprattutto a New York, dove studiò e collaborò con grandi nomi del jazz e della musica pop, come Frank Sinatra, Sarah Vaughan e Nat King Cole. Nel 1961 si trasferì in Italia, dove rimase circa dieci anni, partecipando a vari festival jazz e fondando nel 1968 la sua Grande Orchestra con alcuni dei migliori solisti italiani.
Gatti fu anche arrangiatore e direttore d’orchestra per molti importanti interpreti italiani, come Ornella Vanoni, Johnny Dorelli, Bruno Lauzi e Iva Zanicchi, e partecipò più volte al Festival di Sanremo. Negli anni ’70 tornò in Argentina, dove formò una nuova big band e partecipò a varie produzioni discografiche. Negli anni ’80 si stabilì in Svizzera, poi agli inizi degli anni ’90 si trasferì a Parigi, città in cui visse fino alla sua morte nel 2000.
La sua attività fu caratterizzata dalla direzione orchestrale e dall’arrangiamento, con importanti esperienze in Argentina, Italia e Francia, e lasciò una ricca eredità musicale nel mondo del jazz latino e europeo.

Bob Dylan: i suoi album #12

Pat Garrett & Billy The Kid (1973)

Un western crepuscolare su un mondo ormai agonizzante attira Dylan come il miele fa con le mosche. E gli ispira una delle sue canzoni più popolari.

La colonna sonora di Pat Garrett & Billy The Kid, composta ed eseguita da Bob Dylan, è il suo dodicesimo album in studio e il suo primo album colonna sonora, pubblicato il 13 luglio 1973.
Dylan, oltre a comporre la musica, ha anche interpretato il personaggio “Alias” nel film western di Sam Peckinpah. L’album è notevole per essere composto prevalentemente da brani strumentali che catturano l’atmosfera malinconica e crepuscolare del film, un Western revisionista.

Il pezzo più famoso e iconico della colonna sonora è senza dubbio “Knockin’ on Heaven’s Door”. La canzone, con il suo testo semplice e struggente, accompagna la scena della morte dello Sceriffo Colin Baker (interpretato da Slim Pickens), simboleggiando il tema dell’ineluttabilità della morte che pervade la pellicola.
Divenne una Top 20 hit transatlantica e uno dei brani più celebri di Dylan, superando in popolarità l’album stesso e il film. Nel tempo ha assunto anche un significato spirituale oltre il contesto cinematografico.

L’album originale è composto da 10 tracce che, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door” e di alcune delle tracce “Billy”, sono per lo più strumentali.
La musica è prevalentemente lenta, delicata e trasmette un forte senso di tristezza riflessiva, fungendo da contrappunto alle scene d’azione violente. L’atmosfera generale è di genere Country e Folk rock.
Molte tracce sono variazioni su temi ricorrenti che fungono da leitmotiv cinematografici, spesso associati all’entrata o all’uscita dei personaggi, come dimostrano le tracce intitolate al protagonista.

Nonostante il successo del singolo, la critica contemporanea all’uscita fu in gran parte sfavorevole all’album, con alcuni critici che lo considerarono amatoriale o mediocre nel contesto dell’ampio catalogo di Dylan. Tuttavia, con il passare del tempo e la rivalutazione del film di Peckinpah, anche la colonna sonora ha ottenuto un giudizio più favorevole, venendo riconosciuta come una gemma sottovalutata nel lavoro di Dylan, in grado di evocare in modo eccellente l’ambientazione western.

Truck Parham

Truck Parham, il cui vero nome era Charles Valdez Parham (nato il 25 gennaio 1911 a Chicago, Illinois, e morto il 5 giugno 2002 a Chicago), è stato un rinomato contrabbassista jazz americano con una carriera che si estese per sette decenni. Prima di dedicarsi alla musica, fu anche pugile e giocatore di football con i Chicago Negro All Stars.
Iniziò la carriera musicale suonando la tuba, ma con l’evolversi del jazz passò rapidamente al contrabbasso, studiando con figure come Walter Page e Nate Gangursky della Chicago Symphony Orchestra. Parham suonò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Jimmie Lunceford, Zutty Singleton, Roy Eldridge, Art Tatum e Bob Shoffner. Tra il 1940 e il 1947 fu membro dell’orchestra di Earl Hines e successivamente di quella di Jimmie Lunceford.
Nel dopoguerra fu molto attivo suonando con musicisti come Muggsy Spanier e Art Hodes, e rimase una presenza costante nella scena jazz di Chicago fino agli ultimi anni della sua vita, continuando a esibirsi anche nei primi anni 2000. Pur non avendo mai inciso come leader, Parham ha lasciato un’impronta importante come bassista in numerose registrazioni e performance live.

The Band – Rock of Ages (1972)

È la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno quando Bob Dylan sale sul palco della Academy of Music di New York per celebrare con una fuggevole presenza l’ultimo di tre splendidi concerti eseguiti dalla Band. Dopo la parziale delusione causata dal recente Cahoots, l’incontro con Allen Toussaint suscita il desiderio di reinterpretare in veste nuova alcuni dei vecchi brani, affiancando al classico sound dei primi album, caldo e così straordiariamente “pieno”, una base sontuosa e pervasiva di fiati. Cosi, il lavoro di Toussaint convince e stimola il gruppo a lasciarsi andare in una sequenza di performance trascinanti, spesso di altissimo livello.
L’atmosfera sul palco è lieve e divertita sin dall’ispiratissima cover di Don’t Do It, vecchio successo di Marvin Gaye dove Danko e Helm duettano con scioltezza, e in brani immortali come Stage Fright, Unfaithful Servant e la dolcissima Caledonia Mission tornano a emozionare e volteggiare nell’aria. La sintonia quasi perfetta tra il gruppo di fiati e i consueti ritmi di tastiere e chitarre raggiunge un equilibrio che mai si smarrisce, rivelando Rock Of Ages come un capitolo fondamentale di uno dei più leggendari gruppi della storia del rock.

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Papa John Joseph

Papa John Joseph, nome d’arte di John Joseph (27 novembre 1877 – 22 gennaio 1965), è stato un importante contrabbassista jazz di New Orleans e una figura pionieristica del jazz tradizionale. Nato nella parrocchia di St. James, Louisiana, si trasferì a New Orleans nel 1906. Iniziò la carriera suonando con musicisti come Buddy Bolden, spesso detto il “padre del jazz”, e collaborò con orchestre storiche come quella di Claiborne Williams e l’Original Tuxedo Orchestra.
Per gran parte della sua vita lavorò come barbiere e suonava occasionalmente, ma negli ultimi anni riprese a suonare a tempo pieno, diventando una presenza fissa al Preservation Hall di New Orleans. Morì proprio lì, mentre suonava “When the Saints Go Marching In” all’età di 87 anni. Il suo funerale jazz si tenne alla St. Augustine Catholic Church a New Orleans.
Papa John Joseph proveniva da una famiglia numerosa di musicisti e fu il fratello maggiore del clarinettista Willie “Kaiser” Joseph. La sua carriera musicale coprì un arco temporale vasto, dal jazz originario ai primi anni del rhythm and blues, lasciando un segno significativo nella storia della musica di New Orleans .

Stairway To Heaven – Led Zeppelin (1971)

Stairway to Heaven,” pubblicata nel 1971 sull’album IV dei Led Zeppelin, è considerata una delle canzoni più epiche e leggendarie della storia del rock. Il brano, della durata di otto minuti, è ammirato per la sua costruzione perfetta, che presenta un magnifico crescendo che passa da una parte acustica e sognante a una potente sezione elettrica.

Il testo è di stampo fantastico (scritto da Robert Plant), e la parte strumentale è esaltata dal famoso assolo di chitarra di Jimmy Page e dall’impatto complessivo della band. La canzone non fu mai pubblicata come singolo per scelta del gruppo, quindi non entrò in classifica fino al 2007, quando il catalogo fu reso disponibile in digitale.

Il brano fu concepito da Page, che iniziò a lavorarci da solo nel 1970, con l’intenzione di creare un pezzo epico per sostituire “Dazed and Confused” negli spettacoli dal vivo. La struttura fu finalizzata con la band a Headley Grange. L’arrangiamento si sviluppa gradualmente: inizia in modo acustico con un’atmosfera da ballata, l’elettricità e il basso si aggiungono attorno al terzo minuto e la batteria di John Bonham arriva solo dopo circa quattro minuti, in concomitanza con l’apertura del ritmo. Dopo una breve pausa, il brano esplode con il celebre assolo di Page e un finale rock, in netto contrasto con l’inizio pacato. Nonostante la durata, è una delle canzoni più trasmesse dalle radio a livello globale.

Page stesso ritiene che la canzone incarni tutto ciò che i Led Zeppelin rappresentano. Plant, pur non definendolo il suo brano preferito, lo esegue in modo insuperabile, tanto che Page non ha mai permesso ad altri di cantarlo nelle sue esibizioni da solista, preferendo una versione strumentale.

Il brano è stato anche oggetto di una controversia legale per la somiglianza dell’arpeggio iniziale con il pezzo “Taurus” degli Spirit. Dopo una lunga battaglia legale iniziata nel 2014, i tribunali americani hanno definitivamente prosciolto i Led Zeppelin dalle accuse di plagio nel 2020, nonostante l’evidente somiglianza.

Infine, il testo accenna alla leggenda metropolitana, probabilmente infondata, secondo cui l’ascolto di “Stairway to Heaven” al contrario rivelerebbe un messaggio satanico.

My Favorites Albums #4/100

Mary Margarete O’Hara – Miss America (1988)

[…] Questo purtroppo è l’unico disco da lei inciso. Una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi, non ha conosciuto il “bene commerciale”. La sua musica di difficile collocazione contiene un cocktail di folk, jazz, blues e country, tutta condita da un’estrema personalità. Su tutto risalta la sua interiorità, meditata e pura, non costruita ne artefatta. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #16

16 – Il progressive rock e Canterbury

Fin dai tardi ’50, quando i 45 giri rhythm’n’blues e rock’n’roll cominciano ad arrivare dagli Stati Uniti alle nebbiose lande inglesi, tra le due coste dell’oceano si crea un gioco di reciproche influenze che sarà stato responsabile di gran parte delle evoluzioni del rock degli anni ’60; nonostante il gioco di specchi e i paralleli non possano essere messi in discussione, bisogna comunque tener conto di quanto i presupposti ed il background delle rispettive scene musicali siano diversi: in America alle spalle di una determinata scena musicale c’è spesso un movimento, da quello controculturale di Greenwich ai figli dei fiori di San Francisco e la musica è un’espressione spontanea e (inizialmente) sotterranea di quelle aggregazioni sociali.
In Inghilterra ci sono sì delle scene musicali cittadine, come quella blues di Londra o quella del Merseybeat di Liverpool, ma spesso il diffondersi di nuovi stili è privo di risvolti sociali e spesso è il risultato di una fortunata idea manageriale (come l’importazione del Light show nel 1966 che lancia per breve tempo il movimento psichedelico).
Tutto questo non va inteso come una critica, quanto piuttosto come una chiave di lettura per capire le coordinate stilistiche che da sempre si accompagnano all’“inglesizzazione” degli stili americani: una maggior libertà interpretativa a cui spesso si è associato un maggior arricchimento (o ammorbidimento, a seconda dei punti di vista) in chiave melodica.
Altro elemento da considerare è come gli ingredienti fondamentali del rock (inteso nel suo senso più generale) fossero percepiti come musica tradizionale dalla cultura americana nera (blues) e bianca (country e folk) mente si trattava di linguaggi musicali estranei per gli inglesi: il rock è per natura decontestualizzato nel momento stesso in cui viene suonato dagli inglesi (o dagli europei in generale).
Ed è con questa decontestualizzazione che si può spiegare il fenomeno del progressive rock, fenomeno che nasce e si sviluppa quasi unicamente in Europa dalla fine dei ’60 e per quasi tutti i ’70 e in cui l’elemento rock diviene semplice spunto per composizioni e sperimentazioni che ne trascendono completamente forma e spirito: la forma-canzone tipica del pop viene ripudiata, la musica si arricchisce di suggestioni provenienti dal mondo della classica e dal jazz, l’attenzione si spinge sulla tecnica degli artisti che si lanciano in lunghi assoli che devono molto al jamming della psichedelia; a ben guardare, d’altra parte, è proprio con la psichedelia americana che si erano imposte molte delle caratteristiche del “formato” progressive: la dilatazione della canzone, l’assolo e la jam, ma soprattutto una commistione senza precedenti tra generi.
Se però la psichedelia, come si diceva, era stato un fenomeno spontaneo e legato a pratiche sociali, il progressive nasce spesso come musica intellettuale, esercizio colto di ricerca che trova nell’album, più che nei singoli pezzi, la sua forma ideale.
I prodromi del prog-rock possono essere già individuati in alcuni dischi inglesi del 1967, in particolare quelli di Moody Blues, Procol Harum e Nice, tra i primi ad introdurre nel rock elementi di musica classica. Se nei pezzi dei primi due gruppi l’elemento classico viene comunque inserimento a scopo ornamentali in strutture essenzialmente pop, avvicinandoli idealmente al filone, di cui s’è già parlato, del pop-rock barocco, più particolare è il caso dei Nice del tastierista Keith Emerson che, inserendo elementi di classica in un contesto lisergico, traghettano la musica psichedelica inglese nelle acque del progressive.
Un altro segnale di questo slittamento è la comparsa delle prime opere-rock, in particolare “S.F. Sorrow” (1968) dei Pretty Things e “Tommy” degli Who (1969): segnali importanti di un aumento di ambizione da parte degli artisti rock e definitiva legittimazione dell’LP e del concept album.
Ma soprattutto è degli stessi anni la comparsa di quella che sarà ricordata come la prima generazione del progressive: Traffic, Genesis, Jethro Tull e Family.
Partiti in piena stagione psichedelica i primi, formatisi intorno alla figura di Steve Winwood (cantante, chitarrista e tastierista), partiti con forti inclinazioni folk e con una line up eccentrica per l’epoca, che comprendeva l’organo di Winwood e il flauto di Chris Wood, il gruppo si trovò ben presto lanciato in lunghe jam che viravano verso blues e jazz, raggiungendo un perfetto equilibrio nel 1968 in “Traffic” e spingendosi definitivamente verso il jazz nel 1970 con “John Barleycorn Must Die”.
Diverso il tipo di suono creato dai Genesis, in studio e dal vivo, quasi cameristico negli arrangiamenti, melodrammatico e teatrale, come teatrali anzi, multimediali, erano le esibizioni live del gruppo, incentrate sulla figura carismatica del cantante-mimo Peter Gabriel: cabaret musicale per la fine del millennio, la musica dei Genesis raggiunge il suo apice qualitativo con “Foxtrot” (1970) terminando poi la sua storia (almeno per quel che riguarda i Genesis storici con Gabriel) con il doppio “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974).
Fusione schizoide e apparentemente paradossale quella attuata dai Jethro Tull: il più americano dei gruppi prog, fusione spericolata di generi apparentemente inconciliabili come hard rock e folk medievale, blues, jazz e country: il capolavoro è “Aqualung”, del 1971, concept-album in cui l’improbabile miscela sonora è messa al servizio di una serie di riflessione sul rapporto dell’uomo con religione e chiesa.
Ancor più difficile da incasellare la Family di Roger Chapman che fin dall’esordio del 1968, “Music in a Doll’s House”, rende chiare le sue ambiziose coordinate stilistiche e musicali: mosaico di difficile decifrazione fortemente influenzato dal blues, ma anche dalla classica, dal folk celtico e dall’acid-rock; da questa miscela apparentemente incongruente può emergere di tutto: dalla commovente “Mellowing Grey” ad una “Peace of Mind” che, per la sua acida fusione di hard-blues e folk celtico, ma soprattutto per il cantato posseduto di Chapman, anticipa di parecchi anni certe sonorità tipiche dell’heavy metal.
Se questi gruppi costituiscono la prima guardia del suono prog inglese l’età d’oro del genere comincia con una seconda ondata di gruppi che annovera King Crimson, Van Der Graaf Generator e Yes tra i suoi principali esponenti: gruppi che rendono ancor più spinto il gioco di ricerca e di fusione sonora allontanandosi sempre più dalla matrice rock e virando prepotentemente verso i territori del jazz e della classica.
I primi sono guidati dal virtuoso della chitarra Robert Fripp, cui fanno eco il mellotron (oltre che l’organo ed il flauto a canne) del vocalist Ian McDonald e la batteria di Michael Giles: se il primo brano dell’esordio (e capolavoro) del gruppo “In the court of the Crimson King“ (1969), “21st Century Schizoid Man”, è un eccitante esperimento di fusione col free jazz, nei brani successivi successivo le sonorità si avvicinano da una parte alla classica (“I talk to the wind”), dall’altra a quelle atmosfere medievaleggianti che saranno cavallo di battaglia del prog inglese, in pezzi come “Epitaph” e nella title track. In the court… sarà anche il canto del cigno del gruppo, almeno nella sua incarnazione originaria, che proseguirà come creatura personale di Fripp già dal successivo “In the Wake of Poseidon” (1970).
Fripp lo ritroviamo anche nel capolavoro assoluto dei Van Der Graaf Generator, quel “Pawn Hearts” (1971) in cui il gruppo di Peter Hammill raggiunge la piena maturità: il suono claustrofobico del gruppo è una sorta di punto d’incrocio tra Genesis e King Crimson, vicino ai primi per il cantato melodrammatico e teatrale, accostabile ai secondi per le tastiere e il flauto che sostengono la cupa voce di Hammill, miscela oscura che rappresenta il versante più pessimistico e cupo del suono progressivo inglese.
Laddove i King Crimson si distinguono per la maestria nell’aggirarsi tra i generi più disparati e i Van Der Graaf Generator si segnalano per la visionarietà raggelante, gli Yes si fanno ricordare soprattutto per la magniloquenza e la pomposità del suono incarnando per molti versi, nel bene e nel male, tutti quegli eccessi del prog che avrebbero nel giro di qualche anno innescato la reazione furibonda e nichilista del punk. Il suono del gruppo è un’estenuante esibizione di perizia strumentale e di accostamenti azzardati, sempre sul rischio di collassare in un vuoto onanismo: così in un pezzo come “Starship Trooper” il gruppo interrompe bruscamente il viaggio spaziale sonoro intrapreso nelle prime battute del pezzo con uno stacco country-folk di circa un minuto per poi riprendere con la spirale circolare chitarristica che aveva inaugurato il pezzo, mentre “I’ve Seen All Good People”, Crosby Stills Nash & Young vengono trapiantati in un mondo algido di organi e sintetizzatori: entrambi i pezzi provengono da “The Yes Album” (1971), disco che li impone da subito come gruppo progressive per eccellenza, all’inizio di quegli anni ‘70 che vedono esplodere il genere in Inghilterra, con decine di gruppi a codificarne (e per certi versi a cristallizzarne) il suono.
Tra questi spiccano Emerson, Lake & Palmer, primo supergruppo prog della storia, composti dall’ex tastierista dei Nice Keith Emerson, dal bassista dei Crimson Greg Lake e dalla batteria dell’ex Atomic Rooster Carl Palmer; tra i primi a rendere il genere popolare presso il grande pubblico, forgiando una sorta di prog-arena-rock da classifica e superando gli stessi Yes in magniloquenza: “Tarkus Medley”, pezzo d’apertura del secondo disco del gruppo, “Tarkus” (1971), con i suoi 21 minuti di lunghezza ne è prova inoppugnabile.
Più vicini alle atmosfere affabulatorie di certi King Crimson che alle atmosfere pacchiane di tanto prog i Gentle Giant, raffinata unione di rock, jazz e classica che tocca i suoi picchi in album come “Octopus” (1972) e nel concept “Three Friends” (1972), disco in cui suono del gruppo si indurisce in cui la cervellotica arte del gruppo si rivela definitivamente .
Associabile in parte al fenomeno progressive ma allo stesso tempo caso a parte è la scena che si sviluppa a Canterbury a cavallo tra ’60 e ’70: gruppi come Caravan, Soft Machine ed Egg, diversissimi stilisticamente ma accomunati da una spiccata attitudine per la sperimentazione vicina alla psichedelia e all’avanguardia, fin dall’esperienza nel complesso beat dei Wilde Flowers, palestra musicale per i componenti di Soft Machine e Caravan…
I primi danno un nuovo significato al termine jazz-rock: nella musica dei Soft Machine il jazz non è un suono da introdurre nel pezzo a mo di preziosismo, come in tanto progressive: la struttura melodica stessa dei pezzi è jazz, bop e free, e la strumentazione è solo parzialmente rock. Una trasfigurazione già evidente in “Volume Two” (1969), dove a gioielli d’improvvisazione si alternano gemme dalla melodia stralunata come “Hollo Der” e “Dada Was Here”, e che si fa ancora più marcata in “Third” (1970), le redini del gruppo ormai saldamente in mano a Robert Wyatt: il quale, anche dopo la fine dell’avventura coi Soft Machine proseguirà ed ampliamente ulteriormente quel discorso musicale coi Matching Mole e con una carriera solista folgorante, che trova in “Rock Bottom” (1974), raccolta di canzoni d’amore dall’incedere dilatato e dallo sviluppo magmatico, il suo apice artistico.
Diverso il percorso intrapreso da un altro ex Soft Machine, Kevin Ayers, autore di dischi eclettici e stralunati che ondeggiano tra music hall, folk e prog, arrivando alla quadrature del cerchio con “Whatevershebringswesing” (1971), dove la multiforme vena progressiva si fa più accessibile e pop.
Dove i Soft Machine incarnano lo spirito più avventuroso della scena di Canterbury, i Caravan risultano relativamente più canonici e facilmente avvicinabili al resto dell’universo progressive, con un suono che è un felicissimo punto d’incontro tra le tante tendenze del rock inglese di questi anni: il folk-rock inglese e la passione per la jam acida convivono con suono di un sax che ci ricorda che siamo pur sempre a Canterbury e la contaminazione col jazz non può che essere comunque fortissima come testimonia “In the Land of Grey and Pink” (1971), canto del cigno per la prima incarnazione del gruppo (David Sinclair di lì a poco si unirà ai Matching Mole di Wyatt), ambiziosa avventura sonora tra i quieti paesaggi pastorali del folk e i sentieri impervi ed inesplorati del jazz.
Nel 1970, un anno prima dell’uscita di quel disco, si formano gli Egg di Dave Stewart e Steve Hillage: gruppo che espande ulteriormente il campo di sperimentazione della scena integrando elementi di musica classica in “The Civil Surface” (1974); è invece del 1969 l’esordio dell’ex Soft Machine Daevid Allen con i Gong, autori su “Camembert Electrique” (1971) di una revisione in chiave pop del connubio tra acid rock e jazz rock, caso unico nel già ameno panorama musicale di Canterbury. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Van Morrison – Accentuate the Positive (2023)

Van Morrison, leggenda vivente della musica, ci regala un altro lavoro straordinario con il suo album “Accentuate the Positive”. Secondo album pubblicato nel 2023, l’album dimostra ancora una volta la maestria e l’abilità di Morrison nel creare musica che tocca l’anima.
Il titolo stesso dell’album, “Accentuate the Positive”, riflette il messaggio di speranza e ottimismo che permea le canzoni. Van Morrison ci invita a concentrarci sugli aspetti positivi della vita, nonostante le sfide e le difficoltà che possiamo incontrare lungo il cammino. Questo tema ricorrente si manifesta in modo vibrante in ogni traccia dell’album, creando un’atmosfera di gioia e gratitudine.
Dal punto di vista musicale, “Accentuate the Positive” presenta una varietà di stili e influenze che abbracciano il vasto repertorio di Morrison. L’album spazia dal blues al jazz, dal soul al folk, offrendo un’esperienza sonora ricca e coinvolgente. La voce di Morrison, ancora potente e appassionata nonostante gli anni, trasmette emozioni profonde e autentiche in ogni brano.
Una menzione speciale va anche alla produzione dell’album, che è impeccabile. Ogni strumento e ogni voce sono bilanciati in modo armonioso, creando un suono cristallino e avvolgente. La qualità della registrazione permette di apprezzare appieno l’abilità dei musicisti coinvolti e la maestria di Morrison come cantante e autore.
In conclusione, “Accentuate the Positive” è un altro buon lavoro di Van Morrison. L’album cattura l’essenza del suo stile unico e offre un messaggio di speranza e positività che risuona nel cuore di chiunque lo ascolti. Con la sua voce inconfondibile e le sue abilità strumentali, Morrison continua a dimostrare perché è considerato uno dei più grandi artisti della musica contemporanea. Consiglio vivamente questo album a tutti gli amanti della buona musica e a coloro che cercano ispirazione e conforto nelle note di un grande maestro.

Sonny Clark

Conrad Yeatis “Sonny” Clark (Herminie, Pennsylvania, 21 luglio 1931 – New York, 13 gennaio 1963) è stato un pianista e compositore statunitense di jazz, tra i protagonisti più significativi dell’hard bop. Fu profondamente influenzato da Bud Powell e sviluppò uno stile personale, a tratti percussivo e nervoso, che lo rese molto richiesto come musicista di supporto e leader.
Clark iniziò a studiare pianoforte a 4 anni e si trasferì in California dove collaborò con musicisti come Wardell Gray, Oscar Pettiford e Buddy DeFranco, con cui fece tour in Europa. Nel 1957 si trasferì a New York, divenendo uno dei pianisti più richiesti nelle sessioni Blue Note, accompagnando artisti come John Coltrane, Dexter Gordon, Jackie McLean, Hank Mobley, Lee Morgan e molti altri.
Tra gli album più famosi come leader ci sono “Dial ‘S’ for Sonny” (1957), “Sonny’s Crib” (1957), “Cool Struttin’” (1958) e “Leapin’ and Lopin’” (1962). Purtroppo, la sua carriera fu breve a causa di problemi di tossicodipendenza e morì a soli 31 anni nel 1963, probabilmente per overdose.
Clark è ricordato come uno dei pianisti più originali e influenti del jazz moderno, capace di coniugare tecnica e sensibilità compositiva in modo straordinario.