Sunny Henry

Il 17 novembre del 1885 nella Magnolia Plantation, in Louisiana, nasce il trombonista Charles Henry, detto Sunny. Fu un trombonista di spicco nella tradizione delle brass bands di New Orleans. Attivo fin dagli anni 1900, suonò con formazioni come l’Eclipse Brass Band, Excelsior Brass Band, John Robichaux e la Works Progress Administration band. Negli anni ’40 divenne membro fisso dei Young Tuxedo Brass Band, poi Eureka Brass Band fino alla sua morte nel 1960. Riconosciuto come figura chiave di quel tradizionale sound new‑orleansiano.
Negli anni della depressione si esibisce regolarmente, come primo trombone, con la W.P.A. Brass Band diretta da Louis Dumaine. Durante la seconda guerra mondiale entra a far parte della Young Tuxedo Brass Band e, negli anni Cinquanta, della Eureka Brass Band con la quale registra dei dischi che hanno una notevole importanza almeno sotto il profilo storico dal momento che consentono di avere una attendibile idea del sound delle brass band primigenie di cui non esistono documenti discografici. Sunny muore a New Orleans il 7 gennaio 1960.

Norah Jones — The Fall (2009)

Ha avuto coraggio Norah Jones con questo suo quarto disco The Fall a cambiare sonorità. Le chitarre e la batteria, infatti, prendono il posto dell’ormai collaudato pianoforte e le canzoni si inoltrano in territori più moderni e leggermente più rock.
Dopo Come Away With Me del 2002 (vincitore di otto Grammy), Feels Like Home del 2004 e Not Too Late del 2007, dischi che hanno venduto 36 milioni di copie in tutto il mondo e tutti entrati nella Top 200 di Billboard, Nora Jones sperimenta un nuovo sound senza però strafare e rimanendo su note musicali mai troppo aspre e graffianti. Certo dopo un capolavoro come quello del 2002 è assai difficile creare un’opera dello stesso livello o superiore, The Fall resta comunque un buon disco che non deluderà i suoi fans.

Big Thief – Double Infinity (2025)

RiB – Recensioni in Breve

C’è un silenzioso massimalismo che permea ogni decisione nell’ultimo album del trio indie-folk Big Thief. Potrebbero sembrare caratteristiche contrapposte, ma è esattamente così che si percepisce. Una strumentazione acustica concreta decora gli arrangiamenti in modo estremamente dettagliato; un’umanità pittoresca si intreccia con il pensiero filosofico. Persino il titolo dell’album, Double Infinity, sembra deliberatamente attenuato: il limite inesprimibile dato ai confini spaziali, rende la natura infinita dell’esistenza più contenuta e gestibile.  Il sesto album del gruppo arriva tre anni dopo il doppio LP del 2022, Dragon New Warm Mountain I Believe In You. A metà della sua durata, Double Infinity appare in qualche modo più grandioso: illuminato, ma in ogni momento ancorato all’esperienza umana. 
Non esiste distanza maggiore di quella tra l’individuo e l’universo nel suo complesso, e l’unico modo per riconciliarla è non smettere mai di cercare un significato superiore nel disordine della vita. Questa spinta a confrontarsi con l’eterna incomprensibilità dell’universo distilla il significato dell’essere umano: una specie cosmicamente microscopica, che ama, soffre e ha la fortuna di creare musica su questo argomento.
Tra i più bei dischi di questo 2025.

Ascolta il disco

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #13

13 – La riscoperta delle radici 

Tra il 1967 e il 1968 il sogno del flower power e le spinte utopistiche dell’ala controculturale americana si sono infrante contro la dura realtà: con la psichedelia ormai ridotta a fenomeno commerciale e la sbornia delle mille sperimentazioni e novità degli anni ’60 ancora da smaltire, molti artisti decidono di ricondurre il rock alle sue rassicuranti origini. In un processo che comincia alla fine degli anni ’60 e che tende a consolidarsi sempre di più nei ‘70 la musica rock americana torna a bagnarsi nelle acque calde del country, del folk Appalachiano, del primo blues, del gospel.
Il primo è Bob Dylan nel 1967 con “John Wesley Harding”, seguono a ruota tutti gli altri: dai Beau Brummels ai Grateful Dead, gran parte dei gruppi americani centrali degli anni ’60 riscoprono il piacere senza tempo del country.
L’invenzione del country-rock va però attribuita fondamentalmente ai Byrds di “Sweetheart of the Rodeo” (1968), alla regia il nuovo frontman Gram Parsons, già leader dell’International Submarine Band e futuro fondatore di lì a poco dei Flying Burrito Brothers, esploratore instancabile delle possibilità che derivano dal suonare country con una line-up rock e “inventore” di un suono destinato a divenire un caposaldo del rock americano.
Lo stesso suono che ritroviamo in “Harvest” (1970) di Neil Young, quarto disco solista che segue di due anni la separazione dai Buffalo Springfield e si sovrappone alle sue sortite col quartetto Crosby, Stills, Nash & Young supergruppo formato con ex membri di Hollies (Nash) e Byrds (Crosby), responsabile della creazione del cosiddetto West Coast Sound, vale a dire una fusione agrodolce di country blues e folk immortalata nel celebre live d’addio alle scene “Four Way Street” (1971).
Se CSN&Y si sciolgono nel 1971, Young continua la sua brillante carriera solistica, accompagnato a lungo dalla formazione dei Crazy Horse, passando dal già citato country-rock di “Harvest” alla depressione post hippie di “On The Beach”, del 1974 (parente alla lontana nello spirito dell’elegiaco “If I Could Only Remember My Name” dell’ex compagno di squadra David Crosby): il doppio live del 1979 “Rust Never Sleeps”, un lato acustico e un lato elettrico, country-folk il primo, ai confini con l’hard rock il secondo, è un buon compendio della prima fase della carriera di questo Dylan degli anni ’70: molti sono infatti i punti in comune tra i due, dalla fusione perfetta e complementare di testi e musica, al tono spesso moralistico delle canzoni che nella musica di Young passa però attraverso le disillusioni di fine anni ’60, la malinconia e la rabbia della fine dell’idealismo delle utopie di quegli anni.
Dalle ceneri dei Buffalo Springfield orfani di Young e Stills si formano anche i Poco, (che prendono il nome dalla nota striscia comica fumettistica), gruppo che prosegue il discorso musicale iniziato dagli Springfield, muovendosi musicalmente tra Byrds e Beatles e arrangiando le proprie influenze in chiave country (rock). A loro s’ispireranno gli Eagles, vale a dire coloro che porteranno il fenomeno country-rock in cima alle classifiche durante gli anni ’70 rielaborandone però le sonorità in chiave pop-rock, toccando il vertice qualitativo con “Hotel California” (1976), disco in cui peraltro la matrice country è solo una delle tante componenti musicale in gioco.
Ma il riallineamento americano di fine anni ’60 non si esaurisce nella riscoperta nel country e nella sua fusione col rock: è infatti degli stessi anni l’invenzione del roots rock, fusione di folk, country, gospel e rock da parte della Band: gruppo-spalla di Dylan dal 1965, il complesso aveva cominciato accompagnando Ronnie Hawkins e si era fatto le ossa su un rock’n’roll di stampo classico pesantemente influenzato dal suono dei dischi della Sun Records.
Dopo l’esperienza con Dylan il gruppo esordisce con “Music From Big Pink” (1968) e trova il capolavoro con il disco omonimo del 1969: dischi popolati da una musica fuori dal tempo, tanto che ascoltandoli si ha l’impressione che la british invasion non sia mai avvenuta e le lancette del tempo si siano spostate improvvisamente indietro di qualche decennio.
La stessa sensazione ci accompagna durante l’ascolto dei dischi di Creedence Clearwater Revival e Flamin’ Groovies: i primi eccellono nel suonare swamp pop, un tipo di rock’n’roll in voga oltre dieci anni prima nella Louisiana che miscelava in parti uguali country, rock’n’roll, rhythm’n’blues e blues della Louisiana, il tutto però filtrato ed aggiornato attraverso le evoluzioni più recenti del rock: il risultato è una serie di singoli indimenticabili come Bad Moon Rising, Have You Ever Seen the Rain?, Proud Mary ed un disco capolavoro come “Cosmo’s Factory” (1970).
Rivive invece il rock’n’roll degli anni ’50 e il rhythm’n’blues della british invasion in “Supersnazz”, esordio del 1968 dei Flamin’ Groovies, gruppo che sposterà poi il suo baricentro musicale in area Beatles-Kinks con “Shake Some Action” (1976), disco pubblicato a formazione rivoluzionata e che contribuisce ad inventare quell’incrocio tra hard rock, Byrds e Beatles definito power pop.
L’azione di riscoperta delle radici proseguirà anche negli anni ’70 con gruppi come Little Feat e Doobie Brothers che per la spiccata componente boogie verranno spesso associati alla scena Southern rock e avrà poi un ritorno di fiamma negli anni ’80 con gruppi come Los Lobos, Del Lords e Del Fuegos: come al solito, se ne riparlerà più avanti…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Hank Garland

Walter Louis Garland nato l’11 novembre del 1930 è noto professionalmente come Hank Garland. E’ stato un chitarrista e cantautore statunitense. Iniziò come musicista country, suonò il rock and roll quando divenne popolare negli anni ’50 e pubblicò un album jazz nel 1960. La sua carriera fu interrotta bruscamente quando un incidente d’auto nel 1961 lo lasciò incapace di esibirsi. Iniziò con la chitarra a soli 6 anni; a 16 era già impegnato a Nashville e a 18 pubblicò il successo “Sugarfoot Rag”, disco da oltre un milione di copie. Fu membro del celebre “A‑Team” di session-men di Nashville. Collaborò con artisti del calibro di Elvis Presley, Patsy Cline, Roy Orbison, Everly Brothers, Brenda Lee, e suonò l’intro di “Jingle Bell Rock”. Nei tardi anni ’50 e inizio ’60 si dedicò al jazz: incise Jazz Winds From a New Direction (1961) con Gary Burton, Joe Morello e altri, e si esibì al Newport Jazz Festival e in club come Birdland a New York. Era noto per la sua versatilità, passando agevolmente da country a rock, folk o jazz, con linee fluide e grande senso del swing.
Hank Garland è stato un gigante silenzioso della chitarra: capace di dominare sessioni country, influenzare la nascita del rock e poi innalzarsi nel jazz, con una tecnica brillante e uno stile unico. Il suo tragico incidente ha interrotto troppo presto una carriera straordinaria, ma il suo suono continua a ispirare chitarristi in ogni genere.

Van Morrison — Inarticulate Speech of the Heart (1983)

Per fortuna questo è l’ultimo album in studio in cui compare Mark Isham, sempre più lanciato ad emulare Brian Eno e sempre meno impegnato a suonare la tromba. Per quanto l’album sia piacevole, sembra fatto con gli scarti del precedente. Troppi brani strumentali ed un suono che vorrebbe essere levigato e pulito ma rischia di cadere nella volgarità. L’inizio è scioccante, con i bassi pompati tanto da far pensare di aver preso per sbaglio un disco di Barry White. La voce emoziona come sempre, anche quando non canta ma recita, vedasi l’introduzione di “Rave on, John Donne”. Per chi riesca, non è difficile, ad abituarsi al suono ammorbidito e plastificato, quest’album può rappresentare un piacevole diversivo nel catalogo dell’irlandese, o comunque un aromatico sedativo. Non mancano le belle canzoni, come “The Street Only Knew Your Name” che cerca di ripetere la “Cleaning Windows” dell’album precedente, ma nessuna è essenziale.

Pete Brown

James Ostend “Pete” Brown è nato il 9 novembre del 1906. Imparò a suonare il pianoforte, la tromba e il sassofono da giovane. Suonò a New York City con l’orchestra di Bernie Robinson nel 1928 e dal 1928 al 1934 suonò con Charlie Skeete. Nel 1937, lavorò nella band di John Kirby; per diversi anni negli anni ’30 lavorò con Frankie Newton, che era anche un membro della band di Kirby. Brown e Newton registrarono spesso. Oltre a registrare sotto il suo nome, Brown registrò anche con Willie “The Lion” Smith, Jimmie Noone, Buster Bailey, Leonard Feather, Joe Marsala e Maxine Sullivan negli anni ’30. Negli anni ’50, la salute di Brown iniziò a peggiorare e abbandonò le esibizioni a tempo pieno. Morì a New York il 20 settembre 1963.

Bob Dylan: i suoi album #7

Blonde on Blonde (1966)

Il suono al mercurio
Il primo doppio album del rock, con un Dylan sfocato e sfuggente in copertina e una musica mai ascoltata prima

“Blonde on Blonde” pubblicato nel 1966, è considerato uno dei capolavori della musica rock e uno degli album più influenti della storia. È il settimo album in studio di Dylan ed è spesso visto come la conclusione della sua “trilogia elettrica”, iniziata con “Bringing It All Back Home” (1965) e “Highway 61 Revisited” (1965).
Il tipo di percorso intrapreso da Bob Dylan in poco più di un anno è a dir poco sbalorditivo. Nell’arco di 13 mesi, pubblicò tre dei più grandi album di tutti i tempi. Il primo, Bringing It All Back Home (1965), segnò la genesi del genere folk-rock. Il secondo, Highway 61 Revisited (1965), pubblicato appena cinque mesi dopo, diede il tono alla rivoluzione culturale negli Stati Uniti e cambiò per sempre il modo di scrivere canzoni.
Il terzo, Blonde on Blonde, pubblicato 60 anni fa, potrebbe non aver rivoluzionato il panorama musicale come gli altri due, ma è probabilmente il più amato dai fan. È un ambizioso doppio album che Dylan ha usato per esprimere la sua personalità e la sua visione, carico della sua energia unica e distintiva.
È giusto considerare Blonde on Blonde l’album di Dylan più “fedele” al suo spirito. In un’intervista del 1969 a Rolling Stone , Dylan disse del suo settimo album: “La cosa più vicina al suono che sento nella mia mente è stata quella delle singole band presenti nell’album Blonde on Blonde . È quel suono sottile, selvaggio e mercuriale. È metallico e dorato, con tutto ciò che evoca”.
La storia del processo di registrazione di Blonde on Blonde è nota quasi tanto per i suoi inciampi quanto per i suoi successi. Alla fine del 1965, Dylan entrò per la prima volta nello studio della Columbia Records a New York City dopo aver girato diverse parti del paese e del mondo. Era accompagnato dagli Hawks, una band composta da Levon Helm e quattro musicisti canadesi, tra cui Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Loro, ovviamente, sarebbero poi diventati The Band. Dylan aveva suonato un paio di concerti con gli Hawks come band di supporto e li aveva ingaggiati per suonare con lui in tour l’anno successivo. Immaginava che avrebbero avuto lo stesso successo in studio che avevano avuto in tournée.
Blonde on Blonde fu un successo di critica e pubblico, ma Dylan non ebbe la possibilità di goderselo appieno. Poco più di un mese dopo l’uscita dell’album, Dylan fu coinvolto in un incidente motociclistico ancora misterioso, la cui causa e l’entità delle sue lesioni sono ancora in gran parte sconosciute. Dylan si tenne nascosto per gran parte della fine degli anni ’60, pubblicando John Wesley Harding (1967) circa un anno e mezzo dopo, e non riapparve fino all’uscita di Nashville Skyline (1969). Dylan trascorse gran parte della rivoluzione che contribuì a ispirare lontano dagli occhi del pubblico.
Dylan ha registrato ogni genere musicale nei 60 anni trascorsi dall’uscita di Blonde on Blonde, ma raramente ha suonato con la stessa sicurezza e sicurezza di sé di quell’album. Forse non è stata la scintilla più facile da accendere, ma una volta accesa, è stato impossibile spegnerla. Più di mezzo secolo dopo, arde ancora intensamente.

Andy Gibson

Albert “Andy” Gibson è nato il 6 novembre del 1913. E’ stato un trombettista, arrangiatore e compositore jazz statunitense. Iniziò con il violino, poi passò alla tromba e suonò in orchestre swing come quelle di Lew Redman, Zack Whyte, McKinney’s Cotton Pickers, Blanche Calloway, Willie Bryant e Lucky Millinder. Nel 1937 smise di suonare per diventare arrangiatore e compositore, lavorando con veri giganti come Duke Ellington, Count Basie, Cab Calloway, Charlie Barnet e Harry James. Durante la Seconda guerra mondiale guidò una sua big band nell’esercito statunitense (1942–45). Dopo il servizio militare lavorò nuovamente con Barnet e poi si orientò verso il rhythm & blues, diventando direttore musicale per King Records tra il 1955 e il 1960. Viene ricordato come uno dei più raffinati e meno celebrati arrangiatori dell’era dello swing. Morì prematuramente a 47 anni, a causa di un infarto, nella sua città di Cincinnati.

Brunori Sas – L’albero delle noci (2025)

RiB – Recensioni in Breve

L’Albero delle Noci di Brunori Sas è un album maturo, profondo e incisivo, che segna la definitiva consacrazione del cantautore tra i migliori della sua generazione. Il disco è fortemente influenzato dalla recente paternità dell’artista (Dario Brunori ha 47 anni), affrontando le ansie, le speranze e la bellezza di questa nuova fase della vita e della “crisi di mezza età” con sincerità e ironia. L’album richiede un ascolto attento e una profonda partecipazione emotiva, in particolare per chi è genitore.
Il tema dell’amore è centrale, declinato nelle sue complessità e negli ostacoli che si incontrano in una relazione duratura. L’album affronta anche il rapporto dell’artista con le sue paure, ora accettate con maggiore serenità. Non mancano riferimenti a temi sociali e riflessioni intime che risuonano in modo universale con la vita dell’ascoltatore. La scrittura è lodata come autentica, incisiva e ricca di riferimenti letterari e filosofici. Brunori racconta se stesso con la massima sincerità possibile.
Un disco “diretto che arriva al cuore” e come un’opera che “scoperchia il tetto delle certezze” e “fa vedere un nuovo cielo.” L’Albero delle Noci è un album che bilancia perfettamente introspezione, emotività e una scrittura magistrale, affrontando con lucidità la fase della maturità.
Brunori Sas è probabilmente il cantautore più interessante di questi anni duemilaventi.

Ascolta il disco