King Crimson – Red (1974)

Red (come il loro album di debutto, In the Court of the Crimson King) è diventato uno dei dischi di rock progressivo più essenziali e, secondo me, è l’apice della musica dei King Crimson. All’inizio pensavo che Red fosse solo un disco decente, e nessuna traccia mi aveva davvero colpito. Al secondo, terzo ascolto, ho riconosciuto, grazie soprattutto a “Starless” che il disco era geniale.

Uno dei motivi o meglio dei meriti che rende Red forse l’album migliore dei King Crimson è l’incredibile esibizione della voce di John Wetton.
Red ha il perfetto equilibrio tra voce e strumenti. La voce di Wetton è presente in tre delle cinque tracce e per ognuna delle tre, la sua performance è piuttosto diversa. Le sue capacità spaziano dall’assoluta orecchiabilità di “One More Red Nightmare” allo spettacolarmente rilassante “Fallen Angel” fino all’assolutamente potente “Starless”.

Ma c’è di più nel fascino di Red oltre alla semplice voce, ovviamente. Diamo un’occhiata ai due brani strumentali. La traccia del titolo che apre l’album rivela il lato hard rock dei King Crimson. “Red” è praticamente una serie di una manciata di riff pesanti, ed è una delle canzoni più uniche della band. La chitarra di Robert Fripp è davvero ammirevole poiché è ciò che guida la maggior parte di “Red”. Bill Bruford fornisce anche gran parte dell’energia con la sua caotica esibizione di batteria (è strano pensare a Bruford come parte dei King Crimson, piuttosto che degli Yes). La seconda traccia strumentale, “Providence”, è probabilmente la canzone più debole dell’album, ma piace comunque abbastanza. È quasi tradizione per i King Crimson che la penultima traccia di ogni album sia una traccia piuttosto lunga, (per lo più) strumentale che sperimenta parte della loro musica più strana, e “Providence” non fa eccezione. Wetton è eccellente con il suo basso, e la chitarra stridente di Fripp si sposa bene con il basso.

Da non dimenticare, però, che anche le altre tre tracce di Red fanno molto affidamento sugli strumenti. Durante “Fallen Angel” e “One More Red Nightmare”, i sassofoni vengono utilizzati nelle parti strumentali. È bello anche ascoltarli, perché Red è una questione di varietà e quei momenti mettono in risalto gli elementi jazz dei KC.

Ancora una volta, il modo di suonare la chitarra di Fripp è fantastico in questi due brani, oltre a tutte gli altri. E, ultimo ma non meno importante, il pezzo forte di Red: “Starless”, della durata di 12 minuti.

Il mellotron di Fripp dona a “Starless” la sua bellissima, sorprendente atmosfera, che dura per tutta la canzone. I primi quattro minuti e mezzo sono dominati dalla potente voce di Wetton, e dopo tutto diventa un folle, incredibile accumulo fino al climax verso la fine della canzone. Alla fine della traccia il mellotron di Fripp ritorna alla calma che c’era all’inizio del brano.

Red è un album davvero sorprendente dell’età d’oro del rock progressivo ed è, a mio modesto parere, il miglior lavoro dei King Crimson.

Skateaway – Dire Straits (1980)

Era l’ottobre del 1980 quando Mark Knopler e i Dire Straits pubblicarono il terzo lavoro in studio della band, Making Movies. Dopo aver riscontrato un formidabile successo con i primi due LP del gruppo, Dire Straits (1979) e Communiqué (sempre del 1979).

Dopo aver dato il via alla campagna Making Movies con il singolo “Tunnel of Love” nell’ottobre 1980, i Dire Straits tornarono con il secondo singolo nel dicembre 1980: “Skateaway”. La canzone vede Knopler che parla di una bellissima donna che sfreccia per le strade trafficate della città su un paio di pattini a rotelle, ascolta la musica attraverso le cuffie mentre sfreccia nel traffico.

In Making Movies, “Skateaway” dura più di sei minuti. Per renderlo un po’ più radiofonico come singolo, la traccia è stata ridotta a meno di cinque minuti. La canzone ha fatto una solida corsa nelle classifiche, schiantandosi nella top 40 per raggiungere il numero 37 nel Regno Unito. Qui in America, il brano ha raggiunto la posizione numero 58 nella Billboard Hot 100. Al di là delle classifiche, tuttavia, il brano è diventato uno dei preferiti dai fan dei Dire Straits e ottiene ancora ampi consensi sulle radio rock classiche.

John Lennon, peace and love

A New York mancano dieci minuti alle undici di sera dell’8 dicembre 1980 quando John Lennon, insieme a Yoko Ono, la sua inseparabile compagna di lavoro e di vita, scende dal taxi che l’ha riportato davanti alla sua casa nel Dakota Building, dopo una giornata passata in studio di registrazione a lavorare al brano Walking on thin ice.

John Lennon è stato uno dei più celebri musicisti e cantautori del XX secolo, noto soprattutto come membro fondatore dei Beatles, una delle band più influenti nella storia della musica. Nato il 9 ottobre 1940 a Liverpool, in Inghilterra, Lennon è cresciuto in un contesto difficile, ma ha trovato nella musica un modo per esprimere se stesso.

Con i Beatles, Lennon ha co-scritto e cantato alcune delle canzoni più iconiche del gruppo, come “Imagine,” “Come Together,” e “Strawberry Fields Forever.” La sua scrittura era spesso caratterizzata da testi poetici e provocatori, e il suo stile musicale spaziava tra il rock’n’roll, il folk, e il pop. Oltre alla sua carriera con i Beatles, Lennon ha avuto una carriera solista di successo, con l’album “Imagine” come uno dei suoi lavori più conosciuti.

Lennon era anche noto per il suo attivismo politico e sociale, impegnandosi in cause per la pace e contro la guerra, specialmente durante la Guerra del Vietnam. La sua vita fu tragicamente interrotta l’8 dicembre 1980, quando fu assassinato da un fan mentalmente disturbato, Mark David Chapman, fuori dal suo appartamento a New York City.

Il suo impatto sulla musica e sulla cultura popolare rimane immenso, e Lennon continua ad essere ricordato come un’icona della pace e della creatività.

Tom Waits: cantautore dalla voce vissuta

Oggi è il 7 dicembre, ed in questo giorno, nel 1949, a Pomona, Los Angeles, California, U.S.A., nasceva Tom Waits.
Tom Waits è un cantautore, compositore e attore statunitense noto per la sua voce unica e inconfondibile, spesso descritta come “vissuta” o “grattata”. La sua voce è il risultato di anni di interpretazioni intense, fumo di sigarette e un approccio al canto che mescola blues, jazz, rock e avanguardia.
La carriera di Waits è iniziata negli anni ‘70, e nel corso dei decenni è diventato una figura di culto nel panorama musicale. La sua musica è caratterizzata da testi poetici, spesso cupi e surreali, che raccontano storie di personaggi marginali e situazioni strane o malinconiche. L’atmosfera delle sue canzoni è spesso evocativa di mondi sotterranei, notti senza fine e paesaggi urbani decadenti.
Waits ha anche esplorato il teatro e il cinema, lavorando con registi come Jim Jarmusch e Francis Ford Coppola. La sua influenza si estende ben oltre la musica, lasciando un’impronta significativa nella cultura popolare e ispirando innumerevoli artisti in diversi campi.
In sintesi, Tom Waits è un artista poliedrico il cui contributo alla musica e all’arte è stato profondamente influenzato dalla sua voce “vissuta”, che è diventata il suo marchio di fabbrica e un simbolo del suo stile unico e inimitabile.

Little Richard: “principe” del Rock’n’Roll

Little Richard, il cui vero nome era Richard Wayne Penniman, è spesso chiamato il “principe” del Rock’n’Roll per il suo impatto rivoluzionario sulla musica e la cultura popolare negli anni ‘50 e ‘60. Nato il 5 dicembre 1932 a Macon, in Georgia, Little Richard è stato uno dei pionieri del Rock’n’Roll, contribuendo a definire il suono e lo stile del genere con la sua voce potente, il pianoforte esplosivo e una presenza scenica carismatica.
Richard è famoso per brani iconici come “Tutti Frutti”, “Long Tall Sally”, “Good Golly, Miss Molly” e “Lucille”. Queste canzoni, caratterizzate da un ritmo incalzante, testi energici e uno stile vocale unico, sono diventate pilastri del Rock’n’Roll. La sua capacità di fondere elementi del gospel, blues e rhythm and blues ha creato un suono nuovo e accattivante che ha influenzato innumerevoli artisti, dai Beatles a Elvis Presley.
Oltre alla sua musica, Little Richard era conosciuto per il suo stile eccentrico e audace. Con i suoi abiti sgargianti, il trucco vistoso e l’acconciatura caratteristica, sfidava le norme di genere e razza dell’epoca, diventando un’icona di ribellione e liberazione personale.
Little Richard non solo ha contribuito a rompere le barriere razziali nella musica, ma ha anche influenzato il modo in cui il Rock’n’Roll veniva percepito e accolto a livello globale. La sua musica è stata un ponte tra le comunità nere e bianche negli Stati Uniti, in un periodo di forti tensioni razziali.
Nonostante le sue lotte personali e i momenti in cui si è allontanato dalla scena musicale per dedicarsi alla religione, Little Richard è rimasto una figura fondamentale nella storia della musica. Il suo contributo al Rock’n’Roll gli è valso numerosi riconoscimenti e un posto d’onore nella Rock and Roll Hall of Fame.
In definitiva, Little Richard è stato un vero pioniere e “principe” del Rock’n’Roll, il cui impatto si sente ancora oggi nella musica moderna. La sua energia, il suo talento e la sua personalità larger-than-life lo rendono una leggenda indimenticabile del panorama musicale globale.

Thelonious Monk

In quanto a stranezze, probabilmente nessuno ha mai superato Thelonious Monk, proverbiale caso di enigma vivente a cominciare dal primo nome, Thelonious, ereditato dal padre, e dal secondo, Sphere, del quale nessuno a ma appurato l’origine, né la reale esistenza anagrafica. Nato alla fine degli anni dieci (non c’è certezza nemmeno sulla data di nascita), Monk era già, all’inizio degli anni Quaranta, il pianista fisso del Minton’s di New York, il club scelto come laboratorio permanente dai “rivoluzionari” del bop. Monk si trovo cosi al centro del movimento che ha cambiato la storia del jazz, ma non ne fu affatto coinvolto. La musica era l’unico interesse della sua vita, ma l’attenzione era rivolta unicamente all’opera del suo ingegno. Prova ne è il fatto che Monk ha scritto gran parte del suo repertorio nei primi anni di attività, quando era praticamente ignorato. Con felice intuizione, è stato scritto che Monk sembrava rimanere fermo ad aspettare che il futuro lo raggiungesse e facesse capire agli altri la sua musica. Poi si è limitato a lasciare che gli altri lo ascoltassero. Nessuna storia del jazz escluderebbe il suo nome dai fondatori del be-bop, ma Thelonious in realtà ha più che altro garantito la sua presenza e, anche in termini stilistici, con i boppers voleva avere poco a che fare. D’altra parte le sue radici di strumentista affondano nella tradizione stride, quella dei rent parties, che sono stati la sua prima fonte di reddito. La tecnica pianistica di Monk era, secondo alcuni, piuttosto rudimentale. In effetti si trattava di un modo di suonare assolutamente fuori dalla norma, con le dita tese e non piegate secondo la prassi classica. Questo veniva considerato un limite tecnico grave: non va dimenticato però che, nonostante la sua indifferenza al mondo esterno, Monk, per quello che riguarda la musica, sapeva benissimo ciò che voleva. L’approccio alla tastiera con le dita rigide gli consentiva di ottenere quella sonorità inconfondibile, percussiva, che scaturiva proprio dal modo in cui venivano colpiti i tasti. Una tecnica messa a punto sul piccolo pianoforte del modesto appartamento del ghetto di San Juan Hill che ha abitato per tutta la vita, anche quando, ottenuti seppur tardivi riconoscimenti, aveva raggiunto una relativa agiatezza.
Per molti anni Monk ha avuto una vita difficile, ha lavorato per pochi dollari in locali di quart’ordine e dal 1951 al 1957 non ha lavorato affatto. Dal 1957 la sua stella inizia a brillare, quando con il suo quartetto (del quale hanno fatto parte anche Sonny Rollins, John Coltrane, Johnny Griffin e Charlie Rouse) propone il repertorio che lo ha portato a diventare un maestro, composto di brani come Round Midnight, Ruby My Dear, Straight No Chaser, Epistrophy, ai quali vanno aggiunti classici come Blue Monk, Well You Needn’t, o Misterioso. Monk diventa una star, suona in tutto il mondo e nel 1964 conquista addirittura la copertina di “Time”. La gloria lo accompagna sino alla fine del decennio, poi la discesa, la voglia di scomparire agli occhi del mondo, l’autoreclusione nella casa di San Juan Hill e quindi nel 1986, la scomparsa.

Air – Moon Safari (1998)

Il duo parigino riesce, in un esordio dal sorprendente successo internazionale, a mettere in contatto due mondi all’apparenza lontani: quello del modernariato analogico ossessionato dai ’70, a base di moog e elettronica naif, ai confini col kitsch, e quello dilatato e sinuoso riconducibile alla tradizione del trip-hop. A fare da ponte troviamo melodie che spesso sfociano in soluzioni orchestrali e atmosfere cinematografiche – non a caso il gruppo sarà titolare, due anni dopo, della colonna sonora Virgin Suicides – e, in un paio d’occasioni, la memorabile voce di Beth Hirsch. Un pop cristallino, svagato e surreale, che definirà, da questo momento in poi, i parametri della via francese all’elettronica. Raramennte l’aggettivo retrofuturista risulta appropriato come in questo caso.

Ascolta il disco

John Mayall: 90 anni per il bluesman britannico

John Mayall è un musicista britannico, noto principalmente per il suo contributo al blues. Nato il 29 novembre 1933 a Macclesfield, Inghilterra, Mayall è spesso definito “il padrino del British blues” grazie alla sua influenza nel portare il genere alla ribalta in Gran Bretagna durante gli anni ’60.
Mayall è famoso per aver formato la band John Mayall & the Bluesbreakers, che ha visto passare tra le sue fila musicisti leggendari come Eric Clapton, Peter Green (che successivamente fondò i Fleetwood Mac) e Mick Taylor (che più tardi si unì ai Rolling Stones). L’album “Blues Breakers with Eric Clapton” del 1966 è particolarmente significativo e rimane una pietra miliare del blues rock.
John Mayall è anche noto per la sua capacità di suonare diversi strumenti, tra cui l’armonica, il pianoforte e la chitarra, e per la sua dedizione alla musica blues, che ha continuato a promuovere e suonare in tutto il mondo per oltre sei decenni.
Mayall ha continuato a registrare e fare tournée, confermando il suo status di icona del blues fino quasi alla morte avvenuta il 22 luglio del 2024.

Gato Barbieri: un audace e coraggioso performer

Gato Barbieri, il cui vero nome era Leandro Barbieri, è stato un celebre sassofonista e compositore argentino, noto per il suo contributo al jazz latino. Nato il 28 novembre 1932 a Rosario, in Argentina, Barbieri è divenuto famoso per il suo stile potente e passionale, suonando principalmente il sassofono tenore.
Negli anni ’60, Barbieri si è trasferito in Europa, dove ha collaborato con diversi artisti di avanguardia, tra cui il trombettista Don Cherry. È durante questo periodo che ha sviluppato il suo caratteristico suono, una fusione di jazz con elementi della musica latinoamericana.
Negli anni ’70, ha guadagnato ulteriore riconoscimento grazie alla colonna sonora del film Ultimo tango a Parigi (1972), diretto da Bernardo Bertolucci. Questa colonna sonora ha portato Barbieri alla ribalta internazionale e ha consolidato la sua reputazione come uno dei più grandi innovatori del jazz latino.
Gato Barbieri ha continuato a incidere e a esibirsi fino alla sua morte, avvenuta il 2 aprile 2016 a New York. Il suo lascito musicale continua a ispirare musicisti di tutto il mondo.