Storia della musica: dal blues agli anni duemila #1

1 – Dai canti di lavoro al boogie

Alle origini del blues e di tutta la musica nera afroamericana c’è una lunga serie di eventi tragici, il cui principio cronologico potrebbe essere fissato al 1619, anno della fondazione di Jamestown e del primo trasferimento definitivo dei neri in America.
Fin da subito la schiavitù dei neri Africani si rivela fenomeno doppiamente crudele: non solo lo schiavo afroamericano viene privato dei diritti fondamentali (come ogni altro schiavo d’altronde), ma a causa delle sue peculiarità razziali e sociali arriva a perdere la qualifica stessa di essere umano agli occhi dei coloni. Inoltre la concezione sociale, filosofica e religiosa dei nativi Africani risulta antitetica rispetto alla mentalità umanistica dei coloni Americani dell’epoca che consideravano l’uomo come misura di tutte le cose e facevano conseguire a questa visione una mentalità pragmatica e concreta.
Non a caso è negli Stati Uniti, dove la religione puritana è più forte, (e le fattorie sono più piccole, facendo sì che vi sia anche un maggior contatto tra schiavista e schiavo), che i neri Africani vengono sradicati da ogni tradizione religiosa e rituale, mentre nelle regioni a dominazione Francese e Spagnola molta più libera è concessa agli schiavi deportati e si verificano fenomeni di sincretismo, cioè quella fusione di religioni che vede, ad esempio, la coesistenza di Cristianesimo e voodoo, mentre danze e tradizioni musicali vengono mantenute in vita: emblematici i casi di Haiti, Brasile, Cuba, Giamaica, Guyana e New Orleans, luoghi in cui nasceranno musiche meticcie ed esotiche e dove prenderanno vita tradizioni musicali floridissime. Cruciale si rivelerà in particolare New Orleans, dove i neri si ritrovavano a danzare a Congo Square e dove, dal cozzare tra la tradizione Africana e la musica delle bande Francesi trarrà le sue origini il jazz.
La musica Africana era pentatonica, cioè formata da 5 toni e priva di semitoni (da cui la tendenza a glissare sulla terza e la settima, col caratteristico suono della blue note), poliritmica, basata sulla sovrapposizione di ritmiche diverse e sulle variazioni timbriche degli strumenti percussivi (in Africa i tamburi venivano usati per comunicare a distanza formando vere e proprie parole) e tendente all’improvvisazione, poiché la musica Africana era tramandata e non scritta; inoltre essa non era fine a se stessa, prodotto finito destinato alla contemplazione come nel mondo Occidentale, bensì funzionale allo svolgersi di un rituale o all’accompagnamento di un lavoro.
Non a caso, prima ancora del blues e del gospel, compaiono i canti di lavoro: pur derivando da un’usanza tradizionale dell’Africa Occidentale il canto di lavoro è in realtà la prima espressione musicale del nero afroamericano, lo schiavo di seconda generazione che ha ascoltato le nenie cantate dai suoi genitori, ma comincia a plasmarle prendendo come punto di riferimento il nuovo continente; questo in parte perché la musica originaria Africana era nata per accompagnare il lavoro degli agricoltori, non di forzati del lavoro come gli schiavi neri e in parte perché, come si diceva, i padroni bianchi proibivano ogni riferimento agli dei ed alle religioni africane, che ricordavano ai neri l’antica libertà e potevano istigarne gli istinti di fuga.
Una delle caratteristiche più importanti riprese nei canti di lavoro dalla musica africana è lo schema secondo cui una voce canta, e un coro le risponde: è il cosiddetto canto antifonale che sarà responsabile dello schema A-A-B del blues. Ma della musica tradizionale Africana resta anche la tendenza ad improvvisare, contrapponendosi alla tradizione Europea che si fondava sulla regolarità dei suoni: gli sbalzi e le continue variazioni nelle voci di questi canti divengono il modello su cui s’informeranno anche le parti strumentali del blues e del jazz.
Nell’800 accanto ai canti di lavoro tradizionali cominciano ad essere eseguiti anche spirituals, conseguenza di un fenomeno sociale più ampio che aveva visto missionari ed evangelizzatori del sud convertire gli schiavi alla religione Cristiana, facendo presa sul parallelo tra la loro sorte e quella degli ebrei; inizialmente gli spiritual si differenziano dai canti di lavoro solo per il contenuto, ma presto il suono si ammorbidisce e la vena si fa più melodica, mentre lo schema domanda-risposta diventa un dialogo tra predicatore e fedeli: accanto a musiche tradizionali Africane adattate non mancano canti religiosi europei e Americani, di cui vengono preservate parole e melodia, alterandone però le armonie, sincopandone i ritmi, giocando con vibrato ed alterazioni timbriche e adattando, come succederà per il blues, il sistema diatonico occidentale alla scala pentatonica e smorzando le note. I cantanti delle chiese nere saranno un modello per il primo jazz di New Orleans, che ne riprende non solo gli arrangiamenti, ma anche i riffs e i breaks.
Ad un altro avvenimento storico, vale a dire l’abolizione della schiavitù, è legata la comparsa del blues: non ancora formalizzato nelle 12 battute, il blues diviene espressione individualistica del nero americano, in contrapposizione con il carattere collettivo degli antichi canti Africani, dei canti di lavoro e del gospel, mentre diviene possibile possedere strumenti (prima al massimo era possibile l’utilizzo del Banjo, strumento africano) come chitarra ed armonica, vale a dire i due strumenti-chiave del primo blues (il cosiddetto country blues, blues di campagna, così chiamato perché nato nelle campagne del sud degli Stati Uniti, in particolare alla foce del Delta del Mississipi).
Il modo di suonare la chitarra nel blues si discosta da quello classico: i riffs prodotti dalla chitarra devono imitare quelli vocali, oltre che accompagnare la voce stessa (la stessa cosa che avverrà nella musica del primo grande solista jazz, Louis Armstrong).
Il periodo a cavallo tra i due secoli è, più in generale, una fase importantissima per le radici della musica americana: a New Orleans, dove l’influenza culturale predominante è quella Francese e dove ai neri viene lasciata maggior liberà d’espressione i neri dell’uptown ricreavano le marce in 4/4 delle bande militari e li rivisitavano attraverso la propria sensibilità musicale mentre i Creoli della downtown, meticci nati dall’unione tra bianchi e neri, godendo di una posizione privilegiata e avendo un accesso più diretto alla musica Europea, ripropongono più fedelmente quelle sonorità.
Le brass bands (band di ottoni) nere vengono chiamate jass (sporche) e sono malviste per il suono scalcinato e disordinato dalle compite bande dei creoli, almeno finché, nel 1894, con le leggi che fanno entrare in vigore la segregazione anche a New Orleans colpendo i neri essi non cominciano ad unirsi alle jass band stesse: da quest’incontro nasce il jazz.
Un altro fenomeno importante è quello che vede nascere il blues singer professionista e, più in generale, il nero come uomo di spettacolo: vaudeville e Black Minstrels (un rifacimento dei White Minstrels, spettacoli in cui i bianchi si dipingevano la faccia di nero e tentavano di ricreare, a mo di presa in giro, la musica nera) sono solo alcune delle forme in cui rivive la matrice blues. Fenomeno ancora più importante è la nascita del cosiddetto blues classico: esclusivamente femminile, il classic blues vede l’artista accompagnata da un’orchestra e nasce con Madame Rainey (cantante che girava con la compagnia girovaga dei Rabbit Foot Minstrels), la cui pupilla è la celebre Bessie Smith, con Ida Cox, Sarah Martin e Trixie Smith tra le principali interpreti di questo genere.
Per molti versi il suono del blues classico, non solo per via dell’accompagnamento di un’orchestra, ma anche per le dinamiche del canto, è però lontanissimo dalle asperità e dallo spirito del blues di campagna: non a caso le cantanti blues si trovano ad animare teatri di varietà e circhi prima, veri e propri teatri poi, che si affiancano e poi sostituiscono ai vaudeville. Il country blues, il cantante solitario accompagnato dalla chitarra e dall’armonica, ha invece carattere prevalentemente maschile e rappresenta per molti versi lo spirito musicale più crudo ed autentico del blues: allo stesso tempo il suono più aspro e rudimentale fece sì che le prime registrazioni di bluesman country siano posteriori rispetto a quelle delle interpreti di blues classico.
Al 1917 risalgono le prime incisioni commerciali di jazz, quelle della Original Dixieland Jazz Band, orchestra non a caso formata esclusivamente da musicisti bianchi, nel 1920 viene registrata la prima artista nera (per la Okeh Record Company): è Mamie Smith, con “Crazy Blues”, stile molto vicino al vaudeville e a quello di Sophie Tucker (ancora una bianca); quel disco si rivela fondamentale per la nascita del fenomeno dei Race Records, dischi cantati da neri per il pubblico nero che si rivela segmento di mercato più che fertile e di cui Bessie Smith si rivelerà regina incontrastata del classic blues; primo bluesman country di successo sarà invece Blind Lemon Jefferson che comincerà ad incidere a metà degli anni ’20, divenendo in breve, assieme a Charley Patton, modello da imitare per tutto il country blues a venire.
Segue un periodo relativamente florido per il genere, che non s’interrompe nemmeno con la Grande Depressione del 1929 (che pure fa sparire dal mercato i Race Records), in cui artisti del delta del Mississipi come Skip James, Son House, Lonnie Johnson prima, Robert Johnson poi, contribuiscono a definire e codificare il genere nelle sue 12 battute e nella sua struttura canonica (A-A-B).
Negli stessi anni cominciano anche ad essere registrati i primi cantanti country: il genere si era sviluppato nell’Appalachia, regione degli Stati Uniti che, a causa dell’isolamento geografico aveva a lungo preservato il bagaglio musicale delle antiche canzoni folcloristiche inglesi e scozzesi, riproposte spesso con l’accompagnamento del violino, finché alla fine dell’800 non aveva cominciato ad utilizzare anche uno strumento spagnolo come la chitarra e l’africano banjo per poi contaminarsi con influenze del blues e del vaudeville. Il risultato è appunto la cosiddetta old time music, sinonimo (e allo stesso tempo evoluzione del folk appalachiano originale), musica country delle radici, per la cui preservazione si rivelerà fondamentale la celebre Carter Family, al contratto con la Victor dal 1928 ma attiva a suonare (con una line-up differente) da oltre dieci anni. È però Jimmie Rodgers, all’inizio degli anni ’30, a codificare definitivamente quel suono e a renderlo popolare, prima di Roy Acuff e di Hank Williams: non solo Rodgers è la prima star del genere, ma unendo lo yodeling degli alpini con la chitarra slide hawaiana, codifica tutti gli elementi che ancora adesso s’identificano tradizionalmente con la musica country stessa.
Un altro, importante punto d’unione tra musica nera e bianca sono poi quelle jug bands che univano folk appalachiano, blues e ragtime (una prima forma pianistica di jazz che però era priva del carattere improvvisato di quest’ultimo e per molti versi risultava più vicina alla sensibilità europea): la jug (brocca) da cui il genere prende il nome è utilizzato soffiandoci dentro per produrre suoni modulati e ad esso si accompagnano strumenti folk e blues come chitarra violino e banjo, ma anche strumenti trovati: assi per lavare, cucchiai, secchi, ossa e strumenti a fiato come armonica e kazoo. Il genere si sviluppa a Louisville, nel Kentucky, diviene popolarissimo a Memphis già negli anni ’10, suonato da artisti bianchi e neri.   Gli anni ’20 sono anche gli anni delle prime incisioni di dischi connessi, più o meno da vicino, con il nascente jazz: con la Fletcher Onderson’s Orchestra in cui militava Louis Armstrong il jazz di New Orleans diveniva swing, anche se il genere sarebbe stato portato al grande successo da un bianco, Benny Goodman nel 1935, (e da una costola dello swing sarebbe uscita, tra i ’30 ed i ‘40 la moda del jive di Cab Calloway e Leo Watson). Nel frattempo a decine vengono registrati i pianisti boogie woogie, prima forma di blues per piano, versione deragliante e libera del rag time caratterizzata dal walking bass della mano sinistra e dagli accordi blues della mano destra, musica delle bettole del Nord America, che è anche uno dei primi frutti dell’incontro tra i neri del Sud, emigrati in cerca di lavoro verso le città del Nord portandosi dietro la propria tradizione musicale country blues ed i neri del Nord, abituati a suonare prevalentemente le musiche di moda, come appunto il rag time: il basso è quello ostinato del rag time, il suono, quello rauco e primitivo del blues (di cui conserva anche il gusto per l’improvvisazione).
Altro fenomeno rilevante è quel massiccio movimento migratorio che vede, fin da inizio secolo, i neri del sud spingersi alla ricerca di lavoro nelle grandi metropoli industriali del nord: Chicago, Detroit e New York in primis.
Dalle regioni del sud provenivano i bluesman di campagna e da Kansas City provenivano i primi shouters, come Big Joe Turner e Jimmy Rushing che, facendosi accompagnare da piccole orchestre di fiati e percussioni, tra ritmi indemoniati e assoli di sassofoni, ricorrendo all’urlo per sovrastarne il suono: sono le origini del jump blues, ponte ideale tra le big band dello swing, il boogie woogie ed il blues, nonché antenato del rhtyhm’n’blues e del rock’n’roll.
Fondamentale per arrivare a quei suoni si rivela anche l’influenza delle città sul blues delle campagne, che porta alla nascita del blues elettrico: i ritmi si fanno più concitati e a Chicago e nelle altre città del blues nei tardi anni ’40 il blues del Delta viene elettrificato, mentre si forma una line up tipo: batteria, piano, basso, sax, chitarra ed armonica; dalla scena blues di Chicago dell’epoca emergono Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Willie Dixon, dal TexasT-Bone Walker e Lightnin’ Hopkins, da Detroit John Lee Hooker. Tutti artisti che si riveleranno modelli fondamentali con la nascita del blues-rock degli anni ’60.
Un’altra tappa fondamentale è il 1947, anno in cui il giornalista di Billboard Jerry Wexler conia il termine rhythm’n’blues, per sostituire quello offensivo di race records, finendo poi con l’indicare, a livello musicale, un nuovo suono che del jump blues manteneva il tiro e le sonorità, riducendo però al minimo l’improvvisazione (e restringendone ulteriormente la line up), divenendo in breve tempo la massima espressione popolare della musica nera (in contrapposizione con il jazz che dal bop dei primi ’40 in poi si configura come forma musicale complessa ed intellettuale) e generando, tra i tanti frutti anche quello che nel giro di qualche anno sarebbe stato chiamato rock’n’roll… (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Marino Marini, un simbolo dell’internazionalizzazione della canzone italiana

Il 20 marzo 1997 muore Marino Marini. Cantante, pianista, autore e grande intrattenitore per lungo tempo è considerato uno dei simboli dell’internazionalizzazione della canzone italiana.
Marino Marini è stato un cantante, pianista, compositore, bandleader e produttore discografico italiano. La sua carriera musicale è stata influenzata da diverse esperienze e collaborazioni con altri musicisti.
Dopo la guerra, lavorò come direttore artistico a Napoli e perfezionò la sua formazione musicale al Conservatorio di San Pietro a Majella. Nel 1949 si recò negli Stati Uniti come musicista di bordo, dove incontrò artisti come Dizzy Gillespie e Stan Kenton, influenzando il suo stile musicale.
Formò un quartetto che si esibì in locali notturni e balere, tra cui “La Conchiglia” di Napoli. Il suo repertorio includeva standard internazionali e canzoni napoletane reinterpretate in versione ballabile. Nel 1955 si trasferì a Milano e pubblicò i primi dischi con l’etichetta Durium.
Nel 1958 debuttò a Parigi all’Olympia e ottenne un grande successo, vendendo dischi in tutta Europa e oltre. Il suo brano più famoso è “Bambino”, versione francese di “Guaglione”, ripresa da Dalida. Collaborò anche con artisti come Domenico Modugno, Rocco Granata e Renato Carosone.
Negli anni ’60, Marini si ritirò dalle esibizioni dal vivo ma continuò a lavorare come talent scout e produttore discografico. Fondò la casa discografica Tiffany con la moglie Anna Scocca e successivamente divenne dirigente della Fonit Cetra. Morì a Milano nel 1997.

Pino Daniele: Blues, Pop e Jazz con Napoli nel Cuore

Pino Daniele è nato il 19 marzo 1955 a Napoli, è stato uno dei cantautori e chitarristi più innovativi e amati della musica italiana. Con la sua fusione unica di blues, jazz, rock e tradizione napoletana, Daniele ha creato un linguaggio musicale che ha influenzato profondamente la scena musicale italiana e internazionale.
Pino Daniele ha debuttato con l’album “Terra mia” nel 1977, dove già emergeva il suo legame con la tradizione napoletana. Tuttavia, è stato con l’album “Pino Daniele” del 1979 e, soprattutto, con “Nero a metà” del 1980 che ha definito il suo stile unico, che lui stesso chiamava “tarumbo”, un mix di tarantella, rumba e blues. Le sue canzoni come “Napule è”, “Je so’ pazzo”, e “A me me piace ’o blues” sono diventate inni per intere generazioni, intrecciando testi profondi e melodie accattivanti.
Il suo modo di suonare la chitarra, ispirato a grandi bluesman come Eric Clapton e Jimi Hendrix, ma arricchito dalle sonorità del Mediterraneo, lo ha reso uno strumentista di spicco, capace di fondere linguaggi musicali apparentemente lontani tra loro. Pino Daniele ha collaborato con numerosi artisti di fama internazionale, tra cui Pat Metheny, Wayne Shorter e Alphonso Johnson, espandendo ulteriormente il suo stile musicale verso il jazz e la world music.
Daniele ha innovato la musica italiana introducendo il blues e il jazz in un contesto mediterraneo. I suoi testi, spesso scritti in napoletano, parlavano della vita quotidiana, delle difficoltà sociali, dell’amore e delle contraddizioni della sua città, Napoli. Questo ha reso la sua musica profondamente legata al contesto urbano e sociale, ma al tempo stesso universale.
Uno degli aspetti più rivoluzionari della sua carriera è stato il suo coraggio di esplorare la contaminazione musicale. Nei suoi dischi degli anni ’80 e ’90, come “Bella ’mbriana”, “Mascalzone latino”, e “Un uomo in blues”, Daniele ha continuato a espandere i confini della musica, combinando suoni e ritmi diversi in un mix originale e innovativo.
Pino Daniele ha pubblicato oltre 20 album in studio, vendendo milioni di copie e ricevendo numerosi premi e riconoscimenti. Tra le sue collaborazioni più famose a livello nazionale ci sono quelle con artisti come Massimo Troisi, con cui ha condiviso una profonda amicizia e per il quale ha composto la colonna sonora del film “Ricomincio da tre”, e con Enzo Gragnaniello, James Senese e tanti altri.
Daniele ha anche avuto un’importante carriera live, con concerti memorabili come quello al Maschio Angioino di Napoli nel 1981 e lo storico live a Piazza del Plebiscito nel 2008, quando riunì la formazione originale della band che lo aveva accompagnato nei primi anni della sua carriera.
Daniele è morto improvvisamente il 4 gennaio 2015 a causa di un infarto. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto profondo nel panorama musicale italiano, e molti artisti e fan hanno reso omaggio alla sua figura e alla sua musica con concerti tributo e iniziative commemorative.
La sua musica continua a vivere, influenzando nuovi artisti e conquistando ascoltatori di ogni età. Il suo contributo alla musica italiana è inestimabile, e il suo stile unico, che unisce tradizione e modernità, resta un punto di riferimento per chiunque voglia esplorare nuove strade musicali.
La sua capacità di cantare il cuore e l’anima di Napoli, insieme alla sua grande perizia tecnica, ha reso Pino Daniele un’icona immortale della musica italiana.

We Gotta Get Out This Place – Animals (1965)

“We Gotta Get Out of This Place” è una canzone famosa dei The Animals, pubblicata nel 1965. È uno dei brani più iconici del gruppo britannico, con un testo che parla di desiderio di fuga e di ricerca di una vita migliore, temi che risuonarono particolarmente tra i giovani negli anni ‘60, soprattutto con l’eco della guerra del Vietnam.
La canzone fu scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, due prolifici compositori americani, e fu interpretata con grande intensità da Eric Burdon, il frontman degli Animals. Il brano è noto per il suo riff di basso distintivo, suonato da Chas Chandler, e il suo tono cupo e ribelle.
Sebbene il testo faccia riferimento a una situazione generica di insoddisfazione e desiderio di fuga, la canzone divenne un inno per i soldati americani durante la guerra del Vietnam, che si identificarono con il suo messaggio di evasione. L’energia emotiva della performance degli Animals ha reso questo pezzo memorabile e duraturo, tanto da essere considerato uno dei grandi classici del rock degli anni ’60.

Clash: quando iniziò l’avventura

Il 18 marzo 1977 la CBS pubblica il primo singolo di una band sconosciuta. Il gruppo si chiama Clash (Scontro) e il disco è White riot (rivolta bianca).
I Clash sono stati una delle band più influenti della storia del punk e del rock, noti per la loro musica ribelle, il loro impegno politico e la loro capacità di mescolare generi diversi.
Nati a Londra nel 1976, erano parte della prima ondata punk britannica, insieme a Sex Pistols e Buzzcocks.

La formazione classica comprendeva:
Joe Strummer (voce e chitarra ritmica)
Mick Jones (chitarra solista e voce)
Paul Simonon (basso e voce)
Topper Headon (batteria, dal 1977)

A differenza di molte band punk dell’epoca, i Clash non si limitarono alla furia e alla velocità del genere, ma sperimentarono con reggae, dub, rockabilly, funk e rap, rendendo il loro suono unico.

Album fondamentali:
1. The Clash (1977) – Grezzo, aggressivo e pieno di inni ribelli (“White Riot”, “London’s Burning”).
2. Give ’Em Enough Rope (1978) – Più rifinito, con influenze hard rock.
3. London Calling (1979) – Capolavoro assoluto, un doppio album che mescola punk, reggae, rock e jazz, con brani come “London Calling”, “Train in Vain” e “Rudie Can’t Fail”.
4. Sandinista! (1980) – Ambizioso triplo album con sperimentazioni in ogni genere possibile.
5. Combat Rock (1982) – Contiene i loro maggiori successi commerciali: “Should I Stay or Should I Go”, “Rock the Casbah”.
6. Cut the Crap (1985) – Ultimo album, senza Mick Jones, poco amato dai fan.

I Clash non erano solo una band, ma un movimento: la loro musica parlava di politica, ingiustizia sociale e ribellione.
Si sciolsero nel 1986, con tensioni interne e l’allontanamento di Jones e Headon.
Joe Strummer morì nel 2002, ma il loro impatto sul rock e sulla cultura musicale resta enorme.

Nat King Cole: la calda morbidezza della voce

Nat King Cole, nato Nathaniel Adams Coles il 17 marzo 1919 a Montgomery, Alabama, è stato uno dei cantanti, pianisti e intrattenitori più influenti della musica jazz e pop del XX secolo. È noto per la sua voce calda e vellutata, che gli ha permesso di attraversare con facilità diversi generi musicali, conquistando un vasto pubblico.
Nat King Cole ha iniziato come pianista jazz, fondando nel 1937 il “King Cole Trio”, una formazione innovativa per l’epoca, che non includeva batteria. Il trio ebbe un grande successo nel circuito jazz e swing. Tuttavia, Cole è ricordato soprattutto per la sua carriera di cantante. Negli anni ’40, iniziò a concentrarsi sul canto, e la sua voce inconfondibile lo portò a diventare una delle stelle della musica pop.
E’ stato anche un pioniere per quanto riguarda la rappresentazione degli afroamericani nei media. Nel 1956, divenne il primo afroamericano a condurre un programma televisivo di varietà negli Stati Uniti, “The Nat King Cole Show”. Sebbene lo spettacolo fosse acclamato dalla critica, non riuscì a trovare sponsor nazionali sufficienti a causa del razzismo prevalente dell’epoca, e fu cancellato dopo un anno.
Oltre alla sua carriera musicale, Cole affrontò il razzismo durante tutta la sua vita. Negli anni ‘50, ad esempio, fu vittima di un attacco razzista durante un concerto in Alabama. Nonostante ciò, continuò a rappresentare dignità e grazia sia sul palco che fuori, diventando un’icona non solo per il suo talento, ma anche per il suo ruolo come simbolo di integrazione.
Nat King Cole morì prematuramente il 15 febbraio 1965 a Los Angeles a causa di un cancro ai polmoni. La sua eredità continua attraverso la sua musica e le sue innovazioni sia come artista che come icona culturale. Sua figlia, Natalie Cole, è stata anch’essa una famosa cantante, e uno dei suoi più grandi successi è stato un duetto virtuale con suo padre nel brano “Unforgettable”, pubblicato nel 1991, che ha riportato l’opera di Nat King Cole sotto i riflettori mondiali.
Nat King Cole rimane una figura fondamentale nella storia della musica, con una voce e uno stile che hanno segnato un’epoca e continuano a ispirare generazioni di artisti.

T Bone Walker, il primo bluesman elettrico

T-Bone Walker, nato come Aaron Thibeaux Walker il 28 maggio 1910 a Linden, Texas, è stato un leggendario chitarrista, cantante e compositore blues statunitense. È noto per essere uno dei pionieri dell’uso della chitarra elettrica nel blues e ha avuto una profonda influenza su molti artisti successivi, tra cui B.B. King, Chuck Berry e Jimi Hendrix.
Walker è considerato uno dei padri fondatori del Texas Blues e ha sviluppato uno stile unico di chitarra che combinava linee melodiche eleganti con un suono potente e pulito. Il suo pezzo più famoso, “Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad)”, del 1947, è diventato un classico del blues.
Con la sua tecnica innovativa, che includeva l’uso del vibrato e dei bending, e la sua capacità di fondere il blues con elementi di jazz e swing, T-Bone Walker ha aperto la strada a molte delle tecniche chitarristiche moderne. Oltre alla sua maestria strumentale, Walker era anche un frontman carismatico, noto per le sue performance energiche e per il modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico.
Walker è morto il 16 marzo 1975 a Los Angeles, ma la sua eredità musicale continua a vivere, e il suo impatto sul blues e sul rock è ancora fortemente sentito.

Bob Dylan

Bob Dylan, giovane folksinger di origini ebraiche, al Greenwich Village aveva mosso i primi passi in un ambiente regolato dai precetti beatnik. La nuova sensibilità giovanile si formò su questa nuova coscienza, e ovviamente non poteva essere esaurita dalla divertente, ma fatua e artificiale, vitalità della musica pop a cavallo tra i due decenni. Dylan fu la risposta a nuovi bisogni. Se la «Beat generation» aveva sparso nel corso degli anni Cinquanta i semi dell’aperta contestazione alla società americana, sino all’arrivo di Dylan la musica dei giovani americani era rimasta al di fuori di quella dinamica, non riuscendo ad affrancarsi del tutto dalla funzione di intrattenimento in cui era relegata.
Nei primi anni Sessanta il panorama discografico americano era dominato da artisti patinati e inoffensivi, ben lontani dalla potenza trasgressiva dell’esprimere stelle del rock’n’rol. Anche l’esplosione del beat inglese non fece altro che popolare le classifiche di gruppi le cui canzoni erano, dal punto di vista del contenuto, ancora lontane da una piena consapevolezza.
Bisognava ripartire da qualcosa di più autentico e la soluzione fu il cosiddetto folk revival, il recupero della semplicità e della schiettezza attraverso la musica di Woody Guthrie e Pete Seeger, ai cui valori sociali si ricollegavano gli stessi beatniks. Ma il «folk revival» sarebbe rimasto un fenomeno decisamente contenuto senza la geniale e strabordante figura di Bob Dylan. Dylan si limitò a riprendere la struttura della canzone folk, toccando solo fuggevolmente il repertorio dei vecchi folksingers; al posto delle antiche ballate sovrappose le proprie canzoni, caratterizzate da testi altamente poetici, a volte personali, più spesso popolati di metafore bibliche e toni apocalittici con cui attaccava l’edonistica società americana contrapponendole un’America perduta, fatta di sincerità, genuinità e organica comunione tra Uomo e Terra. Dylan si accompagnava solo con la chitarra e l’armonica a bocca e cantava con voce nasale, priva di abbellimenti stilistici. Una «povertà» scenica che aveva lo scopo di lasciare che il pubblico si concentrasse esclusivamente sui testi, ma non solo. Lo stile, oltre il valore testuale, era di per sé un significato, esprimeva una scelta senza ritorno verso il totale abbandono di ogni compromesso commerciale. Questa incontaminata purezza produsse un effetto irresistibile sulla confusa nebulosa del nuovo movimento generazionale che ancora stava cercando il volto di un eroe perfetto e senza macchia. Dylan rispondeva in modo quasi messianico a questi requisiti. Era il profeta che il Nuovo vangelo attendeva.
Le sue canzoni, rapidamente evolute dal lessico tradizionale folk, chiedevano con forza di essere ascoltate, non danzate; apparivano brutalmente sincere e per di pù avevano il merito di cogliere perfettamente quel brivido di cambiamento che si stava diffondendo tra i giovani: Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-Changin’, Masters of War, sono le pietre miliari di questa rivoluzione, la cui enorme popolarità ebbe l’effetto di spingere l’intero corpo della musica pop a parlare un’altra lingua. Dylan operò, praticamente da solo, uno spostamento culturale clamoroso, introducendo la critica sociale tipicamente beat nel linguaggio giovanile della musica. Dopo Dylan, tutta la musica da classifica del periodo apparve agli occhi di un’intera generazione come un enorme cumulo di spazzatura.
Robert Zimmerman era nato a Duluth e cresciuto a Hibbing, in Minnesota, ascoltando la musica degli anni Cinquanta e sognando di entrare a far parte della band di Little Richard. Dopo aver letto la biografia di Woody Guthrie, Bound for Glory, il giovane cantautore scelse di trasferirsi a New York, fece visita al leggendario folksinger e cambiò legalmente il suo nome in Bob Dylan, con il quale iniziò a esibirsi nei circuiti folk. Fu John Hammond a «scoprirlo» e a metterlo sotto contratto per la Columbia, nel 1962. In quell’anno incise il suo primo album, fatto sostanzialmente di cover, ma fu nell’anno successivo, il 1963, con The Freewheelin’ Bob Dylan, che esplose il fenomeno. I suoi brani dimostrarono al mondo come la canzone potesse toccare argomenti importanti, sovvertire definitivamente le regole del bel canto e vivere ben al di là del puro e semplice intrattenimento. Se il rock’n’roll e il folk avevano dato all’America la base musicale, si potrebbe dire che Dylan offrí le parole, o meglio, un modo nuovo di far parlare la musica. C’era stato chi, prima di lui, al Village, aveva cominciato a riscrivere il folk secondo canoni nuovi, come Dave Van Ronk e «Rambling» Jack Elliott, ma Dylan si accostava alla musica tradizionale, all’eredità di Woody Guthrie e al lavoro di Pete Seeger, con una disposizione completamente nuova, figlia del rock’n’roll, fortemente comunicativa, intrisa di coscienza artistica, illimitatamente ambiziosa.

Gli Allman Brothers registrano il manifesto del rock sudista

Il 13 marzo 1971 gli Allman Brothers Band si esibiscono per il secondo giorno consecutivo al Fillmore East di New York. Non è una novità per la band più rappresentativa del rock sudista la presenza nel locale di Bill Graham. Gli abituali frequentatori hanno ancora scolpito nella memoria le sorprendenti esibizioni in occasione dei concerti dei Blood Sweat & Tears e dei Grateful Dead.
Gli Allman Brothers Band sono considerati i pionieri del Southern Rock, un genere che mescola rock, blues, country e jazz con radici profondamente americane. Il loro album “At Fillmore East” (1971) è spesso considerato il manifesto del rock sudista, un’opera che ha ridefinito il genere e influenzato generazioni di musicisti.
Perché “At Fillmore East” è il manifesto del Southern Rock?
Energia e improvvisazione: È un album dal vivo che cattura l’essenza della band, con lunghissime jam session e un interplay straordinario tra le chitarre di Duane Allman e Dickey Betts.
Fusione di generi: Mescola blues, jazz e rock, con brani come “Whipping Post”, “In Memory of Elizabeth Reed” e “Statesboro Blues”.
Slide guitar iconica: Duane Allman, con la sua tecnica alla slide guitar, ha definito il suono della band e del genere.
Atmosfera live autentica: Il doppio album fu registrato in uno dei templi del rock, il Fillmore East di New York, e trasmette l’intensità delle loro esibizioni.
Dopo “At Fillmore East”, il Southern Rock esplose, con band come Lynyrd Skynyrd, The Marshall Tucker Band e Charlie Daniels Band che ne seguirono le orme.
Purtroppo, nel 1971 Duane Allman morì in un incidente motociclistico, ma la band continuò, lasciando un’eredità indelebile nella storia del rock.

Al Jarreau: un originale talento vocate tra Jazz, R&B e Pop

Oggi, 12 marzo, si celebra l’anniversario della nascita di Al Jarreau, avvenuta nel 1940 a Milwaukee, negli Stati Uniti. Al Jarreau, il cui vero nome era Alwyn Lopez Jarreau, crebbe in un ambiente familiare profondamente immerso nella musica: la madre era pianista e il padre, pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, era anch’esso cantante.
Al Jarreau è stato un celebre cantante e compositore americano, noto per la sua voce versatile e per essere l’unico artista ad aver vinto Grammy Awards in tre diverse categorie: jazz, pop e R&B. La sua carriera durò oltre cinque decenni e si distinse per la sua capacità di spaziare tra generi musicali, sperimentando con le sonorità e utilizzando la voce come uno strumento vero e proprio.
Nato a Milwaukee, Wisconsin, Jarreau iniziò a cantare in chiesa fin da giovane, influenzato dal gospel, ma sviluppò presto un interesse per il jazz, il soul e il pop. Sebbene si sia laureato in psicologia e abbia lavorato come assistente sociale, la passione per la musica ebbe presto la meglio, e alla fine degli anni ’60 cominciò a esibirsi nei club di Los Angeles, dove il suo talento fu notato.
Uno dei punti di forza di Jarreau era la sua capacità di scat, una tecnica vocale di improvvisazione tipica del jazz, e il modo in cui imitava strumenti musicali con la voce. Questa abilità, insieme al suo timbro vocale unico, lo rese un interprete incredibilmente originale.
Le sue collaborazioni con artisti di generi diversi, come George Benson e Chick Corea, hanno messo in luce la sua capacità di adattarsi a stili musicali vari, pur mantenendo sempre la sua firma vocale unica. Era apprezzato non solo come artista jazz, ma anche nel mondo della musica pop e R&B, riuscendo a colmare il divario tra i generi con la sua arte.
Al Jarreau ha ricevuto sette Grammy Awards nel corso della sua carriera, dimostrando il suo impatto duraturo e la sua eccellenza in vari campi musicali. La sua morte, avvenuta nel 2017 all’età di 76 anni, lasciò un grande vuoto nel panorama musicale internazionale, ma la sua eredità continua a vivere attraverso le sue registrazioni e l’influenza che ha esercitato su molti artisti successivi.
Il suo stile innovativo, la sua personalità magnetica e la sua incredibile tecnica vocale fanno di Al Jarreau una figura unica nella storia della musica.