James Brown: Re del Funky

James Brown, spesso chiamato “Soul Brother No. 1” o “The Godfather of Soul,” è stato una figura iconica nella musica afroamericana. Nato il 3 maggio 1933 a Barnwell, Carolina del Sud, Brown ha plasmato il soul, il funk e il rhythm and blues con la sua intensa energia sul palco e la sua musica innovativa. È conosciuto per la sua performance in “I Got You (I Feel Good)” (1965), che è diventata un inno culturale. Il suo lavoro ha influenzato generi come il hip-hop, la musica elettronica e il rock, e ha introdotto elementi come ritmi frenetici, chiamate e risposte e l’uso di strumentali strumentali.

Brown ha affrontato sfide personali, inclusi problemi legali e abusi familiari. Fu imprigionato per aggressione nel 1988, ma riformò la sua vita, concentrandosi sulla musica e sulla filantropia. È stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986 e ha ricevuto 17 Grammy. Morì il 25 dicembre 2006, ma il suo lascito continua di ispirare musicisti e pubblico in tutto il mondo.

Bad Religion – No Control (1989)

Dopo aver realizzato un album all’insegna di un punk rabbioso e urticante all’inizio degli anni ’80 (How Could Hell Be Any Worse) ed essersi successivamente sciolti, i californiani Bad Religion si riformano alla fine del decennio, riprendendo e migliorando le sonorità degli esordi. E No Control, il secondo prodotto di questa rinascita artistica, è il disco che sintetizza al meglio una formula che ha inequivocabilmente dettato le coordinate per tutto l’hardcore punk melodico da li in poi: ritmi serratissimi, chitarre a tutto volume, linee melodiche irresistibili e cori a profusione. Un sound che è stato riprodotto più o meno calligraficamente da mille altri gruppi, senza tuttavia che le copie riuscissero (quasi) mai a eguagliare gli originali.

Ascolta il disco

Grinderman — Grinderman 2 (2010)

Prosegue il progetto Grinderman dopo un primo disco ne esce un secondo che porta il titolo assai fantasioso di “2”. Il lavoro non si discosta molto dal primo, il suono è più elettrico e chitarristico, del pianoforte neanche l’ombra.
In quanto progetto, Grinderman è sperimentazione. Nelle nove canzoni Cave e soci sembrano cercare nuove forme sonore e frantumando la melodia in favore di schizzi punk, le canzoni diventano ‘rumore’, un rumore razionale sia chiaro, dove nulla è suonato a caso ma tutto appartiene ad un filo musicale ragionato. Il disco a molti potrà non piacere ma sarà solo per una questione di gusti e non di intelligenza. Cave rimane ancora un musicista e un interprete di prim’ordine e ancora una volta attraverso i Grinderman dimostra il suo essere ancora presente, per niente stanco ma ancora con molte cose da dire. 

Otis Spann: un Bluesman originale

Otis Spann è stato uno dei più grandi pianisti di blues di tutti i tempi, noto soprattutto per il suo ruolo centrale nel Chicago blues. Nato il 21 marzo 1930 a Jackson, Mississippi, Spann è cresciuto immerso nella musica, apprendendo i segreti del pianoforte da sua madre, che era una cantante e pianista di blues, e da una figura paterna importante, forse il leggendario pianista Big Maceo Merriweather.
Spann si trasferì a Chicago negli anni ’40, dove divenne una figura fondamentale della scena blues della città. La sua carriera decollò quando si unì alla band di Muddy Waters nel 1952. Insieme a Muddy Waters, Spann contribuì a definire il suono del Chicago blues, con il suo stile di piano intenso e trascinante, caratterizzato da una combinazione di ritmi potenti e un uso espressivo della mano sinistra per creare un solido groove.
Il suo tocco al piano era inconfondibile: un mix di profondità emotiva, grande tecnica e un senso innato del ritmo. Spann è stato un collaboratore di lunga data di Waters e ha suonato con lui per oltre un decennio, partecipando a registrazioni fondamentali come “I’m Ready”, “Hoochie Coochie Man” e “Mannish Boy”. Durante questo periodo, Spann ha anche inciso come solista, pubblicando dischi memorabili come “Otis Spann Is The Blues” (1960) e “The Blues Never Die!” (1965), in cui la sua voce calda e il suo piano erano al centro della scena.
Oltre al suo lavoro con Waters, Spann ha collaborato con altri grandi del blues come Howlin’ Wolf, Bo Diddley e Buddy Guy. Il suo stile univa il blues del Delta con il più moderno Chicago blues elettrico, rendendolo un musicista versatile e rispettato.
Otis Spann morì prematuramente il 24 aprile 1970 a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla musica blues è stato immenso. È considerato uno dei pianisti più influenti della storia del blues, e la sua eredità vive nelle opere dei tanti musicisti che ha ispirato.

Forma e sostanza

Per chi come me, ha seguito, amato e considerato la saga di Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali e quindi dei CCCP, CSI e successivamente PGR, la più grande, bella, profonda e rivoluzionaria esperienza musicale italiana, questo docufilm di Cristiano Lucidi è imprescindibile.

Lucidi è riuscito in 95 minuti, a dare uno spaccato della loro storia in maniera esaustiva senza nessuna sbavatura e soprattutto senza mai annoiare. Come è giusto che sia, Lucidi si sofferma soprattutto sul paragrafo più importante di questo pezzo di storia della musica italiana ovvero i CSI, sottolineando quanto questo gruppo abbia cambiato il suono e la percezione dell’underground e della musica alternativa in Italia.

Ho seguito fin dall’esordio ogni loro pubblicazione sonora e anche le “performance” personali e non, a volte lontane dall’aspetto musicale. Ebbi modo di vederli dal vivo insieme a poche centinaia di presenze all’ex foto boario di Treviso nel 1985. Avevano pubblicato fino ad allora solo alcuni EP e stavano promuovendo il loro primo LP dal titolo chilometrico: “1964/1985 Affinità divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”. Un disco considerato da molti critici tra i massimi capolavori della musica italiana, nonché una pietra miliare del punk europeo.

Le cose poi cambiano, e con la fine degli anni novanta, finisce anche la saga della loro vita musicale di gruppo. Le idee e di conseguenza le scelte, sociali/politiche (vedi Lindo Ferretti) prendono altre strade non sempre per me condivisibili. Ma, nonostante questo, ogniqualvolta ascolto un loro brano, i brividi e le emozioni sono ancora tanto forti come allora e questo bellissimo e completo docufilm ne è l’ennesima dimostrazione.

I capitoli del docufilm sono così articolati:
00:00 Track 00: Intro
05:37 Track 01: La Storia
16:21 Track 02: Consorzio Suonatori Indipendenti
25:03 Track 03: La Band
35:35 Track 04: La Firma Del Contratto
40:07 Track 05: Ko De Mondo
54:39 Track 06: In Quiete
59:45 Track 07: Linea Gotica
01:09:39 Track 08: Tabula Rasa Elettrificata
01:29:25 Track 09: Outro

George “Harmonica” Smith: innovatore dell’armonica Blues

George “Harmonica” Smith, nato il 22 aprile 1924 a Helena, Arkansas, è stato un virtuoso dell’armonica e uno dei più influenti bluesman della sua generazione. È noto per il suo stile potente e ricco di sfumature, che ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’armonica nel blues, in particolare nel genere del Chicago blues.
Smith iniziò a suonare l’armonica in giovane età, ispirato da musicisti come Sonny Boy Williamson I. Si trasferì a Chicago, dove divenne un esponente di spicco della scena blues, collaborando con artisti del calibro di Muddy Waters e Little Walter, due dei più grandi interpreti del Chicago blues. Smith si distinse per il suo tono pieno e robusto e per la sua capacità di passare da uno stile melodico a uno più aggressivo, il che lo rese molto apprezzato tra i suoi contemporanei.
Nonostante il suo enorme talento, George “Harmonica” Smith non raggiunse mai lo stesso livello di fama di altri armonicisti blues, ma la sua influenza si fece sentire profondamente tra i musicisti della West Coast e tra i suoi successori. Si trasferì a Los Angeles negli anni ’50, dove divenne un punto di riferimento nella scena musicale blues locale e lavorò con artisti come Big Mama Thornton e Junior Wells.
Smith è stato anche un insegnante influente, contribuendo alla formazione di nuovi talenti, tra cui il celebre armonicista Rod Piazza, con il quale ha suonato in una band chiamata Bacon Fat.
La sua carriera fu interrotta prematuramente dalla sua morte nel 1983, ma il suo stile unico e la sua tecnica rimangono una pietra miliare per gli armonicisti blues di oggi. George “Harmonica” Smith è ricordato come un maestro dell’armonica blues, capace di evocare emozioni profonde attraverso il suo strumento, e la sua musica continua a essere apprezzata da appassionati del blues di tutto il mondo.

African sounds #1

Nove brani di musicisti africani
Nell’ordine: Baaba Maal, Bombino, Youssou N’Dour, Seckou Keita, Femi Kuti, Sidi Tourè, Mdou Moctar, Ballakè Sissoko & Piers Faccini, Ali Farka Tourè.

E’ possibile ascoltare questa playlist anche su radioscalo

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #2

2 – Rock & Roll

Spesso il rock’n’roll viene indicato come una fusione tra country e rhythm’n’blues, la sua data di nascita viene fatta coincidere col 1954, anno della prima incisione di Elvis Presley, mentre l’invenzione del termine è assegnata al Dj Alan Freed: tutto ciò è per molti versi una distorsione, emblematica dello spirito predatorio dei bianchi nei confronti della musica nera.
Innanzi tutto, ancor prima che nasca il termine rhythm’n’blues il suono del rock’n’roll emette i suoi primi vagiti nel jump blues del Louis Jordan di “Let The Good Times Roll” e nella versione di “Good Rockin Tonight” del suo seguace Wynonie Harris: il pezzo è di Roy Brown, che nel 1949 esce con un altro pezzo archetipo del rock’n’roll come “Rockin’ At Midnight”. Segue nel 1951 “Rocket 88” di Jackie Brenston, dove tutti gli elementi costitutivi del genere sono già saldamente al loro posto: il sax in bella vista, il ritmo travolgente, i testi che parlano di macchine, donne ed alcool.
Il 1951 è anche l’anno in cui Alan Freed, colui che vanta l’invenzione del termine, (ma in realtà il termine girava da decenni, e titoli tradizionali blues e rhythm’n blues come “My man rock me with one steady roll” di Trixie Smith o pezzi di Wild Bill Moore quali “We’re gonna rock we’re gonna roll” o “I want to rock and roll” stanno lì a testimoniarlo), inaugura lo show radiofonico Moondog Rock’n Roll Party.
Il potenziale commerciale per il nuovo genere c’è, ma manca un interprete bianco a “legittimarlo” per il pubblico W.A.S.P. (bianco, anglosassone e protestante): pionieristica in tal senso si rivela la cover del 1951 di “Rocket 88” di Bill Haley, su insistenza di David Miller, proprietario della piccola label Holiday.
Seguiranno “Rock The Joint” (nel 1952) e “Crazy Man Crazy” (nel 1953) con cui Haley fa il suo ingresso nelle classifiche di Billboard: lo stesso anno in cui il rock’n’roll entrava nelle classifiche dei bianchi, Elvis Presley girava per gli studi Sun di Memphis registrando demo per il proprio piacere personale, facendosi così notare da quel Sam Phillips (produttore e proprietario degli studi Sun Records già dietro alla prima incisone di “Rocket 88”) che aveva già dichiarato che se avesse trovato un bianco in grado di cantare il rock’n’roll come un nero sarebbe diventato ricco.
È una serie di eventi più o meno slegati che raggiungono il culmine nel 1954, non tanto la data di nascita del rock’n’roll, quanto la data della sua scoperta da parte del pubblico bianco (il boom commerciale arriverà però 2 anni dopo).
Le dinamiche di tale fenomeno sono note: “Rock Around the Clock”, cantata da Haley, inaugura il fenomeno e Presley esegue le sue prime incisioni professionali ai Sun Studios, inaugurando la sua collaborazione con Phillips con “That’s All Right Mama” (cover del bluesman nero Arthur “Big Boy” Crudrup).
Bisogna però far notare che, accanto all’elemento meramente commerciale i primi pezzi di Haley e Presley segnano anche un’importante tappa musicale: la nascita del rockabilly (fusione, anche letterale, di rock’n’roll ed hillibilly), che risulta in effetti da una fusione tra country e rhythm’n’blues. Presley eredita le mosse ed il cantato vibrante dei neri, ma è facile sentire le inflessioni del country nella sua musica, che lo aiuterà ad esplodere commercialmente nel 1956 insieme ad altri artisti bianchi come Carl Perkins e Gene Vincent.
Il suono del rockabilly è comunque in gran parte un prodotto di Sam Phillips che utilizza lo stratagemma di sdoppiare e sfasare in studio la registrazione della voce per creare un effetto di riverbero che insieme ad un suono tintinnante della chitarra e al suono del basso acustico suonato percussivamente con la tecnica del cosiddetto slapback diviene segno distintivo del genere.
Dal 1955 il r’n’r comincia a calare i suoi assi, primi fra tutti Chuck Berry (che esordisce su disco nel 1955), Bo Diddley (1955), Little Richard (1955), Screamin’ Jay Hawkins (1956); segue il boom commerciale del 1956, legato alla seconda ondata, quella dei rockers bianchi: Jerry Lee Lewis, Johnny Burnette, Carl Perkins, Gene Vincent e lo stesso Presley, che esplode a livello mediatico lanciando la cosiddetta Presley-mania.
Sotto il profilo musicale è comunque Chuck Berry a definire il genere: perfeziona una quadratura metrica che riconduce inevitabilmente ai tre minuti di durata, fa della chitarra lo strumento principale, introduce assoli che diventeranno canoni per chiunque si avvicini al genere in futuro, si scrive i testi da solo e va a toccare tematiche tabù che diventeranno topos del genere, diventando in breve tempo un maestro della canzone a tema adolescenziale.
Little Richard spinge l’oltraggio all’america Maccarthiana e puritana a livelli inediti: testi ammiccanti, performance animalesche, travestimenti e ambiguità che anticipano il glam di almeno 20 anni; sotto il profilo musicale poi accosta per la prima volta sacro e profano fondendo il rhythm’n blues di New Orleans con il gospel. Non è l’unico ad avere quest’intuizione: nel 1955, stesso anno di “Tutti Frutti“, Ray Charles desta scandalo per lo stesso motivo e con “I Got a Woman” inventa il soul (ma questa, come si suol dire, è un’altra storia).
Altrettanto influente si rivela Bo Diddley che inventa un suono chitarristico ruvido ed un ritmo boogie sincopato che si ricollega alle ritmiche africane (ma anche a quelle latine) e che influenzerà innumerevoli artisti, primi fra tutti Rolling Stones, Yardbirds e Animals.
Seminale anche Screamin’ Jay Hawkins che riprende lo spirito istrionico e drammatico di Howlin’  Wolf e con “I Put A Spell On You” crea una formula di Voodoo Rock che ritroveremo molti anni dopo nei dischi di Cramps, Reverend Norton Heat e Tom Waits.
Anche il rockabilly ha comunque i suoi interpreti d’eccezione: non solo Presley, ovviamente, ma anche Carl Perkins, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis, e Johnny Burnette prima, Eddie Cochran e Buddy Holly poi.
Per molti versi, comunque, Jerry Lee Lewis fa scuola a se: proveniente dal profondo sud, scritturato dai soliti Sun Studios, Lewis è un suonatore animalesco e selvaggio dal cantato psicotico, probabilmente più vicino nei suoni e nella atmosfere ai cantanti r’n’r neri, con “uno stile pianistico che è feroce quanto la chitarra di Berry”, che traghetta il boogie nelle acque del rock’n’roll più furibondo.
I canoni del genere vengono definitivamente rivisti e rivoluzionati da Eddie Cochran, Link Wray e Buddy Holly: il primo, esploso nel 1957 con “Sittin’ in the Balcony”, si colloca idealmente a metà strada tra Presley e Berry: pur muovendosi infatti nel filone del rockabilly, Cochran adotta lo stile sintetico di Berry e come quest’ultimo si scrive da solo i pezzi; non solo: sperimenta anche nuove tecniche di registrazione e di sovra incisione. Pionieristico anche Link Wray, il più importante autore di rick’n’roll strumentale degli anni ’50, che nel 1958 incide quella “Rumble” che inventa i power chords e si rivelerà influenza fondamentale per il rock chitarristico più abrasivo degli anni ’60, da Townshend a Page, passando per Hendrix.   Ancora più grande è la quieta rivoluzione attuata da Buddy Holly: rivoluzione che da una parte riguarda l’immaginario stesso del rock’n roll, sostituendo allo stereotipo del giovane ribelle il suo esatto opposto, figura occhialuta e docile che si contrappone idealmente alle figure ribelli di Presley e Cochran e dall’altra, soprattutto, tocca la sfera musicale: Holly inventa il celebre cantato a singhiozzo, si affianca a Cochran nella sperimentazione di nuove tecniche d’incisione e inventa progressioni armoniche inedite: così, accanto a pezzi rockabilly più o meno canonici come “Peggy Sue” (che comunque faceva uso di cambi nel volume e nel timbro della chitarra normalmente riservati ai dischi strumentali), si affiancano ballate come “Everyday” o “Worlds of Love” (in cui il raddoppio della traccia vocale costituisce quasi un prototipo del suono che renderà celebri i Beatles) che sono già un’altra cosa rispetto al rock’n roll di pochi anni prima, musica melodica al confine tra country, folk e rock che anticipa (ed ispira) i suoni e le armonie della cosiddetta British Invasion.
Non è un caso che, alla tragica morte di Holly nel 1959, sia associata la fine della stagione d’oro del rock’n roll, quella che segna l’ascesa delle piccole etichette indipendenti che per prime si erano buttate nella “nuova musica” arrivando a strappare alle major metà del mercato. Un piccolo lasso di tempo (tre anni circa, almeno per il pubblico bianco) in cui il concetto stesso di musica leggera viene rivoluzionato: il rock’n’roll segnala al mondo la presenza di un pubblico musicale giovane (esattamente come, quasi quarant’anni prima l’esordio discografico di Mamie Smith aveva fatto scoprire il pubblico musicale nero) ed eredita dall’universo nero non solo la musica (cosa già successa varie volte i passato, basti pensare al Jazz di New Orleans e allo swing), ma, per la prima volta anche lo spirito diretto ed esplicito, anche nella trattazione di tematiche tabù come quelle sessuali. Ma è cosa nota che ad ogni rivoluzione segue un processo di restaurazione: in poco tempo l’ondata destabilizzante del r’n’r viene arginata, gli irriverenti solisti rock’n’roll sostituiti dai rassicuranti teen idols e le istanze di ribellione messe a tacere. Se ne riparlerà tra poco… (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

A Hard Rain’s A-Gonna Fall – Bob Dylan (1963)

Che le canzoni non vengano insegnate a scuola come le poesie, come la grande letteratura è un tema che andrebbe portato all’attenzione collettiva. Dagli ultimi dieci anni del Novecento a oggi l’importanza letteraria della canzone è assolutamente indiscutibile, talmente indiscutibile che Bob Dylan ha vinto un premio Nobel per questo. Ma nei libri di testo, nei manuali, l’assenza non solo delle opere di Dylan, ma anche di quelle di Paul Simon, Leonard Cohen, Joni Mitchell, John Lennon tanto per citare solo i più famosi, è un segno di una carenza di attenzione da parte del mondo della cultura che ormai è imperdonabile. Un brano come A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan, ad esempio, nelle antologie letterarie scolastiche ci starebbe a pennello. La canzone è stata pubblicata nel 1963 nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan, scritta durante l’estate del ‘62 e, come dicono molti critici, è un perfetto esempio di fusione tra arte popolare e colta, tra poesia e folk, tra avanguardia e canzone. È un brano in cui si ritrova la semplicità delle ballate acustiche della tradizione americana e la complessità della poesia di Ginsberg e Ferlinghetti, l’impegno politico e l’amore, la visionarietà e il sentimento.

Herbie Hancock, un talento irrequieto

Herbie Hancock è uno dei musicisti jazz più influenti e innovativi di tutti i tempi, noto per la sua capacità di fondere diversi generi musicali e spingere i confini del jazz verso nuove direzioni. Nato a Chicago il 12 aprile 1940, Hancock è un pianista, tastierista, compositore e produttore che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica, sia come solista che come membro di band leggendarie.
Hancock iniziò a suonare il piano da bambino e presto dimostrò un talento straordinario. A 11 anni si esibì con la Chicago Symphony Orchestra, e da giovane studiò ingegneria elettrica e musica. La sua grande occasione arrivò nel 1963, quando si unì al Quintetto di Miles Davis, una delle formazioni più importanti nella storia del jazz. Insieme a Davis, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, Hancock contribuì a creare un nuovo linguaggio musicale che mescolava il jazz modale e l’improvvisazione con influenze elettroniche e sperimentali.
Parallelamente alla sua carriera con Davis, Hancock iniziò a pubblicare album solisti, molti dei quali sono diventati classici del jazz. Album come “Maiden Voyage” (1965) e “Speak Like a Child” (1968) misero in evidenza la sua sensibilità melodica e la sua creatività armonica. Negli anni ‘70, Hancock sperimentò ulteriormente, diventando uno dei pionieri del jazz fusion con album come “Head Hunters” (1973), un’opera che mescolava jazz, funk e musica elettronica. Il singolo “Chameleon” divenne una pietra miliare del genere e mostrò il suo uso innovativo dei sintetizzatori.
Durante gli anni ’80, Hancock continuò a esplorare nuovi suoni e stili. Il suo brano “Rockit” (1983) fu un successo globale e gli valse un Grammy Award. La canzone, con il suo uso rivoluzionario di scratch di DJ e suoni elettronici, portò il jazz verso la musica pop e hip-hop.
Hancock ha continuato a reinventarsi nel corso dei decenni, collaborando con artisti di tutti i generi musicali, dai grandi del jazz come Wayne Shorter e Joni Mitchell, ai musicisti contemporanei. Il suo album “River: The Joni Letters” del 2007 vinse il Grammy Award per l’Album dell’Anno, un riconoscimento raro per un’opera jazz.
Herbie Hancock non è solo un innovatore musicale, ma anche un influente ambasciatore della musica globale. Ha esplorato influenze provenienti da culture di tutto il mondo e ha sempre spinto verso un dialogo tra il jazz e altre forme musicali. La sua capacità di adattarsi e rimanere rilevante in diversi contesti musicali lo ha reso una figura unica nella storia della musica.