Tom Albert

Tom Albert, nome completo Thomas Albert, soprannominato “Kid Albert” è nato il 23 dicembre del 1877 a Belle Chasse in Louisiana (poi cresciuto ad Algiers, New Orleans) ed è morto il 12 dicembre 1969. Polistrumentista: suonava chitarra, violino, cornetta (tromba), iniziò lavorando con violinisti come Johnny Gould e clarinettisti come Louis Nelson Delisle. Dal 1909 (alcune fonti dicono 1908) guidò le proprie formazioni. Nel 1920 fu co-fondatore della celebre Eureka Brass Band. La sua “Kid Albert Band” fu attiva per decenni, particolarmente a Algiers, Storyville e Treme. Suonò con figure storiche come Papa Celestin, Kid Howard, George Lewis, Louis Armstrong e altri. La Algiers Brass Band, di cui fu membro, è una delle brass band più importanti di New Orleans.
Tom “Kid” Albert è considerato un pioniere del jazz tradizionale di New Orleans. Con la sua Eureka Brass Band e le numerose performance nella comunità di Algiers, ha contribuito a plasmare il suono delle brass band storiche della città.

It’s All Too Much – The Beatles (1969)

C’è un brano dei Beatles, Its All Too Much a firma George Harrison, che meriterebbe il podio o almeno la presenza nelle top five dei migliori brani dell’era psichedelica. E invece, rispetto ad altri classici beatlesiani, è considerato un pezzo minore, dimenticato dalla stragrande maggioranza dei consumatori di memorabilia dei Fab Four, relegato alla colonna sonora di Yellow Submarine che spesso persino i compilatori non inseriscono nemmeno nella discografia ufficiale della band. Invece Its All Too Much è un brano incredibile, musicalmente e concettualmente parlando, uno dei grandi capolavori di George Harrison e uno dei pezzi chiave della fase psichedelica dei Beatles. Il pezzo fotografa pertettamente l’atmosfera del 1967, l’anno in cui fu scritto e poi inciso dai Beatles, a maggio, poche settimane dopo la fine della lavorazione di Sgt. Pepper, e per questo non entrato nello storico album dei quattro. Il brano è apertamente una celebrazione dell’esperienza psichedelica di Harrison, è ideologicamente immerso nel Power power, nelle possibilità di ampliare il campo della coscienza, nell’amore universale, ma è la sua straordinaria musicalità a essere ancora oggi fantastica. Con il suono dell’Hammond che richiama la musica indiana, le chitarre distorte, la sezione di fiati che fa da contrappunto ben prima di quello che accadrà in All You Need Is Love, è un brano di straordinaria originalità. La registrazione avvenne il 25 maggio del 1967 negli studi De Lane Lea a Soho, usati da molti musicisti dell’epoca, Hendrix in particolare, ma non molto dai Beatles. George Martin non era presente alle session, il che vuol dire che la band fece quasi tutto da sola, registrando quattro tracce base in cui Harrison suonava Hammond e chitarra, McCartney il basso, Lennon la chitarra e Ringo la batteria, alle quali aggiunsero con molte sovraincisioni, effetti, sorprese, il classico battito delle mani e molte altre percussioni. Le session, secondo i testimoni dell’epoca, furono caotiche e divertite, nello spirito che aveva portato la band a registrare Sgt. Pepper.

My Favorites Albums #2/100

Nick Cave – The Good Son (1990)

[…] La bellezza dell’album è racchiusa nelle nove canzoni, dove non ci sono cadute di tono, anzi, tutto il disco è un continuo emozionante flusso sonoro, un alternarsi di ballate una più bella dell’altra.
Non so se sia il suo disco più bello, certamente è quello a cui sono più legato. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Omar Sosa & Seckou Keita — Transparent Water (2017)

Sin dalle prime note la musica trasporta istantaneamente gli ascoltatori in un viaggio all’interno del proprio spirito e allo stesso tempo in un viaggio nel mondo reale. Un’esplorazione della musica afro-cubana in tutte le sue forme, una intensa meditazione sui cicli della vita e dell’esistenza.
Il “piano” di Sosa non è uno strumento musicale, ma un condotto di consapevolezza spirituale e la “kora” di Keita una elegante dichiarazione di gioia.
La foto di copertina sintetizza perfettamente il mood dell’album; due musicisti provenienti da angoli lontani del globo, faccia a faccia, ognuno con il proprio carico di esperienza ed ispirazione: unico limite il cielo. E questo lavoro non è solo un semplice incontro tra artisti diversi e complementari, nel quale il pianismo del cubano Sosa si limita ad accompagnare le evoluzioni della straordinaria kora del senegalese Keita. Transparent Water è uno dei viaggi più complessi mai intrapresi nell’ambito della world music; nel disco sono presenti strumenti e musicisti provenienti da ogni angolo del Mondo. Ne risulta un disco meticcio e multiforme carico di caldi accenti sudamericani, struggenti melodie africane ma anche di sinuosi ritmi e fascinazioni provenienti dalla tradizione dell’estremo oriente, con profumi jazz e blues. Merito dei due protagonisti e della messe di ospiti che popolano il disco: le percussioni del venezuelano Gustavo Ovalles, il koto della giapponese Mieko Miyazaki, il nagadi di Mohsin Kahn Kawa e il geomungo della coreana E’ Joung-Ju. Un disco senza confini, nel quale la vastità degli orizzonti musicali contribuisce a trasportare l’ascoltatore attraverso un percorso sonoro estremamente affascinante.

Don Ellis

Don Ellis, nome completo: Donald Johnson Ellis, è nato il 25 luglio del 1934 a Los Angeles in California ed è morto il 17 dicembre 1978 a North Hollywood in California a 44 anni, per insufficienza cardiaca. E’ stato un innovatore assoluto nel mondo del jazz orchestrale e della sperimentazione ritmica. Trombettista, compositore e direttore d’orchestra, è noto per le sue complesse strutture metriche (es. 7/8, 9/4, 19/8…), per l’uso di strumenti elettronici e per una big band fuori dagli schemi tradizionali.
Don Ellis ha rivoluzionato la big band jazz per la metrica irregolare e politonalità (influenzato da musica indiana, greca, bulgara) per la strumentazione inusuale (aggiunse strumenti come sitar, violino elettrico, strumenti microtonali) per la tromba a quattro valvole (per suonare microtoni) e per l’elettronica (fu tra i primi jazzisti a usare effetti elettronici sulla tromba).
Compositore della colonna sonora del film “The French Connection” (1971), che vinse l’Oscar, la sua musica qui coniuga jazz, tensione poliziesca e avanguardia. Ha studiato con George Russell e Gunther Schuller, entrambi pionieri della Third Stream Music (fusione di jazz e musica classica contemporanea) e collaborò anche con Charles Mingus, Maynard Ferguson, e George Gruntz. Pioniere assoluto nel jazz sperimentale degli anni ’60 e ’70, ancora oggi viene studiato per le sue complesse soluzioni ritmiche e l’originalità della sua orchestrazione. Ha influenzato compositori come Frank Zappa, Maria Schneider, John Zorn e gruppi come i Snarky Puppy.

Charlie Haden

Anche il contrabbasso, soprattutto grazie alla magistrale lezione di Charles Mingus, ebbe nuovo impulso, soprattutto grazie al contributo del contrabbassista Charlie Haden, anche lui partito da Coleman e poi bandleader, a capo in certi periodi di un ampio gruppo di eccezionale intensità, una sorta di orchestra di solisti, un collettivo di forti personalità chiamato Liberation Music Orchestra. Con questo gruppo Haden ha inciso alcuni brani ispirati alla musica politica ispanoamericana che rimangono tra le migliori elaborazioni del rapporto tra musica e impegno politico. Haden è stata una delle figure centrali della «new thing», al fianco di Coleman e di Keith Jarrett, come leader della Liberation Music Orchestra e per le sue collaborazioni Ecm con Garbarek o Metheny, e ancora oggi è un solista ricercato e intenso.
Anche l’orchestra fu, dunque, un terreno fertile in quegli anni. E furono diverse, anche in questo caso, le direzioni da seguire. Il problema era quello di coniugare le nuove forme, per definizione refrattarie a strutture troppo rigide, con la disciplina e la scarsa flessibilità tipiche, almeno in apparenza, delle formazioni orchestrali. Una sfida alla quale non mancarono risposte di grande interesse.

Joan Shelley – Real Warmth (2025)

RiB – Recensioni in Breve

Joan Shelley pubblica album da quindici anni, eppure riesce sempre a far sì che ogni album sembri un nuovo, facile abbraccio. “Voglio l’inno che sa di primo amore / Voglio il ritornello che scalda come il fuoco / Voglio la melodia che si gonfia come una luna piena / Che conosce il tuo desiderio più profondo”, canta a metà del suo decimo LP, Real Warmth, un album disinvolto e infinitamente canticchiabile.
Cantando con una convinzione silenziosa e ardente, Shelley scrive spesso attraverso una lente fantastica, ma il linguaggio che raccolgono è musicale, colloquiale, amante della natura e totalmente umano… E ogni volta sembra un po’ più caldo, un po’ più simile alla prima.

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100 Brani Jazz #9

Nona selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Georgia on My Mind di Ray Charles, Joy Spring di Clifford Brown & Max Roach, One O’Clock Jump di Count Basie, Potato Head Blues di Louis Armstrong, Bumpin’ (On Sunset) di Wes Montgomery, Feeling Good di Nina Simone, Misty di Errol Garner, Moody’s Mood For Love di James Moody, Stardust di Louis Armstrong, Yardbird Suite di Charlie Parker.

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Storia della musica: dal blues agli anni duemila #15

15 – I cantautori di fine anni ’60

Tra le tante rivoluzioni musicali messe in atto da Bob Dylan (e più in generale dal movimento del Greenwich Village) durante gli anni ’60 c’è la creazione di uno stile cantautoriale in cui musica e testi acquistano pari dignità: non-genere che si diffonde a macchia d’olio, rendendo necessaria una rapida escursione in giro per la mappa Americana (e Inglese) di fine decennio alla ricerca dei suoi eredi.
Punto di partenza non può che essere proprio il Greenwich Village: lì si esibiva Laura Nyro, personificazione del melting-pot cittadino con un incredibile ibrido tra soul, jazz e folk cui fanno eco liriche evocative ed intense: grazie a dischi impeccabili come “New York Tendaberry” (1969) e “Gonna Take a Miracle” (1971) sarà influenza imprescindibile per cantautrici di fine anni ’70 come Joan Armatrading e Rickie Lee Jones.
Sempre nel Greenwich si muove l’Arlo Guthrie di “Alice’s Restaurant” (1967), con uno storytelling surreale che brilla sia nella chilometrica title-track sia nella celebre “Motorcycle song” e David Peel, che prosegue in “American Revolution” (1970) sulla falsariga dei Fugs, tra cori stonati e testi affilati e sarcastici.
Texani sono invece Townes Van Zandt e Mickey Newbury, autori animati da una vena intimista e commovente che vive attraverso forti ascendenze country in dischi come, rispettivamente, “Our Mother the Mountain” e “It Looks Like Rain”, entrambi del 1969.
Molti degli autori più importanti dell’epoca risiedono comunque al di fuori dei confini degli Stati uniti, in particolare Canada ed Inghilterra.
Canadesi sono Leonard Cohen, Joni Mitchell e Gordon Lightfoot: il primo, già noto come scrittore e poeta, esordisce musicalmente nel 1968 con “Songs of Leonard Cohen”, sostituendo il tono declamatorio di tanto folk con un suono intimo ed un cantato rilassato, spesso sussurrato, che sarà ripreso da innumerevoli gruppi che su quel suono quieto ed immobile fonderanno il proprio dna musicale, primi fra tutti gli esponenti del cosiddetto slowcore e del dream pop americano.
Non meno importante si rivela Joni Mitchell, che porta il folk al di fuori dei suoi confini, integrandolo e contaminandolo col jazz: lo strumento che risalta su tutti nei suoi dischi è proprio la voce, specie in dischi come “Blue” (1971) e “Court and Spark” (1974): la sua influenza si rivelerà enorme su tutte le cantautrici dei decenni a seguire e può essere avvertita ancora adesso nei dischi di autrici come Norah Jones e Polly Paulusma.
Più classico nel suono e nelle influenze Gordon Lightfoot, esordiente a 27 anni su “Lightfoot!” con un folk virato country e spesso vicino al soft rock: troverà il successo qualche anno dopo con “Sit Down Young Stranger” (1970), album reso famoso dal successo di “If you Could Read my Mind”, e che propone tra l’altro la prima cover di quella “Me and Bobby Mc Gee” che sarà resa famosa di lì a poco da Janis Joplin .
Dall’altra parte dell’Atlantico provenivano invece John Martyn e Cat Stevens.
Il primo, impegnato ad espandere il registro del folk integrandolo con blues, rock, jazz, musica mediorientale, sudamericana e giamaicana raggiunge il capolavoro con “Solid Air” (1973), disco spesso associato alla contemporanea scena progressive, una delle massime espressioni del suo melting-pot musicale.
Più tradizionale la figura di Cat Stevens: filosofico e misticheggiante, è autore di un folk pop di presa immediata che fa dei suoi dischi, in particolare “Tea for the Tillerman” (1970), piccoli gioielli del genere come la celebre parabola di “Father and Son” e la sconsolata “Wild World” stanno brillantemente a testimoniare. (Continua…)

Charles Earland

Charles Earland soprannominato: “The Mighty Burner”, per la sua intensità sul palco è nato il 24 maggio del 1941 a Philadelphia in Pennsylvania ed è morto l’11 dicembre del 1999 a Kansas City nel Missouri. E’ stato un brillante organista jazz e soul-jazz, noto per il suo stile energico, groove potente e l’uso espressivo dell’organo Hammond B-3. È stato uno degli eredi più creativi della tradizione di Jimmy Smith, che ha saputo portare nel soul e nel funk degli anni ’70.
Inizia come sassofonista contralto, poi passa al tenore suonando con Jimmy McGriff e Grover Washington Jr. Passa all’organo alla fine degli anni ’50, e già nei ’60 si fa notare per uno stile pieno di soul, gospel e groove afroamericano. L’organo esplosivo che passa dallo swing profondo alle sonorità spesso funk. unisce jazz tradizionale, soul, funk, blues, gospel e a tratti psichedelia. Charles Earland fu dorato dal pubblico per la carica fisica delle sue performance dal vivo e resta uno dei più potenti e versatili organisti della storia del jazz moderno, amato tanto dal pubblico quanto dai musicisti.
“Black Talk” – un brano perfetto per capire cosa lo rendeva “The Mighty Burner”.