Bump Myers

Bumps Myers (nome completo: Hubert Maxwell Myers) è stato un sassofonista jazz statunitense, noto principalmente per il suo lavoro con il sassofono tenore, ma occasionalmente anche con il sassofono alto e baritono.
Nato il 22 agosto 1912 a Clarksburg, West Virginia, Myers è cresciuto in California e ha iniziato la sua carriera musicale a Los Angeles. Nel 1929, a soli 17 anni, divenne musicista professionista, suonando con Curtis Mosby. Tra il 1934 e il 1936, si esibì a Shanghai con la big band di Buck Clayton e con Teddy Weatherford. Tornato a Los Angeles, collaborò con Lionel Hampton e Les Hite. Negli anni ‘40, fece parte della band di Lee e Lester Young, lavorò con Jimmie Lunceford e Benny Carter, e partecipò a concerti di “Jazz at the Philharmonic”. Nel 1947, suonò con Benny Goodman e contribuì al successo di T-Bone Walker “Call It Stormy Monday”. Nel 1949, registrò alcuni brani come leader, tra cui “I’m Clappin’ and Shoutin’” con i suoi Frantic Five. Negli anni ’50, fu attivo come musicista da studio e collaborò con artisti come Red Callender e Harry Belafonte. Si ritirò dalla musica nei primi anni ’60 a causa di problemi di salute e morì il 9 aprile 1968 a Los Angeles.
Influenzato da Coleman Hawkins, Myers era noto per il suo stile swing e la sua versatilità, suonando anche rhythm & blues. La sua carriera si svolse principalmente a Los Angeles, dove fu molto attivo nella scena musicale locale. 

Anna B Savage – You And I Are Earth (2025)

Recensioni 2025

Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente. È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario. Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore. Consigliato

Ascolta il disco

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #8

8 – Il Soul

L’invenzione del soul viene comunemente attribuita a Ray Charles che, con “I got a Woman”, nel 1955, fonde il lamento del gospel con il trascinante impeto del rhythm & blues: la fusione viene accolta con un entusiasmo pari solo all’indignazione dei tanti che vedevano in questa commistione di sacro e profano, di diavolo ed acqua santa, un accostamento sacrilego, tanto che alcuni membri della band decidono di uscire dal gruppo per non prendere parte dell’atto blasfemo.
Non è l’ultima delle invenzioni di Charles, che estenderà ben presto i confini della musica che lui stesso aveva contribuito a creare, introducendovi elementi jazz per poi riscoprire il country, musica con cui era cresciuto nel sud segregazionista degli Stati uniti. Alle sue spalle nel momento della svolta aveva un’etichetta come l’Atlantic, fondata a New York nel 1947, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial ed Aristocrat (la futura Chess) a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni, dal blues al rock’n’roll, dal rhythm’n’blues al soul, appunto.
Dove la Chess si rivela fondamentale per la diffusione del blues elettrico e del rock’n’roll grazie ad artisti come Howlin’ Wolf, Muddy Waters, John Lee Hooker prima, Chuck Berry e Bo Diddley poi, l’Atlantic, per cui peraltro avevano già inciso stelle del jump blues come Ruth Brown e Big Joe Turner e gruppi doo-wop come Clovers e Drifters, costituisce una delle etichette chiave del soul, grazie ad artisti come Solomon Burke, Wilson Pickett, Otis Redding e Aretha Franklin, oltre allo stesso Ray Charles.
Se quest’ultimo è uno degli inventori del genere, altri devono essere ricordati accanto a lui per il lavoro pionieristico fatto nel traghettare la musica nera dal rhtyhm’n’ blues al soul, in particolare Sam Cooke e Jackie Wilson. Il primo è giustamente considerato il più importante interprete soul di tutti i tempi: cresciuto ascoltando e cantando gospel e doo-wop (in particolare gli Ink Spots sempre citati come influenza fondamentale) Cooke è anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelli più vicini alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”, sorta di risposta della musica nera al movimento controculturale guidato dal Dylan prima maniera.
Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson: le ragioni della scarsa popolarità di tale artista sono da ricercarsi nella sua maggior predisposizione per la dimensione live: animale da palco impareggiabile, dotato di una grinta e di un’aggressività che può rivaleggiare con quella del più noto James Brown, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio, dove peraltro si trova spesso ad eseguire pezzi troppo melodici e posati, lontani dalla sua grintosa sensibilità musicale.
A livello di performance l’unico in grado di oscurare Wilson è proprio il già citato James Brown, “Padrino del soul” o “Mr. Dinamite”, comunque lo si voglia chiamare Brown resta uno dei più grandi inventori della musica nera, avanti anni luce rispetto ai suoi contemporanei: già nel 1956, in “Please please please” si possono leggere le prime avvisaglie di quello stile di soul, ossessivo e frenetico dal “falsetto psicotico, il suono di chitarra acuto e metallico, il basso fratturato e la pulsante poliritimica” che riscopre le radici africane della musica nera sulle tracce del rhythm’n’blues spiritato di Bo Diddley; con “Papa’s Got a Brand New Bag”, del 1965, la transizione è completa e si festeggia la nascita del funk.
In seguito all’attività pionieristica di questa manciata di artisti il soul non tarda ad affermarsi come musica nera per eccellenza dai ’60 in poi, mostrando fin da subito una doppia faccia: da una parte musica da festa se non da ballo, dall’altra risposta nera al folk e in genere alla musica della controcultura bianca, sottofondo delle lotte per i diritti civili della minoranza nera. È un soul festoso e dalla forte connotazione pop, spesso parente stretto del doo-wop, quello portato in testa alle classifiche dai girl groups neri dei primi ’60 come Shirelles e Ronettes, con pezzi che spesso sono firmati dai migliori autori di musica pop dell’epoca: tra gli altri Burt Bacharach, Jimmy Webb, Smokey Robinson, Dozier-Holland & Holland.
È invece un soul di invettiva politica e ribellione quello che anima pezzi come “Respect” e “A Change Is Gonna Come”, tra i momenti migliori del terzo disco di Otis Redding, “Otis Blue: Otis Redding Sings Soul” (1966), capolavoro del soul che omaggia il maestro Sam Cooke ed alterna con sapienza ballate soffici, ritmi infuocati ed un inno generazionale come “Satisfaction”. Dovendo cercare comunque un bandolo nell’intricata matassa del soul dagli anni ’60 in poi il punto di riferimento principale rimangono le etichette.
L’abitudine di associare alle diverse etichette determinate sonorità ed atmosfere nasce proprio con le label soul, da una parte si tratta di scelte “editoriali” delle label (celebre in tal senso il lavoro fatto dal boss-tiranno della Motown Berry Gordy per farne l’etichetta pop-soul per eccellenza), dall’altra di un effetto collaterale della tradizione per cui ogni etichetta ha una sua band strumentale fissa ad accompagnare le stelle di casa, destinata ad imprimere al sound un carattere unitario.
E così, per esempio, il cosiddetto Memphis soul della Hi Records, quello di Rufus e Carla Thomas e Al Green si sviluppa grazie alla backing band Hi Rhythm Section e a Willie Mitchell, padrone di casa ed architetto di quel suono, dolce ma non necessariamente leggero, che con le sue raffinatezze anticipa il Philly Sound degli anni ‘70. Così il suono della Stax Records, il così detto southern soul, filo rosso che lega artisti diversissimi come Otis Redding, Wilson Pickett e Sam & Dave è in gran parte dovuto agli Mgs di Booker T. un suono ruvido e ancora vicino al rhythm and blues, destinato a prosperare fino all’avvento dei ’70.
Ancora, alla Tamla Motown di Detroit del già menzionato Berry Gordy, ci si rifornisce di soul virato pop, gioielli perlopiù figli della penna ispirata di compositori come Smokey Robinson e Holland-Dozier & Holland: Temptations, FourTops, Supremes, Commodores, ma soprattutto Stevie Wonder e Marvin Gaye: due artisti che assumendo personalmente il controllo della propria musica sono tra i principali responsabili dell’evoluzione di quel suono che traghettano verso lidi che non aveva ancora nemmeno intravisto.
Partito con pezzi tradizionali in pieno stile Motown, Marvin Gaye comincia ad intraprendere sentieri mai percorsi prima dal soul con un pezzo dall’arrangiamento ambizioso e maestoso come “I Heard it Through the Grapevine”, (il più grande hit a memoria d’uomo della Motown) per poi arrivare con l’album “What’s Goin’on”, del 1971, al capolavoro: concept album basato sui pensieri di un reduce del Vietnam (Gaye si ispirò al fratello Frankie), il disco ondeggia tra lamento gospel ed invettiva politica, raccontando “di degrado urbano, problemi ambientali, turbolenze militari, brutalità della polizia, disoccupazione e povertà”. La veste sonora non è da meno: raffinata, contaminata dal jazz, atmosferica e commovente, fa di questo disco il capolavoro assoluto e indiscusso della musica nera. Nell’impari sfida compositiva con Marvin Gaye un solo artista è probabilmente in grado di rivaleggiare ad armi pari: Stevie Wonder.
In modo completamente opposto e spesso antitetico rispetto a Gaye Stevie Wonder riesce ad introdurre nel soul passaggi melodici e sonorità inedite destinate a restare impresse indelebilmente nella tradizione musicale soul (e non solo): basti pensare all’influenza che ancora nel nuovo millennio eserciterà sugli artisti del cosiddetto nu-soul. Come per Gaye (con cui condivide peraltro l’etichetta) è nel momento in cui riesce in parte a svincolarsi dalle maglie di Gordy, attraverso la firma di un nuovo contratto con la casa di Detroit che gli lascia maggiori margini di manovra, che Wonder comincia a rivelare appieno tutto il suo talento compositivo: da “Music of My Mind” (1972) fino ad arrivare al suo lavoro più ambizioso, il concept “Songs in the Key of Life” (1976), passando per “Talking Book” (1972), uno dei primi album pop ad utilizzare principalmente strumenti elettronici.
Si, perché sempre di pop si tratta, anche quando la musica viene utilizzata per affrontare tematiche sociali, pop però portato ai suoi massimi livelli melodici in un’operazione che porta spesso a considerare Wonder la controparte soul dei Beatles. D’altra parte le evoluzioni artistiche di questi artisti e con essi della Motown (di cui erano colonne portanti), portano quest’ultima ad avvicinarsi nel suono ad un’etichetta come la Hi Records: nei dischi di entrambi l’accompagnamento orchestrale si va andato sempre più diffondendo, la line-up rhythm’n’blues tradizionale viene sostituita da archi, fiati e lussureggianti arrangiamenti orchestrali.
Sono i prodromi del philly soul, in gran parte prodotto dei produttori dell’epoca, che marchia indelebilmente le melodie vellutate dei vari Delfonics, Harold Melvin & the Blue Notes e O’Jays, divenendo, assieme al funk principale colonna sonora per il filone cinematografico Blaxploitation e ponte ideale verso le vellutate sonorità della disco di metà anni ’70. Un’ultima precisazione riguarda due termini che ricorrono spesso nella critica musicale: blue-eyed soul e northern soul, due fenomeni relativamente slegati all’evoluzione del soul stesso.
Col primo termine si intende semplicemente il soul cantato da artisti bianchi: inaugurato da “You Lost That Loving Feeling” dei Righteous Brothers sotto la regia sapiente di Phil Spector il fenomeno, che di per sé non costituisce un vero e proprio filone quanto una combinazione di circostanze (il cantante bianco che si misura con pezzi soul) destinata a ripresentarsi frequentemente nei decenni successivi: nei (tardi) anni ’60 degni di menzione sono i Box Tops (se non altro per essere stata la palestra musicale di Alex Chilton, futuro fondatore dei seminali Big Star), mentre nei ’70 artisti brilleranno artisti diversissimi tra loro come Hall & Oates, la Average White Band e Robert Palmer.
Un caso a parte è costituito da Van Morrison, già frontman dei Them, straordinario interprete soul e folk che fa seguire all’esordio solista di “Blowin’ your mind!” (1967), “Astral Weeks”, (1968), capolavoro assoluto della sua carriera nonché pietra miliare della musica rock: accompagnato da una sessione ritmica jazz Van Morrison regala canzoni di ampio respiro, malinconiche e agrodolci, con al centro la meravigliosa sequenza di “Cyprus Avenue”, “The Way Young Lovers Do” e “Madame George”, pezzi che abbracciano con apparente disinvoltura folk, jazz e soul.
Per quanto riguarda invece il northern soul la definizione non indica, come potrebbe far pensare il nome, un particolare stile di soul associata al settentrione degli Stati Uniti: il nord a cui ci si riferisce è quello dell’Inghilterra, zona in cui si trova un gran numero di club che, tra i primi anni ’70 e la seconda metà del decennio, vale a dire tra il periodo dei mod e quello dei punk, animano le serate inglesi con revival della musica soul e r’n’b. Se i D.J. locali suonano un po’ di tutto (Motown, Stax, Atlantic…) le loro scelte hanno comunque un denominatore comune nella ricercatezza e relativa oscurità dei pezzi passati.
Con l’avvento del punk, la scena passa in secondo piano, ma alcuni dei più assidui frequentatori di questi club faranno fruttare gli ascolti di gioventù fondando il proprio gruppo: tra questi il futuro leader dei Soft Cell, Marc Almond e Bob Stanley e Pete Wiggs dei St. Etienne (non a caso autori nel 2004 di un’uscita della collana di mix album “The Trip” che, forte della lezione dei D.J. northern soul di 30 anni prima allineerà in rapida sequenza autori oscuri e brani semi-sconosciuti di artisti più noti).  (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Manzie Johnson

Il 19 agosto 1906 nasce a Putnam, nel Connecticut, Manzie Johnson, uno dei più eleganti ed essenziali batteristi del jazz di New Orleans. Pressoché sconosciuto al grande pubblico, anche per il suo carattere asciutto, incapace di autopromozione e di poche parole, gode invece di una notevole popolarità e stima nella ristretta cerchia degli appassionati di tutto il mondo.

Manzie Johnson è noto per il suo contributo alla scena jazz di New York durante gli anni ’20 e ’30 è considerato uno dei pionieri della batteria jazz nei primi anni di sviluppo del genere.
Johnson iniziò la sua carriera musicale giovanissimo, lavorando con numerose band e musicisti di spicco della scena jazz dell’epoca.
Lavorò anche con band leader come Don Redman e Chick Webb, affermandosi come uno dei batteristi più richiesti nelle big band e nelle registrazioni in studio.
Il suo stile alla batteria era caratterizzato da un solido senso del tempo e da un uso creativo dei piatti, contribuendo a definire il ruolo del batterista nelle big band jazz. Era abile nell’adattarsi sia allo stile più tradizionale del jazz primordiale sia al linguaggio emergente dello swing.
Nonostante il suo talento, Johnson non raggiunse mai la fama dei più celebri batteristi jazz, rimanendo principalmente un musicista da sezione apprezzato nell’ambiente professionale. Morì nel 1971, lasciando una traccia importante nelle registrazioni storiche del jazz classico.

Bob Dylan: i suoi album #2

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Canzoni per Suze
Semplicemente, il disco in cui Bob Dylan diventa Bob Dylan.

“The Freewheelin’ Bob Dylan” è il secondo album in studio di Bob Dylan, pubblicato il 27 maggio 1963 dalla Columbia Records. Questo disco segna un punto di svolta nella carriera di Dylan, consolidando il suo status di cantautore di protesta e poète engagé, e rappresenta un significativo avanzamento rispetto al suo debutto.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è uno degli album più iconici di Dylan e uno dei capolavori del folk degli anni ‘60. L’album segna il passaggio dal folk tradizionale a una musica più personale e poetica, con una crescente attenzione alla politica, ai diritti civili e alle emozioni individuali. Le composizioni di Dylan sono più mature e complessamente strutturate rispetto a quelle del suo debutto, e l’album esplora temi di protesta sociale, libertà individuale e cambiamento.
L’album contiene alcune delle canzoni più influenti e amate di Dylan, che sono diventate pietre miliari della musica folk e popolare:
“Blowin’ in the Wind” — Probabilmente la canzone più famosa dell’album, è diventata un inno del movimento per i diritti civili e della protesta contro la guerra. Il testo semplice e diretto pone domande sulla libertà, la pace e la giustizia.
“A Hard Rain’s A-Gonna Fall” — Un brano che mescola immagini poetiche e apocalittiche per descrivere il caos e la sofferenza del mondo, spesso interpretato come una riflessione sulla guerra fredda e sulla paura della guerra nucleare.
“Girl from the North Country” — Una ballata dolce e malinconica, ispirata alla tradizione folk, in cui Dylan canta di una relazione perduta. La canzone è arricchita dalla voce di Johnny Cash, che partecipa come ospite.
“Masters of War” — Un feroce attacco alla guerra e a coloro che la promuovono per motivi di profitto. Questo brano è una delle canzoni di protesta più esplicite di Dylan.
“Don’t Think Twice, It’s All Right” — Una canzone di addio in cui Dylan riflette sulla fine di una relazione, con un tono che mescola tristezza e accettazione.
“The Times They Are a-Changin’” — Anche se questa canzone è nell’album successivo, la sua scrittura rispecchia il tono e lo spirito di cambiamento che pervade “The Freewheelin’ Bob Dylan”. Tuttavia, non è presente in questo album ma è spesso associata al periodo creativo di Dylan in questo periodo.
Il suono dell’album è caratterizzato da arrangiamenti di chitarra acustica e armonica, con una produzione molto più raffinata rispetto al debutto di Dylan. Le canzoni spaziano da ballate tranquille e intime a brani più energici e di protesta, con Dylan che mostra una crescente maturità sia come poeta che come musicista. Il suo uso della lingua e delle immagini poetiche si fa più complesso, e il suo talento per la scrittura di testi evocativi diventa sempre più evidente.
“The Freewheelin’ Bob Dylan” è stato un grande successo critico e commerciale. Ha consolidato Dylan come una delle figure di punta della musica folk e della protesta sociale degli anni ‘60. La sua capacità di affrontare temi politici e sociali con una profondità emotiva e una grande abilità poetica lo ha reso una figura centrale nella cultura musicale e politica dell’epoca.
L’album è spesso considerato uno dei migliori album di tutti i tempi e ha avuto un’influenza duratura sulla musica popolare, sulla musica folk e sul movimento per i diritti civili.

Beatles – Rubber Soul (1965)

Un album di svolta, non solo per i Fab Four, ma pure per il concetto universale di pop, che queste canzoni hanno la capacità di forgiare ex-novo. Nel 1965 Paul, John, George e Ringo sono ancora i simpatici ragazzi di Love Me Do (hanno ricevuto I’MBE direttamente dalla Corona Inglese e il concerto allo Shea Stadium è uno degli apici di tour sempre più massacranti): già nella copertina dell’lp, però, i loro volti si allungano, i caratteri grafici si sformano e la psichedelia irrompe senza mezzi termini né tante cortesi cerimonie nell’immaginario dei suoni.
Rubber Soul è il capolavoro beatlesiano: il suo eclettismo e i suoi influssi sul contemporaneo e sul futuro, anche lontano, lo rendono un manuale irraggiungibile su come scrivere pezzi inventivi, obliqui e nello stesso tempo classici senza rinunciare a una briciola del proprio carattere. Le forme sono ancora abbastanza raccolte rispetto ai lavori che verranno, ma l’energia rock’n’roll dell’avvio di Drive My Car (Paul), la vicenda di sesso occasionale rivoltata su un folk-acido di Norvegian Wood (col sitar di Harrison) e la meravigliosa Madeleine intinta nelle vie di Liverpool da John in In My Life sono atti artistici e poetici assoluti, che entrano di diritto nella grande storia sonora dello scorso secolo. A fianco ci sono i momenti romantici e senza tempo attenzione allo studio di registrazione (concertata da George Martin) che nuovamente sarà la cifra di tutto il percorso successivo per i quattro, c’è la crescita compositiva di George (Think For Yourself, ma soprattutto If I Needed Someone).
Di un soffio superiore a Revolver, perché meno legato al momento, alle mode della percezione inedita a tutti i costi, il disco resta una pietra miliare, un promontorio da cui guardare con superiorità la popular music, consapevoli di trovarsi, probabilmente, sulla vetta più alta di tutte.

Ascolta il disco

Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.

Tony Almerico

Il 16 agosto 1905 nasce a New Orleans il trombettista Tony Almerico, all’anagrafe Anthony Almerico.

Tony Almerico è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz di New Orleans. E’ stato una figura importante nella promozione e nella diffusione del jazz tradizionale durante la metà del XX secolo.
Ha guidato la sua band, la Tony Almerico’s Dixieland All-Stars, che suonava regolarmente al famoso locale di New Orleans, il Parisian Room. La sua orchestra ha avuto un ruolo significativo anche nel programma radiofonico “The Dixieland Jamboree”, contribuendo a mantenere vivo lo spirito del jazz tradizionale.
Almerico ha collaborato con diversi musicisti noti della scena di New Orleans, tra cui Pete Fountain e Sharkey Bonano. Il suo stile trombettistico era caratterizzato da un approccio vivace e melodico, in linea con la tradizione del jazz classico della città.
Sebbene il suo nome non sia tra i più noti del jazz mainstream, Tony Almerico è ricordato con rispetto dagli appassionati per il suo impegno nel preservare e diffondere il sound autentico di New Orleans.

The Weather Station – Humanhood (2025)

Recensioni 2025

L’umanità è radiosa e propulsiva, discorsiva e strana. Le canzoni si dissolvono in ondate di archi, si disgregano completamente. Le tessiture si fondono e si frammentano, si induriscono in canzoni, cedono di nuovo il passo a passaggi strumentali astratti che trasportano l’ascoltatore da una canzone all’altra. È un disco di dettagli intensi, note di pianoforte e di violino, canzoni pop chiare e potenti, alcune delle più soddisfacenti che Lindeman abbia mai scritto. È il disco più strano dei Weather Station finora, e il più viscerale. È anche il più forte, il più cinematografico, il più completo come evocazione di un paesaggio interiore. Ogni canzone rispecchia, sonoramente e musicalmente, lo stato d’animo descritto nel testo, passando dal distante al claustrofobico, dal travolgente al meraviglioso. Obbligato.

Ascolta il disco

Fix You – Coldplay (2005)

I Coldplay, senza grandi possibilità di equivoco, sono stati, anzi sono, una delle più grandi band di tutti i tempi. Lo sono per la straordinaria capacità di fare musica in technicolor, cosa che sembra in sé contraddittoria, visto che la musica è inafferrabile e immateriale, visto che la musica non si vede e quindi, in sé, colori non ne ha. Ma loro, Chris Martin, Will Champion, Guy Berryman e Jonny Buckland, sono riusciti a fare qualcosa di più, perché i colori nella musica della band si vedono, si avvertono, ascoltando la loro musica siamo in grado di percepirli. Questo perché i Coldplay, come dimostrano ogni volta con i loro concerti, sono in grado di portare il pubblico, con la loro musica, a una condizione di assoluta e inarrivabile gioia, cosa che molti altri non riescono a fare davvero. Hanno avuto successo, spesso, nel tentativo di far uscire il pop dalle secche della perdizione commerciale di questi ultimi anni, musica senza prospettiva, priva di una visione, incapace di immaginare mondi che non siano quello del “qui e ora” e farci sognare, farci sperare, farci sorridere, farci contenti, insomma.
Ma prima di creare la musica a colori hanno attraversato oscurità, malinconia, tristezza, dubbi, paure e le hanno trasformate in canzoni altrettanto belle, toccando come pochi altri le corde dell’emozione. E usando la musica come un balsamo. Sì, un balsamo, canzoni che possono mettere qualche piccola dose di pace nel nostro cuore e nella nostra anima. Canzoni come Fix You.
Il brano ha già qualche anno sulle spalle, pubblicato nel 2005 in un album intitolato X&Y, che per molti versi chiude una lunga stagione nella storia della band, seguita poi proprio da quella della musica in technicolor. Qui invece siamo nel mondo dei sentimenti più puri, amicizia e amore, Chris Martin racconta il desiderio, la voglia, il bisogno di essere d’aiuto per chi ne ha bisogno.
Fix You è la canzone di chi ha bisogno di calore per la propria anima, di chi pensa che aiutare gli altri sia la cosa migliore da fare nella vita, di chi vuole essere pronto ad “aggiustare” qualcuno che si è rotto, nel cuore, nell’anima. È la canzone di chi vuole essere accanto a qualcuno che ama, a qualcuno a cui vuole bene, rendendosi disponibile. Ma Fix You funziona anche se si è da soli, in un momento di tristezza o di malinconia, funziona sempre, “aggiusta” da sola le cose che sembrano rotte dentro di noi. È un balsamo, come dicevamo all’inizio. Un balsamo leggerissimo, che mette in sintonia anima e cuore. (Grazie a Ernesto Assante)