Perz Prado, il Re del mambo

Il 14 settembre 1989 a Colonia del Valle in Messico muore il direttore d’orchestra Pérez Prado, il Re del mambo, principale artefice della diffusione nel mondo del più popolare ritmo afrocubano degli anni Cinquanta. Al momento della sua morte i giornali sorvolano sull’età. L’unica certezza è che ha più di settant’anni, ma la sua vera età resta un mistero, dato che diverse sono le date di nascita che di volta in volta vengono diffuse.
Dámaso Pérez Prado (1916-1989) è stato un musicista, compositore, pianista e direttore d’orchestra cubano naturalizzato messicano, noto come il “Re del Mambo”. È celebre per aver reso popolare il mambo negli anni ’50 grazie alle sue innovazioni nella big band e a successi internazionali come “Mambo No. 5”, “Cherry Pink (and Apple Blossom White)” e “Patricia”.
Prado iniziò la carriera come pianista e arrangiatore per l’orchestra Sonora Matancera a Cuba, poi si trasferì in Messico dove sviluppò vari stili di mambo e divenne una figura di spicco della musica latino-americana, anche nel cinema. La sua musica ha influenzato profondamente il panorama musicale degli anni ’50 e rimane un punto di riferimento per il mambo e la musica latina.

Cecil Taylor

A portare oltre ogni accettabile convenzione stilistica le possibilità del pianoforte fu Cecil Taylor, vulcanico, travolgente improvvisatore, incurante di ogni regola, che iniziò a essere conosciuto per le sue lunghissime, deliranti esecuzioni dal vivo, a volte lunghe più di un’ora e senza alcuna possibile riconoscibilità di temi e strutture, un magma continuo che trasformava lo strumento in una devastante macchina sonora. Completamente al di fuori dei rapporti consueti tra melodia e armonia, Taylor usava il pianoforte come un caleidoscopio cromatico e percussivo, con una forte intellettualizzazione che rendeva la sua musica difficilmente accettabile se non a una ristretta cerchia di appassionati. La sua è stata forse la musica più difficile del periodo, prossima a quello che poi è diventato uno stereotipo, di gran lunga esagerato, che ha interpretato la rivoluzione free come musica ostile e inascoltabile, priva di reali intenti comunicativi e perfino sospettata di essere un bluff totale.
Lo stereotipo derivava da certi eccessi di radicalità, tipici di una stagione che incoraggiava estremismi di ogni genere.

Peter Tosh

L’11 settembre 1987 a Kingston in Giamaica tre uomini entrano nella casa di Peter Tosh per rubare. Qualcuno ha detto loro che il cantante è all’estero e che l’abitazione è vuota, ma l’informazione è falsa. Tosh è in casa e non è solo. Con lui ci sono il cuoco vegetariano che l’accompagna ovunque e un amico disk jockey. È un problema che si può risolvere. Spianano le pistole e li uccidono.
Peter Tosh, nato Winston Hubert McIntosh il 19 ottobre 1944 a Grange Hill, Giamaica, è stato un cantante e musicista giamaicano fondamentale per la storia del reggae. È stato uno dei membri fondatori del gruppo The Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, con cui iniziò la carriera musicale nei primi anni Sessanta a Trenchtown, Kingston.
Tosh era noto per la sua voce profonda e per le sue capacità di chitarrista, oltre che per il suo carattere militante e il forte impegno politico e sociale. Dopo lo scioglimento dei Wailers nel 1973, intraprese una carriera solista di successo, con album celebri come Legalize It (1976), che promuoveva la legalizzazione della marijuana, e No Nuclear War (1987), con cui vinse un Grammy Award.
Peter Tosh è ricordato anche come un attivista rastafariano e un simbolo della lotta contro l’apartheid e per i diritti civili.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #9

9 – Il rock sperimentale di fine anni ’60

Se i Fugs fanno un vezzo della propria incompetenza musicale con i Godz di “Contact High” tale elemento diventa fulcro e ragion d’essere del disco stesso: 25 minuti di lamenti, strumming e drumming fuori tempo, ricostruzioni sonore di risse tra gatti e ballate folk con chitarra scordata ed armonica stonata. Come disse Lester Bangs: “Basta solo una folle perseveranza e uno spregio totale di tutto ciò che non sia tirare fuori il guaito che si farebbe ululando alla luna e naturalmente la maggior parte delle persone non ululerebbe mai alla luna solo per dimostrare qualcosa. Ma i Godz si! E non per dimostrare qualcosa, ma perché gli piace ululare alla luna! Ed è questo che li distingue da tutti gli altri.”
Messi accanto a Fugs e Godz rischiano quasi di passare per tradizionalisti gli Holy Modal Rounders, che rivisitano blues e folk con attitudine acida e voce ubriaca, confondendo la rivisitazione con la parodia, la parodia con l’esperimento, legati agli altri due gruppi dalla comune appartenenza all’etichetta ESP, faro dell’avanguardia Americana, per cui sono già usciti o usciranno i Pearls Before Swine e artisti jazz che si muovono tra bop e free come Albert Ayler, Steve Lacy, Ornette Coleman e Charlie Parker.
Altro polo per il rock più o meno d’avanguardia era Los Angeles, da cui provengono due dei più grandi sperimentatori dell’epoca, Frank Zappa e Captain Beefheart. I due, che hanno anche inciso un disco insieme nel 1959, accomunati da una comune indole dissacratoria e dall’interesse per le avanguardie musicali, si muovono poi musicalmente in direzioni radicalmente diverse.
Conoscitore enciclopedico d’ogni stile musicale il primo (non solo rock, ma anche classica contemporanea e avanguardia) fin da “Freak Out!”, esordio del 1966 accanto alle Mothers Of Invention, mostra da subito quelli che saranno i tratti salienti del suo stile: da una parte una costante tendenza alla satira e allo scherzo che porta spesso ad etichettare il suo stile come comedy-rock (probabilmente una delle definizioni di stile più brutte mai coniate), dall’altra il gusto di passare brillantemente da un genere all’altro, mettendo a frutto la propria conoscenza della storia musicale ma anche la propria passione per generi apparentemente antitetici come la musica d’avanguardia e il pop-rock e il doo-wop di fine anni ’50.
Dalla sintesi di questi generi (ma anche di classica, improvvisazione jazz e musica concreta) nascono dischi che anticipano per ricchezza e ricercatezza delle soluzioni musicali le progressive-rock degli anni ’70, in una discografia sterminata che testimoniano la sua inesauribile versatilità e creatività melodica. Corrispettivo inglese di Zappa (con iniezioni pesanti di Beatles e Kinks) è la “ The Bonzo Dog Band” che sul secondo disco “The Doughnuts in Granny’s Greenhouse” (1968) fonde brillantemente music hall, doo-wop, folk e un numero imprecisato di altri generi, con risultati spesso esaltanti.
Diversa la direzione intrapresa da Captain Beefheart con l’esordio del 1967 “Safe as Milk”, disco di blues-rock sghembo sulle orme di Howlin’ Wolf in cui, se da una parte si ha un primo assaggio dell’abrasiva voce di Van Vliet (vero nome di capitan cuore-di-bue), dall’altra si rimane comunque più o meno nei binari della tradizione. Diverso il discorso per “Trout Mask Replica” (1969): prodotto da Frank Zappa, fusione aliena di blues primitivo, free jazz e avanguardia rumorista, cantato atonale e struttura ritmica spastica e balbuziente il disco è considerato uno dei capolavori assoluti della storia del rock, pietra angolare, più per ispirazione che per imitazione, per tanti gruppi a venire, dalla new wave sghemba dei Devo allo scalcinato post-blues degli Old Time Relijun.  Continua…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Bob Dylan: i suoi album #3

The Time They Are A-Changin’ (1964)

Gli ultimi saranno i primi
Dylan fiuta il cambiamento prima di tutti. E le sue parole diventano una valanga.

The Times They Are a-Changin’ è il terzo album in studio di Bob Dylan. Fu pubblicato il 10 febbraio 1964 dalla Columbia Records. Mentre i suoi album precedenti, Bob Dylan (1962) e The Freewheelin’ Bob Dylan (1963), combinavano materiale originale e cover, questo fu il primo a contenere solo composizioni originali. L’album consiste principalmente di ballate scarne e scarsamente arrangiate che trattano temi come il razzismo, la povertà e il cambiamento sociale. La traccia che dà il titolo all’album è una delle più famose di Dylan; molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che caratterizzò gli anni ’60. Alcuni critici e fan non furono altrettanto entusiasti dell’album nel suo complesso, rispetto ai suoi lavori precedenti, per la sua mancanza di umorismo o di diversità musicale. Tuttavia, The Times They Are a-Changin’ raggiunse il 20° posto nella classifica statunitense, diventando poi disco d’oro e raggiungendo tardivamente il 4° posto nel Regno Unito nel 1965.
Questo album, interamente acustico, è considerato da molti cultori della produzione dylaniana un vero e proprio manifesto della canzone politica e di protesta; nei dieci brani che lo compongono, Dylan si scaglia contro la società e, in modo profetico e cadenza quasi biblica, sembra ammonire duramente: fate attenzione, poiché i tempi stanno cambiando e i figli di oggi sono pronti a rivoltarsi contro i loro stessi padri per ribaltare – appunto in maniera biblica – concetti e filosofie, aspettative e pregiudizi.
Le sonorità di questo disco sono impostate su un blues secco ed essenziale, scandito dalle pennate marcate sulla chitarra e dal suono che dà anima alla musica folk dell’armonica a bocca.
Le canzoni politiche qui proposte, a detta dei cultori della poetica dylaniana, non indicano in effetti alcuna nuova strada (Dylan ha sempre sostenuto di non essere il portavoce di nessuno eccetto che di se stesso, e che non c’è bisogno del meteorologo per sapere da che parte tira il vento), suscitando però nuovi dubbi e inedite domande.
La tracklist del disco è montata come se Dylan volesse subito dirci, nel prologo, che i tempi stanno per cambiare, nonostante che ancora ci siano le ingiustizie di cui racconta nelle sue canzoni di denuncia a sfondo sociale. Ed ecco allora materializzarsi la disperata storia di miseria e di povertà di Ballad Of Hollis Brown, la straordinaria invettiva di With God On Our Side contro le guerre che hanno insanguinato il mondo combattute anche in nome della religione, il racconto della crisi delle miniere del Minnesota in North Country Blues, l’uccisione di Medgar Evers impegnato nella lotta per il riconoscimento dei diritti civili dei neri di Only A Pawn In Their Game, i riferimenti biblici e a Bertolt Brecht che emergono da When The Ships Comes In, con l’immagine della nave che arriva in porto a risolvere le ingiustizie del mondo. Per arrivare alla sofferta interpretazione di The Lonesome Death Of Hattie Carroll, che racconta l’omicidio di una cameriera di colore da parte di un giovane bianco proprietario di piantagioni di tabacco. Poi ci sono le canzoni d’amore, ispirate in qualche modo dalla sua relazione con Suze Rotolo, One Too Many Mornings e Boots Of Spanish Leather, e il saluto finale di Restiese Farewell che chiude l’album: l’arrivederci di un giovane vagabondo che riprende la sua strada, alla fine dello spettacolo in cui ha presentato le sue storie, per avventurarsi verso una nuova direzione.

Beatles – Revolver (1966)

Nella dicotomia tra i Beatles come quattro ragazzini intelligenti dei primi ’60 con cui fare uscire le proprie figlie il sabato sera e i Beatles come gruppo di fine ’60 che, benedetti dalla genialità, implodono in loro stessi e giocano con gli abissi psiconautici, potremmo vedere Revolver come un lavoro di significativo trapasso. Anche la copertina-collage di Klaus Voormann sembrerebbe confermarci l’ipotesi di una formazione appesa tra le foto rassicuranti del suo passato e qualcosa che si sta muovendo strisciante tra esse. Le quattordici canzoni che ci traghettano verso The White Album e si appaiano a Sgt. Pepper’s sviluppano definitivamente una concezione della musica, soprattutto in studio, che poi non sarà mai più la stessa. Si accentuano le differenze fra i compositori (un McCartney sempre più colto, che qui scrive la sua fuga/capolavoro, For No One; un Lennon al vertice del – l’indolenza acida con I’m Only Sleeping) e Harrison diviene a tutti gli effetti l’orientalista della band (Love You To). Leggermente più disomogeneo di Rubber Soul, arricchito dalla summa psichedelica di Tomorrow Never Knows questo album è un vero e proprio happening creativo, ben poco scalfito dallo scorrere del tempo.

Ascolta il disco

Fred Below: Il Batterista Fondamentale del Blues di Chicago

Il 6 settembre 1926 nasce a Chicago, nell’Illinois, il batterista Freddie Below, famoso in tutto il mondo per il suo modo di accompagnare le esecuzioni di blues, singolare e carico di swing trascinante.
Fred Below (Frederick Below Jr., 6 settembre 1926 – 13 agosto 1988) è stato uno dei batteristi più influenti nella storia del blues di Chicago. Nato e cresciuto a Chicago, Below ha contribuito in modo decisivo a definire il sound e la ritmica del blues elettrico, portando il backbeat e una sensibilità jazzistica alla batteria blues.
Considerato l’artefice del “Chicago shuffle” e ha dato una nuova dimensione al ruolo della batteria nel blues, portando groove, swing e dinamiche raffinate.
Ha suonato in molti classici del rock and roll, inclusi i successi di Chuck Berry come “School Days”, “Roll Over Beethoven”, “Sweet Little Sixteen” e altri.
La sua tecnica, caratterizzata da un uso innovativo del ride e del cross-stick, ha influenzato generazioni di batteristi blues e rock.

100 Brani Jazz #5

Quinta selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Straight, No Chaser di Thelonious Monk, Good Morning Heartache di Billie Holiday, Mack the Knife di Ella Fitzgerald, In the Mood di Glenn Miller, Desafinado di Stan Getz, Cast Your Fate To The Wind di Vince Guaraldi, Rhapsody in Blue di George Gershwin, Blue Monk di Thelonious Monk, Caravan di Duke Ellington e Sidewinder di Lee Morgan.

Ascolta su Radioscalo

Dave Liebman, un sax libero

Il 4 settembre 1946 nasce a Brooklyn, New York, il sassofonista David Liebman detto Dave, uno dei protagonisti della scena internazionale degli anni Settanta.
Celebre sassofonista, flautista, compositore e didatta jazz americano è considerato una figura di spicco nella musica contemporanea, noto per la sua versatilità stilistica e l’innovazione nell’uso dell’atonalità e delle linee melodiche.
Liebman ha iniziato la sua carriera negli anni ’70, suonando con gruppi leggendari come quello del batterista Elvin Jones e, successivamente, con Miles Davis, partecipando a tour e registrazioni fondamentali per la storia del jazz. Parallelamente, ha fondato propri gruppi come Lookout Farm, Quest, Dave Liebman Group ed Expansions, collaborando con musicisti come Richie Beirach, John Scofield, Vic Juris e molti altri.
Il suo stile abbraccia numerosi generi: jazz, jazz fusion, bebop, hard bop, post-bop, jazz modale e avanguardia. Ha inciso oltre 500 album, di cui più di 200 da leader o co-leader, e composto centinaia di brani originali. Liebman si è distinto anche per le sue reinterpretazioni di autori come Coltrane, Monk, Miles Davis, Puccini, Jobim e i Beatles.

Valerie June – Owls, Omens, And Oracles (2025)

Recensioni 2025

Owls, Omens, and Oracles è un album ampio e variegato, che si sviluppa dalle radici di June, che spaziano dal folk psichedelico, all’indie rock, agli Appalachi, al bluegrass, al country soul, al pop orchestrale e al blues, fino a raggiungere una rete intergalattica di saggezza. Ogni singola nota che canta è impreziosita dalla sua “voce non ortodossa, stridula e ululante” (Elle), “come seta grezza: intima, elegante e forte” (Garden & Gun). Le viscerali contorsioni e la feroce emozione della sua voce intrecciano trame e toni attraverso l’ago di una trapunta americana multigenere. Grazia e gentilezza si armonizzano con nervosismo e precarietà, evocando una tenerezza persino nel cuore più duro, mentre June racchiude la complessità di “La mia vita è una canzone country” e “Sono multidimensionale, al di là di ogni categoria”. Unica

Ascolta il disco