My Favorites Albums #1/100

Van Morrison – No guru, No method, No teacher (1986)

[…] Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica da una sessantina di anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente mi capita di sentire.
Forse il mio disco preferito in assoluto. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Youssou N’Dour — Africa Rekk (2016)

La carriera musicale di Youssou N’Dour inizia a sedici anni quando nel 1975 entra nell’orchestra Star Band di Ibra Kasse. Successivamente la sua esperienza maturerà tra le varie band di Dakar e del Senegal, collaborando con musicisti del calibro di El Hadj Faye e creando il suo primo gruppo denominato “Etoile”. Sarà proprio da questo gruppo che nascerà e crescerà lo “Mbalax”, l’ultima evoluzione della musica senegalese. Successivamente la collaborazione con Peter Gabriel e Neneh Cherry lo porterà alla fama mondiale.
Ora il cinquantottenne cantante e compositore, diventato tra l’altro anche ministro della cultura e del turismo, si mette in evidenza pubblicando il suo 34° album.
“Africa Rekk” significa in Wolof, la lingua nazionale del Senegal: “Solo l’Africa”. Ed è probabilmente l’album più africano che Youssou N’Dour abbia mai lanciato sul mercato internazionale; i ritmi mbalax senegalesi in alcune canzoni, le ballate e i suoni in generale lo testimoniano.
Si tratta di un viaggio attraverso l’Africa e per l’Africa, dove per prima cosa l’Africa è mostrata in modo positivo. Un viaggio che parte dal Senegal in Africa centrale e vuole espandersi verso l’esterno. Una corrente sonora dove i giovani fanno musica perchè esce dalle proprie radici, dal proprio essere e non per copiare ciò che viene dagli Stati Uniti o l’Occidente in generale.
I duetti con il rapper Akon, che è di origine senegalese e il congolese Fally Ipupa Stella completano questo viaggio musicale.
Youssou N’Dour ha dimostrato che un senegalese pur rimanendo nella sua casa di origine, può fare comunque una carriera internazionale. Il ragazzo con la voce d’oro, nato nel 1959 a Dakar, nella Medina, ha fatto della sua musica “Mbalax” la numero uno di fatto e, di conseguenza, di lui il cantante africano più famoso al mondo.

“Ho voluto creare posti di lavoro, e ho voluto dare voce a chi altrimenti sarebbe stato ignorato”

Due canzoni di questo nuovo album sono dedicate a leader spirituali del Senegal, eroi delle confraternite religiose di cui Youssou N’Dour fa parte: la confraternita di Mourides, il cui motto è “pregare e lavorare”.
“Oggi, i giovani hanno bisogno di una guida, specialmente in Africa, che è molto importante. Per quanto accade perché alcuni sviluppati, ma non dobbiamo dimenticare i nostri valori. Il Senegal è un modello di benvenuto. Le confraternite creare la pace, partecipano alla vita sociale, essi siano ascoltate e rispettate. Questo è uno dei motivi per cui il 95 per cento musulmani e cinque per cento cristiani e le altre religioni vivono insieme nel nostro paese in una molto buona coesione.”
“Africa Rekk” è un ponte della musica africana di ieri, oggi e domani. E’ un album tributo ai giovani africani che sono la più grande ricchezza del continente e che l’artista chiama a credere in se stessi e nel loro futuro in Africa.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #14

14 – Il pop barocco

Se folk-rock, psichedelia e country-rock sono fenomeni musicali nati principalmente dalle sperimentazioni e dalle ricerche dei musicisti, a metà degli anni ’60 si va affermando una tendenza ad affiancare o sostituire la line-up tradizionale con ensemble orchestrali, fiati ed archi ed i semplici arrangiamenti del rock con armonie complesse e sofisticate, che nasce in gran parte dalle ambizioni di produttori come George Martin, Van Dyke Parks, Brian Wilson, David Axelrod e Phil Spector.
I primissimi esperimenti in tal senso possono essere ascoltati in “Rubber Soul” (1966) dei Beatles e in “Pet Sounds” dei Beach Boys (1966), prodotti rispettivamente da Martin e Wilson, capolavori assoluti del pop ma anche gioielli di equilibrio tra genio melodico e sperimentazione armonica.
Con Wilson collabora anche Van Dyke Parks, autore di quell’audace tentativo di fondere pop e musica classica, bluegrass e ragtime, che prende il nome di “Song Cycle” (1968).
Ancora più visionari gli esperimenti fatti da David Axelrod che vanno da “Mass in F Minor” degli Electric Prunes (sorta di messa in salsa garage-rock) a pezzi come “Urizen” in cui gli archi fanno da sottofondo a divagazioni chitarristiche psichedeliche e breaks funky di batteria che anticipano di decenni breakbeat e drum’n’bass.
Più canonici, ma anche di maggior successo commerciale, gli esperimenti di fusione tra classica e pop-rock fatti dai Moody Blues negli stessi anni (Nights in White Satin) e Procol Harum (Whiter Shade of Pale).
Nel frattempo Burt Bacharach continua a firmare piccoli girelli melodici che fondendo brillantemente jazz, soul, bossa nova e pop tradizionale pongono le basi, insieme ai lavori di Herb Albert Martin Denny, Les Baxter, Esquivel ed Henry Mancini per la creazione di quell’universo musicale sempre al confine col kitsch che prende il nome di easy listening e che va dalla lounge all’exotica: un immaginario sonoro che sarà fatto oggetto di un diffuso revival durante gli anni ‘90.
Più in generale il fenomeno del pop barocco continua a diffondersi in modo esponenziale alla fine dei ’60 e l’arrangiamento neo classico del pezzo rock finisce col diventare filone a sé: dischi che non possono essere non menzionati in tal senso sono “St Giles Cripplegate” di Jack Nitsche (arrangiatore che aveva contribuito a creare con Spector il celebre wall of sound) e “American Gothic” di David Acles, autore che si ispirava in ugual misura a Dylan, alla coppia Weill-Brecht e a Brel.
A Brel si rifà anche Scott Walker, esponente minore della british invasion con i Walker Brothers che incomincia nel 1967, dopo lo scioglimento del gruppo, una carriera solista di successo che lo rivela come figura anomala del panorama pop, ispirata da crooners come Sinatra e Bennett oltre che dal già citato chansonnier francese: Walker tocca contemporaneamente il suo apice artistico e il suo minimo commerciale con “Scott 4” (1969), pop malinconico e noir che sarà d’ispirazione per una lunga serie di gruppi dei ‘90, come Pulp, Divine Comedy e Cousteau, che non a caso si riallacceranno idealmente al pop orchestrale di questi anni.

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Robert Plant – Saving Grace (2025)

Recensioni 2025

Chiunque si sia sorpreso quando l’ex frontman hard-rock dei Zeppelin e artista solista di lunga data Robert Plant si è tuffato nel folk/country/blues americano in due album premiati con Alison Krauss e uno con la Band of Joy, rimarrà ancora più sorpreso da questo progetto in lavorazione da sei anni. Invece di attingere a una vena americana, però, ha spostato la sua base oltreoceano per unirsi al gruppo folk acustico britannico (principalmente) “Saving Grace”. Come Krauss, Plant condivide la voce con la cantante Suzi Dian. I quattro musicisti di ‘Saving Grace’ (batteria, due chitarre e violoncello …nessun basso) stendono un letto generalmente sottile di musica per archi mentre Plant e Dian si occupano delle delicate voci in dieci cover, spesso interpretate in modo radicale e per lo più oscure. Plant e Dian si alternano come voci soliste in armonie incantevoli e portentose e ballate malinconiche.
Plant pioniere del rock, che ora ha 77 anni e continua a spingersi oltre i limiti, musicalmente e, in modo sorprendente, vocalmente. Ancora una volta, amplia la sua già ampia gamma di orizzonti artistici, qualcosa che pochissimi artisti della sua statura iconica e della sua età sono disposti, o in grado, di fare.

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100 Brani Jazz #8

Ottava selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Koko di Charlie Parker, Milestones di Miles Davis, Misterioso di Thelonious Monk, Nuages di Django Reinhardt, Struttin’ with Some BBQ di Louis Armstrong, The In Crowd di Ramsey Lewis, Ain’t Misbehavin di Fats Waller, Bye Bye Blackbird di John Coltrane, On Green Dolphin Street di Miles Davis e Linus and Lucy Vince Guaraldi.

Ascolta su Radioscalo

Sidestepper — Supernatural Love (2016)

Il nuovo album dei Sidestepper, il sesto della loro storia ventennale, è anche il loro più significativo, non solo perché Supernatural Love arriva dopo sette lunghi anni di silenzio e dieci dal loro ultimo lavoro con materiale originale, ma perché rappresenta una svolta decisiva e matura nella loro carriera.
Con la collaborazione di un collettivo elettro-cumbia britannico-colombiano, Supernatural Love mette in evidenza le origini Colombiane e Caraibiche della band. Dal momento dell’uscita del singolo “Come See Us Play”, era chiaro che i musicisti avevano lo scopo di recuperare il maggior numero di personaggi organici ed endemici della loro cultura.
Supernatural Love è una immersione totale nella tradizione colombiana. Un recupero delle radici caraibiche e africane ma sviluppate anche con aspetti folcloristici del paese latinoamericano.
Queste caratteristiche sono senza dubbio il filo conduttore che aiuta Supernatural Love a guardare a un suono completo. In tutte le undici tracce dell’album, si può godere di una sensazione trasparente e continua, che ci accompagna indietro nel tempo per farci rivedere le origini di espressive musicali colombiane.
La natura essenziale del disco è in ultima analisi, incarnata nei testi. Un “Amore Soprannaturale” è la caratteristica trasformata in immagini elementari e icone: i quattro elementi, le stagioni, la gioia di vivere e la suadente “carnalità” Caraibica per la vita, sono evidenziate nelle canzoni che raccontano semplici avvenimenti sociali, storie d’amore, racconti ispiratori e le chiamate incoraggianti, che inducono e rafforzano lo spirito comunitario e il senso di condivisione di valori ed emozioni comuni.
Più si ascolta “Amore Soprannaturale”, più ci si rende conto di quanto ci mancano gruppi come i Sidestepper e l’atmosfera positiva che riescono a creare. Tornati finalmente in tutto il loro splendore, non ci resta quindi che gioire.

Finn Ziegler

Finn Ziegler nato Finn Ziegler Holm il 24 novembre 1935 è stato un violinista jazz e vibrafonista danese. Studiò violino alla Royal Danish Academy of Music, ma, ispirato da Svend Asmussen, scoprì presto che la musica più vicina al suo cuore era il jazz. Con al suo attivo i modelli jazzistici più importanti, tra cui Stan Getz , il vibrafonista Milt Jackson e i violinisti Svend Asmussen / Stuff Smith , Finn Ziegler ha dato il via alla sua carriera jazzistica, che per oltre cinque decenni lo ha portato stilisticamente in lungo e in largo. Oltre che con i suoi gruppi, si è esibito in numerosi contesti. Ad esempio, negli anni ’50 con l’orchestra di Finn Savery, Erik Moseholm e Ib Glindemann. Dagli anni ’70 con la Big Band della Radio come solista, leader e membro ordinario.

Bob Dylan: i suoi album #8

John Wesley Harding (1967)

Bob Goes to Nashville
Un album di rinascita, con un Dylan bucolico e perfino sorridente.

E’ un album di rinascita e di rigenerazione, anche fisica, come ci testimonia la copertina del disco, con un Dylan quasi irriconoscibile e così lontano dalle immagini precedenti, perfino sorridente (da poco padre per la seconda volta della sua unica figlia femmina, Anna Lea) e immerso in un’atmosfera bucolica. E anche la voce sembra cambiata: non più quel filo di lama tagliente che sembrava lanciare le parole come coltelli nell’universo mondo, ma un timbro più ammorbidito nel descrivere le vicende raccontate nelle varie canzoni. Era passato più di un anno da Blonde on Blonde, ma ne sembrano passati almeno tre, per quanto diversi sono i due dischi.
Quasi tutte le canzoni del disco, hanno una struttura di sole tre strofe, come se Dylan avesse urgenza di fissare le idee musicali che gli erano venute in mente. Ciò comporta che i testi di queste canzoni restano come sospesi nel tempo, non sviluppati nei loro possibili esiti narrativi, come se fossero il resoconto di un sogno, enigmatici ed ermetici. Tutto ciò di cui parlano viene avvolto da una atmosfera misteriosa, come nella splendida All Along The Watchtower, dove un ladro e un giullare s’interrogano sul senso della vita, in una struttura di testo circolare (dove l’ultima strofa potrebbe essere la prima) che fa il paio con la struttura delle armonie scandite dalla chitarra, che ripete sempre gli stessi tre accordi in sequenza. La title-track è un breve ritratto di un fuorilegge americano vissuto nell’Ottocento (Hardin di cognome e non Harding, come erroneamente scrive Dylan), mentre in altre canzoni sono palesi e ricorrenti molti riferimenti biblici, come in The Wicked Messenger, Dear Landlord, I Am A Lonesome Hobo e nella stessa All Along The Watchtower, la cui dimensione onirica verrà esaltata nella versione-capolavoro di Jimi Hendrix nel 1968. Le uniche due canzoni d’amore sono Down Along The Cove e I’ll Be Your Baby Tonight, quest’ultima cantata con un’intenzione vocale quasi da crooner, che la steel guitar di Pete Drake sottolinea con perfetta aderenza conferendo alla canzone una leggerezza insolita nella produzione di Dylan, tanto che in breve tempo sarà oggetto di molte cover, specialmente da parte di interpreti femminili quali Emmylou Harris, Linda Ronstadt e Rita Coolidge.

Tedeschi Trucks Band and Leon Russell Present: Mad Dogs & Englishmen Revisited (Live at LOCKN’) (2025)

Recensioni 2025

Mad Dogs & Englishmen Revisited (LIVE AT LOCKN’) della Tedeschi Trucks Band è un commovente e ambizioso tributo all’omonimo e iconico album live originale del 1970 di Joe Cocker e Leon Russell, registrato durante una storica esibizione al LOCKN’ Festival del 2015 in Virginia.
La scaletta di 14 brani è una lettera d’amore ai Mad Dogs & Englishmen originali, con dei classici senza tempo. La voce imponente di Susan Tedeschi è alla base di molti brani ma anche lo straordinario trio di cori formato da Alecia Chakour, Mark Rivers e Mike Mattison fanno grande il disco, dimostrando che la Tedeschi Trucks Band sia considerata una delle migliori band in circolazione.
Mad Dogs & Englishmen Revisited è più di un tributo e di una registrazione d’archivio: è un documento vivente della capacità della musica di unire le generazioni. L’inclusione dei membri originali accanto a pesi massimi contemporanei come Warren Haynes e Anders Osborne sottolinea l’atemporalità della visione di Cocker e Russell. 

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Arthur Marshall

Arthur Owen Marshall nato il 20 novembre del 1881 è stato un compositore e interprete di musica ragtime statunitense , originario del Missouri. Fu un allievo del celebre compositore ragtime Scott Joplin. Pochi anni dopo la sua famiglia si trasferì a Sedalia, nel Missouri, perché ai bambini neri era permesso frequentare la scuola nove mesi all’anno lì, a differenza dei tre mesi consentiti ai neri altrove, e gli abitanti di Sedalia, a quanto si dice, erano più tolleranti nei confronti degli afroamericani. Aveva solo quindici anni quando Scott Joplin arrivò per la prima volta a Sedalia. Joplin si stabilì con la famiglia Marshall e, in breve tempo, sia Marshall che Scott Hayden, un compagno di classe di Marshall alla Lincoln High School, divennero i protetti di Joplin. Marshall aveva già preso alcune lezioni private di musica classica anni prima ed era esperto di tecnica pianistica e aveva un dono per la sincope. Joplin aiutò anche Marshall a trovare un lavoro al Maple Leaf Club durante il suo unico anno di esistenza nel 1899. Nel club, il 1° ottobre 1899, Marshall ebbe una rissa con un giovane di nome Ernst Edwards a causa della fidanzata di quest’ultimo. La rissa si svolse all’esterno, Marshall colpì Edwards con il suo bastone, Edwards estrasse una pistola e Marshall scappò via.