La Bussola #9

La descrizione del sito Pangea è: Pangea significa “tutta terra”. Il termine indica, come si sa, il ‘supercontinente’ che alle origini della vita costituiva l’insieme delle terre emerse del nostro pianeta. Intorno a “tutta terra” c’era Pantalassa, “tutta acqua”, un unico, immane oceano. Da Pangea, poi, come vuole la teoria della deriva dei continenti, derivarono, muovendosi, l’Asia, l’Africa, l’Europa, l’Oceania, le Americhe, i Poli. Pangea è il feto e Pantalassa la placenta. La teoria scientifica di Pangea ricorda un po’ il mito della torre di Babele.

In origine gli uomini parlavano una stessa lingua: la presunzione di costruire una torre capace di sfondare i cieli e di arrivare per direttissima nella gola di Dio, portò l’Onnipotente a “confondere la loro lingua, perché non si comprendano più l’un l’altro”. Nessuno – se non qualche rettile – ha percorso Pangea, che forse è l’apice di una favola, l’idea che la Terra, al principio, fosse un abbraccio. Che si potesse percorrere da cima a fondo senza discontinuità, facilmente. Il sogno millenario dell’uomo è tornare a parlare una sola lingua, così da avere l’idea di abitare una sola terra, una sola casa.

A Hard Rain’s A-Gonna Fall – Bob Dylan (1963)

Che le canzoni non vengano insegnate a scuola come le poesie, come la grande letteratura è un tema che andrebbe portato all’attenzione collettiva. Dagli ultimi dieci anni del Novecento a oggi l’importanza letteraria della canzone è assolutamente indiscutibile, talmente indiscutibile che Bob Dylan ha vinto un premio Nobel per questo. Ma nei libri di testo, nei manuali, l’assenza non solo delle opere di Dylan, ma anche di quelle di Paul Simon, Leonard Cohen, Joni Mitchell, John Lennon tanto per citare solo i più famosi, è un segno di una carenza di attenzione da parte del mondo della cultura che ormai è imperdonabile. Un brano come A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan, ad esempio, nelle antologie letterarie scolastiche ci starebbe a pennello. La canzone è stata pubblicata nel 1963 nell’album The Freewheelin’ Bob Dylan, scritta durante l’estate del ‘62 e, come dicono molti critici, è un perfetto esempio di fusione tra arte popolare e colta, tra poesia e folk, tra avanguardia e canzone. È un brano in cui si ritrova la semplicità delle ballate acustiche della tradizione americana e la complessità della poesia di Ginsberg e Ferlinghetti, l’impegno politico e l’amore, la visionarietà e il sentimento.

Artefatti di Internet #56 – Line Rider (2006)

Creato in quattro mesi e pubblicato nel settembre 2006 dallo studente universitario sloveno Boštjan Cadež, il gioco online Line Rider ha rapidamente guadagnato un seguito di culto, diventando uno dei giochi flash più popolari di tutti i tempi e persino comparendo in uno spot pubblicitario del McDonald’s Snack Wrap del 2008. Inizialmente presentato sul sito deviantART, il “giocattolo” interattivo consente agli utenti di disegnare rampe, colline e pendii, inviando una slitta virtuale con una sciarpa rossa in un giro di gioia basato sulla fisica. I fan hanno iniziato a sincronizzare i loro elaborati livelli con la musica, caricando oltre 11.000 video di tracce su YouTube entro il 2007.

Dennis Stock

USA. Fairmount, Indiana. 1955. James DEAN.

Nato a New York nel 1928, Dennis Stock si avvicina alla fotografia subito dopo la seconda guerra mondiale, chiusa l’esperienza nella Marina. Assistente di Gjon Mili, si aggiudica nel 1951 il primo premio di Life dedicato ai giovani fotografi con un reportage sullo sbarco degli emigranti dell’Europa dell’Est a Manhattan. Su invito di Robert Capa entra a far parte di Magnum Photos. Lavora a lungo a Hollywood, ritraendo attori e set cinematografici. Qui conosce James Dean, di cui diventa amico e che fotografa intensamente. Dal 1957 al 1960 compone foto e ritratti dei protagonisti del jazz, raccolti poi nel volume Jazz Street. Nel 1968 prende una pausa da Magnum per creare Visual Objectives, una compagnia di produzione cinematografica per cui realizza una serie di documentari tra cui Efforts to Provoke, Quest e British Youth. Nel 1964 e 1965 segue e documenta l’infinita teoria di “festival” americani – parate e feste di paese – e in seguito si interessa ad alcuni aspetti meno noti e meno ovvi della vita americana, come le comunità alternative. Negli anni Settanta e Ottanta si muove tra gli USA, la Francia, l’Italia alla ricerca di atmosfere e immagini, questa volta a colori, che restituiscano la magia e l’armonia della natura nei suoi dettagli e nei grandiosi paesaggi. Negli ultimi anni ritorna alle origini metropolitane occupandosi della moderna architettura urbana delle grandi città.
Numerosi sono i corsi e i workshop che ha regolarmente tenuto e animato. Le sue immagini fanno parte delle collezioni di molti importanti musei in tutto il mondo.
Tra i suoi libri: Portrait of a Young Man, James Dean (1956); Jazz Street (1960); The Happy Year (1963); California Trip (1970); The Alternative (1970); Edge of Life (1972); Brother Sun (1974); The Circle of Seasons (1974); America Seen (1980); San Francesco d’Assisi (1981); Provence Memories (1988); Made in USA (1995);
James Dean. Per sempre giovane (2005).

Intercult ArtnetMagnum Photos

Il Buddambulo #21

Il Buddismo e la scelta della felicità #6/10

Il Buddismo afferma che più difficili sono i nostri problemi, maggiore è la potenziale felicità che essi ci possono dare, dato che sono essi a far emergere da noi il coraggio e la capacità di rialzarci per sfidarli e superarli. Cresciamo per diventare, per così dire, i noi stessi più capaci, cosicché non vi sia più nulla che ci possa spaventare.
Benché questo possa suonare come una sorta di trucco, di gioco di parole, se ci prestate attenzione per un momento si rivelerà invece una guida chiara e pratica.
Ed è soprattutto una filosofia creata per durare, dal momento che è costruita partendo dalle reali circostanze della vita per quelle che sono, dure e difficili, piuttosto che per come spesso vorremmo che fossero, ossia dolci e facili da gestire. Il Buddismo non è per la pappa pronta, perché la vita non è pappa pronta.
La capacità che sviluppiamo nel corso della pratica buddista è un ingrediente molto importante nel creare quella cosa che chiamiamo felicità.
In più, la sensazione di benessere che questa strategia promette si costruisce e si mette insieme pezzo per pezzo, da dentro più che da fuori. Proviene infatti dal coraggio, dalla determinazione e dalla capacità di reagire che sviluppiamo dentro di noi. Pertanto, non è né fragile né effimera. Non si lascia in nessun modo influenzare dalle mutevoli circostanze esterne della nostra vita.
[…] Il Buddismo afferma che se vogliamo veramente che al centro della nostra vita ci sia una sensazione di benessere duratura, non pie illusioni ma un’autentica determinazione, non possiamo limitarci a pensare e che la felicità esista. Volerla non significa averla. Dobbiamo invece lavorarci sopra, sviluppando e modellando consciamente la comprensione, la resilienza, il coraggio e il giudizio. Tutte qualità che desideriamo avere e di cui abbiamo bisogno se vogliamo diventare persone davvero capaci, in grado di affrontare e superare qualunque cosa la vita ci scagli addosso, a non importa quanto difficile sia.
La felicità non è, per così dire, un regalo che qualcuno ci fa. Non è una cosa che un genitore, o il partner, o la persona che amiamo o un figlio, o un particolare lavoro o un milione di euro ci possono dare, per quanto crediamo che essi possano o vogliano darcela. Dobbiamo crearcela da soli. Questo è un concetto fondamentale. […]

Nessuno vuole soffrire. Nessuno vuole avere l’ansia, la tensione e lo stress scatenati dalle difficoltà e dai problemi che la nostra vita produce in un flusso apparentemente senza fine. La naturale reazione umana stabilisce che quello che bisogna fare è liberarsi di loro: o ce ne liberiamo o ci allontaniamo da essi, in modo tale che non possano disturbare la serenità di base della nostra vita. Nella società moderna si impiegano enormi quantità di tempo, energia e risorse, per non parlare di soldi e ingegno, proprio per fare questo, creando una grande varietà di barriere per isolarsi e tenere distante quella componente dura e difficile della vita che ci crea tanta ansia. (Continua)

Herbie Hancock, un talento irrequieto

Herbie Hancock è uno dei musicisti jazz più influenti e innovativi di tutti i tempi, noto per la sua capacità di fondere diversi generi musicali e spingere i confini del jazz verso nuove direzioni. Nato a Chicago il 12 aprile 1940, Hancock è un pianista, tastierista, compositore e produttore che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica, sia come solista che come membro di band leggendarie.
Hancock iniziò a suonare il piano da bambino e presto dimostrò un talento straordinario. A 11 anni si esibì con la Chicago Symphony Orchestra, e da giovane studiò ingegneria elettrica e musica. La sua grande occasione arrivò nel 1963, quando si unì al Quintetto di Miles Davis, una delle formazioni più importanti nella storia del jazz. Insieme a Davis, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, Hancock contribuì a creare un nuovo linguaggio musicale che mescolava il jazz modale e l’improvvisazione con influenze elettroniche e sperimentali.
Parallelamente alla sua carriera con Davis, Hancock iniziò a pubblicare album solisti, molti dei quali sono diventati classici del jazz. Album come “Maiden Voyage” (1965) e “Speak Like a Child” (1968) misero in evidenza la sua sensibilità melodica e la sua creatività armonica. Negli anni ‘70, Hancock sperimentò ulteriormente, diventando uno dei pionieri del jazz fusion con album come “Head Hunters” (1973), un’opera che mescolava jazz, funk e musica elettronica. Il singolo “Chameleon” divenne una pietra miliare del genere e mostrò il suo uso innovativo dei sintetizzatori.
Durante gli anni ’80, Hancock continuò a esplorare nuovi suoni e stili. Il suo brano “Rockit” (1983) fu un successo globale e gli valse un Grammy Award. La canzone, con il suo uso rivoluzionario di scratch di DJ e suoni elettronici, portò il jazz verso la musica pop e hip-hop.
Hancock ha continuato a reinventarsi nel corso dei decenni, collaborando con artisti di tutti i generi musicali, dai grandi del jazz come Wayne Shorter e Joni Mitchell, ai musicisti contemporanei. Il suo album “River: The Joni Letters” del 2007 vinse il Grammy Award per l’Album dell’Anno, un riconoscimento raro per un’opera jazz.
Herbie Hancock non è solo un innovatore musicale, ma anche un influente ambasciatore della musica globale. Ha esplorato influenze provenienti da culture di tutto il mondo e ha sempre spinto verso un dialogo tra il jazz e altre forme musicali. La sua capacità di adattarsi e rimanere rilevante in diversi contesti musicali lo ha reso una figura unica nella storia della musica.

Appunti corti #98

C’è sempre meno gente nella mia comfort zone. È come un sugo che cuocendo va restringendosi. Si restringe, si restringe e si restringe ancora, lasciando una polpa densa e scurissima, priva di eccessi, che basta appena per dare sapore a quei cinquanta grammi di pasta, mal contati, che giacciono radi sul fondo del piatto fiorato!

Joan Baez

C’erano personaggi importanti nella scena musicale del folk revival americano, innanzitutto Joan Baez, musa femminile del movimento, più o meno santificata icona del canto popolare, che già prima di Dylan aveva iniziato a proporre un approccio più libero alla canzone tradizionale e folk, con un bellissimo album d’esordio del 1960. Fino al 1965 fu a fianco di Dylan, interpretò molti suoi brani, lo accompagnò nei concerti come nella vita privata, percorse con lui le vie del successo, diventando per alcuni anni un simbolo del movimento pacifista, completando la più scabrosa e sfuggente personalità di Dylan, difficile da irreggimentare e soprattutto da considerare in chiave militante. La Baez era come un usignolo dal canto limpido e lineare, proponeva un’immagine specchiata e integra, priva di irregolarità, una sorta di suffragetta moralmente impeccabile e rigorosa fino all’eccesso, tutto sommato nettamente in contrasto con la figura di Dylan, ma proprio per questo per alcuni anni ne diventò l’alter ego femminile. Nel 1965, prima che il sodalizio si interrompesse, pubblicò quello che viene ritenuto il suo miglior album, Farewell Angelina, arricchito da molti brani di Dylan. Poi da sola combatterà per anni in favore dei diritti civili e della pace.