Carla Bley, la determinazione di un donna in jazz

L’11 maggio 1938 nasce a Oakland Carla Bley, uno dei grandi talenti musicali femminili del Novecento. Il suo nome alla nascita è quello di Carla Borg. È suo padre, organista e maestro del coro in una chiesa di Oakland, che la spinge prestissimo a cantare e a imparare il pianoforte.
Carla Bley è nota per le sue composizioni avanguardistiche, l’uso innovativo della big band, le sue trascrizioni jazz e il suo lavoro come leader di etichetta discografica.
Bley inizia a suonare il piano da bambina e si avvicina al jazz negli anni ’50. La sua musica combina elementi di jazz, musica classica e sperimentale, spesso con arrangiamenti complessi e testi ironici. È particolarmente conosciuta per le sue composizioni per big band e orchestra.
Ha collaborato con artisti come Charlie Haden, Michael Mantler e Steve Swallow (suo marito). Ha contribuito a progetti come “Liberation Music Orchestra”, che mescola jazz e musica politica.
Nel 1971 fonda l’etichetta discografica Watt, che pubblica lavori di Jan Garbarek, John Zorn e altri. L’etichetta ha promosso la musica sperimentale e la musica jazz non commerciale.
Bley è stata una pioniera nel ruolo della compositrice nello jazz, sfidando le norme di genere e i confini musicali. La sua musica è apprezzata per la sua originalità e profondità emotiva.

Asterisco *29

Si, ci vuole la musica. Tutti dovrebbero averne sempre le tasche piene. Dovrebbero esserci i bancomat delle note e non dei soldi. La scuola musicale e la sanità che opera ogni volta che un pentagramma si danneggia. Le strade dovrebbero essere musicali da costringerci ad avere sempre andature diverse cosi da ascoltare continuamente musica nuova. Penso alla musica di quando si cammina in due, uno accanto all’altro o quando si va in gruppo da qualche parte. Tutti dovrebbero avere in casa un salvanote di coccio al posto del salvadanaio, quello dove risparmiare le note che non hai usato. Pensate che bel concerto quando arriva il momento di tirare la martellata. Si, si, ci vuole la musica.

Vedi cara – Francesco Guccini (1970)

Le canzoni, nel 90 per cento dei casi, e in tutto il mondo, sono canzoni d’amore. Il che vuol dire che ogni situazione amorosa è stata raccontata, illustrata, interpretata, sviscerata, analizzata da autori in ogni dove e in ogni epoca. Le canzoni d’amore, quindi, possono avere milioni di forme diverse, essere appassionate e tristi, stupide e semplici, complesse e avvincenti, possono essere ballate in maniera lenta o scatenata, o ascoltate da soli al buio.
Ma tutte devono avere una caratteristica irrinunciabile, devono sembrare o essere, possibilmente, vere, perché noi ci si possa in quelle canzoni ritrovare, riconoscere, perché possano essere un modo per condividere una gioia, una passione, anche una difficoltà o una sofferenza. Francesco Guccini di canzoni d’amore non ne ha scritte tante in realtà, ma quando l’ha fatto la verità è stata sovrana assoluta. Del resto, è così in tutto il canzoniere di Francesco Guccini, uno dei più importanti autori della nostra storia musicale, è così perché anche quando la sua fantasia prende il sopravvento, anche quando le sue storie diventano fantatiche o addirittura misteriose, è difficile non lasciarsi rapire dal racconto e crederci. Guccini ci ha anche raccontato di sé, dei suoi amori, e lo ha fatto sempre in maniera particolare, non ovvia, evitando ovviamente la classica rima baciata “sole-cuore-amore”, ma provando a esplorare lati del sentimento amoroso che la nostra canzone ha illuminato poco. Come nel caso di Vedi cara. È un brano del 1970, presente in Due anni dopo, secondo album di Guccini, ed è scritto come se l’amata a cui la canzone è diretta se realmente davanti a lui, come se non si trattasse di una canzone ma di un discorso fatto a quella che all’epoca non era ancora moglie, Roberta Baccilieri, che sposerà l’anno seguente. È una canzone bellissima e strana, che non ha un vero ritornello ma ben ventidue strofe in cui il cantautore prova a spiegare le difficoltà che in quel momento attraversava.

African sounds #2

Nove brani di musicisti africani
Nell’ordine: Tinariwen, Vieux Farka Tourè, Kel Assouf, Baba Sissoko, Bassekou Kouyate & Ngoni Ba, Samba Tourè, Toumani Diabatè, Ali Farka Tourè & Toumani Diabatè, Salif Keita.

E’ possibile ascoltare questa playlist anche su radioscalo

Artefatti di Internet #58 – An Internet Communicator (2007)

Il 9 gennaio 2007, Steve Jobs presentò l’iPhone come un “iPod widescreen”, un “telefono rivoluzionario” e un “comunicatore Internet rivoluzionario”. Sebbene la folla non sembrasse così entusiasta della parte del comunicatore Internet, finì per diventare di gran lunga la caratteristica più rivoluzionaria: il dispositivo avrebbe rimodellato Internet. Forzò una riprogettazione delle interfacce Web per renderle reattive e minimaliste. Flash iniziò una lenta morte perché non era supportato. I social media divennero mobile-first e onnicomprensivi. Un’era di Internet era finita e ne iniziò una nuova. (Fine)

Con questo 58esimo post finiscono gli “Artefatti di Internet”, ovvero i momenti più importanti dell’internet dai suoi albori fino al duemilasette.

Il Buddambulo #22

Il Buddismo e la scelta della felicità #7/10

[…] Se continuiamo a considerare problemi e difficoltà come una sfida che minaccia la pace e la serenità interiori, per definizione la pace e la serenità interiori continueranno a essere messe in pericolo. In un certo senso ci incanaliamo in un ciclo di causa ed effetto che si autoalimenta, rinforzando quello che si può definire un processo di autocondizionamento. Ne siamo profondamente influenzati da bambini, osservando i nostri genitori reagire alle difficoltà e ai problemi in un solo modo, ossia negativamente. E dato che i problemi inevitabilmente si ripresentano, anche la reazione negativa si ripropone. Forgiamo nella nostra mente questo legame più o meno inscindibile fra i problemi e l’ansia e lo stress ai quali li abbiamo sempre associati.
Diventa così il modus vivendi universale, nostro e delle persone attorno a noi, tanto che non pensiamo mai di metterlo in discussione. Anzi, lo accettiamo come l’unica realtà.
È concepibile che vi sia un’altra realtà?

Di nuovo, il Buddismo ci presenta un insolito paradosso: invece di reagire ai problemi con negatività e ansia è assolutamente possibile considerarli in maniera molto diversa. Come ci siamo insistentemente allenati a vederli negativamente, così possiamo allenarci a vederli positivamente.
Il Buddismo in sostanza afferma che dobbiamo afferrare l’immenso potere che risiede nella nostra libertà di scelta. Possiamo decidere come reagire. È una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria.
Se possediamo quest’abilità intellettuale e spirituale, possiamo determinare di vedere le sfide e i problemi non come inevitabilmente dolorosi e ansiogeni, ma positivamente come un’opportunità. Di fatto, direste voi, sono l’unica opportunità che abbiamo per sviluppare la resilienza, la fiducia in noi stessi, l’ottimismo e la capacità di affrontare le cose in generale.
[…] Non a caso il Buddismo è stato in un certo senso creato dalla percezione che la vita sia difficile, e che il nostro compito sia quello di trarre la nostra felicità proprio da quelle difficoltà. Dobbiamo solo andare d’accordo con questo approccio. Così, al centro del Buddismo troviamo questa fondamentale intuizione, ossia che il modo in cui scegliamo di reagire a tali difficoltà governa completamente, anzi determina, il tipo di vita che possiamo costruirci.
[…] Dobbiamo acquisire una serie di capacità volte a costruirci una vita nuova. Dobbiamo imparare a guardare ai problemi e ai dolori in modo diverso. A prova della sua validità, questo approccio buddista è diventato la forza motrice di uno dei più validi metodi moderni adottati dagli psicologi per il trattamento dell’ansia e della depressione. Come sostiene uno dei principali esponenti di questo metodo, è stato rilevato che è possibile trasformare l’esperienza di una persona semplicemente modificando il modo in cui questa persona vede o presta attenzione alla sua stessa esperienza. (Continua)

Appunti Corti #103

Abituati al rumore assordante della città, al vociferare continuo nelle vie, nei negozi, negli uffici, al parlare per riempire i momenti in convivialità e condivisione, ci dimentichiamo molto spesso dell’importanza del silenzio. Eppure il silenzio è un’altra forma di linguaggio, quella più intima e vera. Solo nel silenzio i filtri scompaiono, i pensieri sono nudi e senza condizionamenti. Il silenzio è il miglior compagno, il nostro vero e sincero amico a cui possiamo confidare tutto anche quello che facciamo fatica dire a noi stessi.

Paul Simon

Paul Simon, il genio compositivo, esordí in coppia con Art Garfunkel all’indomani dell’esplosione del rock’n roll, con un leggero repertorio pop. Ma è con l’ondata del folk revival con un repertorio che mescolava saggiamente brani tradizionali e composizioni originali che il duo arrivò al successo, prima con un buon album d’esordio, nel 1964, poi con il capolavoro The Sound of Silence, che nel 1966 scalò le classifiche di mezzo mondo. Le armonie vocali del duo sono diventate un modello e certamente rappresentano uno dei punti più alti dello sviluppo della canzone moderna, una faccia completamente diversa da quella rappresentata da Dylan, più levigata e gradevole, adatta all’approfondimento di una dimensione esistenziale ed elegantemente sentimentale, non priva però di spunti narrativi ed epicamente descrittivi, come in America, American Tune, Homeward Bound e The Boxer (che fu pretesto per un sorprendente contatto con Dylan, che incise il brano nel suo bizzarro album Selfportrait, doppiando la sua voce per fare il verso al duo). A modo loro, le composizioni di Simon furono un’altra delle voci che interpretarono perfettamente i sentimenti del tempo: quando il duo firmò la colonna sonora di The Graduate (Il laureato), di Mike Nichols, con Dustin Hoffman, la loro fama esplose, stabilendo una delle più forti associazioni tra cinema e pop music. Nel 1970 Simon & Garfunkel pubblicarono Bridge over Troubled Water, uno dei dischi piú venduti nella storia della musica popolare, una straordinaria sintesi di raffinatezza e comunicativa, di singoli avvicenti e brani memorabili Il disco rappresenta il vertice creatino del duo, ma anche la fine della loro stabile collaborazione.

Carey Bell: tra i massimi armonicisti Blues di ogni epoca

Carey Bell è stato un rinomato chitarrista e armonicista blues americano, nato William Leonard “Carey” Bell Jr. il 14 dicembre 1936 a Chicago, Illinois, ed è deceduto il 6 maggio 2009. Era soprannominato “il Maestro”, in riconoscimento della sua eccezionale maestria nella musica blues.
Bell è stato una figura chiave nel blues di Chicago degli anni ’50 e ’60, lavorando con artisti come Buddy Guy, Otis Rush e Muddy Waters. La sua musica è caratterizzata da un’influenza distintiva e appassionata, sia nella chitarra che nell’armonica. Si è distinto per l’uso di tecniche innovative che incorporavano elementi jazz e swing, facendolo risaltare nella scena blues.
Nel corso della sua carriera, ha pubblicato oltre 15 album e ha collaborato con artisti di diversi generi, tra cui Eric Clapton, B.B. King e John Lee Hooker. Alcuni dei suoi brani più noti includono “I Got to Go” e “Your Good Thing (Is About to End)”.