Una faccenda non semplice stabile quale sia l’album più significativo della breve ma intensa vicenda Bauhaus. Alla fine, almeno per quanto mi riguarda, l’ha spuntata quest’ultimo lavoro prima dello scioglimento, che senza prendere una posizione decisa saltella brillantemente fra tutte le fasi creative dell’ensemble britannico, dal gothic più ossessivo a quello decadente non dimenticando certe suggestioni psichedeliche. È il capitolo forse meno “appariscente” della discografia di Peter Murphy e compagni, Burning From The Inside, ma è senza dubbio il più eclettico e il più maturo: e, quindi, è anche il più adatto a far comprendere le ragioni dell’autentica aura di leggenda che circonda la band, anche se in scaletta ha come solo brano “classico” il singolo She’s In Parties.
Ho studiato poco la storia purtroppo. Negli anni di scuola dove sicuramente si aveva modo, tempo e opportunità di farlo, ho preferito dell’altro. Mi sono rifatto in parte negli anni successivi, forse perché non ero costretto, forse perché la maturità mi ha permesso di capire quanto sia importante per capire il nostro presente. Studiare la storia, che poi ognuno cercherà di vendervela come più gli aggrada, serve a non dimenticare quello che è stato fatto a causa del pensiero che c’era in quel momento. Questo serve o meglio dovrebbe servire, il condizionale è d’obbligo, per non rifare gli errori che sono stati fatti ma, il condizionale purtroppo la vince, eccome! In questo ultimo ventennio si è assistito ad un ritorno al “pensiero passato”, ad una certa nostalgia di “socialità” per non usare il termine “regime” che bene non fa, anzi, ci riporta indietro invece che in avanti. Tutto questo a causa di quel “condizionale” che non riusciamo non solo a demolire ma a volte neanche a scalfiggere. E allora verrebbe da pensare “a cosa serve studiare la storia?” Resto dell’opinione che invece è importante studiare la storia se non altro per quelli che credono nel futuro, per quelli che credono nella libertà, per quelli che credono nell’uomo e nella natura.
Arthur Blythe nato il 5 luglio 1940 è stato un sassofonista contralto americano noto per il suo suono caldo, incisivo e la capacità di fondere tradizione e avanguardia nel jazz. Cresciuto a Los Angeles, ha iniziato a suonare in gruppi R&B prima di immergersi nel jazz moderno. Si è trasferito a New York negli anni ’70, entrando a far parte della scena loft jazz e collaborando con musicisti come Gil Evans, Jack DeJohnette e Lester Bowie. Il suo album Lenox Avenue Breakdown (1979) è considerato un capolavoro, caratterizzato da un mix di free jazz, hard bop e influenze funk. Blythe aveva la capacità di sperimentare senza perdere il legame con la tradizione, utilizzando spesso tuba e violoncello nei suoi ensemble per ottenere un suono distintivo. Negli anni ’80 e ’90 ha continuato a esplorare diverse sonorità, suonando con il World Saxophone Quartet e mantenendo una carriera solista prolifica. Nonostante il declino della sua salute negli ultimi anni, il suo contributo al jazz rimane fondamentale.
Durante la nostra giornata, ci muoviamo tra spazi pubblici e privati. Gli spazi pubblici, come strade e parchi, sono accessibili a tutti, mentre gli spazi privati richiedono un pagamento o un’affiliazione. È normale considerare gli spazi privati come parte della nostra vita quotidiana, ma il problema è il rapporto tra spazi pubblici e privati. Gli spazi pubblici non generano ricchezze personali e, senza una protezione adeguata, rischiano di diventare marginali. Il capitalismo tende a trasformare gli spazi pubblici in aree private e commerciali, accessibili solo se si consuma qualcosa. Questo aumento di spazi e servizi privati richiede più soldi e, quindi, più lavoro. In una società afflitta da privatizzazione, diventa difficile partecipare alla vita sociale senza pagare per accedere a spazi privati. Le persone devono lavorare non solo per sopravvivere, ma anche per avere accesso a esperienze sociali. In realtà, ciò che un tempo era vissuto in spazi pubblici ora richiede un investimento economico. Questo meccanismo si manifesta ancor di più nel mondo virtuale. Facebook, ad esempio, rappresenta una realtà interamente commerciale dove ogni interazione umana contribuisce alla generazione di profitto. La vita su Facebook è traslata nelle esperienze quotidiane, influenzando fino alla politica, dove la gestione dei social è diventata cruciale per il successo elettorale. Così, contribuendo a Facebook, alimentiamo un mondo sempre più commercializzato, simbolo di un capitalismo evoluto.
Se si ha bisogno di creare dei documenti con dei bei design per certificati, relazioni, fatture, proposte e documenti accademici, Elegantdoc è un’ottima risorsa per farlo in modo rapido e semplice. L’interfaccia intuitiva consente di personalizzare i documenti in base alle esigenze specifiche. L’ampia gamma di modelli garantisce di trovare il design perfetto per qualsiasi progetto.
Il 3 Luglio del 1893, a Teoc, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande “bluesman” Mississippi John Hurt (vero nome John Smith Hurt). La sua data di nascita è comunque controversa e misteriosa, e talvolta viene indicata nell’8 marzo o nel 2 luglio. Ottavo di dieci fratelli, Hurt imparò come autodidatta a suonare la chitarra all’età di nove anni. Il primo strumento – di seconda mano – gli venne acquistato dalla madre per un dollaro e mezzo. Imparò ad amare la musica da William H. Carson, conosciuto alla St. James School di Avalon e trascorse buona parte dell’adolescenza suonando musica old time per amici ed avventori di danze campestri. Negli anni venti lavorò come bracciante di fattoria. Fu un cantante e chitarrista che coniugò il Blues con il Country, il Bluegrass, il Folk ed il Rock’n’Roll. Espresse uno stile personale particolare sia nel canto che nel suono della chitarra capace d’influenzare molti artisti americani del XX° secolo. Aveva creato un genere musicale che è stato riduttivamente archiviato sotto il nome blues ma che, al contrario, era molto più vasto e aperto, grazie a quei fondamentali scambi tra la musica nera e bianca nati tra i vari spettacoli itineranti o i vari medicine show che poi – se ci pensiamo bene – stanno alla base della musica americana. Iniziò a registrare dischi nel 1923, ma a causa della grande crisi del crollo della borsa degli anni 20, andò presto nel dimenticatoio, fino a quando, addirittura negli anni ’60, fu riscoperto, ne fu rivalutata l’originalità e la modernità e fu invitato a tenere concerti ovunque, dalle Università di vari Stati americani ad i grandi Festival come il “Newport Folk Festival” ed ebbe anche varie opportunità di visibilità in show televisivi. Purtroppo godette molto poco del suo nuovo successo in quanto morì per un infarto il 2 novembre 1966 a Grenada, nel Mississippi. Un’artista dall’animo gentile, dimenticato, che ha vissuto in grande semplicità e modestia e che è un dovere ricordare.
Les Égarés è un gruppo formato da due coppie di musicisti che da anni eccellono nell’arte di incrociare i suoni e trascendere i generi, e sono: Ballaké Sissoko (kora) e Vincent Segal (violoncello) da un lato e Vincent Peirani (fisarmonica) ed Émile Parisien (sax) dall’altro. La grandezza di questi “maghi” sta sicuramente un’unità di spirito, un suono unico e fluido che disdegna ogni forma di competizione egoistica e mette ogni partecipante al servizio di un bene musicale comune. Né jazz, né tradizione, né cameristica, né avant-garde, ma un po’ tutti insieme, Les Egarés è quel tipo di album che fa dell’orecchio il re di tutti gli strumenti, un album dove il virtuosismo si esprime in arte della complicità, dove l’idea semplice e grandiosa di ascoltarsi l’un l’altro porta alla nascita di una splendida raccolta sonora. I quattro si sono conosciuti nel giugno del 2019, al Festival Les Nuits de Fourvière, mentre si stavano preparando per celebrare l’anniversario dell’etichetta “No Format”. Quel pomeriggio, sotto un pergolato che li riparava dal sole cocente, iniziarono a suonare, solo per il gusto e il piacere di farlo, e la musica scorreva come una sorgente, fresca e limpida. È stato il ricordo di questa session spontanea che ha fatto nascere l’idea di formare un quartetto di Egarés (“coloro che si sono smarriti”), e successivamente anche il progetto di registrare un’album, questo, per l’appunto. Fin dalle prime note del disco, traspare una rara bellezza sonora, vibrante e volatile. A nessuno di questi quattro “free styler” piace essere imprigionato, che sia in un ruolo particolare, o in uno stile o suono particolare a cui il loro strumento potrebbe essere così facilmente confinato. Ognuno estrae i diamanti dal proprio zaino e li presenta al gruppo fornendo materiale per un autentico e comune tesoro di musica, oro musicale appunto, fuso in una singolare lega di toni, tocchi, respiri e fraseggi. Un universo sonoro che parte da melodie africane a base di kora per passare in Armenia e scivolare in direzione della Transilvania attraverso la Turchia. Respiri intrecciati di fisarmonica e sax. Una mescolanza di melodie con echi jazz e di blues ancestrale, che conferiscono l’inebriante sensazione di maestosità e mistero. Un camminare senza sapere dove si sta andando, lasciandosi andare alla deriva e cedendo al piacere di perdersi, un piacere che, da solo, riassume bene la filosofia di questo disco.
La descrizione del sito Collater è: Un Web Magazine dedicato alla cultura creativa contemporanea e uno Studio Creativo specializzato in consulenza, creative direction e produzione di contenuti.
Collater è una rivista online creata nel 2010 da un gruppo di creativi, per offrire uno sguardo fresco alle tendenze globali in pubblicità, arte, moda, design e cultura urbana. L’idea è quella di curare i contenuti in modo molto personale, creando un’esperienza utente unica e infondendo al contempo le personalità e i temperamenti dei suoi fondatori.
Rashied Ali, nato Robert Patterson a Filadelfia il 1º luglio 1933 è stato un batterista jazz americano noto per il suo stile innovativo e il suo contributo al free jazz. È famoso soprattutto per la sua collaborazione con John Coltrane nell’album Interstellar Space (1967), un’opera rivoluzionaria che esplora la batteria libera da vincoli ritmici tradizionali. Ali è stato un pioniere della multi-directional drumming, una tecnica che abbandona il ruolo convenzionale della batteria come semplice accompagnamento per diventare una voce solista a sé stante. Dopo la morte di Coltrane, ha continuato a esplorare il free jazz, collaborando con artisti come Pharoah Sanders, Archie Shepp e Albert Ayler. Ha anche fondato il Survival Records e aperto il Ali’s Alley, un club jazz a New York che è stato un punto di riferimento per la scena avant-garde. Rashied Ali ha lasciato un segno indelebile nella batteria jazz, influenzando generazioni di musicisti.
Non c’è nulla che renda tollerabile la vita più della stima degli altri. Gli anni passano, le occhiaie si fanno pesanti, il corpo tutto diventa fragile, i ricordi sempre più lontani: il passato come una nebbia, il futuro una voragine. Ma pure siamo qui, ben piantati, sicuri di noi stessi: perché la stima ci circonda. Siamo qualcuno per gli altri.