I Madness, sette pazzi scatenati

Il 1° settembre 1979 i Madness entrano per la prima volta nella classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna con il singolo The Prince, un brano dedicato al giamaicano Prince Buster, re del bluebeat. Inizia così il successo commerciale di uno dei più contraddittori e discussi gruppi ska.
Gruppo storico musicale britannico, nato nel quartiere di Camden, Londra, nel 1976. Sono tra i principali rappresentanti del movimento 2 tone ska, un genere che fonde ska, rock, punk, rocksteady e reggae. Insieme a band come The Specials e The Selecter, hanno contribuito a rendere popolare lo ska revival nel Regno Unito alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80.
La formazione originale comprendeva Mike Barson (tastiere), Chris Foreman (chitarra), Lee Thompson (sax), Graham “Suggs” McPherson (voce), Mark Bedford (basso), Chas Smash (voce e ballerino) e Daniel Woodgate (batteria). Il nome “Madness” è un omaggio al musicista ska giamaicano Prince Buster.
Il gruppo ha avuto il suo periodo di massimo successo tra il 1980 e il 1986, raggiungendo la top ten inglese con ben 16 singoli, tra cui “One Step Beyond”, “Baggy Trousers”, “It Must Be Love” e “House of Fun”, quest’ultimo arrivato al primo posto in UK. Il brano “Our House” è stato il loro più grande successo negli Stati Uniti.
I Madness sono noti per il loro stile energico e ironico, soprannominato “nutty sound”, che ha saputo mescolare ritmi ska con influenze pop e new wave. La loro musica e i loro testi, spesso umoristici e legati alla vita quotidiana londinese, hanno avuto un forte impatto sulle sottoculture giovanili britanniche e internazionali.

You’ve Got A Friend – Carole King (1971)

James Taylor ha ventidue anni e la vita gli ha già offerto innumerevoli alti e bassi. È stato scoperto dai Beatles, ma nello stesso tempo ha già scoperto le droghe e ne è diventato vittima. Ha già scritto, nel 1968, Fire and Rain, che di tutto questo tiene conto. È una canzone bellissima e al pianoforte in studio con lui c’è Carole King, che ascolta la canzone e resta colpita da una frase I’ve seen lon-lely times when I could not find a friend, “ho vissuto tempi solitari nei quali non riuscivo a trovare un amico”. Carole King torna a casa e due giorni dopo, seduta al pianoforte, scrive You’ve Got a Friend. La canzone la scrive di getto, subito, velocemente, pura ispirazione: “Come non mi era mai accaduto prima”, dice, “la canzone si è scritta da sola, come se qualcuno al di fuori di me la stesse dettando”. Va in studio e la registra. In questo caso, alla chitarra c’è il suo amico James Taylor. Il pezzo è perfetto, è la canzone assoluta sull’amicizia, il brano che forse meglio al mondo prova a raccontare cosa vuol dire essere amici, vicini, presenti. È un brano commovente nella sua semplicità e straordinariamente vero. E la canzone che meglio di altre spiega come era cambiata la cultura giovanile dopo il 1970, come dall’impegno e dalla rivoluzione si era passati all’introspezione e all’intimità e Carole King e James Taylor rappresentavano questo nuovo sentimento nella maniera migliore. L’album di Carole King viene pubblicato nel febbraio del 1971 e ha un successo clamoroso, per molti anni sarà uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, e la canzone You’ve Got a Friend diventa celeberrima.

Music For Airports di Brian Eno in versione dilatata di 6 ore

Creato nel 1978, con Music for Airports, Brian Eno creò il suo disco ‘ambient’ dando inizio all’idea di una musica lenta e meditativa che abbandonò le tipiche scale maggiori e minori, introducendo l’ambiguità melodica e diede inizio all’esplorazione di suoni concepiti per esistere da qualche parte sullo sfondo, al di là dell’ambito della piena attenzione.
Per coloro che pensano che 50 minuti siano troppo pochi e quelle note di pianoforte troppo riconoscibili, questa versione di 6 ore, può fare al caso loro. Il campo tonale è lo stesso, ma ora le note non sono un attacco, sono solo decadimento.

Nel corso degli anni l’album lo hanno ‘usato’ negli aeroporti di Bruxelles, Paesi Bassi e Liverpool e di San Diego. E poi nel 2018, il London City Airport ha riprodotto il disco originale per un giorno intero, in occasione del 40° anniversario dell’album.

Appunti Corti #118

Ed ecco che, all’improvviso, scopriamo quanto siamo fragili.
Ogni programma, ogni convinzione, ogni preoccupazione del vivere quotidiano perde importanza dinanzi al manifestarsi della nostra fragilità materiale, non dimentichiamolo quando il momento in cui la natura si sarà quietata potremo riprendere le nostre routine da stupide creature con i pensieri persi nella presunzione di potere ogni cosa, di essere invincibili, di poter comandare tutto e tutti.

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Warren Smith

Il 28 agosto 1975 muore a Santa Barbara, in California, il trombonista Warren Doyle Smith, più conosciuto con il nome di Warren Smith.
Nato il 17 maggio 1908 a Middlebourne, nel West Virginia, in una famiglia di musicisti Warren inizia a suonare il pianoforte all’età di sette anni. Nel 1920 la sua famiglia si trasferisce a Dallas e qui il giovane Warren inizia a cimentarsi con la cornetta e il sassofono, sotto la guida del padre. Poco tempo dopo però opta definitivamente per il trombone pur continuando occasionalmente a suonare il sax. Nel 1924 ottiene la sua prima scrittura professionale in seno agli Harrison’s Texans, con i quali suona per diversi anni. Alla fine degli anni Venti si stabilisce a Chicago entrando a far parte del complesso di Abe Lyman. Nel 1936 si aggrega all’orchestra di Bob Crosby. È proprio questo sodalizio a portargli fortuna e a far salire le sue quotazioni. Nei quattro anni trascorsi con Crosby, Warren Smith ha occasione di esibirsi nei più eleganti ritrovi di New York, Chicago e Los Angeles e di registrare un gran numero di dischi nei quali ha ampio modo di emergere come solista, rivelando notevoli capacità sia sotto il profilo tecnico-strumentale sia dal punto di vista espressivo.
Nella prima metà degli anni Quaranta suona a Chicago con vari leaders tra cui Wingy Manone, Bud Jacobson, Paul Jordan, ecc… Nel 1945 si sposta sulla West Coast riaggregandosi alla formazione di Crosby che si era nel frattempo trasferito a Los Angeles. Lo si ritrova successivamente nella jazz band del cornettista Pete Dailey, con la quale incide dei buoni dischi per la Capitol, stilisticamente inquadrabili nella scuola Chicago. All’inizio degli anni Cinquanta suona con Jess Stacy, Lu Watters e Nappy Lamare. Nel 1955 viene scritturato per un breve periodo dall’orchestra di Ellington e, successivamente, da Joe Darensbourg, Wild Bill Davison, Ben Pollack, Johnny Lane. Negli anni Sessanta entra a far parte dell’orchestra di Red Nichols con la quale effettua, nell’estate del 1964, una tournée in Giappone. Nei suoi ultimi anni di vita continua regolarmente a esibirsi in seno al clan dei dixielanders della California.

Van Morrison — Hymns to the Silence (1991)

L’uscita di questo doppio album in questo periodo della sua carriera è stata una grande sorpresa, se poi è di ottima qualità è uno shock. Morrison ha avuto molto da dire in questi anni sulla sua infanzia e la sua fede, le sue ultime produzioni lo dimostrano ma, nonostante questo, in questo disco, in un modo molto meno obliquo, è riuscito ad aggiungere ancora altro materiale; testuale e sonoro. Di ottima fattura, sicuramente il suo miglior lavoro dal 1986, anno di uscita di “No Guru, No Method, No Teacher”. Il doppio disco è intensamente personale e rivelatore, proprio perché mette in luce i suoi pensieri molto chiaramente. Anche se marcatamente “religioso”, in questo lavoro avvincente, Morrison si rifiuta di “predicare” e si limita a esprimere i suoi pensieri senza forzature.

Organico: Van Morrison (voce, chitarra, armonica, sassofono contralto), Steve Gregory (flauto, sassofono baritono), Candy Dulfer (sassofono contralto), Kate St John (corno inglese), Neil Drinkwater (fisarmonica, pianoforte, sintetizzatore), Haji Ahkba (flicorno), Eddie Friel (pianoforte, organo, sintetizzatore), Georgie Fame (pianoforte, organo, cori), Terry Disley (piano), Derek Bell (sintetizzatori), Nicky Scott e Steve Pearce (bass), Paul Robinson (batteria), Dave Precoda (batteria, percussioni), Carol Kenyon e Katie Kissoon (cori). 

“…più vario di tutti gli album degli anni ’80 messi insieme.”, “…altamente raccomandato.”, “…assortimento splendidamente interpretato di R&B country e gospel.”, “…un pieno di quello che Morrison riesce a far meglio.”, “…R&B, boogie, folk-rock, jazz e folk irlandese.”. (Alcuni commenti della carta stampata dell’epoca.)

Chiaro, scuro

Chiaro, scuro, chiaro, scuro.
Il buio e la luce si alternano,
davanti a me, impotente assisto,
al click involontario, visibile,
presente, triste e acerbo.