Asterisco *44

La “Vorfreude”, dal Tedesco, è una bellissima emozione che permette di godere di un evento non ancora avvenuto e che, in effetti, potrebbe non avvenire mai. Spesso, il bello di tutta una storia è proprio solo l’anticipazione, l’immaginarsi il piacere che si proverà e poi, magari, tutto si risolve in un attimo. Vorfreude è quando si ha un appuntamento con la persona desiderata e poi, come spesso accade, si deve incassare la sconfitta. Però c’è stata la Vorfreude durata forse anche settimane, mesi o addirittura anni. Penso che ci sarebbe da fare un monumento alla Vorfreude!

Ben E. King, quello di “Stand by me”

Il 28 settembre 1938 a Henderson, nel North Carolina nasce il cantante soul Ben E. King.
Ben E. King, pseudonimo di Benjamin Earl Nelson (28.9.1938 – 30.4.2015), è stato un cantautore statunitense di musica soul, pop e rhythm and blues, celebre soprattutto per il brano Stand by Me del 1961, considerato una delle “canzoni del secolo”.
King iniziò la carriera nel 1958 unendosi ai Five Crowns, che poco dopo furono scelti per sostituire i membri originali dei Drifters, con cui cantò successi come There Goes My Baby (1959), Save the Last Dance for Me e This Magic Moment. Nel 1960 lasciò i Drifters per intraprendere la carriera solista, adottando il nome Ben E. King.
Come solista, ottenne subito successo con Spanish Harlem (1961) e soprattutto con Stand by Me, scritta insieme a Jerry Leiber e Mike Stoller, brano che ha avuto numerose riedizioni e riconoscimenti, entrando nella Grammy Hall of Fame e nella lista delle 500 canzoni che hanno segnato la storia del rock and roll. Altri suoi brani noti includono “Don’t Play That Song (You Lied)”, “I (Who Have Nothing)” e “Supernatural Thing” (1975).
King continuò a incidere e a esibirsi fino agli anni 2010, mantenendo un ruolo importante nella musica soul e R&B. È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Drifters e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per la sua carriera.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #10

10 – La psichedelia

Il fenomeno della psichedelia, di cui s’intravedono i primi segnali nel 1965 e di cui si scorge la fine negli ultimi anni del decennio, è l’evento più complesso dei ’60, tanto è fitta la ragnatela di eventi, gruppi e rimandi e tanto è vasta la sua influenza su tutti i frangenti del rock: dal folk-rock al blues-rock, dal garage-rock al pop.
Partiamo dalle definizioni che comunemente si danno al genere: una musicale, indica lo stile psichedelico come quella corrente musicale in cui le forme si dilatano in lunghe jam strumentali mutuate dal jazz e in cui le sonorità si arricchiscono di nuovi strumenti e suggestioni: da quelli orientali a quelli elettronici applicati a voci e strumenti; un’altra, di carattere storico, spiega come la musica psichedelica sia nata come sottofondo all’esperienza lisergica o, appunto, psichedelica che deriva dall’assunzione degli acidi; un’altra ancora, filologica, spiega che esistono due ondate psichedeliche: una originale, quella americana e una derivativa, quella inglese.
Se queste definizioni ci danno una prima idea, anche se fumosa, delle caratteristiche generali del fenomeno per capire realmente di cosa si tratti occorre necessariamente scendere nel dettaglio, partendo proprio dal luogo simbolo della psichedelia Americana: quella San Francisco che nel 1965 è meta prediletta di poeti beat e in cui Mario Savio fonda il Free Speech Movement. Il luogo in cui la controparte californiana di Dylan, Country Joe McDonald, organizza sit-in e marce e in cui comincia a svilupparsi un nuovo movimento pacifista che riprende la vena politica della controcultura newyorchese rielaborandola in chiave idealistica e utopistica: si tratta del fenomeno hippy.
Interessati più al lato spirituale che a quello materiale delle cose, gli hippy tentano di esaltare e sublimare l’esperienza di ricerca interiore attraverso l’assunzione di acido lisergico, LSD, durante i così detti acid tests: tra i primi ad organizzarli c’è Ken Kesey, che ingaggia per fornire un sottofondo sonoro all’esperienza allucinogena i Warlocks, futuri Grateful Dead. La musica psichedelica può dirsi nata.
O meglio, la versione più libera e senza compromessi di quel calderone di stili che si trovano riuniti sotto tale definizione: la psichedelia delle lunghe jam sessions, spesso frutto di improvvisazioni, è quella che meglio incarna lo spirito del movimento ma anche la meno rappresentato su disco, in quanto legata ovviamente ad una dimensione live che trova la sua massima espressione nelle registrazioni dei concerti dei Grateful Dead, in particolare nel celebre “Live Dead” (1969).
All’altro capo dello spettro musicale psichedelico si collocano i pastiches sonori della psichedelia inglese, i quadretti stralunati e sghembi del Barrett solista e i gioiellini pop visionari beatlesiani di Sgt. Pepper, tra cieli di diamante e campi di fragole.
Tra i due estremi infinite varianti e sfumature, che trovano spesso un minimo comun denominatore nella voce pastosa e alienata, nella contaminazione con le sonorità orientali (l’India è in quel periodo una meta frequentatissima nei viaggi alla ricerca di sé stessi), la dilatazione più o meno spinta delle strutture, le sperimentazioni negli arrangiamenti e nella produzione. In questi anni sembra naturale filtrare attraverso uno spirito nuovo, visionario e contaminatore, i generi che già esistevano.
C’è una psichedelia che deriva e si evolve dal folk-rock, scardinandone in parte la struttura tradizionale e la forma canzone, ma mantenendo comunque al centro dell’attenzione la melodia: è la psichedelia dei Byrds di “Fifth Dimension” (1966) e di “Younger Than Yesterday” (1967), quella dei Jefferson Airplane (il primo gruppo psichedelico di San Francisco ad ottenere fama nazionale) di “Surrealistic Pillow” (1967), dei Love di “Forever Changes” (1967) e “Da Capo” (1967), formazione guidata dal genio musicale di Arthur Lee, con cui il folk acido più pop tocca i suoi vertici assoluti.
Si può parlare di psichedelia folk anche per gruppi come Pearls Before Swine e Kaleidoscope in cui la contaminazione riguarda non solo e non tanto le sonorità orientali (quasi un topos musicale nell’era psichedelica), quanto piuttosto la musica medievale in un tentativo di risalire alla fonte delle tradizioni musicali.
Esiste poi una psichedelia garage-rock in cui i tre accordi del genere risplendono di profumi nuovi: tra tutti i texani 13th Floor Elevator di Roky Erickson, allucinati ed incubanti, e i Seeds.
La matrice rock-blues risalta invece inconfondibile nei dischi di band minori come Chocolate Watchband, Blues Magoos e di giganti del rock anni ’60 come Doors e Jimi Hendrix.
La formazione di Jim Morrison esordisce nel 1967 con un disco (omonimo) stupefacente, serie perfetta di pezzi al confine tra blues-rock e canzone Brechtiana, classica e musica orientale, incarnazione dei lati più oscuri del sogno psichedelico con Morrison che da cantante si trasfigura in sciamano ed attore, il concerto che si fa rito catartico e tragedia.
Un rito consumato in altre forme ed altri modi durante i concerti di Jimi Hendrix, durante i quali la chitarra viene violentata ed utilizzata come vittima sacrificale, suonata coi denti e dietro la schiena, il suono trafitto da fuzz, feedback, e wah wah; non solo, Hendrix riesce anche nel miracolo di riprodurre nelle registrazioni di studio i cicloni sonici che generava su palco, uno su tutti “Electric Ladyland“ (1968), capolavoro assoluto a metà strada tra blues e psichedelia.
Il suono blues viene ulteriormente indurito nei dischi di gruppi come Blue Cheer, Steppenwolf e Iron Butterfly, che lo traghettano verso l’hard rock: in particolare i Blue Cheer, con “Vincebus Eruptum” (1968) forgiano un suono, fuzz assordante alla chitarra e basso amplificato a livelli inumani, che anticipa di oltre 20 anni lo stonerrock.
Casi assolutamente a parte sono costituiti dai Red Krayola di Mayo Thompson, dagli United States Of America e dai Silver Apples. Se i primi sono autori di un rock che strizza l’occhio al free jazz e alla musica concreta, gli U.S.A., influenzati tanto dall’’avanguardia di Riley e Reich quanto dal contemporaneo rock psichedelico, abbandonano le chitarre e le sostituiscono con archi e tastiere creando scenari sonori futuristici e visionari e coniando una sorta di ambient pop ante-litteram. Ancor più pionieristici i Silver Apples, gruppo ispirato dalle sperimentazioni con l’elettronica di Morton Subotnick, dalla trance dei Velvet Underground e dal free jazz, e che mette a frutto le sue influenze fin dall’esordio omonimo del 1968, in cui i tre sperimentano con i synth ricreando scenari futuribili e spaziali che influenzeranno eroi del kraut rock come Tangerine Dream e Faust e gruppi new wave come Suicide e Chrome.
Risulta evidente anche da questa breve carrellata come la psichedelia Americana sia un fenomeno assolutamente eterogeneo e difficilmente catalogabile: non è un caso, perché nella inclassificabilità ma anche nello spirito pionieristico e curioso che l’anima il fenomeno stesso trova il suo significato più profondo, accanto ad uno spirito antagonista (erede del movimento di Greenwich) per cui si tende a far coincidere la fine della fase cruciale del fenomeno col festival di Monterey del 1967 che lo legittima e lo rende riconoscibile presso il grande pubblico; l’utopia del flower power viene spazzata via un anno dopo, quando le masse dei pacifisti vengono sostituite da movimenti più politicizzati e alla protesta pacifica si sostituisce quella violenta.
A questo potrebbe venire spontaneo chiedersi che cosa abbia a che fare l’Inghilterra con questo fenomeno, che è si musicale, ma allo stesso legato ad un movimento sociale prevalentemente americano: per molti versi la psichedelia inglese, svincolata da qualsiasi retroscena sociale, è un fenomeno puramente musicale, cominciato nell’estate del 1966, quando Joel e Tony Brown, che avevano lavorato col guru dell’LSD Timtohy Leary negli Stati Uniti, esporta a Londra il Light Show, che diviene immediatamente un successo di massa; il celebre DJ John Peel contribuisce a diffonderne i suoni con la trasmissione radiofonica Perfumed Garden e di lì a poco si inaugura il celebre Ufo Club dove ben presto cominciano ad esibirsi i Pink Floyd.
Nell’esordio del gruppo, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), si ritrovano tanti elementi distintivi della psichedelia inglese: la tendenza a ricondurre la divagazione allucinogena psichedelica dentro i recinti pop, coniugando cioè la visionarietà dei testi e la creazione di un suono alieno (attraverso un massiccio utilizzo di riverberi) con l’innato senso melodico dei britannici.
Nel momento in cui, però, a causa dei problemi mentali che si fanno sempre più gravi, Barrett viene allontanato dal gruppo e sostituito con Dave Gilmour. Il primo inciderà due album splendidamente bizzarri, “The Madcap Laughs” (1967) e “Barrett” (1970), che proseguono il percorso cominciato con l’esordio dei Pink Floyd, prima che l’aggravarsi del suo stato mentale lo spingano verso un allontanamento definitivo dalle scene musicali.
Il gruppo di Gilmour dopo un album interlocutorio del 1968 (“A Saurceful of Secrets”) che in qualche modo tenta invano di proseguire sulla falsariga dell’esordio, intraprendono altre strade esasperando l’aspetto atmosferico del proprio suono e creando un suono epico che tende a spostare il baricentro musicale verso il progressive arrivando nel 1973 al capolavoro di “Dark Side Of The Moon”, art rock dilatato e contaminato di blues e fusion che segnerà anche il trionfo commerciale del gruppo.
Se i Pink Floyd sono il gruppo psichedelico Inglese per eccellenza, riflessi variopinti e lisergici attraversano tante produzioni inglesi dei tardi anni ’60: dai Cream di Disraeli Gears (1967), ai Beatles di Sgt Pepper’s… (1967) e del White Album (1968), dai Rolling Stones di Their Satanic Majesties Request (1967) agli Who di Magic Bus (1968), rendendo evidente ancora una volta come il movimento psichedelico sia, specie a livello musicale, fenomeno trasversale in grado di toccare le frange più diverse della scena musicale, dal blues al folk, passando per il pop-rock.  Continua…

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Jazz ‘Hot’ , il raro cortometraggio del 1938 con la leggenda del jazz Django Reinhardt

Uno straordinario cortometraggio del grande chitarrista jazz Django Reinhardt, del violinista Stéphane Grappelli e della loro band, la Quintette du Hot Club de France, che si esibiscono su un set cinematografico nel 1938. Il film fu organizzato frettolosamente dall’agente britannico della band, Lew Grade, per presentare al pubblico britannico lo stile unico del gruppo, jazz basato su chitarra e violino, prima del loro primo tour nel Regno Unito. Come scrive Michael Dregni in Gypsy Jazz: Alla ricerca di Django Reinhardt e l’anima del Gypsy Swing :

Il Quintetto era sconosciuto al pubblico britannico e non si poteva prevedere quale sarebbe stata l’accoglienza della loro nuova musica. Così, Grade cercò di educare il suo pubblico. Assunse una troupe cinematografica per girare un cortometraggio promozionale di oltre sei minuti intitolato Jazz “Hot”, da proiettare nei cinema britannici, che offrisse una lezione di apprezzamento del jazz per riscaldare il pubblico.

Questo spiegherebbe il tono didattico dei primi due minuti e mezzo del film, che procede a rilento come una lezione di recupero sulla natura del jazz. Si apre con un’orchestra che esegue nota per nota il “Largo” di Händel, dall’opera Serse, che il narratore contrappone poi alla libertà dell’improvvisazione jazz.

Ma il film prende davvero vita quando Django arriva sullo schermo e si lancia in un arrangiamento jazz della popolare canzone francese “J’attendrai”. (Il nome significa “Aspetterò”, ed è una rielaborazione di una canzone italiana del 1933, “Tornerai” o “Tornerai”, di Dino Olivieri e Nino Rastelli). Sebbene le sequenze di Reinhardt e della band che suonano fossero ovviamente sincronizzate con una traccia registrata in precedenza, Jazz “Hot” è il miglior documento visivo sopravvissuto della tecnica di tastierizzazione a due dita del leggendario chitarrista, che sviluppò dopo aver perso l’uso di gran parte della mano sinistra in un incendio.

Open Flames – Same Time Next Year (2025)

La band alt-rock di Londra The Open Flames ha finalmente lanciato il suo attesissimo album di debutto, “Same Time Next Year”, un disco pieno di energia grezza, narrazione letteraria e dinamiche texture sonore. Alimentato dal lancio dei loro singoli nel 2024 Drop a Coin ed Eat Alone, l’album consolida il posto della band nel panorama alt-rock, offrendo un viaggio audace ed emotivamente carico attraverso suoni ed esperienze. Spaziando dal groove ispirato a Dungeons & Dragons alla furia in stile primi Replacements di Lockdown, Same Time Next Year offre un esaltante mix di rock anthemico e riflessione intima. Al centro di tutto c’è il lirismo roco ma poetico di David Eastman, che lui e la co-cantante Paige Brubeck danno vita attraverso vivide narrazioni guidate dai personaggi. La narrazione cinematografica della band è esaltata dalla batteria fragorosa di Evan Sult, dalle linee di basso fluide e inventive di Brubeck e Len Bendel e da un’intera gamma di toni di chitarra distorti e intrisi di feedback. L’album trae ispirazione dalla grandiosa arena-rock dei R.E.M., dalla grinta viscerale della chitarra di Neil Young e dallo spirito punk rauco degli X, il tutto mantenendo un tocco moderno e distinto.

Ascolta il disco

Roberto Kunstler, un cantautore generoso

Il 25 settembre 1960 nasce a Roma Roberto Kunstler, un cantautore generoso che nella sua lunga carriera ha regalato moltissimi brani ad altri musicisti.
Il paroliere Kunstler ha iniziato a suonare e comporre canzoni alla fine degli anni ’70, esibendosi per la prima volta al Folk Studio. Nel 1984, ha pubblicato il suo primo singolo, “Danzando con la notte e col vento”, il cui lato B, “Piccola regina del varietà”, ha vinto il Premio Rino Gaetano. L’anno successivo, ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone “Saranno i giovani”.
Nel corso della sua carriera, Kunstler ha pubblicato diversi album, tra cui “Gente comune” (1985), “Pilato non mi vuole più” (1989) e “Eclettico Ecclesiastico” (1991). Ha anche collaborato con Sergio Cammariere, scrivendo con lui l’album “I ricordi e le persone” (1993). Kunstler ha scritto testi e musiche per altri artisti, tra cui Paola Turci, Francesca Schiavo e Ornella Vanoni.
Kunstler ha partecipato più volte al Premio Tenco sia come cantautore che come autore per Sergio Cammariere. La sua collaborazione con Cammariere ha portato alla canzone “Tutto quello che un uomo”, che ha ottenuto il terzo posto al Festival di Sanremo nel 2003 e ha vinto il premio della critica.
Oltre alla sua carriera musicale, Kunstler si è laureato in Archeologia e Storia delle religioni del Vicino Oriente Antico all’Università di Roma.

Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band (1967)

Dopo aver esplorato la forma canzone in tutti gli angoli in cui poteva essere illuminata, dopo avere utilizzato lo studio di registrazione come media nel senso contemporaneo del termine, i Beatles offrono tredici nuovi movimenti, cinque dei quali (Lucy in the Sky with Diamonds, Getting Better, She’s Leaving Home, With A Little Help From My Friend, A Day In Life) entreranno nella memoria collettiva. Per gli amanti della dietrologia, ci sono situazioni come il basso di McCartney registrato altissimo, le derive allucinatorie di Lennon, un crescente distacco tra le quattro personalità che lascia intravvedere la futura dissoluzione del quartetto attraverso le suite pluridirezionali di Abbey Road.
Sono solo considerazioni a posteriori, mentre la sostanza è quella di un caposaldo collage-pop senza grandi paragoni.

Ascolta il disco

La Bussola #26

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