Rainy Day Women #12 & 35 – Bob Dylan (1966)

Rainy Day Women #12 & 35 di Bob Dylan, pubblicata nel 1966 come brano d’apertura dell’album Blonde on Blonde, è una canzone spesso discussa per il suo significato ambiguo e ironico.
Il ritornello più famoso è: “Everybody must get stoned!”
Questa frase può essere interpretata in due modi: Essere lapidati (stoned in senso biblico): Dylan potrebbe riferirsi alla persecuzione sociale o alla condanna morale — “tutti devono essere lapidati” — ovvero tutti, prima o poi, verranno giudicati, emarginati o puniti dalla società per quello che fanno. Essere fatti (stoned in senso moderno): Il termine “stoned” significa anche essere sotto effetto di droghe. Molti hanno letto la canzone come un inno scherzoso alla cultura psichedelica degli anni ’60.
Il brano ha un tono festaiolo e ironico, quasi da marching band ubriaca, con ottoni e batteria sgangherata. Dylan l’ha registrato in modo volutamente caotico, quasi burlesco, sottolineando un tono di parodia o satira.
Questa, come molte altre canzoni di Dylan si presta a varie interpretazioni.
– Una critica alla società che giudica e perseguita chi si comporta in modo anticonvenzionale.
– Una presa in giro della cultura della droga, oppure un modo giocoso per inserirsi in essa.
– Un brano nonsense volutamente ambiguo, che riflette l’umore beffardo e sperimentale di Dylan in quel periodo.
La canzone venne bandita da alcune radio americane, per gli ipotetici riferimenti alla droga, ma questo non le impedì di diventare un successo, arrivando nella top ten delle classifiche negli Stati Uniti.

Marvin Gaye in “I Heard It Through the Grapevine”: la versione a cappella

È difficile crederci, ma la classica registrazione del 1967 di Marvin Gaye “I Heard It Through the Grapevine” fu inizialmente rifiutata dalla sua etichetta discografica.

La canzone, che parla del dolore di un uomo per le voci sull’infedeltà della sua amante, fu scritta dal leggendario produttore della Motown Records Norman Whitfield e dal cantante Barrett Strong. Smokey Robinson and the Miracles registrarono per la prima volta il brano nel 1966, ma quella versione fu bocciata dal fondatore della Motown Berry Gordy durante una riunione settimanale di controllo qualità. Poi, Whitfield registrò la canzone con Gaye all’inizio del 1967, ma per qualche motivo a Gordy non piacque nemmeno quella versione. Così Whitfield cambiò leggermente il testo e la registrò con Gladys Knight and the Pips. L’arrangiamento veloce, influenzato da “Respect” di Aretha Franklin, fu pubblicato come singolo nel settembre del 1967 e raggiunse il primo posto nella classifica R&B di Billboard.

La versione di Gaye sarebbe potuta finire nel dimenticatoio se non fosse stata inclusa nel suo album del 1968, In the Groove , dove divenne presto nota. “I DJ la suonavano così spesso dall’album”, disse Gordy in seguito, “che dovemmo pubblicarla come singolo”.

La registrazione di Gaye del brano divenne un successo crossover. Non solo raggiunse la vetta delle classifiche R&B, ma rimase anche sette settimane in vetta alla classifica Billboard Pop Singles. Fu il singolo più venduto della Motown fino a quel momento, e il titolo dell’album “In the Groove” fu presto cambiato in “I Heard It Through the Grapevine”.

Gaye era noto per la sua dolce voce da tenore, che riusciva a modulare da un baritono a un vellutato falsetto acuto. Durante le sessioni di “Grapevine”, il cantante avrebbe litigato con Whitfield a causa dell’insistenza del produttore che voleva che cantasse la canzone con un tono acuto e rauco. Whitfield prevalse, e l’interpretazione di Gaye è una delle più grandi dell’era Motown.

Potete ascoltare la sua classica voce “a cappella” nel video qui sopra e quella strumentale qui sotto.

La lezione di Booker Little jr.

Il 5 ottobre 1961 muore a New York il trombettista Booker Little jr. Ha soltanto ventitré anni ed è originario di Memphis, nel Tennessee. E’ stato un trombettista e compositore jazz statunitense, noto per la sua straordinaria tecnica e per la profondità emotiva delle sue composizioni. Nonostante la sua carriera sia stata tragicamente breve, ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo del jazz.
Nato in una famiglia musicale, Booker iniziò a suonare il trombone come suo padre, ma presto si orientò verso la tromba. Frequentò la Manassas High School, dove si formò con futuri grandi del jazz come George Coleman e Harold Mabern. Successivamente studiò al Chicago Conservatory, approfondendo teoria musicale, composizione e orchestrazione. Durante questo periodo, conobbe Sonny Rollins, che lo incoraggiò a sviluppare un suono personale.
Nel 1958, Little si unì al gruppo di Max Roach, sostituendo il compianto Clifford Brown. Con Roach registrò album fondamentali come Max Roach + 4 at Newport e Deeds, Not Words, dove si distinse sia come solista che come arrangiatore. Collaborò anche con artisti del calibro di John Coltrane (Africa/Brass) e Abbey Lincoln.
Nel 1960, iniziò una fruttuosa collaborazione con Eric Dolphy, culminata in una serie di esibizioni al Five Spot di New York e nelle registrazioni degli album Out Front e Booker Little and Friend. Questi lavori evidenziano la sua capacità di fondere la struttura del bop con elementi più sperimentali e modali, creando un linguaggio musicale unico.
Influenzato da Clifford Brown, Little sviluppò uno stile distintivo, caratterizzato da un suono lirico e da un uso innovativo della dissonanza e delle strutture armoniche. La sua musica rappresenta un ponte tra il hard bop e le tendenze più avanguardistiche del jazz degli anni ’60. Critici e musicisti lo considerano un pioniere che ha ampliato le possibilità espressive della tromba nel jazz.
Affetto da una grave malattia renale, Booker Little morì a soli 23 anni a New York. Nonostante la sua breve vita, la sua produzione musicale continua a influenzare generazioni di musicisti e appassionati di jazz. 

100 Brani Jazz #6

Sesta selezione dei cento migliori brani jazz di tutti i tempi.
Brani di: Django di Modern Jazz Quartet, Compared To What di Les McCann, Red Clay di Freddie Hubbard, Ruby, My Dear di Thelonious Monk, April in Paris di Count Basie, Bitches Brew di Miles Davis, Twisted di Lambert, Hendricks & Ross, Maiden Voyage di Herbie Hancock, Mood Indigo di Duke Ellington e St. Louis Blues di Louis Armstrong.

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John Hiatt — Mystic Pinball (2012)

Sono trascorsi quasi quarant’anni dalla sua prima pubblicazione “Hangin’ Around the Observatory” targata 1974, in mezzo ci sono vent’uno dischi, alcuni memorabili come Bring the Family del 1987 e il successivo Slow Turning del 1988, altri ottimi come Perfectly Good Guitar, Crossing Muddy Waters, Master of Disaster e The open Road, alcuni sufficienti, tra gli ultimi Same Old Mandel 2008. Ora, dopo la sua ultima prova Dirty Jeans and Mudslide Hymns dell’anno scorso, disco che non ho avuto il piacere di ascoltare, ritorna con questo Mystic Pinball ed è ancora buona musica.

Hiatt è un grande scrittore, le sue canzoni ne sono la testimonianza. La sua peculiarità è proprio quella di adattare il suono, le note alle parole dei testi che tanto facilmente e soprattutto bene gli riescono. Detto questo è chiaro che la musica non diventa primaria nel suo modo di comporre. Ha il grande dono di saper creare personaggi, di saper risaltare le loro debolezze, la loro disperazione e occasionalmente i loro momenti felici, e tutto questo riesce a farlo con un senso dell’umor assai marcato. Le sue canzoni sono fatte di parole e immagini contornate da musica e anche questo suo ultimo lavoro ne è il chiaro esempio.

In Mystic Pinball, Hiatt esplora i temi della quotidianità affettiva come l’amore, il tradimento, la perdita e la felicità. Temi che per un sessant’enne (compiuti il venti agosto scorso) possono risultare forse “fuori tempo” ma è la sua anima “giovanile” ad avere il sopravvento e probabilmente anche quella che lo fa rigenerare di volta in volta.

Dodici i brani presenti con ballate, chitarre e pianoforte tra i marcatori dell’album. Un disco nel suo genere senza particolari rivelazioni, senza nessun azzardo. Forse qualcuno si aspettava qualcosa di più, forse l’uscita dei suoi album andrebbe un po’ diradata, forse… va bene comunque.

I fans saranno contenti lo stesso, gli altri meno.

Phil Urso, l’estro del sassofono

Il 2 ottobre 1925 nasce a Jersey City, nel New Jersey Philip Urso detto Phil uno dei sassofonisti più estrosi e apprezzati della seconda metà del Novecento, noto soprattutto per la sua collaborazione con il trombettista Chet Baker negli anni ’50.
Nato a Jersey City, New Jersey, Urso si trasferì con la famiglia a Denver, Colorado, durante l’infanzia. Iniziò a suonare il clarinetto all’età di 13 anni, per poi passare al sassofono tenore durante il liceo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, prestò servizio nella Marina degli Stati Uniti e sopravvisse a un attacco aereo giapponese nel 1943. Dopo la guerra, si stabilì a New York nel 1947, dove iniziò la sua carriera musicale professionale.
Negli anni ’50, Urso collaborò con importanti figure del jazz come Elliot Lawrence, Woody Herman, Jimmy Dorsey, Terry Gibbs, Miles Davis e Oscar Pettiford. Nel 1955 iniziò una lunga collaborazione con Chet Baker, partecipando a numerose registrazioni per l’etichetta Pacific Jazz. Il suo stile, influenzato da Lester Young, si caratterizzava per un fraseggio morbido e raffinato, tipico del cool jazz.
Negli anni successivi, Urso si trasferì a Denver, dove continuò a esibirsi a livello locale fino agli anni 2000. Nel 2002, registrò l’album Salute Chet Baker con il trombettista Carl Saunders, un tributo al suo storico collaboratore. Phil Urso è deceduto il 7 aprile 2008 a Denver, all’età di 82 anni. 

La Bussola #27

La descrizione del sito La Balena Bianca è: Rivista di cultura militante .

È il 2012, gli scienziati del CERN scoprono la “particella di Dio”, Lionel Messi vince il suo terzo Pallone d’oro mentre Emmanuel Carrère sale alla ribalta planetaria con la pubblicazione di Limonov.
Nel maggio dello stesso anno un gruppo di ex-studenti della Statale di Milano fonda La Balena Bianca, rivista di cultura militante. La Balena Bianca nasce dal confluire di esperienze diverse: antichi, pionieristici tentativi; le nuove regole del gioco imposte dall’universo digitale; approcci a prima vista incompatibili. Come per il Pequod, la ciurma della Balena è lanciata nel folle inseguimento di un’ossessione: combinare un serio atteggiamento critico a un linguaggio chiaro e comprensibile, capace di raggiungere lettori di ogni latitudine.

Don Cherry

Don Cherry, un candido, geniale folletto della nuova musica, partito dai quartetti di Coleman e poi spintosi in solitudine alla ricerca di contaminazioni spirituali e musicali con temi e filosofie dell’Oriente. Don Cherry era un musicista dal disarmante sorriso, una figura dolce e poetica, di spontanea e naturale vitalità. Era antiaccademico, non conosceva bene la notazione musicale, cercava piuttosto l’utopia della libertà assoluta, paragonabile a quella di un bambino che gioca con le note e i suoni fino a ricreare ogni volta daccapo una musica organica e innocente, di fragile ma spesso vertiginosa bellezza. Era un autodidatta, ma come cornettista acidulo, dotato di un lirismo bruciante alla Bix Beiderbecke, è stato fino a oggi il più audace fra i trombettisti che hanno cercato di emanciparsi dai cliché dell’inflazionato be-bop. Come cantante cordiale e melodico, legato a un folk multietnico che spaziava dall’Africa all’Oriente, Cherry evocava certi timbri vocali alla Bob Marley, pur senza cantare reggae.
Poi col piano, le percussioni, il doussn’ gouni e altri strumenti etnici pescati un po’ ovunque, sapeva sempre cogliere segrete vibrazioni della musica, senza essere mai pittoresco. Nella sua carriera ci sono diversi periodi felici. Anzitutto la stagione piú jazzistica, sulla West Coast degli anni Cinquanta, prima come allievo-girovago di figure mitiche come Wardell Gray e Dexter Gordon. Poi, finalmente, la straordinaria rivoluzione del free a fianco di Ornette Coleman e, a partire dal 1957, un’epoca fervida di capolavori come Tomorrow Is a Question, The Shape of Jazz to Come, Change of a Century o il disco-manifesto Free Jazz.
Altre eccitanti tappe discografiche: The Avant-garde, con John Coltrane, Evidence, con Steve Lacy, Our Man in Jazz, con Sonny Rollins, i tre bellissimi dischi Blue Note a suo nome con Gato Barbieri e Pharoah Sanders, i duetti con Eddie Blackwell della serie Mu, l’opera jazz Escalator over the Hill di Carla Bley, il primo capitolo della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden, i dischi con Dollar Brand e con l’Organic Music Theatre, fino ai vagabondaggi europei degli anni Settanta, da nomade con famiglia al seguito. Dalla base svedese in una vecchia scuola abbandonata, con la moglie lappone Moki, il figlioletto Eagle Eye (diventato oggi un cantautore rock di successo) e l’adorata figliastra Neneh (non ancora la brillante vocalista soul-rap Neneh Cherry di oggi), Don si spostava col suo spettacolo colorato, ricco di stimoli sonori e visivi, da universo multirazziale senza confini. Ma l’utopia del polistrumentista meticcio s’infranse gradualmente col ritorno in America, alla fine degli anni Settanta.