Autunno #1/8

Selezione di ventiquattro foto che hanno come comune denominatore l’autunno.
L’autunno fotografato a modo mio, come sempre nel dettaglio, nel particolare, nelle curve ricercate.

Ivan della Mea

La nave dei folli

Ivan Della Mea ha cominciato a scrivere versi e musiche nel 1959, con La grande e la piccola violenza, che terminò solo tre anni dopo.

Nel giugno del 1966 ha inciso un disco, Io so che un giorno, che rimane probabilmente la cosa migliore mai scritta in Italia nel campo del canto politico. Ci si trova dentro, genialmente, quella componente del fare politica che è la memoria storica e di classe e c’è la rilettura – dopo 20 anni – di una fase cruciale della storia operaia italiana, fatta dal di dentro delle cose e delle esperienze; ci sono gli anni ’50 con le loro storie private e pubbliche, coi loro drammi individuali e collettivi. Le ballate in questo disco sono tra i più riusciti tentativi, nella cultura italiana contemporanea, di fare storia di classe ed espressività popolare insieme.

Dopo un lungo silenzio, nel ’70 Ivan Della Mea ritorna con il disco Il rosso è diventato giallo. Molte cose sono cambiate nella sua storia privata e politica e ce n’è il segno preciso e puntuale in queste canzoni. La rottura con il PCI, il rapporto difficile, precario e alterno con le organizzazioni rivoluzionarie e, ancora, con il PCI; la moglie, la figlia, Gianni Bosio, Franco Solinas; poi il privato che tende a prevalere e a diventare intimismo, e addirittura il “dubbio di Dio” che riaffiora.

Dopo La balorda e Se qualcuno ti fa morto entrambi del ’72, esce Ringhiera nel ’74. La storia è quella di un vecchio militante comunista, segretario di una sezione di Milano, che ripercorre e narra le tappe della propria vita dalla gioventù alla guerra di Spagna, alla Resistenza, al dopoguerra.

Personalmente lo ritengo il disco migliore di Ivan Della Mea, anche se è certamente il più “complesso”. Il modo in cui in Ringhiera affronta i “problemi” è indice di una nuova maturità artistica e culturale di cui la La nave dei folli ne è la conferma. E’ una ballata lunga che presenta molti elementi di novità; innanzitutto nella struttura musicale che non trova alcun riferimento nei precedenti lavori di Della Mea; si tratta di un’unica, compatta frase melodica dai toni costantemente alti, quasi senza soluzione di continuità. Una canzone da cantare tutta d’un fiato premendo sulle parole, inseguendo le strofe, gridando sul ritornello. La novità maggiore della ballata si avverte sul piano letterario ed è rappresentata dal carattere insieme metaforico e realistico di questa Nave dei folli: la rivendicazione del diritto alla fantasia, non di evasione né di fuga, ma di concreta e fondata volontà di utopia, una richiesta di trasformazione creativa del reale.

Altri dischi sono stati incisi nella sua carriera cantautorale, ma pochi sono riusciti ad eguagliare questi pubblicati, se così possiamo definire: prima fase politico sociale personale.

A margine, ricordo di aver cantato decine e decine di volte La nave dei folli, non ricordando sempre tutte le parole del testo, ma poi poco importava. Mi sono molto emozionato dopo l’ennesimo ascolto di questo grande brano, potente e dal grande phatos, chissà se l’amico Pierpaolo, ricorda ancora gli accordi con la chitarra?

Primavera autunnale

Non aggiungerò niente di nuovo nel dire che quest’anno il caldo estivo/primaverile si è protratto fino ai primi di novembre e che quindi una preoccupazione ambientale esiste e non è frutto di fantasia come dicono molti negazionisti.
Non ho ricordo di flora tipicamente primaverile a fine ottobre e queste due foto ne sono la testimonianza.

John Lee Hooker — The Healer (1989)

“L’album blues più venduto in assoluto per uno dei più grandi bluesman ancor oggi in circolazione”, recitava la pubblicità del disco a fine anni novanta, poco prima della morte avvenuta nel 2001 a ottantaquattro anni.

Il termine “blues” è probabilmente più abusato che usato in questo disco che, sinceramente ho ascoltato fino alla nausea, per la sua immediatezza, per la sua ascoltabilità ma non certamente per la sua sonorità marcatamente blues.

Con questo disco, la chitarra più corteggiata del rock insieme a Muddy Waters e anche l’unico a uscire e imporsi dal ghetto di Detroit, ritorna con un album sensazionale che riassume e condensa tutte le indicazioni e i significati della sua arte e del suo modo di intendere il blues.

Premiato con molti Grammy Awards, il primo brano omonimo del disco è “il miglior singolo del 1989”, il canto caldo e profondo di Hooker accompagnato dalla chitarra di Carlos Santana e dal suo gruppo, creano un mix esplosivo, musica caraibica arricchita dallo spirito del Mississipi. I brani che seguono presentano ancora duetti d’eccezione con Robert Cray, Canned Heat, Los Lobos, Charlie Musselwhite. Meritano una citazione a parte la sensuale I’m in the mood, in cui Hooker duetta con Bonnie Raitt, cantante e chitarrista straordinaria, l’intrigante Sally Mae con George Thorogood alla slide guitar ed infine il pezzo di chiusura No Substitute, dove un solitario Hooker evoca atmosfere che ci riportano indietro nel tempo, alla schiavitù, alla malinconia e alla sofferenza del popolo afro-americano costretto a vivere ai margini della società, ma in cerca di un riscatto attraverso l’espressione della propria cultura e della propria spiritualità.

Dentro queste superbe ballate ci sono sentimenti ed emozioni di uno stile che il tempo non potrà mai sbiadire. Questo è un album che unisce in modo molto naturale tradizione e sonorità moderne; tutto questo grazie anche al lavoro di Roy Rodger, sapiente produttore del disco che riesce a creare l’ennesimo capolavoro di John Lee Hooker.

Gli alberi svelano

Tutti gli alberi ci mostrano qualcosa di loro.
Alcuni biologi come la canadese Suzanne Simard grazie alle sue ricerche afferma che gli alberi parlano, comunicano sempre, vivono collegati in una rete fatta di segnali chimici che si trasmettono attraverso le radici.
Questi due mi hanno colpito particolarmente: il primo nella foto per l'”occhio” che come una vedetta osserva chi passa accanto e nel caso di pericolo è pronto ad informare il bosco; il secondo per la corteccia che come le rughe della pelle umana, mostra la sua età, senza vergogna.

Roy Orbison — Mystery Girl (1989)

Roy Orbison, il baritono del rock and roll, l’anima più sensibile. Mystery Girl è l’album postumo di un rocker senza tempo che, dopo timidi tentativi, aveva ritrovato la passione e la voglia di riannodare il filo del suo passato.

Aiutato da un pugno di amici musicisti devoti e libero dai vincoli dello show-biz più equivoco, Orbison torna ad occuparsi di sentimenti e storie per cuori spezzati con una grazia musicale immune da qualsiasi fattore temporale. E’ un superbo e commovente autoritratto dalle caratteristiche rimaste ferme come per incanto a venti anni prima: rockabilly languido e romantico, melodie toccanti e piene di calore e la solita potente voce che non riesce a invecchiare. Dopo tragedie familiari e difficoltà superate a denti stretti, Roy portava sempre occhialoni scuri per nascondere la tristezza e guardare il mondo in grigio.

Mystery Girl è una via d’uscita certa dove ci sono finalmente i colori vividi di una seconda giovinezza. La sua musica possiede nuovamente quella magica eleganza dell’anima capace di stordire ad ogni ascolto. Solo i capricci di un cuore anzitempo stanco di lottare l’hanno potuta fermare.

Dentro il bosco #3/3

Ho inserito anche queste due foto che poco si discostano dalle due precedenti, mi sembrava di fargli un torto escluderle e così inserendole non mi sento in colpa 😀.
Se questo bosco (ndr di Mestre) è carico di innumerevole vegetazione in tutte le sue forme, non manca certo una varietà di fauna. A parte una serie di uccelli, quello che si rivela lampante sono le lepri e i fagiani, quest’ultimi tra l’altro sono presenti in gran quantità.

Imagine – John Lennon #10/10

Dati

Imagine è un brano musicale di John Lennon pubblicato nel 1971.

Imagine viene spesso citata come uno dei brani musicali più belli della storia della musica rock; la rivista Rolling Stone, per esempio, l’ha posizionata al terzo posto nella classifica dei migliori brani musicali di tutti i tempi.

Lennon compose Imagine all’inizio del 1971, su un pianoforte Steinway nella sua camera da letto a Tittenhurst Park, la sua residenza in stile Tudor a Ascot, Berkshire, Inghilterra, dove lui e Yoko Ono nell’estate del 1969 prendono la residenza. Proprio Yoko gli fornisce l’ispirazione, pubblicando qualche anno prima Grapefruit: A Book of Instructions and Drawings, completamente basato sull’immaginazione.

Quando scrive Imagine, Lennon non si rende minimamente conto dell’enorme potenziale della canzone. Realizza un disco demo in cui la presenta come il rovescio della medaglia di Gimme Some Truth, la sua invettiva politica.

Del senso e della potenza di Imagine ha parlato anche suo figlio Julian: «Non vuole imporre a tutti una sua idea. Non si tratta di religione o di politica, ma più semplicemente di umanità e di vita. Ognuno di noi si augura quello che lui sta cantando e credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi la canzone è così importante».

Pensiero

Concludo questa lista di dieci canzoni, a cui sono particolarmente legato, perché “legate” da un filo comune: il ricordo.

Infatti ricordo benissimo la prima volta che l’ascoltai alla radio, credo fosse anche la prima volta che fu trasmessa. Era una mattina dell’inverno 1971/72, stavo facendo i compiti perché andavo a scuola di pomeriggio (all’epoca erano normali i doppi turni a causa del sovrannumero) facevo la seconda media.

Il pianoforte fu un colpo al cuore, poche note, toccate piano, pianissimo. Ogni toccata di tasto creava un’emozione indescrivibile, la sua voce lieve, profonda, intersecata al suono, accapponava la pelle. Grande canzone quindi.

Quando un brano, e non sono poi tantissimi, dopo decenni e decenni (Image ha oltre cinquant’anni), dopo una miriade di ascolti riesce ancora ad emozionare non può essere altro che un capolavoro.
Ogni altra parola su una canzone come questa risulterebbe sicuramente superflua.
Questo è un brano che va semplicemente ascoltato e niente più.



Social e Mastodon

La vita vera è nei luoghi aperti, nei posti di aggregazione, nei centri di cultura, negli spazi comuni. La vita vera è quando vedi la gente nei suoi occhi, quando gli parli e senti che ti ascoltano, quando gli stringi la mano e senti il calore. I social quindi poco hanno a che fare con tutto questo ma, se sappiamo usare questo “ma” anche i social possono essere e diventare utili. Quando avviene uno scambio, di idee, di suggerimenti. Quando avviene una crescita, di valore, di cultura, di pace, anche social possono diventare valore aggiunto, alla nostra quotidianità, al nostro essere, alla nostra vita.

Questo è il pensiero che ho scritto ed è presente nel mio sito per presentare alcuni social che frequento/avo.
In queste ultime settimane, anche se sono iscritto da quasi due anni, è aumentata la mia presenza su Mastodon a discapito di Twitter e Facebook.

Mastodon non è un social commerciale, non ci sono quindi padroni, non ha algoritmi, non ci sono tracker e tutela completamente la Privacy. Vive grazie ai suoi iscritti che lo mantengono grazie alle donazioni. Donazioni che servono esclusivamente per il pagamento dei server, visto che tutti gli amministratori e moderatori, prestano la propria opera e il proprio tempo a titolo gratuito.

Queste caratteristiche hanno lo scopo primario e unico, di rendere questo social uno spazio dove vige una regola fondamentale: educazione e rispetto. Una semplice prescrizione che evita gli insulti, le diatribe e tutto quello che ne consegue.

Mastodon non è di proprietà di un miliardario, non vende i dati dei propri utenti e non ha pubblicità. E’ un social nelle mani delle persone e viene quindi supportato dagli stessi utenti.

Naturalmente questo è possibile grazie alla moderazione degli amministratori che supportati dagli stessi iscritti rendono questo “ambiente” sano e piacevole da frequentare.