William Turner

Fra gli autori che preferisco e che inserisco nella categoria che ho coniato come “astratta razionale” (vedi post precedente) non posso non inserire Joseph Mallord William Turner (1775 – 1851).
Quando vidi per la prima volta, tanti anni fa, Margate, from the Sea (il quadro nella foto) rimasi strabiliato e andai subito ad informarmi su questo pittore che non solo non conoscevo ma che nemmeno avevo sentito parlare. Con meraviglia scoprii che grazie ad uno dei sui viaggi, dipinse molte opere su Venezia, .

William Turner che apparteneva al movimento romantico, ha avuto il grande merito di porre le basi per la nascita dell’Impressionismo e fu anticipatore dell’astrattismo.
Le sue opere partono quasi sempre da paesaggi a volte tranquilli, a volte violenti, molte volte tempestosi, per poi prendere forme immaginarie, oniriche, poetiche. Proprio per questa sua grande caratteristica si meritò il soprannome di «pittore della luce».

Di seguito alcuni link per poter ammirare le sue opere:
Finestre sull’arte
Analisi dell’opera
Copia di arte
Google Arts & Culture
Google Immagini

Uva

E’ sempre piacevole fotografare i grappoli di uva, sarà perché indirettamente ho avuto a che fare con loro, vista la mia trentennale attività vinicola, sarà per il significato che trasmettono o chissà poi perché… ma è appagante.

Eric Burdon

Eric Burdon è stato il cantante degli Animals.

Veniva da Newcastle, una zona tipica di cantieri navali e miniere di carbone. Fu un marinaio americano che abitava al piano di sotto a fargli ascoltare Fats Domino, Robert Johnson ma soprattutto Don’t Roll Those Blood Shot Eyes At Me di Wynonie Harris e Sam Jones Done Snagged His Brace di Louis Jordan. Fu allora che decise che avrebbe cantato quel genere di cose.

Gli Animals, nati sulle ceneri dell’Alan Price combo (una formazione di jazz ispirata allo stile del pianista Bill Doggett) sembravano un gruppo destinato a diventare una stella del firmamento inglese considerato che erano partiti con ben sei hit da Top 10 nel biennio 1964-1965. Il loro mentore fu il produttore Mickie Most, che ebbe l’idea di fargli incidere una versione rock di The House Of The Rising Sun, una canzone folk tradizionale che Bob Dylan aveva appena ripreso nel suo primo album. L’apertura di organo che ricordava molto Bach, arrangiata ed eseguita da Alan Price, creava un’atmosfera angosciante. Nonostante le sonorità cupe e la lunghezza di oltre 4 minuti, il disco conquistò la vetta delle classifiche sia inglesi che americane. Una leggenda narra che Dylan, dopo averla ascoltata, decise di elettrificare la sua musica.

Altro singolo di grande successo fu We’ve Gotta Get out Of This Place, scritta da Barry Mann e Cynthia Weil, che divenne anche una delle canzoni preferite dai soldati americani in Vietnam.

Cover eccellenti furono Boom Boom di John Lee Hooker e di Don’t Bring Me Down, di Gerry Goffin e Carole King, ma la band non poteva vivere solo di cover quando Lennon-McCartney e Jagger-Richards sfornavano capolavori uno dopo l’altro. Purtroppo Burdon non fu mai in grado di scrivere canzoni che funzionassero per la sua immagine e la sua vocalità e nel 1966 la band cominciò a disgregarsi. Per primo se ne andò Alan Price, poi John Steel e alla fine Burdon abbandonò anche Most e si trasferì in America.

La moda psichedelica andava per la maggiore e Burdon e il chitarrista Hilton Valentine persero la testa per San Francisco, la moda hippie e le droghe. Ambedue cominciarono ad andarci giù pesante con l’LSD. Burdon era intrattabile e violento, Valentine viveva recluso in una stanza d’albergo convinto di essere Gesù Cristo. E fu così che gli Animals americani durarono poco. Intanto il bassista, Chas Chandler, ebbe la fortuna di scoprire in un club di New York un giovane chitarrista nero, Jimi Hendrix, che convinse a trasferirsi in Inghilterra e a fargli da manager. Burdon non si arrese, fondò i New Animals e si allontanò (quasi) definitivamente dal blues. Ebbe la fortuna di essere accettato dai Mama’s and Papa’s al festival di Monterey (con gli Who come “next big thing from UK”, ma con un’esibizione alquanto moscia e una scelta di brani infelice), catturò lo spirito dei tempi in due 45 giri, Good Times e l’anthem marziale San Franciscan Nights, che è un altro dei suoi capolavori e nell’album Wind Of Change (1967) dove inserì una bella versione live di Paint It Black dei Rolling Stones. In due anni la band registrò quattro dischi e si creò un discreto seguito nella baia, con qualche singolo di grande successo come When I Was Young e Sky Pilot (nelle top 10). Forse il suo capolavoro di questo periodo è The Twain Shall Meet, del 1968, una raccolta di canzoni raffinate quanto strane (il raga jazzato di Monterey, scritto subito dopo la partecipazione al festival nel giugno del 1967, il blues di White Houses, il delirio cosmico-psichedelico di Sky Pilot, musica per pio- nieri dello spazi con cornamuse scozzesi (?!?), e We Love You Lil) che lo consacra comunque “un cantore di quella generazione, un musicista in delirio orgasmico ma al tempo stesso consapevole e creativo” (Scaruffi), “che naufragava nel grande oceano della musica che cambiava” (Bertoncelli).

Everyone Of Us (1968), è un collagedelirio di venti minuti e il doppio ambizioso Love Is (1969), una raccolta di covers forte delle due chitarre soliste di John Weider (poi nei Family) e Andy Summers (futuro Police) e di brani ancor più sconclusionati ed estesi (in gran parte classici del rock, compresa una versione sterminata della The Madman Running Through The Fields di Zoot Money il quale doveva essere affascinato da quelli un po’ fuori di testa perché poco dopo si chiuderà tre giorni in stiudio con un altro fuso dall’LSD, Peter Green per le sessions di The End Of The Game).

Nell’ottobre del 1968 Bardon suonò per due giorni al Fillmore East insieme a Sly & The Family Stone. Nel 1969 incise Eric Is Here e ingaggiò il gruppo di soul-funk californiano War per accompagnarlo.

L’esperienza durò due anni, durante i quali incise due dischi, Eric Burdon Declares War (1970) con una bella lunga versione di Tobacco Road, e il doppio The Black Man’s Burdon (1970) che contiene un’ulteriore versione di Paint It Black. Nel 1971 si associò al bluesman Jimmy Witherspoon per l’album Guilty!, si trasferì a Los Angeles e se ne persero le tracce. Bisognerà aspettare il 1977 per ritrovarlo, quando gli Animals si riformeranno per un album eccellente come Before We Were So Rudely Interrupted.

Diventerà uno dei tanti musicisti che girano per l’Europa e l’America (ha anche militato in un complesso tedesco) campando su un glorioso passato. Il 15 marzo del 2012 ad Austin, Texas, è salito sul palco di Springsteen cantando Many Rivers To Cross e We Gotta Get Out Of This Place.

David Crosby — Croz (2014)

David Crosby non ci ha abituato a frequenti uscite discografiche, a oltre quarant’anni da If I Could Only Remember My Name del ’71, in mezzo ci sono stati solo due dischi: Oh Yes I Can del ’89 e Thousand Roads del ’93. Se è facile pensare che questo sia il suo commiato musicale le canzoni non lo sono affatto. Undici brani quasi tutti a sua firma, l’aiuto del figlio Raymond, di Mark Knopfer e di Wynton Marsalis, danno un tocco di notevole presenza ad alcuni pezzi dell’album.

Quello che fa “grande” Croz è il suo “spiazzare” che, ancora una volta, è parte integrante della sua vita. David Crosby abituato a continue cadute e continue rinascite non poteva anche questa volta sorprendere critica e fan. L’album infatti, non era previsto e se poteva sembrare come un’operazione commerciale il risultato è invece tutt’altro. “…avevo ancora delle cose da dire” è la sua affermazione all’uscita del disco, e “per fortuna” aggiungiamo noi.

Crosby ancora una volta riesce a sceneggiare storie, confessare brividi profondi, narrare difficili rapporti con la vita, preparare balsami di guarigione. Croz è un disco ricco di fascino e dal suono elegante. La voce è intensa, le canzoni suscitano suggestioni e piccole magie. L’uomo riesce (ancora una volta) a stupire, a colorare il mondo con le tempere del vero artista, con i colori che accendono la fantasia, di azzurri profondi.

Music Historian

Foto in libera riproduzione

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Stelle

La vostra felicità,
non appartiene che a voi.
Andate e raccogliete tutte
le stelle che ancora ingenue
sorridono alla vista dell’alba,
sul punto di spegnersi.

Low Lily – Angels in the Wreckage (2023)

Con l’uscita mondiale del loro nuovo disco “Angels in the Wreckage”, la band folk del New England “Low Lily” nonostante mantengano in primo piano il segno distintivo del loro il suono, virano con maggiore sicurezza verso le radici della musica americana.
Prodotto dalla leggenda del banjo dei vecchi tempi Dirk Powell, “Angels in the Wreckage” affronta argomenti complessi come l’amore, la perdita, la speranza, la giustizia, l’eredità familiare e la distruzione ambientale. I principali membri fondatori dei Low Lily sono la coppia sposata Liz Simmons e Flynn Cohen, entrambi del Vermont, Natalie Padilla del Montana, nuovo membro della band dalla scorsa estate dopo che il terzo membro fondatore Lissa Schneckenburger si è separata amichevolmente dalla band. Il violino di classe mondiale di Natalie Padilla è versatile: ha vinto campionati di violino in diversi stili, tra cui bluegrass, Old Time e Texas fiddle. La sua voce dolce e chiara si fonde magnificamente con quella di Cohen e Simmons in una stretta armonia in tre parti, una caratteristica importante del loro insieme sonoro.

Ascolta l’album

Bnwmovies

Archivio di vecchi film in bianco e nero ed in lingua originale

Black and White Movies è un sito imperdibile per tutti gli appassionati, collezionisti di vecchi film. Il sito fornisce un archivio di vecchi film in bianco e nero ed in lingua originale da vedere direttamente online, oppure, da scaricare sul proprio computer in modo completamente gratuito. Il materiale è organizzato per anno (i film sono suddivisi per decennio partendo dagli anni 30 fino al 70), per genere (azione, avventura, horror, ecc.) e ordine alfabetico (per titolo del film). Un sito originale rivolto ovviamente agli appassionati di cinema d’epoca, da vedere.

Link a Bnwmovies

Rose City Band – Garden Party (2023)

Il country rock psichedelico della Rose City Band evoca gli spazi aperti dell’ovest americano, una celebrazione dell’estate e di quello che ne consegue. Libertà, appagamento e gioia sono le fonti delle canzoni.
L’atteggiamento spensierato di Garden Party è stratificato con svolte sottili e gemme melodiche che spingono lo spirito accomodante verso la trascendenza.
Come tutta la grande musica, Garden Party attinge al centro emotivo dell’ascoltatore e lo porta nel suo luogo felice, il suo luogo soleggiato. L’album è un invito a ricalibrare, una corsa gioiosa in cui i suoni della band ti avvolgono e ti abbracciano. Ripley lo dice meglio: “Mi piace sempre quando un album inizia in un posto e finisce in un altro”.
Ed è un bel viaggio.

Ascolta l’album