La Bussola #4

La descrizione del sito Peace Link è: Vogliamo continuare a essere punto di riferimento per i cittadini attivi che non si rassegnano alla guerra e vogliono impegnarsi responsabilmente per i diritti globali e per le future generazioni.

Nato nel 1999 come bollettino mensile, Peace Link è diventata una rete telematica per azioni di solidarietà e di pace. Socializzando informazioni e proposte culturali, questa rete ha costituito uno spazio interattivo in cui si sono potute incontrare e coordinare le iniziative di volontariato sia sul piano nazionale che internazionale.

A Quick One, While He’s Away – The Who (1966)

Siamo nel 1966, e l’ambizione del rock sta diventando sempre più grande. Gli artisti principali, i Beatles, Dylan, gli Stones, i Kinks tanto per citarne alcuni, cominciano a stare stretti nel formato della canzone pop di tre minuti. A Quick One, While He’s Away racconta la storia di una ragazza che resta sola perché il suo uomo è partito da quasi un anno e si consola, per meglio dire trova rimedio, con un engine driver, un macchinista di passaggio. Quando il fidanzato ritorna, lei gli confessa il tradimento e lui alla fine la perdona. Non è tanto la storia na essere interessante, quanto la struttura del brano, che vede tutti e quattro i componenti della band mettere in scena un’opera con personaggi diversi e con un unico tema. A Quick One, While He’s Away è un brano di svolta, è il primo vero tentativo degli Who di uscire dall’universo mod e puntare dritti al centro, al cuore del rock. È soprattutto un brano che indica una strada, dice al mondo che il rock si può usare per uscire dai cliché, che il rock non ha limiti e confini se non quelli della creatività degli artisti. Per gli Who sarà un cambiamento fondamentale, per il rock uno dei mattoni che porterà dritti al progressive e a cambiare la storia della musica popolare.

Appunti Corti #91

Provocatoria ma non troppo.
“Se la TV spazzatura ha riempito il cervello di tanti, è perché l’ha trovato vuoto”.
L’idea di fondo è che una mente priva di stimoli, curiosità o strumenti per analizzare ciò che vede e ascolta sia terreno fertile per accogliere passivamente contenuti di scarsa qualità. Questa frase, tuttavia, non si limita a criticare il consumo di massa, ma solleva una questione più ampia: il “vuoto” delle menti è una condizione preesistente o il risultato di un sistema sociale ed educativo che non promuove il pensiero critico? La responsabilità, quindi, non ricade solo sullo spettatore, ma anche sui media che alimentano il mercato della superficialità e su una società che spesso non fornisce alternative culturali accessibili e stimolanti. In questa prospettiva, il vuoto non è solo una metafora di ignoranza, ma una mancanza di consapevolezza e partecipazione attiva, un invito a riempire il proprio spazio mentale con contenuti di valore e a non lasciare che l’abitudine e la pigrizia decidano per noi.

Artefatti di Internet #50 – Numa Numa (2004)

Nel dicembre 2004, il diciannovenne Gary Brolsma caricò un video webcam intitolato “Numa Numa”, in cui cantava in playback la canzone rumena “Dragostea Din Tei” degli O-Zone. Inizialmente ospitato su Newgrounds.com, Brolsma creò il video dopo aver guardato un cartone animato sui gatti giapponesi. Ancora prima dell’esistenza di YouTube, il suo video esplose una notte dopo che Newgrounds lo aveva messo in prima pagina. Un paio di giorni dopo, Brolsma si svegliò e trovò i furgoni dei notiziari di tutte le principali reti parcheggiati fuori casa sua, costringendolo a spiegare la sua improvvisa fama su Internet alla madre sorpresa.

Asterisco *19

Serve immensamente la capacità di sognare, di stupirsi e di credere in qualcosa di bello, di elevato e di lieve, nella palta di questo mondo aggressivo che affossa, denigra, distrugge – e fa terra bruciata di tutto ciò che non conosce, e che non può o non vuole comprendere.

Il Buddambulo #19

Il Buddismo e la scelta della felicità #4/10

Per ridurlo alla sua essenza più assoluta, il Buddismo non è altro che imparare a definire quel percorso costruendo la consapevolezza del valore di ogni momento della nostra vita quotidiana. È una delle principali qualità che, dal mio punto di vista, rende il Buddismo un pensiero sui generis perché, sin dall’inizio, esso si presenta come una filosofia centrata sulla felicità in questa vita. Non la felicità in qualche spazio idealizzato della vita o in qualche immagine di una vita idilliaca che spereremmo di realizzare dopo aver conseguito questa o quella qualifica o quando un certo ostacolo è stato superato. Molti di noi si trovano ingabbiati in questa prigione del “quando”: solo quando questa o quella cosa cambierà, allora saremo felici.
Secondo il Buddismo – che ce ne rendiamo conto o meno, che lo crediamo o meno, che lo capiamo o meno – dentro di noi possediamo tutte le risorse che ci servono per poter scegliere la felicità in questa vita e possedere una stabile sensazione di benessere. Ed esso va anche oltre, sostenendo che possiamo imparare a raggiungere questo obiettivo adesso. Non solo nei momenti positivi, ma anche in quelli negativi. A prescindere da quanto possano essere difficili e allarmanti le nostre circostanze o vicissitudini. Non solo quando i tempi sono preziosi ed esaltanti, ma anche quando sono clamorosamente difficili e avvilenti.
Questa è certo un’idea grande e rivoluzionaria, ma anche molto inusuale, inaspettata, tanto che è estremamente difficile per la maggior parte di noi accettarla di primo acchito. Pensiamo, anzi, che qualche di inghippo debba per forza esserci.
Ci vuole tempo prima di capire che di inghippi non ce ne sono, che l’inghippo è prima di tutto la mancanza di fiducia in noi stessi.

Resta tuttavia la necessità di acquisire una nuova capacità, la volontà di osservare e abbracciare un fondamentale cambiamento di prospettiva. Soprattutto, dobbiamo bramare di più l’idea di felicità. Che non significa, per esempio, come generalmente crediamo, assenza di difficoltà o di sfide. Se questo fosse il caso, accadrebbe molto raramente, se non per nulla affatto, dato che per ognuno di noi le difficoltà e i problemi di qualunque genere sono una costante assoluta della vita di tutti i giorni. Per tutti noi, tutto il tempo. Qualunque sia il nostro status, la nostra posizione o la situazione che la vita ci mette di fronte, tutti abbiamo qualcosa che come minimo ci crea ansia, e molto spesso ci causa un bel po’ di dolore e sofferenza.
Ma significa, invece, avere la consapevolezza, una consapevolezza che gradualmente diventa convinzione, che possiamo costruire dentro di noi la stabilità e la capacità di rialzarci per affrontare tali sfide inevitabili e superarle anziché esserne sopraffatti.
Significa inoltre imparare a sviluppare quella qualità tanto ambita di cui si parlava poco fa, ossia quella percezione duratura del valore della nostra vita in ogni attimo e del valore della vita di ogni persona che incontriamo. (Continua)

Thelonious Monk: l’eredità di un musicista jazz unico

Thelonious Monk è stato una figura fondamentale del jazz, noto per il suo approccio innovativo come pianista e compositore. Nato il 10 ottobre 1917 a Rocky Mount, nella Carolina del Nord, si trasferì a New York City in giovane età, dove sviluppò il suo stile unico che combinava elementi di bebop e hard bop.
Le composizioni di Monk sono caratterizzate dalle loro dissonanze, dai colpi di scena melodici angolari e dalle progressioni di accordi non convenzionali. Alcune delle sue opere più famose includono: ‘Round Midnight Blue Monk Straight, No Chaser Ruby, My Dear In Walked Bud.
È riconosciuto come il secondo compositore jazz più registrato dopo Duke Ellington, con un repertorio che è diventato uno standard nella musica jazz.
Lo stile di esecuzione di Monk era distintivo quanto le sue composizioni. Spesso mostrava un attacco altamente percussivo al pianoforte ed era noto per le sue pause drammatiche e i silenzi durante le esibizioni. Il suo aspetto era altrettanto notevole; di solito indossava completi, cappelli e occhiali da sole. Monk aveva l’insolita abitudine di alzarsi in piedi per ballare durante le esibizioni, il che si aggiungeva alla sua eccentrica presenza scenica.
Per tutta la vita, Monk ha dovuto affrontare sfide legate alla salute mentale. Ha attraversato periodi di grave malattia mentale, che hanno influenzato la sua capacità di esibirsi e di relazionarsi con gli altri. Nonostante queste difficoltà, ha mantenuto un seguito fedele e ha continuato a influenzare la scena jazz fino ai suoi ultimi anni. Negli anni ’70, Monk è diventato sempre più solitario a causa del declino della salute e ha trascorso i suoi ultimi anni vivendo con la sua mecenate Pannonica de Koenigswarter.
Morì per un ictus il 17 febbraio 1982.
L’eredità di Monk perdura attraverso la sua musica e il profondo impatto che ha avuto sul jazz. Le sue tecniche e composizioni innovative continuano a ispirare musicisti in tutto il mondo. Rimane una figura celebrata nella storia del jazz, riconosciuto non solo per il suo genio, ma anche per le complessità della sua storia di vita.

YouTube: gli albori

Tra il 2009 e il 2012 furono caricati su YouTube milioni di video con “Send to YouTube” (“Invia a YouTube”), una funzionalità presente negli iPhone prodotti in quel triennio. Avevano tutti quasi lo stesso nome, ovvero quello automatico che gli iPhone davano e danno tuttora ai file video e audio: la sigla “IMG_” seguita da quattro numeri che progredivano in base all’ordine di creazione (IMG_0001, IMG_0002, IMG_0003, e così via).

Un paio di settimane fa Riley Walz, uno sviluppatore di software statunitense, ha sfruttato il fatto che avessero tutti lo stesso tipo di nome per individuare questi video su YouTube e caricarli su un sito che ha chiamato appunto IMG_0001. Il sito riproduce in maniera casuale milioni di questi video, accompagnandoli con una didascalia che riporta il numero di visualizzazioni totali ottenute (che nella maggior parte è inferiore a dieci) e la data in cui furono girati.

Sono video dalla risoluzione bassissima ed estremamente amatoriali, dato che venivano caricati direttamente sulla piattaforma senza alcun intervento di editing, e non raccontano quasi mai nulla di particolare. 

Link: Walzr.com/IMG_0001

Werner Bischof

Werner Bischof nasce a Zurigo il 26 aprile 1916. Inizialmente vuole diventare pittore ma, seguendo le indicazioni del padre che per lui voleva una formazione più tecnica, si iscrive alla mitica Scuola di Arti Applicate di Zurigo, dove studia anche fotografia e dove resterà “affascinato per le illimitate possibilità espressive del mezzo”. Si afferma rapidamente come fotografo e designer pubblicitario cominciando a pubblicare nel 1942, per la rivista Du, i suoi esperimenti sulla luce.
In collaborazione con Schweizer Spende, un’organizzazione svizzera d’aiuto alle popolazioni sinistrate, Bischof inizia nel 1945 un viaggio attraverso l’Europa che lo porterà dapprima in Germania, Francia e Olanda, poi in Italia, Grecia, Ungheria, Romania, Polonia, Finlandia e Inghilterra. Durante la permanenza in Italia conosce Rosellina Mande che sposerà nel 1949. Un anno più tardi nasce il primogenito Marco.
Nello stesso periodo lavora per il Picture Post, Illustrated, Epoca, The Observer e diventa membro di Magnum Photos.
È in India, nel 1951, quando riceve l’incarico per un servizio in Corea.
Vi si recherà tre volte, partendo da Tokyo, dove fissa la sua base operativa. Sarà proprio il Giappone a costituire per lui un’autentica rivelazione, come appare nel suo libro Giappone, pubblicato nel 1954.
Nel 1952 è in Indocina, dove lavora per Paris Match per cui deve scattare alcuni ritratti “eroici” delle truppe francesi. Assolverà l’incarico, ma le immagini più belle saranno quelle realizzate, fuori dal lavoro, in un piccolo villaggio chiamato Barau.
Di ritorno a Zurigo, sente ben presto la necessità di rimettersi in viaggio: il suo sogno ora è il Sudamerica. Nel settembre del 1953 è a New York, in cerca di finanziamenti per un viaggio in Perù: vuole “raggiungere le montagne, la giungla e le sue popolazioni sconosciute”. Il 16 maggio 1954 Bischof muore, insieme a due accompagnatori, precipitando con l’automobile in un burrone nelle Ande. Nove giorni dopo Rosellina darà alla luce il loro secondo figlio Daniel; lo stesso giorno in cui Robert Capa, calpestando una mina, muore in Indocina.

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